Ogni tanto ci penso su e mi dico che forse scrivere un giallo classico all’Inglese con ambientazione Steampunk non è il modo più adatto per semplificarmi l’esistenza.
Ma almeno mi offre l’occasione per postare foto di gnocche con gli occhialoni.

Ogni tanto ci penso su e mi dico che forse scrivere un giallo classico all’Inglese con ambientazione Steampunk non è il modo più adatto per semplificarmi l’esistenza.
Ma almeno mi offre l’occasione per postare foto di gnocche con gli occhialoni.

Finalmente sono entrato in possesso del nuovo libro di Stephen King, Notte buia, niente stelle (Full Dark, No Stars). Il libro è tradotto da Wu Ming 1, non so chi sia nè cosa faccia*, ma quasi tutta la blogsfera parla di lui più che del libro in sè per un motivo che mi è sinceramente oscuro, quindi mi adeguo alla pressione alla conformità sociale.
Ora, siccome Mr. King non aveva voglia, quest’anno, di sfornare il solito transatlantico da 1500 pagine, si è limitato a una raccolta di quattro novelle di sole 415 pagine che, per struttura e temi, ricorda molto quel capolavoro di Stagioni diverse. Anche in NBNS i racconti non sono horror ma puri e semplici “orrori reali”. Di là erano prigioni, amici in viaggio verso un cadavere e nazisti sotto falsa identità, qui ci sono uomini che uccidono la moglie, scrittrici stuprate e lasciate a morire, patti col diavolo e verità sepolte nel garage di casa.
Da leggere appena possibile. È pur sempre Stephen King, e io ancora mi emoziono quando mi chiama fedele lettore.
Aggiornamento della lista dei desideri
Luca Tarenzi, Il sentiero di legno e sangue
Apre gli occhi nel cuore di un’immensa conchiglia. Ha un corpo di legno articolato e ingranaggi, e il cadavere del suo costruttore giace accanto a lui. Non ha un nome, non ha memoria, ma appena nato ha già mostruosi nemici che lo braccano e una missione che non ha chiesto né desiderato: diventare umano. Attorno a lui c’è un mondo che un’antica catastrofe ha trasformato nel sogno delirante di un folle, alle sue calcagna due Incubi, la Maschera e la Bestia, e davanti a lui un sentiero costellato di mutazioni, tribù selvagge, divinità del caos e giganti marini che lo condurrà verso un destino molto più incerto di quanto i suoi creatori avessero mai potuto prevedere.
Lo voglio perché è di un italiano, perché è edito dall’Asengard, di cui mi hanno sempre parlato bene, e soprattutto perché questo Pinocchio weird fantasy mi alletta non poco.
Haruki Murakami, After Dark
Tokyo, un quartiere che inizia a vivere quando cala il buio, strade dove le insegne di bar e night club restano accese fino all’alba. Dalla mezzanotte alle sette del mattino, alcune persone sono casualmente coinvolte in una squallida vicenda di violenza. All’Alphaville, un love hotel gestito da Kaoru, un’ex campionessa di lotta libera, una giovane prostituta cinese viene picchiata da un cliente che poi fugge. In una caffetteria poco distante, Mari, una diciannovenne studentessa di cinese in cerca di solitudine, sta leggendo un libro; Takahashi, un giovane musicista jazz disinvolto e chiacchierone, vorrebbe attaccare discorso ma si scontra con la sua reticenza. Tuttavia, quando Kaoru cerca qualcuno che faccia da interprete alla prostituta ferita, Takahashi, che con il suo gruppo sta provando in uno scantinato vicino all’albergo, le suggerisce di rivolgersi alla giovane. Mari viene cosi a contatto con un ambiente a lei estraneo, ma paradossalmente riesce a comunicare con le persone che vi incontra in modo spontaneo e profondo: per la prima volta vince la riluttanza a parlare di Eri, la sorella maggiore, caduta in un letargo volontario dal quale non sembra volersi svegliare. L’immagine della bellissima ragazza che sta per essere inghiottita nel nulla attraverso lo schermo di un televisore apre un pericoloso spazio onirico nel quale rischia in ogni momento di scivolare la realtà.
Di Murakami ho da leggere La fine del mondo e il paese delle meraviglie, nei confronti del quale nutro un po’ di timore. Il mio unico contatto con la narrativa nipponica è stato Battle Royale di Takami, una schifezza al cubo. Però di Murakami dicono sia un genio. Anche se io diffido dei geni eletti a furor di popolo. Temo sia noioso. Con After Dark, in realtà questo timore viene meno, se non altro perché si parla di 200-250 pagine in meno della Fine del mondo. E poi, non neghiamolo, ho un debole per i romanzi corali.
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*In realtà so cosa fa, ma la frase fa più effetto così.
Questo post esula un pochino dai soliti, però contiene una fottuta verità (cit.): The Walking Dead è la serie horror più bella di tutti i tempi, quella che aspettavo con ansia da sempre. Sì, lo so che non è carino dire così di un serial di cui si sono viste solo tre puntate – la quarta è nell’hard disk di MySky, ma finché i parenti non liberano il televisore (e soprattutto il divano) dalla loro presenza, la vedo dura – ma l’impressione che ho è che le aspettative non siano state deluse. Un altro motivo per amare Frank Darabont, oltre a quello di esere l’autore di tre degli unici cinque film tratti da storie di Stephen King a essere ben fatti.
Mi congedo, con un po’ di bava alla bocca, col teaser dell’episodio 4.
Premessa: conosco l’autore di questo romanzo. Certo, non siamo migliori amicissimi forever and ever, ci limitiamo a frequentare il medesimo forum, però a differenza di altri autori che ho recensito, con Gianpiero Possieri ho scambiato due parole prima di leggere il libro (anzi, prima ancora di sapere che fosse l’autore di questo libro, a essere onesti).
Traetene voi le debite conseguenze, sempre ammesso che ve ne siano.
Il predatore di anime in fuga di Gianpiero Possieri
Pubblicato da: Foschi editore
Anno: 2008
344 pagine
Il predatore di anime in fuga sul sito della Foschi e su Ibs
Jack Shark vs. The Invisible Man
In pochissime parole, Il predatore di anime in fuga racconta la storia di una sfida tra due personaggi dotati di poteri psichici. Da una parte, quella dei buoni, c’è l’investigatore newyorkese Jack Shark, specializzato nel ritrovare persone scomparse anche grazie a un piccolo “dono” soprannaturale: lo Squalo, infatti, è in grado di leggere le tracce psichiche che una persona lascia su oggetti di sua proprietà. Nemesi di Shark in questo libro è l’Uomo Invisibile, inafferrabile serial killer dotato anch’egli di poteri psichici di controllo della mente.
Questa lotta tra titani si inasprisce quando l’Uomo Invisibile uccide la ragazza che Shark era stato chiamato per trovare e prende una piega inaspettata quando un’altra ragazza scompare. Giunti al confronto finale, Jack Shark e l’Uomo Invisibile scopriranno di avere in comune molto più di quello che sembra.
Questa, a grandi linee, è la trama del Predatore. Devo dire che, elemento soprannaturale a parte, pur non sembrando particolarmente distante da quelle dei classici “procedurali” alla Jeffrey Deaver o Kathy Reichs (tralascio la Cornwell perché da cinque anni a questa parte scrive solo merda), è ben strutturata e non si perde in momenti inutili.
La figura di Jack Shark l’ho intesa più come caricaturale che altro. L’investigatore trentenne proveniente da New York con tutti i cliché del genere, sembra preso in prestito da una puntata di Criminal Minds o di Medium. Nonostante questo riesce a essere esilarante, specialmente quando è impegnato in uno dei suoi battibecchi con l’assistente/spalla Bob Taylor.
[Jack:]“Che posto tetro, Bob”
“Siamo proprio sicuri di voler andare? Sai come lo chiamano gli abitanti della zona?”
“Non possiamo tornare indietro proprio adesso. Come lo chiamano?”
“L’infernaccio,” rispose Bob, con aria saccente.
“Lasciate ogni speranza, voi ch’intrate. Dante. Divina Commedia.”
“Me la sto facendo sotto. Taylor. Memorie di un viaggio in Italia.”
Che l’americanità di Jack Shark riempia il racconto (ambientato in Italia) di situazioni implausibili o che comunque lasciano il lettore perplesso è comunque un dato di fatto. Intanto per buona parte della lettura mi sono chiesto: “Ma in che lingua parlano?”. Ci viene detto che Jack parla italiano perché suo nonno era italiano, però quando Bob parla con la polizia italiana – che di certo non è famosa per la conoscenza delle lingue straniere – in che lingua lo fa?
Un’altra cosa che, da studente di criminologia, mi ha lasciato un po’ stranito è il profiling che Shark fa dell’inafferrabile Uomo Invisibile.
“Cominciamo: maschio, bianco, tra i venticinque e i trentacinque anni. Bianco perché i serial killer tendono a cercare le proprie vittime fra quelle della razza di appartenenza [...].”
(pp. 225-226)
Se quest’affermazione non è del tutto errata, è anche vero che vale solo e soltanto per la criminologia statunitense. In Italia non c’è mai stato un serial killer nero per altri motivi. Credo sia rischiosa questa commistione di scienza criminologica americana applicata alla criminalità italiana, anche perché la prima cosa che insegnano al corso di criminologia avanzata è che ogni generalizzazione deve tenere conto dei fattori dell’ambiente in cui avviene. Un esempio su tutti: se Jack Shark vedesse un cadavere incaprettato, ricollegherebbe subito l’omicidio agli ambienti omosessuali; se l’appuntato Esposito di Santa Maria Capua Vetere vedesse lo stesso cadavere incaprettato nel suo paesello, non esiterebbe a dire di trovarsi di fronte a un omicidio di mafia.
Ma forse mi soffermo su sottigliezze. Era solo per dire che Jack Shark poteva benissimo provenire da Milano, anche se non avrebbe avuto un nome altrettanto fico.

L'Uomo Invisibile prende il suo nome da una canzone dei Queen, per cui non può che starmi simpatico.
Un’altra cosa che non mi è del tutto piaciuta, ma di cui eviterò di parlare nel dettaglio per non spoilerare, è il finale. Secondo me si è svolto tutto in maniera piuttosto affrettata, come se Possieri avesse detto: “Oh, sono già oltre pagina 300, devo chiudere in fretta che ho la pasta sui fornelli che altrimenti si scuoce”. Paradossalmente – e dico paradossalmente perché la tendenza del libro sembrava suggerire il contrario – il capitolo in cui si consuma il confronto finale è brevissimo e piuttosto lineare. Ed è un peccato, perché si poteva osare molto, ma molto di più.
Leggere un film
Passimo allo stile, secondo me la vera pecca di un romanzo che, altrimenti, sarebbe filato liscio come una trama della Vernier. Devo ammetterlo, più volte mi sono trovato ad alzare seccato gli occhi dal libro per colpa dei numerosi difetti stilistici che, soprattutto nella prima parte, appesantivano e rallentavano la narrazione.
Un esempio chiarificatore su tutti. Siamo a pagina 61-62.
(1)Erano appena le cinque di pomeriggio, ma l’oscurità si era già impadronita dell’Italia. Un cielo senza luna e senza stelle faceva da fondale a un forte temporale che si stava abbattendo sulla capitale. Impetuose saette scaricavano a terra tutta la loro furia, illuminando a giorno l’aeroporto di Fiumicino, seguite da tuoni imponenti che facevano vibrare le vetrate della torre di controllo. (2) Il nervosismo era palpabile fra gli uomini radar che seguivano con apprensione sui loro monitor i pochi aerei a cui era stata concessa l’autorizzazione al volo.
(3) Le luci sulla pista erano tutte accese, quando il volo dell’Alitalia proveniente da New York sbucò dalla coltre di nubi per prepararsi a un atterraggio tutt’altro che facile; (4) all’interno del velivolo un italo-americano si divertiva a riempire sacchetti per il mal d’aria (5) e il suo compagno di volo guardava fuori dall’oblò sognando le spiagge assolate della Florida.
(6) All’ingresso dello scalo un uomo passeggiava nervosamente fumando una sigaretta dopo l’altra, guardando in continuazione l’orologio e prestando molta attenzione a ogni annuncio di partenze e arrivi.
Quelli che ho evidenziato con i numeri rossi (grigio scuro per i daltonici), sono i cambi di prospettiva. All’interno di tre soli paragrafi si assiste a ben sei mutamenti del punto di vista. Si parte con (1) il narratore onniscente che descrive la situazione atmosferica, poi lo “sguardo” del lettore si sposta (2) sugli uomini della torre di controllo, per tornare poi (3) all’onniscenza. All’interno dello paragrafo, separato dal periodo precedente con uno dei miei nemici personali, il punto e virgola, (4) c’è il punto di vista di Jack, che si trova sull’aereo e, riga sotto (5) quello di Bob. L’ultimo paragrafo (6) è dedicato all’autista che aspetta Jack e Bob al terminal. Non serve specificare che questo tipo di narrazione è quantomeno mesmerizzante, vero?
Il problema di stile è che col narratore onniscente il lettore fatica a “entrare” nel personaggio – perché è un modo narrativo che rende ardua l’identificazione – e, appena ci riesce, ne viene subito sbalzato fuori per poi magari ritrovarsi all’interno della testa di un altro personaggio. È confusionario, e a me personalmente fa passare la voglia di andare avanti a leggere.
Un’altra cosa che non mi è affatto piaciuta, sempre restando in tema stile, è l’utilizzo dell’impersonale “un uomo” per indicare personaggi che sono già stati introdotti. Un esempio i trova già nel paragrafo citato poco sopra, quell’”un italo-americano” che tutti sappiamo essere Jack Shark, ma la faccenda si ripresenta più volte nel corso della lettura:
Erano le otto di mattina e una flebile luce filtrava attraverso le tapparelle della finestra della camera d’albergo dove Jack e Bob alloggiavano, in riva al lago Trasimeno; sotto le coperte un uomo dormiva di un sonno profondo, frutto dello stress e della stanchezza di quegli ultimi giorni, mentre l’altro letto era intatto, a testimoniare il fatto che qualcuno aveva deciso di impiegare in altro modo le ore della notte. (p. 215)
Ora, è la camera di Jack e Bob? Sì. E allora perché non dici “Bob dormiva e Jack non aveva chiuso occhio per scartabellare appunti”? Perché “un uomo”, perché “qualcuno”, quando sappiamo benissimo chi sono questi due innominati?
Il paese era profondamente addormentato sotto la coperta di una notte particolarmente tenebrosa; le strade erano pressoché deserte e la quiete quasi innaturale era turbata solo dal motore chiassoso di un Fiorino che attendeva fermo a un incrocio. All’interno, un uomo, con la mente in subbuglio, cercava di riordinare le idee per sbrogliare la matassa intricata in cui si era aggrovigliato (p. 265)
Anche qui mi chiedo il motivo di quell’orribile “un uomo”. L’articolo indeterminativo va bene se non si conosce il personaggio di cui si sta parlando, ma in questo caso è da 11 capitoli (questo è l’incipit del dodicesimo), che so con esattezza che è l’Uomo Invisibile a giudare il Fiorino. Se questo paragrafo fosse stato piazzato all’inizio del libro non ci sarebbe stato niente di male, ma qui no, proprio non ci va.
Altra cosa, la mia solita fissazione per i dialoghi. Qui funzionano nel 90% delle volte. Poi però capita di ritrovarsi di fronte a discorsi tipo:
“Ora basta con le chiacchiere, non farmi perdere la pazienza ed esponimi immediatamente un resoconto dettagliato su tutto quello che hai scoperto,” disse Jack, ansioso. “Comincia naturalmente dal tuo puledro vincente.” (p. 234)
Ma chi parla così? Forse Lord Archibald, XXVII Visconte di Stutton, non di certo Jack Shark, investigatore americano che è in lotta contro il tempo per salvare una ragazza da un serial killer. Ma, lo ripeto, dialoghi del genere non sono che un’esigua minoranza all’interno del libro.
Voto finale: 3/5
Postilla
Ma chi l’ha ideata la copertina? Sul retro leggo “Copyright dell’immagine dell’autore”, ciò implica che la foto appartiene a Possieri e che p stato lui a sceglierla? In tal caso credo che non si sia fatto un favore. La copertina del predatore a me sembra una di quelle che si definiscono “copertine ammazzavendite”, un po’ tipo quella di V.M. 18 della Santacroce. Nessuno vorrebbe andare in giro a mostrare un libro che reca in copertina una ninfetta che succhia amabilmente un oggetto di forma fallica o un tizio completamente lavato nel sangue, dai! Tanto più che di sangue nel libro ce n’è relativamente poco.
Ma questo è solo un pensiero mio, e non centra niente con la bontà della storia in sè.
Altra cosa. Dato che mi è capitato di scambiare online due battute con Possieri, so che uscirà a breve il suo secondo (e probabilmente ultimo, se nessuno riesce a fargli cambiare idea) romanzo. Avendo letto una sinossi, posso dire che la trama si presenta ancora più interessante di quella del Predatore e che, con ogni probabilità, poserò le mie manacce anche su quel libro.
Ahem, mi spiace dirlo, ma getto la spugna. Non perché non sappia cosa scrivere, non perché non abbia tempo per farlo (ok, forse un po’ per questo motivo), non perché il NaNo non faccia per me. Come si evince dal contaparole qua di lato sono molto, molto indietro con la consegna. A quest’ora dovrei avere superato le 20.000 parole e invece sono ancora a meno di 10.000.
Vabbè, l’importante è saper riconoscere i propri limiti, no? Senza contare che l’esperienza brevissima col NaNo mi ha lasciato due insegnamenti importanti.
1. Darsi degli obiettivi. Lì erano 1667 parole al giorno, un po’ tantine per me, se devo essere sincero, però scrivere sempre qualcosina, diciamo un migliaio di parole al giorno, non può che essere un bene.
2. Portare a termine quello che si finisce. Ok, lo so che sembra ironico, detto da uno che ha appena mollato un concorso, però è vero. Prima di cominciare il NaNo stavo scrivendo un racconto che è lievitato fino a diventare una novella. Ecco, è quella la storia che devo finire e che, in seguito, mi piacerebbe concretizzare in un mini e-book da scaricare aggratise su queste pagine.
Intanto, addio, NaNo, magari ci si vede l’anno prossimo.
Nota collaterale. Ho finito Il predatore di anime in fuga di Giampiero Possieri e presto pubblicherò la recensione. Attualmente sto leggendo Lo Hobbit di Tolkien, che credo sia quel genere di libro che non ha bisogno di essere analizzato in una recensione critica.
Ho letto, oltre a questo, altri tre libri di Joe R. Lansdale. La morte ci sfida (bello), La notte del drive-in (molto bello) e La notte del drive-in 2: Il giorno dei dinosauri (pessimo).
Una stagione selvaggia, in originale Savage Season, è un romanzo che si discosta dai precedenti, ma soprattutto è il primo della fortunata serie che vede protagonisti i mitici Hap & Leonard. Dalla sinossi in quarta di copertina si apprende che il libro è stato a lungo inedito in Italia e, dopo averlo letto, il mio commento è “evidentemente non abbastanza”, perché quello che ho appena finito di leggere è davvero un romanzo deludente.
Spiegherò il perché inseguito. Ora, come da prassi,
Una stagione selvaggia di Joe R. Lansdale
Pubblicato da: Einaudi
Anno: 1990(prima edizione italiana 2006)
192 pagine
TL;DR*
La trama della storia è lineare, molto semplice. Quasi troppo.
Hap e Leonard sono due quarantenni che vivono più o meno alla giornata e fanno lavoretti saltuari. Perennemente in bolletta, quando Trudy, l’ex moglie di Hap, ricompare proponendo un “lavoretto” (uno di quelli con le virgolette, ai margini della legalità) che potrebbe fruttar loro parecchi verdoni, non si fanno scappare l’occasione.
La missione in sè non è particolarmente complicata: si tratta di recuperare del denaro proveniente da una rapina e finito sepolto sotto le acque limacciose di una palude texana. Il resto della banda è composto da Howard, idealista sessantottino nonché ennesimo ex di Trudy, Paco, idealista sessantottino con la faccia orrendamente deturpata e Chub, idealista sessantottino con problemi di autostima.
Ecco, le cose stanno così: la trama del romanzo è estremamente semplice, forse troppo per non scadere nel noioso. L’azione è troppo poca per Lansdale e, soprattutto, manca la goliardia che caratterizza i romanzi weird-pulp del miglior Lansdale.

Troppe digressioni su quanto fossero fiki ma intrinsecamente fallimentari gli anni Sessanta possono annoiare i gattini. E questa, Mr. Lansdale, è una cosa da evitare.
Senza contare che il più delle volte ci si trova di fronte a immensi wall of text sugli anni ’60. Ad esempio le pagine dalla 69 alla 71 ci regalano (ma è un po’ come quando tua zia Genoveffa ti regalava i calzini neri a Natale) la minuziosa – e metaforicissima – descrizione della vita di Paco.
Riporto alcuni passaggi:
«Comunque, sono all’università, e sono Mister Pezzo Grosso. Farò grandi cose. So come funziona il mondo e gli strapperò via il coperchio, lascerò che tutti guardino dentro e vedano gli ingranaggi, e una volta che lo avranno fatto andrà tutto liscio. Ci metteremo un po’ d’olio, ma una volta che il meccanismo di una cosa è stato capito, il mistero svanisce. Tutti possono vivere insieme e amarsi, senza sforzo.
«Ma quando finalmente tolsi il coperchio, e guardai dentro, vidi che il meccanismo era molto più complicato di quello che avevo pensato all’inizio. Non bastava dare un’occhiata veloce per capire quello che non funzionava. Dovetti scendere dietro la macchina e studiarla, diventare un meccanico. Cambiare qualcosa qua e là per renderla più semplice. Pensavo di esserne capace. Pensavo che quando sarei uscito fuori, la macchina sarebbe stata liscia e ben oliata e avrebbe funzionato a dovere. [...]»
(pagg. 70-71)
Allora, prima di tutto se qualcuno parlasse così con me, lo sfanculerei. Sul serio, se vuoi dirmi che sei stato un mezzo hippy mezzo rivoluzionario dimmelo e basta, non cercare di costruire irritanti metafore buone solo a riempire i paragrafi.
Ma non è finita qui. Ad esempio, per introdurre per bene i personaggi di Hap e Leonard, Lansdale dedica un capitolo alla mattinata post coito che Hap trascorre a fare con l’amico giochi “da maschietti”.
A pagina 27 c’è, ad esempio, la descrizione minuziosa di una scazzottata.
Gli lasciai credere di avermi in pugno. Feci un goffo jab di sinistro, e quando lo evità gli diedi un calcio con il piede in avanti con un movimento circolare e lo beccai nello stomaco abbastanza forte da mozzargli il fiato. Poi gli fui addosso, lo colpii con un cross destro sopra l’occhio sinistro e cercai di sferrargli un gancio sinistro, ma tutto quello che riuscii a colpire fu uno dei suoi avambracci. Cominciò a saltellarmi intorno per confondermi, ed era veloce, ma ora avevo capito i suoi tempi, e i suoi colpi mi sfioravano il viso e scivolavano sul mio petto sudato, e non mi facevano davvero male. Mollai un calcio, stavolta all’indietro, lo colpii di nuovo al plesso solare e lo buttai all’indietro, partii con l’altra gamba e tentai lo stesso colpo e gli sfiorai il fianco con la punta del piede. Indietreggiò velocemente e io lo seguii. Si girò di schiena come per correre via. Istintivamente mi buttai per il colpo finale. Lui ruotò sul piede sinistro e si portò esattamente faccia a faccia con me, la sua gamba destra si inarcò in un calcio esterno a semicerchio, il dorso del suo piede mi beccò dritto su un lato della testa e finii giù steso riempiendomi di terra le narici.
Mettiamo ben in chiaro una cosa: si tratta di una descrizione magistrale, dove tutto è perfettamente mostrato e non c’è un solo aggettivo astratto che debba essere dedotto dal lettore. La lotta tra Hap e Leonard è tutta lì, nero su bianco. Il wall of text non è nemmeno dei più lunghi. Questa pagina, infatti, è una descrizione minuscola, se comparata a quella del massacro finale capitolo 29.
Però non va bene lo stesso, perché è inutile. Già, perché mentre il capitolo 29 è necessario per concludere la prima strampalata vicend di Hap e Leonard, questa scazzotatat tra due cuccioloni non lo è. Sembra solo un modo per riempire una paginetta.
Lo stile
In mezzo a una storia poco movimentata e che non entusiasma quasi mai, lo stile è l’unica cosa che si salva. Anzi, lo stile è di gran lunga migliore della storia in sè.
Lansdale, bisogna dargliene atto, sa scrivere divinamente. Intanto vorrei erigerlo a mio personale dio delle similitudini, perché spesso e volentieri dalla sua penna escono cose meravigliose. Alcuni esempi:
Io cercavo di sembrare simpatico ma un po’ ottuso, come un cane a una conferenza di fisica nucleare. (p. 55)
Ero annoiato abbastanza da farmi una sega col pugno avvolto nel filo spinato. (p. 90)
[...] è freddo come la punta del cazzo di un pinguino. (p. 109)
Rofl! E non nè solo nei virtuosismi di questo genere che Lansdale se la cava a meraviglia. Che sa descrivere scene d’azione coi controcazzi l’ho già detto, ma anche nelle descrizioni, secondo la mia immodesta opinione, non è secondo a nessuno.
Ad esempio di Trudy dice:
Trudy aveva trentasei anni, circa quattro meno di me, ma ne dimostrava ventisei. Aveva lunghi capelli biondi e gambe che partivano dalla gola – belle gambe abbronzate e cosce piene. E sapeva bene come usarle, con quella camminata tutta-fianchi che le faceva ballonzolare le tette, roba da mandare un uomo e la sua macchina fuori strada per dare una sbirciata. (p. 6)
Una vividezza che francamente fa invidia e che dovrebbe essere presa come esempio.
Purtroppo lo stile di Lansdale è in parte rovinato dalla traduzione. Vogliamo dircelo? Costanza Prinetti ha fatto un lavoro inqualificabile, senza mezzi termini. Al di là delle sgrammaticature (l’”aveva fatto un piano per prendere il comando” di pagina 74) c’è una cosa che veramente mi ha fatto venire i cinque minuti, ed è questa:
Forse quando vedrò i soldi non farò quello che loro si aspettano. Non voglio dire gatto prima di averlo nel sacco. (p. 69)
Ma porco Giuda, perché? Se leggo Lansdale voglio sentire il Texas, non Trapattoni, perdincibacco!
Giovanni Trapattoni, l’uomo che ha insegnato il texano a Lansdale.
I personaggi
Non c’è niente da dire. Una stagione selvaggia è il romanzo di Hap e Leonard e della loro amicizia così normale e che pure nasce tra due individui che dire antipodici è usare un eufemismo. Il loro sarcasmo è impagabile, ma anche quei brevi momenti omoerotici di amicizia dura e pura sono qualcosa di sublime. Non mi sto riferendo al capitolo 4, che, sì, parla dell’amicizia tra i due, ma è anche lungo e prolisso. C’è un punto, verso la fine, a pagina 182, in cui, con poche righe, l’atipica relazione simbiotica che coinvolge Hap e Leonard diventa quasi poetica:
[...] «Hap, sai quando ti ho detto che sono stato peggio?»
«Sì.»
«Era una bugia.»
«Vale anche per me», dissi.
Leonard cercò di ridere, ma gli faceva troppo male. Aprì la mano. Gliela presi e la tenni stretta.
È in momenti come questi, con gli occhi vagamente a forma di cuoricino rosa glitterato, che ti chiedi: ma qualcuno ha mai scritto slash fiction su Hap e Leonard?
Tornando in tema, Hap e Leonard sono ovviamente i due personaggi meglio caratterizzati del libro, ma è su Leonard che Lansdale ha fatto il lavoro migliore. Il suo sarcasmo stizzito è una delle poche cose in grado di infondere brio alla storia, senza contare che il modo in cui Lansdale introduce la sua omosessualità è molto intelligente e sensibile.
[Leonard:] «Al contrario di te, potrei avere tutte le donne che voglio.»
«Vai pure avanti con le cazzate.»
«Potrei… un sacco, comunque. Non è questa la cazzata? Loro mi vogliono e io no. Fanno la fila per me, e io sono come sono.»
«Forse dovresti provare a essere in un altro modo. Dev’essere meglio che farsi le seghe.»
«Non dico che non sarebbe più facile, ma sarebbe come iniziare a lavorare a maglia o a giocare a backgammon. Con me non funziona.»
«Dicevo solo che le cose diventerebbero più semplici.»
Mollò una raffica al sacco, poi mi strizzò l’occhio.
«Tu potresti sempre darmi una mano, sai. Un po’ di sollievo per un amico.»
«Non ti sono così amico.»
Ecco, quando leggo cose del genere non posso fare a meno di pensare all’italiano medio che invece di descrivere un gay descrive un finocchio. Leonard non è una macchietta con boa di struzzo e parlata effeminata, è uno coi controcoglioni, non una parodia, è uno che merita rispetto. Questa è la differenza: Leonard non esiste in quanto omosessuale o nero, ma in quanto carattere a tuttotondo. Una lezione da imparare per molti italiani che non sanno distinguere un finocchio da un gay.
Per il resto, gli altri personaggi (tranne Howard, idiota e l’inspiegabilmente sexy Trudy) sono molto “alla Lansdale”, anche se si aspetta sempre l’arrivo di qualcuno che sia in grado di sovvertire il piattume. Bisogna aspettare quasi la fine, con l’inserimento di Soldier.
Tra tutti i coprimari, Soldier è quello caratterizzato meglio.
«È l’unico negro della cricca. So che voi dite nero. Nero un cazzo. Riconosco un negro quando lo vedo.» (p. 140)
È arguto, fondamentalmente ignorante e completamente pazzo. Come ogni buon cattivo dovrebbe essere. Solo che, da solo, non basta a risollevare una storia fiacca, anche se, va ammesso, le cinquanta pagine scarse in cui compare sono le migliori di tutto il libro.
Voto finale: 2/5 a malincuore, perché Lansdale è Lansdale e Hap e Leonard li amano tutti.
Consiglio: Compratelo solo se siete interessati a farvi una cultura sulle origini di Hap e Leonard, altrimenti passate direttamente a Mucho Mojo.
_________
* Tl;dr sta per too long; didn’t read.
Gioite, è cominciato ufficialmente il National Novel Writing Month, e la bella notizia che ho già superato l’obiettivo quotidiano delle 1667 parole!
La storia che ho scelto, infine, non ha più nulla a che vedere con l’horror postapocalittico. Ho optato per una riscrittura in chiave steampunk di un giallo classico all’inglese che avevo completato – sotto forma di canovaccio, più che altro – all’età di 15 anni. Volevo sperimentare un genere nuovo come lo steampunk, ma non espormi tanto da rimanere con in mano un pugno di mosche.
Mi hanno anche segnalato un simpatico tool per comunicare al mondo la quantità di parole scritte, verso la mitica quota di 50.000.
Vado a mettere su il caffè per la sessione di domani, va’…