L’insostenibile leggerezza dell’incipit

Da un po’ di giorni sto pensando agli incipit. Non una fissa da serial killer, ma comunque abbastanza intensamente da spingermi a scrivere un post. Che, lo dico preventivamente, non vuole essere una giuda al “buon incipit”, perché parte da una posizione del tutto diversa.

 

Questo è un incipit, non è tenerissimo?

 

Un incipit, anche se buono, è totalmente inutile se sproporzionato al testo, e se mi ritrovo a giudicare un libro dal primo paragrafo, tanto varrebbe sceglierlo in base alla copertina, il livello di pigrizia è lo stesso.

Eppure, se c’è una convenzione diffusa nella comunità degli scrittori, è che l’incipit debba essere il più possibile accattivante per trascinare il lettore dentro la storia, spingendolo a leggere, leggere e leggere.

 

Questo è un incipit una volta che gli avete voltato le spalle. Vi ucciderà e vi mangerà il cuore nel petto.

 

Un buon incipit, che dà subito il senso di epicità alla storia che precede è:

L’uomo in nero fuggì nel deserto e il pistolero lo seguì.

Stephen King, L’ultimo cavaliere

Ma l’importanza dell’incipit vale, forse, soprattutto per i racconti. Ecco allora che Nick Hornby nel suo È nata una star? scrive:

Ho scoperto che mio figlio era una pornostar quando Karen, la vicina di casa, ci ha lasciato una busta nella buca della porta.

Bum. Oh, God, il figlio di Lynn è una pornostar, non una cosa che capita tutti i giorni… andiamo avanti a leggere, dai. Questo dovrebbe essere un buon esempio di come si scrive un incipit. Una semplice frase che invoglia a proseguire con la lettura.

Eppure non di soli buoni incipit è fatta la letteratura. Opere memorabili, infatti, hanno inizi pessimi. Ad esempio, se vi dico Edgar Allan Poe, cosa vi viene in mente? A me Il pozzo e il pendolo. E sapete come comincia? Così:

Io ero ammalato… ammalato fino alla morte per quella lenta agonia; e come alfine essi mi sciolsero e potei sedere, mi sentii venir meno. La sentenza – la paurosa sentenza di morte – fu l’ultimo accento distinto che mi arrivasse all’orecchio. Poi le voci degli inquisitori sembrarono perdersi in un sognante e indefinito ronzio. Il suono che udivo, ridestava, in me, l’idea di una ‘ rotazione ‘ ma soltanto, forse, perché, nella mia immaginazione, si associava al ritmo d’una macina da mulino. Tutto questo durò pochissimo tempo: in capo ad alcuni minuti non udii più nulla. E nondimeno vidi ancora, per qualche istante, vidi – ma per quale orribile deformazione del mio organo? – vidi le labbra dei giudici vestiti di nero. Esse mi parvero bianche, più bianche ancora del foglio dove io segno, al presente, queste parole; e sottili, ancora mi parvero, sottili fino a diventar grottesche, sottili, per l’ostinazione e profondità della loro dura espressione, per l’irrevocabile decisione che tradivano, per il severo spregio dell’umano dolore che esse ostentavano. Così ch’io vidi uscire fuori da quelle labbra i decreti di ciò che, per me, era il Fato. Le vidi mentre si torcevano in un mortifero eloquio. Le vidi mentre foggiavano le sillabe del mio nome e fui squassato da un violento tremore poiché, a quel movimento, non seguì alcun suono. E vidi ancora, per taluni istanti di delirio e di orrore, la lenta e quasi impercettibile ondulazione dei neri cortinaggi che pendevano dai muri della sala. E in quel punto il mio sguardo cadde sopra i sette enormi candelabri che erano poggiati sul tavolo. E distinguendo, in essi, da principio, solo i simboli della carità, furono veduti da me quali snelli angeli candidi, votati alla mia salvezza; ma come in seguito, improvvisamente, una nausea mortale annegò il mio spirito e sentii vibrare il mio corpo in tutte le sue fibre, come se avessi toccato il filo d’una batteria galvanica, quelle angelicate immagini si trasmutarono in incomprensibili spettri dalla testa incendiata e parlarono per apprendermi che sarebbe stato invano, per me, sperare nel loro soccorso. E allora, simile a una armoniosa nota musicale, penetrò nel mio animo l’idea del dolce riposo dal quale siamo attesi nel sepolcro. E quel pensiero mi vinceva fuggevolmente e con grande dolcezza e sembrò che impiegasse un lungo tempo ad assumere tutt’intero il suo valore, e proprio nel mentre che l’animo mio giungeva a possederlo, e a divenire, infine, una sola cosa con esso, sparirono, per opera di magia, le figure degli inquisitori, si disfecero gli steli dei lunghi candelabri, si spensero le loro fiammelle e gravò la tenebra.

Eh? Come? Cosa? Chi ha parlato?

Se lo leggessi su internet o in una raccolta di racconti, senza sapere nulla del racconto, avrei già gettato la spugna. Eppure questo è non solo uno dei capolavori di Poe, ma anche e soprattutto uno dei capolavori della letteratura horror di fine Ottocento-inizio Novecento e anche di quella contemporanea, direi. E se mi fossi fermato all’incipit non l’avrei mai saputo, perché l’incipit qui è ewwwwwwwwww

"In principio Dio creò il cielo e la terra." Una cosa bella della fantascienza è che da sempre produce grandiosi incipit.

Ma la conferma del fatto che l’incipit non sia affatto rappresentativo di un buon romanzo me l’ha data – metaforicamente parlando, come scrivevo sul forum del Writer’s Dream - La storia infinita di Michael Ende. In particolare il pezzo in cui l’Infanta imperatrice ringrazia Atreyu per aver compiuto la sua Grande Ricerca ed essere tornato da lei.

“Tu hai fatto molto bene ciò che dovevi, Atreyu. Sono molto soddisfatta di te.”
“No!” gridò Atreyu quasi con furia. “È stato tutto inutile. Non c’è salvezza.”
[...]
“Ma tu lo hai portato.”
Atreyu alzò la testa.
“Chi?”
“Il nostro salvatore.”

Atreyu non sa che il salvatore di Fantàsia è Bastian, che sta leggendo il libro nel suo mondo, quello degli umani, ma l’Imperatrice provvede a rassicurarlo: Bastian lo ha seguito fin dall’inizio e Atreyu, grazie alle sue avventure, lo ha portato fino alla Torre d’Avorio.

Ora, che cos’è Atreyu? Un personaggio di un libro (di un metalibro, in effetti, ma questa è un’altra storia… per un altro giorno). Chi è Bastian? Un lettore. Cosa fa Atreyu di così speciale? Tiene incollato Bastian al libro, con le sue avventure, i suoi incontri fantastici, il suo carattere forte e coraggioso. A Bastian della Storia Infinita non è piaciuto l’incipit, gli è piaciuto Atreyu, il protagonista.

Per cui l’idea importante è che l’incipit non valga più di qualsiasi altra pagina nel libro. Quello che veramente è importante, e lo si scoprirà a libro acquistato, questo è vero, è che l’autore sia riuscito a creare personaggi non piacevoli, di più! Personaggi fantastici, in grado di conquistare il lettore e portarlo fino alla Torre d’Avorio.

D’accordo, mi direte, ma visto che i libri costano, come faccio a giudicare lo stile di uno scrittore se non ne leggo l’incipit?

Io non lo so, perché quando compro in libreria leggere l’incipit è l’ultimo dei miei pensieri. Io mi fido delle trame, per questo quando scrivo recensioni me la prendo con chi ci inserisce di straforo inutili pipponi metafisici. Però se siete di quelli che vogliono “toccare con mano” (miscredenti!), si dice che la virtù non stia nel mezzo, ma a pagina 99 (o 69, se temete spoiler).

Difatti, a romanzo inoltrato, uno scrittore è libero di buttarsi nella narrazione senza quasi più vincoli e, con ogni probabilità, a pagina 99 tutti i personaggi saranno già stati introdotti e le situazioni drammatiche già innescate.

Lo si vede lì, insomma, nel mezzo di un libro, come scrive per davvero uno scrittore, non all’inizio.

Diverso è il caso dell’incipit per impressionare un editore, che verosimilmente leggerà solo il  primo capitolo dei romanzi che riceve in visione. Ma anche questa è un’altra storia, per un altro giorno.

13.351/20.000

Lavori per due settimane a una storia. Scrivi 13.351 parole, 80.084 battute, 6 capitoli, 23 pagine Word in un tempo che è la metà di quanto ti occorrerebbe normalmente. La storia esce praticamente da sola, senza nessuna forzatura, senza nessun pantano, se non verso il finale. Niente di irrisolvibile.

Però c’è questo tarlo. Che non vada bene per il concorso. Che non rispetti la consegna. Potresti nasconderti dietro a un “è una mia interpretazione del tema”, ma non lo farai. Ti sembra stupido. Per cui rinunci. Lasci perdere. Getti la spugna. E ti ritrovi con 13.351 parole, 80.084 battute, 6 capitoli, 23 pagine da completare e archiviare.

Congratulazioni, hai creato di nuovo qualcosa di inutile.

Concorso – Ucronie impure

Ricevo e volentieri ripubblico, Concorso “Ucronie Impure” di Alessandro “McNab” Girola.

Si tratta di un concorso gratuito sponsorizzato dall’imprescindibile Edizioni XII, che mette in palio i propri libri (per scoprire quali vedere il bando) ai piazzati. E non solo: il vincitore assoluto si porta a casa anche un premio in denaro.

Il tema è particolarmente stimolante: l’ucronia. Che cos’è l’ucronia? Trattasi di storia alternativa, ovvero un cosa sarebbe successo se di larga scala. E se Hitler avesse vinto la Seconda Guerra Mondiale? E se Cristoforo Colombo non fosse stato finanziato da Isabella di Castiglia e l’America non fosse mai stata scoperta? E se Hitler avesse adottato la soluzione finale del Madagascar piuttosto che quella dei campi di concentramento? E se Massimo Tartaglia avesse fatto centro con la statuina del Duomo mandando Silvio Berlusconi in coma vegetativo?

Senza dubbio si tratta di un tema molto intrigante, che si discosta dai soliti “vampiri”, “quando un amore finisce”, “descrivi il tuo compagno di banco” o, peggio ancora, il tanto temuto “tema libero” (che spesso significa: il tuo racconto di genere sarà escluso, perché a noi piacciono solo di pipponi introspettivi, visto che la letteratura è arte e sofferenza, giammai intrattenimento).

 

Un tipico esempio di ucronia: un presidente bianco alla Casa Bianca.

 

Il bando

Chi può partecipare: Chiunque. I racconti dovranno però essere inediti: niente materiale già pubblicato su carta o in ebook, nemmeno su magazine o webzine a pagamento. Vanno bene invece racconti proposti su blog privati, o comunque non commercializzati.

Lunghezza dei racconti: tra le 1000 e le 7000 parole.

Tipo di racconto: Ucronico con o senza elemento fantastico. Non c’è limite riguardo al periodo storico in cui ambientare i racconti, se non quello di non utilizzare scenari futuri, perché si sconfinerebbe nella fantascienza distopica/utopica. Andranno bene storie comprese in un periodo che va, indicativamente, dal Neolitico alla fine della Guerra Fredda. Se qualcuno ha idee originali riguardo al passato ancora più recente (post 11 settembre 2001?) va bene, purché ci sia un elemento ucronico sostanzioso.

Postilla sull’elemento fantastico: Potete utilizzarlo o meno, a vostra discrezione. Per racconti ucronici puristi (ossia senza il suddetto elemento) s’intendono ambientazioni simili a quella di Fatherland. Per le altre prendete come punti di riferimento il ciclo dell’Invasione di Harry Turtledove, il medioevo alternativo di Luxley, oppure la Guerra Fredda ucronica di Watchmen, tanto per fare degli esempi. Saranno ovviamente accettate anche derive dieselpunk e steampunk, laddove è comunque da intendersi che la particolarità del racconto deve concentrarsi sull’aspetto ucronico/storico.

Consegna racconti: 31 dicembre 2010.

Numero di racconti per partecipante: Massimo uno a testa.

Correzioni e reinvio: Liberamente, pur ricordandosi che vale esclusivamente l’ultima versione mandata (che cancella immediatamente quelle precedenti).

Dove inviare: Mandate i racconti unicamente a ucronie.impure@gmail.com

Formato del file: RTF, DOC, ODT.

Inserire nella mail: Nome, cognome e/o nickname. L’indirizzo di casa lo chiederò solo a chi vincerà i premi messi in palio.

Come si deciderà il vincitore: Di tutti i racconti che arriveranno farò io una prima, immane scrematura. Solo una decina di essi – o anche meno – verranno inclusi nel numero dei finalisti. Questi dieci racconti verranno quindi inviati agli arbitri che si prenderanno cura di leggerli e di esprimere un voto da 1 a 10 (compresi i mezzi punti, es 6.5). I loro voti faranno media col mio, in modo da comporre il podio definitivo, decretando così anche il vincitore assoluto del concorso.

Arbitri: I tre arbitri abili e arruolati sono Elgraeco, padrone di casa di Book&Negative, in qualità di arbitro n°1, Nick,storico frequentatore del blog, come arbitro n°2, Beatrice, giornalista freelance ed esperta in storia e discipline demoetnoantropologiche, come arbitro n°3.

Premi: Al primo classificato andranno 100 euro tondi tondi, versabili con bonifico su c/c bancario, o in contanti, qualora il vincitore sia reperibile a Milano o nelle immediate vicinanze. Per amor di trasparenza vi comunico che i soldi usciranno dalle mie tasche, e sarò ben lieto di farlo, perché credo molto in questo concorso. Al vincitore andrà anche una copia dell’antologia Carnevale (vedi sotto). Il secondo classificato vincerà due libri, il terzo, il quarto e il quinto classificato ne vinceranno uno.

Ecco i libri messi in palio da Edizioni XIIRaimondo Mirabile, futurista, di Graziano Versace, I ragni zingari, di Nicola Lombardi, La corsa selvatica, di Riccardo Coltri. Il primo classificato, in aggiunta ai premi già indicati, si aggiudicherà anche una copia di Carnevale, una nuova antologia che, vedrete, farà gola a molti. Si tratta comunque di libri con attinenze ad ambientazioni storico e/o ucroniche.
Gli altri libri tra cui sarà possibile scegliere sono i seguenti: Per il trono d’Inghilterra, di Harry Turtledove, Prometeo e la guerra – 1935 (cartaceo), del sottoscritto, L’inattesa piega degli eventi, di Enrico Brizzi, Stella Rossa, di Fabio Oceano. La modalità della scelta dei libri sarà la seguente: il secondo classificato sceglierà il suo (duplice) premio, quindi toccherà al terzo, al quarto e al quinto, esattamente in questo ordine.

Inoltre ci sarà un premio a sorpresa, sempre messo a disposizione da Edizioni XII, la cui natura verrà rivelata solo in futuro. Per il momento vi posso solo dire che si tratta di una cosa che risulterà particolarmente gradita a scribacchini e scrittori con ambizioni di cimentarsi ancora in questo genere narrativo.

Pubblicazione dell’ebook: A mia totale discrezione creerò una raccolta-ebook coi racconti finalisti (tutti, extra-podio compresi), la quale verrà distribuita gratuitamente in formato digitale sotto licenza Creative Commons. Partecipando al concorso prendo atto della vostra accettazione della suddetta clausola. Se il valore dei racconti sarà inferiore alle aspettative avranno luogo comunque le premiazioni, ma rinuncerò alla creazione antologica citata qui sopra. Nota importante: la creazione dell’ebook sarà affidata ai servizi editoriali di eBookAndBook.it, di Matteo Poropat; ciò garantisce assoluta professionalità e un risultato finale di qualità elevata. Fate voi stessi un giro sul suo sito per rendervene conto.

Domande e perplessità: usate pure questo post per porre domande o per chiedere informazioni specifiche sul concorso. Ovviamente non sarà possibile chiedere pareri “preventivi” o aiuto in fase di elaborazione e di editing. Se non altro non a me o agli arbitri. Per ogni altra varia & eventuale rimane valida la mail ucronie.impure@gmail.com

Se parteciperò? In verità, in verità vi dico: non lo so. Sono tentato, molto, perché il tema è davvero bello e interessante, ma questo mese sono davvero oberato. Ho il NaNoWriMo, ho da risistemare la tesi, da finire il racconto per Urban Gods e per un altro concorso interno al Writer’s Dream.

Alcuni linkini utili

Recensione – “Figlio di Dio” di Cormac McCarthy

Questa recensione è un po’ meno approfondita delle altre, perché nasce da un commento al libro che ho postato ieri su aNobii e che è andato piacendomi. Senza contare, ovviamente, che Cormac McCarthy non ha bisogno che qualcuno dica se i suoi libri sono belli o brutti, non è uno scrittore emergente che si muove nel mercato italiano, per cui penso possa accontentarsi di quello che passa in convento.

La scheda del libro

Figlio di Dio di Cormac McCarthy

Pubblicato da: Einaudi

Anno: 1973

168 pagine

Figlio di Dio sul sito dell’Einaudi e su IBS

La trama

Direttamente dal sito dell’editore:

Lester Ballard, il protagonista di questo romanzo, è uno dei tanti «poveri bianchi» che popolano le catapecchie e i cortili del Sud rurale, le campagne fuori dal tempo dove la Storia è scandita dai linciaggi e dalle pubbliche impiccagioni, dove la promiscuità e l’incesto sono la regola, dove la miseria e l’abiezione rendono incongrua, quasi surreale, la sporadica comparsa di un’aula di tribunale o di una stanza d’ospedale.
Nello spazio di una breve gelida stagione, Ballard, il contadino solitario, amante della caccia e del whisky fatto in casa, si trasforma in un animale da preda: da feticista a stupratore, ad assassino, a necrofilo.
Le scorribande sempre piú sanguinose di questo serial killer controcorrente hanno come cornice la natura violenta e il paesaggio incantato delle montagne del Tennessee, e a commentarle è un coro di personaggi che, come sempre, attinge a quel museo degli orrori che è l’immaginazione di uno scrittore peraltro capace di insospettate, improvvise delicatezze.

Come sempre ci sarebbe da discutere sull’effettiva vicinanza della trama in quarta di copertina con i fatti letti nel libro. Lo spazio, lì dietro, è poco. Sarà, ma fino ad ora non ho visto una sola sinossi che corrispondesse degnamente all’opera che mi apprestavo a leggere. Qui almeno ci vengono risparmiati i sofismi metafisici.

Il mio commento

Se fossi intellettualoide, userei termini come “discesa nella follia”, “rottame umano e metafisico”, “stritolato dall’implacabile ingranaggio sociale” e l’immancabile “critica della società americana”.

Ma non sono un lettore intellettualoide. Sono un lettore che si lascia affascinare dalle storie per quello che sono sulla carta, e non per ciò che appaiono nella mente dei critici.

Per questo Figlio di Dio di Cormac McCarthy mi è piaciuto. Forse anche più di Non è un paese per vecchi. Anzi, senza il forse, molto di più.

Lester Ballard è un reietto, Lester Ballard è cresciuto in una famiglia disfunzionale, Lester Ballard è inquietante, Lester Ballard è violento, Lester Ballard ha una sessualità deviata.

Lester Ballard diventa un serial killer. Non succede “perché”, succede e basta.

La prosa di McCarthy porta alle estreme conseguenze lo show, don’t tell che deve essere la regola numero 1 di ogni scrittore, e crea un romanzo nudo e crudo, in cui i personaggi (anzi, IL personaggio) sono caratterizzati dalle loro azioni più che dai loro pensieri.

Fossi un lettore intellettualoide, cercherei a tutti i costi un significato recondito. E probabilmente lo troverei, sbagliato, ma lo troverei.

Ma non sono un lettore intellettualoide. Io guardo alla storia. E quella c’è ed è fantastica.

Voto finale 4/5

Recensione – “Esbat” di Lara Manni

Avevo premesso che di Esbat di Lara Manni avevo sentito parlare solo bene e, per una volta, il grande gregge di internet aveva ragione.

La scheda del libro

Esbat di Lara Manni

Pubblicato da: Feltrinelli

Anno: 2009

Il primo volume di una trilogia composta da Sopdet e Tanit (che guarda caso sono i nomi che vorrei dare ai miei figli)

Esbat su laFeltrinelli.it e su IBS

La sensei e l’inutile Ivy

Poiché il risvolto di copertina dell’edizione Feltrinelli è ingarbugliato, dice senza dire nulla e, come sempre avviene con chi ha una concezione pretenziosa del libro e della lettura, più che parlare di trama blatera di metafisica, tenterò una breve sinossi dell’opera – e non sarà facile: io ho l’elefantiasi da racconto, non riesco a scrivere roba che sia corta e, nel contempo, esaustiva.

Si parte con la sensei, una mangaka nipponica che ha appena terminato la sua ultima serie di fumetti, ambientata in un mondo fantastico popolato da demoni, maghe, streghe, guerrieri, mezzi draghi e amenità varie da anime. Ma il trionfo della sensei per l’epocale conclusione del suo magnum opus è di breve durata. Hyoutsuki, bellissimo demone e main villain della storia, le piomba in casa e le chiede di cambiare il finale della storia, perché quello che per la sensei è disegno, per lui è reale.

La sensei, diventata una tredicenne in calore in meno di cinque secondi, si innamora di Hyoutsuki e temporeggia nello scrivere il finale per poterlo rivedere ancora e ancora. Piccolo particolare, il passaggio di Hyoutsuki dal mondo immaginario del manga a quello reale avviene attraverso un rituale che si chiama Esbat e che prevede che chi lo officia sacrifichi una parte di sè stesso durante la cerimonia. Le prime ad andare sono le dita, poi la sensei troverà un altro modo per portare da sè il meraviglioso demone frutto della sua fantasia.

Parallelamente a questa vicenda, la Manni racconta la storia di Ivy, ragazzina brutta grassa e stupida, che viene iniziata a una setta Wiccan deviata da alcune sue compagne di classe. Non ho molto da dire al riguardo, perché effettivamente si tratta di una storia inutile. Anzi, ho l’impressione che sia stata aggiunta di proposito per inserire qualche pizzico di Italia in una storia che poteva benissimo avvenire per intero in Giappone – e sarebbe stato meglio, per inciso.

Senza contare che, da un lato, le vicende che vive la sensei sono organiche e permeate di sense of wonder, mentre quelle di Ivy sono un pasticcio fatto di adolescenza e stregoneria demente. Sono collegate solo per un breve dettaglio, verso la fine. E spero vivamente che la Manni abbia inserito Ivy solo come cliffhanger in attesa di Sopdet, perché altrimenti sarebbe tragico.

 

Pa-tump. Come la sensei, nemmeno io ho mai usato questo suono in un articolo su un blog.

 

La scrittrice che leggeva Stephen King

Lo stile di Lara Manni mi piace, e mi spingerò anche a dire che è sopra la media per essere quello di un autore italiano. Scorre veloce, comunica tensione nei momenti giusti e, soprattutto, non è infarcito di pretenzioso lirismo. Eppure è a tratti melodioso.

A tratti invece no. L’unica cosa che può infastidire anche il lettore più temerario, infatti, è l’osessivo inserimento di citazioni, alcune proprio inopportune, come questa:

Cenere ovunque. Cenere che copre il piatto con un avanzo di tonno crudo che marcisce sotto lo zampettio di un paio di mosche. Cenere che galleggia in un recipiente di ramen istantaneo.  Cenere raggrumata in una tazza di tè. Cenere su un libro di poesia aperto a metà. Soffia via. Legge:

Tu che ti insinuasti come una lama

Nel mio cuore gemente; tu che forte

Come un branco di demoni venisti.

Baudelaire, I fiori del male. (pag. 199)

Che cavolo centra con la descrizione ansiogena del ritrovamento della sensei agonizzante? Perché Lara Manni non si è accorta di quanto spezzasse il ritmo?

E ancora:

Masada trattiene un conato di nausea, il pavimento ondeggia sotto i suoi piedi come se fosse su una nave in tempesta.

Sul veliero dell’albergo, sì.

Chiamatemi Ismaele. Sono sulla baleniera di Achab e il mare è in burrasca. Ma io devo catturare il mostro. Un passo ancora e un altro, e l’orrore tornerà negli abissi. (pag. 201)

Ora, passi che Masada è un uomo poetico e riflessivo, passi che si è appena riavuto da un momento di furia in cui per poco non ha ucciso la sua principessa, passi che è vittima dell’iperventilazione. Ma uno in quello stato, quando cavolo lo trova il tempo di pensare a Moby Dick?

A prescindere da queste obiezioni doverose, Lara Manni sa comunicare l’angoscia della suspense, e a mio avviso lo fa perché è una che ha letto Stephen King.

Debiti. Ne ho moltissimi. Non solo nei confronti di Stephen King, che ho apertamente e doverosamente omaggiato. (pag. 276, Ringraziamenti)

Si vede quando uno ha letto – ma letto sul serio – Stephen King. Per lo meno, io me ne accorgo, perché si intuisce dal modo di impostare una scena, dal modo di trattare e guardare a un personaggio nei momenti di tensione. Piccole cose che, sommate, creano belle pagine che non si leggono, semplicemente volano via.

E, a proposito di zio Steve, credo che dia il meglio di sè quando scrive di baseball, perché lui è uno che ama il baseball e i suoi dannati Red Sox. E anche Nick Hornby scrive bene di calcio e musica, perché è uno che ama il calcio e la musica ed è in grado di trasmettere questo amore anche a chi del calcio e della musica non frega niente. Lara Manni, invece, ama i manga. E si vede, cavoli se si vede. Io invece odio i manga, credo siano una cosa da nippomani sfigati (poi dopo l’orripilante esperienza con Battle Royale è un capitolo definitivamente chiuso per me), eppure ho amato la sensei e il suo universo immaginario. Questo per dire che è un libro scritto col cuore, nonostante i difetti, e che quindi è una buona lettura per tutti, non solo per gli otaku che scrivono fanfiction.

Voto finale: 3/5 (sarebbe stato un 4/5 senza Ivy e la sua esasperante inutilità)

Consiglio: Comprate questo libro, se vi aggrada. Capita di rado leggere qualcosa di urban fantasy scritto da un italiano che non si rifugi nei soliti stereotipi medievaleggianti.

E, se volete, passate pure a salutare Laura sul suo blog, aggiornato abbastanza frequentemente e non prolisso come il mio.

Box acquisti recenti. È arrivato, ordinato su IBS, La figlia del tempo di Josephine Tey, che è universalmente riconosciuto (anche su Plutone) come il miglior giallo della storia, ho acquistato anche il primo libro di Lansdale della serie Hap e Leonard, Una stagione selvaggia, Manuale per sopravvivere agli zombi di Max Brooks (che userò per documentarmi in vista del NaNoWriMo, anche se la mia storia non parla di zombie), e per la serie italian-fantasy che passione, Alice nel paese della vaporità di Francesco Dimitri.

The Road to NaNoWriMo – Creare persone, non cliché

In vista della maratona scrittoria NaNoWriMo di Novembre, ho cominciato a fare qualcosa che prima d’ora non avevo mai sentito la necessità di imbastire per un romanzo: un’architettura di storia.

Di solito, infatti, prendo un’immagine, una manciata di protagonisti, li butto su carta e vedo che succede. È la storia che racconta sè stessa attraverso le mie maldestre mani, prende forme anche inaspettate, si sviluppa, chiede a gran voce che io corregga le “d” eufoniche, cose del genere. Questa volta, al NaNoWriMo, con soli 30 giorni a disposizione, è Andrea che pretenziosamente spreme il tubetto per far uscire se non una storia, per lo meno le 50.000 parole utili per la vittoria. Va da sè che tempo per chiedersi: ma se riscrivessi tutti i tredici capitoli precedenti inserendovi un nuovo personaggio figherrimo che mi aiuterebbe tantissimo nello sviluppo della trama? non ce n’è proprio. Niet.

Ci vuole un minimo di preparazione.

 

Preparazione. Ne basta un minimo.

 

E quindi non solo mi sono fatto uno schemino della trama (a proposito, sarà un fanta-horror-postapocalittico-non-so-bene-son-sempre-stato-pessimo-a-etichettare-la-roba-che-scrivo, non uno sci-fi), ma ho anche travalicato i limiti dell’umana conoscenza, che per me equivalgono al cancello di casa.

Ho creato le schede personaggio.

 

Una scheda personaggio. Non c'entra una fava con quelle che ho scritto io, ma era bello inserire quel tocco di nerdosità in più.

 

Che cosa ho fatto, in parole povere? Dunque, il rischio principale dello scrivere un romanzo in così poco tempo è quello che l’autore, cioè io, non riesca a legare emotivamente coi suoi personaggi, che sono difatto dei perfetti sconosciuti. E se non è l’autore a legare coi personaggi, come si può pretendere che l’eventuale lettore possa provare un minimo di collegamento emotivo con quelle che gli sembreranno immancabilmente delle macchiette caricaturali?

Mi serviva qualcosa che mi consentisse di conoscere i vari personaggi prima che il processo di scrittura cominciasse. Allora ho pensato di creare una scheda personggio un po’ sui generis. Non contiene quasi nessun dato anagrafico, a parte il nome e qualche occasionale riferimento a un dettaglio fisico caratterizzante. Ho semplicemente diviso un foglio in tre sezioni. Nella prima, piccola, ho scritto il nome e il cognome del personaggio. Nella seconda ho scritto a flusso di coscienza tutto quello che mi immaginavo del personaggio in questione. Nella terza sezione, infine, mi sono raccontato degli aneddoti sul personaggio, che fossero concordanti con l’abbozzo di personalità tracciato nella sezione precedente, però.

Faccio un esempio pratico riportando la scheda di uno dei villain della storia.

Seth Horton

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Viscido, pizzetto, capelli neri, indossa sempre camicia e cravatta, anche se le camicie sono sporche e le cravatte consunte, ha un atteggiamento ambiguo coi figli, li tratta in maniera differente: permissivo con Nick, intrusivo con Cate e menefreghista con Timmy

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Ha picchiato una sola volta sua moglie, con uno schiaffo, quando lei gli ha mancato di rispetto. Per la contrizione ha passato tutta la notte in bianco e la mattina seguente, insonne, ha vomitato.

Ama gli uccelli, il primo animale ad attaccarlo è stato Jonathan Livingstone, il suo pappagallo.

L’unico ricordo piacevole con la sua famiglia è stata una cena al ristorante con la moglie e i figli. Era il compleanno di Nick e Timmy era solo un bebè. Per regalo, Seth e Rachel gli avevano comprato qualcosa che desiderava da parecchio tempo e, per bilanciare la cosa, anche Cate aveva ricevuto un piccolo regalo, una bambola. La serata era stata perfetta e Seth la ricorda come uno dei pochissimi momenti felici con la famiglia.

Quando era ragazzo, si divertiva a distruggere le cassette delle lettere con un colpo ben assestato di mazza da baseball da una macchina in corsa. Fa parte di un Seth che non esiste più e che è stato rinnegato (ma che esiste ancora da qualche parte dentro di lui).

Ok, è scritto in slang da appunti e la formattazione fa pena, ma rendo il concetto? Il succo della scheda personaggio, per lo meno della mia scheda personaggio, è di permettermi di conoscere infretta il personaggio e di fissarli da qualche parte di modo che non vadano perse nel mare delle parole. Non mi interessa, come vorrebbe un charachter sheet canonico, che Seth sia alto 1.90 m, che pesi 89 kg, che abbia una laurea in legge, che sia nato in Connecticut nel 1953 e che il suo cibo preferito sia il filetto di trota salmonata al cartoccio. Non sono un impiegato del catasto, così non lo conoscerò mai. Che tipo è Seth?, mi sono chiesto. È il tipo d’uomo che schiaffeggia la moglie in uno scatto d’ira e poi sta male fino a vomitare, un verme inetto buono solo a parole, e probabilmente questo influirà sul suo essere cattivo. La cosa importante è questa: è il personaggio (Seth) che entra in un ruolo (main villain) e non viceversa. Penso sia un modo per far sì che un personaggio sia prima di tutto una persona e non un ruolo, perché la fretta non è una scusa valida per creare solo dei cliché stereotipati.

Link (s)correlati

Per andare là, dove nessun uomo è mai giunto prima

Sono venuto a sapere, grazie all’indispensabile forum del Writer’s Dream, dell’esistenza di un concorso letterario abbastanza sui generis, in cui non c’è nessun premio se non la soddisfazione di dire: ce l’ho fatta.

Si tratta di un progetto che si chiama National Novel Writing Month, per gli amici (e sono tanti, da praticamente tutto il mondo) NaNoWriMo. In cosa consiste? Nello scrivere un romanzo di almeno 50.000 parole. In un mese.

Mi viene spontaneo pensare ai miei due romanzi, quei simpatici aborti che mi riprometto di revisionare da parecchio tempo e che giacciono a prendere polvere nell’hard disk esterno. Il primo, un giallo classico all’inglese, ho cominciato a scriverlo nel 2001 e ho terminato la seconda stesura all’inizio dell’estate del 2010. Nove anni di gestazione per cosa? 67.000 parole da rivedere e correggere per una terza e ultima volta per qualcosa che nessun editore sano di mente vorrebbe mai pubblicare. Poi abbiamo quello un attimino più bellino, quella specie di distopia fantascientifica orwelliana (ma influenzata anche da Bachman) che ho scritto nel 2005. Anche lì, tra una revisione e l’altra, il progetto si è trascinato fino al 2010, ma almeno è finito. Più o meno. In ogni caso, quelle sono 53.000 parole.

Il succo del discorso è che sono terribilmente lento a scrivere. Ma davvero. Nove anni per 67.000 parole e cinque per 53.000. Va da sè che misurarsi con la scrittura di un romanzo di 50.000 parole in soli trenta giorni, perché è questo lo scopo del NaNoWriMo, è per me una sfida quasi impossibile.

(Senza contare che questo mese dovrei laurearmi, ma questa è un’altra storia.)

 

Io, mentre mi documento per un nuovo romanzo.

 

C’è del buono in questa frenesia: scrivendo cinquantamila parole in un mese è ovvio che quella che conta, alla fine, è la quantità e non la qualità. Fisiologicamente si produrrà un sacco di merda.

Infatti, sul sito ufficiale del contest, si legge:

You will be writing a lot of crap. And that’s a good thing. By forcing yourself to write so intensely, you are giving yourself permission to make mistakes. To forgo the endless tweaking and editing and just create. To build without tearing down.

E questa è una lezione che sarebbe utile imparare, almeno per quanto mi riguarda. Forzandomi a scrivere merda, devo, per forza di cosa, sospendere l’autocritica. Non starò più fermo a dire: che noia questo personaggio, e se lo riscrivessi? No, non c’è tempo per tutto questo. In un mese si scrive e basta, è l’apoteosi del mestiere di scrivere in contrasto con la presunta arte dello scrivere.

Inoltre, non bisogna dimenticare che, a volte, fare qualcosa che sembra al di sopra delle proprie possibilità, può essere divertente. E anche istruttivo, se si scopre di riuscire a valicarle.

Si comincia il primo Novembre e si prosegue fino a fine mese. A suon di caffè e ore di sonno perse, mi dicono.

Cosa scriverò? Sinceramente di idee ben definite non ne ho. Ho qualche immagine mentale e un vago sentore che sarà una storia fantascientifica, ma potrei cabiare idea ora di fine mese.

Link (in)utili

La caduta dei giganti e l’ascesa dei prezzi

 

La caduta del mio portafogli, Ken Follett, 2010

 

Premetto che a me Ken Follett piace. Lo considero il re dell’Ombrelloni-Thriller, uno di quegli autori che sanno come tenerti compagnia quando vuoi soltanto che il libro che hai appena comprato (e pagato) ti intrattenga.  Ho letto parecchi dei suoi thriller storici ambientati durante il secondo conflitto mondiale (da La cruna dell’ago a Il volo del calabrone, per intenderci) e mi sono piaciuti; viceversa trovo un po’ debolucci i thriller contemporanei, stile Il terzo gemello, con la sola eccezione di Nel bianco. Un capitolo a parte meriterebbe il discorso saghe, con gli infiniti e monumentali I pilastri della terra e Mondo senza fine.

Ora, il nuovo libro di Ken Follett si chiama La caduta dei giganti e vuole essere l’inizio di una nuova monumentale saga che ripercorre gli eventi del XX secolo attraverso gli occhi di cinque famiglie. Guerre mondiali, cambiamento sociale e progressi tecnologici e artistici con quella dose di thriller e suspense che in Follett è garantita sempre e comunque.

La trama, presa da ibs.it recita fedelmente:

I destini di cinque famiglie si intrecciano inesorabilmente attraverso due continenti sullo sfondo dei drammatici eventi scatenati dallo scoppio della Prima guerra mondiale e dalla Rivoluzione russa.
Tutto ha inizio nel 1911, il giorno dell’incoronazione di Giorgio V nell’abbazia di Westminster a Londra. Quello stesso 22 giugno ad Aberowen, in Galles, Billy Williams compie tredici anni e inizia a lavorare in miniera. La sua vita sembrerebbe segnata. Amore e inimicizia legano la sua famiglia agli aristocratici Fitzherbert, proprietari della miniera e tra le famiglie più ricche dInghilterra. Lady Maud Fitzherbert, appassionata e battagliera sostenitrice del diritto di voto alle donne, si innamora dell’affascinante Walter von Ulrich, spia tedesca all’ambasciata di Londra. Le loro strade incrociano quella di Gus Dewar, giovane assistente del presidente americano Wilson. Ed è proprio in America che due orfani russi, i fratelli Grigorij e Lev Pevkov, progettano di emigrare, ostacolati però dallo scoppio della guerra e della rivoluzione.
Dalle miniere di carbone ai candelabri scintillanti di palazzi sontuosi, dai corridoi della politica alle alcove dei potenti, da Washington a San Pietroburgo, da Londra a Parigi il racconto si muove incessantemente fra drammi nascosti e intrighi internazionali. Ne sono protagonisti ricchi aristocratici, poveri ambiziosi, donne coraggiose e volitive e sopra tutto e tutti le conseguenze della guerra per chi la fa e per chi resta a casa.

Pane per i miei denti, insomma. Interessatissimo, mi fiondo a controllare il prezzo.

Gelo totale.

25 €

Ma siamo pazzi? Ok, è un libro di mille e passa pagine, ma davvero vale 25€? E non sto parlando di valore artistico dell’opera, ma di puro e semplice common sense. Come è possibile far pagare così tanto un cazzo di libro, scusate?

Poi ci si lamenta che la gente non legge. Ti credo.

Poi ci si lamenta che la gente scarica gli stessi libri che la Mondadori ti fa pagare 25 sacchi gratis su Gigapedia.

Io, lettore paziente, aspetto: prima o poi La caduta dei giganti arriverà anche in edizione ipereconomica da 9€. Però da un editore blasonato come la Mondadori mi aspetterei come minimo un po’ più non dico di rispetto per i lettori, perché immagino che in casa Mondadori business is even more business, però almeno un po’ di senso pratico.