(Ok, devo ancora comprarlo, però almeno adesso sono in possesso della pecunia necessaria.)
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Recensione – “Abel” di Claudia Salvatori
Uno dice: va beh, mancano una decina di giorni alla fine dell’anno, non potrà più capitarmi niente di particolarmente eclatante. E invece dicembre non delude mai. Così, all’improvviso, come quella maledetta neve che un momento prima sembra innocua e il momento dopo ha paralizzato la circolazione stradale, mi capita di leggere il libro più butto di tutti i tempi.
Oh, no, non è un’esagerazione drammatica allo scopo di far apparire il blog nei motori di ricerca. È un dato di fatto. Scusa, Koshun Takami, i virtuosismi linguistici da bambino delle elementari del tuo Battle Royale non bastano più; scusa Chuck Palahniuk, che con Invisible Monsters ti ci eri impegnato a scrivere la più grossa cagata pubblicabile, e non poco; ma scusami soprattutto tu, Elisabetta Vernier, tu che da ottobre detenevi il titolo di “Peggiore scrittrice mai pubblicata”. Qui non c’è paragone.
Facciamo un po’ di background. C’era una volta una collana edita da Mondadori (e non dalla Speraindio Editore di Vergate sul Membro) che si chiamava Epix. Epix era una collana da edicola dedicata a racchiudere tutti quei romanzi che, per un motivo o per l’altro, non andavano bene nelle altre tre grandi collane per edicola Mondadori, il Giallo Mondadori, Urania e Segretissimo. Si trattava principalmente di romanzi horror, fantasy, urban fantasy e soprannaturali. Ora, che cosa è successo a Epix? È morta dopo appena 15 numeri. Requiescat in Pacem. Ma perché questo fallimento? Poche vendite. Già, e viene da chiedersi, a questo punto: perché poche vendite? Beh, letto Abel, numero 9 della collana Epix, la risposta viene spontanea: pubblicavano libri dimmerda.
Sì, ho detto di merda. Abel di Claudia Salvatori è un libro di merda. Non indorerò la pillola a nessuno. Mi sono fatto due palle quadrate a leggerne la metà (perché a pagina 130 l’ho buttato via, per inciso) e ora esercito il mio diritto di critica.
Comunque, arriviamo al succo, che di cose da dire, ahimé, ne ho parecchie.
La scheda del libro
Abel di Claudia Salvatori
Pubblicato da Mondadori
Anno 2009
272 pagine (di cui 130 lette – fin troppe)
Numero 9 della collana Epix
Il link per acquistarlo online non lo metto neanche sotto tortura.
La trama (?)
Dunque, di cosa parla questo aborto? Non lo so. Nel senso che non sono riuscito a leggere oltre pagina 130, perché, per quasi metà libro, non succede niente. Ma proprio niente.
Anzi, a ben pensarci qualcosa succede: la Salvatori ci descrive quanto è gnocco e quanto è figo Abel Alive, il protagonista. Ecco, la prima parte del libro è interamente occupata dalla gnoccaggine di Abel Alive, semizombie ventenne.Abel Alive che testimonia a un processo, Abel Alive che parla con la sua ex fiamma avvocatessa, Abel Alive che è tormentato dagli incubi, Abel Alive che va al lavoro. Per le prime 130 pagine non c’è un motivo che spinga all’azione Abel Alive, e soprattutto non spinge il lettore a continuare la lettura. Non un solo motivo, a parte leggersi le avventure di un mezzozombie fighissimo. No, grazie, per me non è sufficiente.
La quarta di copertina, però, prometteva questo:
Il luogo: un’Europa un pò America, un pò museo e un pò Terzo Mondo. Il tempo: un futuro che è già cominciato. E che è popolato di mostri. O forse no? Dopo un’intera storia di stragi di innocenti, l’umanità sembra aver finalmente superato la paura della diversità, ogni tipo di diversità. I mostri, da sempre nel sottosuolo, ora sono fra noi, allo scoperto, parte integrante del quotidiano. In questo gigantesco hinterland metaurbano di nebbie inquinanti e personalità borderline, tra possibile e impossibile, tra umani e non umani, si muove Abel, re degli zombi. Al suo fianco, una piccola zombi adottata da una coppia di umani. Nessuno è mai ritornato dalla grande tenebra in così tenera età. Indagando l’enigma, Abel viene risucchiato in un intrigo mostruoso (o forse fin troppo umano). Tra omicidi nell’ombra e rivelazioni crudeli, nel vortice dei paradossi di una società multi-tutto, Abel sarà costretto ad affrontare il cuore di tenebra che cela le sue stesse origini. Tutta la strada fino all’enigma terminale: umano, mostruoso… o entrambi?
Dove sono gli omicidi? Dove sono le crudeltà? Dov’è la motivazione che mi spinge a leggere nelle prime 130 pagine? Non c’è, non esiste proprio. Perché la prima metà del libro è priva di tutto.
A parte i mostri.
Ah, i mostri, lì sì che la Salvatori ha dato il meglio di sé. Perché ha giocato a reinventare le figure classiche dei vampiri e degli zombie. E ha fallito miseramente.
Ad esempio, degli zombie dice che tornano in vita dopo la morte – duh! -, peccato che si dimentichi di spiegare come. Eh, ma basta volerlo. Sì, ma come avviene? E chissenefrega, tanto è fantasy!
Inoltre, la vita degli zombie non è infinita. Come è logico supporre, prima o poi i loro corpi si deteriorano fino a distruggersi, in quello che si chiama “inverno zombie”.
Lady [una zombie] emette un suono basso, di ventre, come un animale in agonia, e comincia a gorgogliare. Ruota la testa disarticolata emettendo dalla bocca una bava schiumosa, rossa e verdastra, con striature gialle e del colore degli escrementi.
«È… è così che si fa quando…» dice la ragazza zombi dai capelli azzurri, atterrita. Nessuno in quella stanza, a parte Lamb, ha mai visto l’inverno zombi. Ora Lady ha perduto la sua immobilità, sembra anzi animata da una vitalità frenetica, anche se impazzita. Si alza di scatto, ma una nuova frattura, stavolta del femore, la fa crollare a terra come un burattino. Un altro schianto di ramo secco: un braccio. Lady geme e si agita, sputa i suoi denti insieme alla bava, e di colpo dalla vagina e dallo sfintere anale escono torrenti di quella stessa sostanza organica. Non è merda, né vomito, né sangue. Non è la putrefazione degli zombi prima del vaccino Alive. È quello che accadrebbe a un essere umano se potesse continuare a vivere oltre la morte per vecchiaia. Lo scheletro che cede, il corpo che espelle gli organi interni disfatti, in un prolasso simile al rovesciamento di un guanto. Inverno zombi.
Ecco più o meno come avviene l’inverno zombie. Prego notare anche la scrittura allucinante e il narratore onniscente. Ecco, perfino nelle parole sconclusionate della Salvatori si capisce che l’inverno zombie non è propriamente una figata da sperimentare a tutti i costi. Anzi, gli zombie lo temono e vogliono evitarlo. Potrebbero suicidarsi, allora?
Apparentemente no.
Gli zombi, per qualche misteriosa ragione inerente alla loro condizione, diversamente dagli altri mostri non possono commettere suicidio. Ma questo non significa che non desiderino accelerare la loro ultima morte e risparmiarsi gli orrori dell’inverno zombi.
Quindi gli zombie non possono suicidarsi. Ma per quale stracazzo di motivo? Non si sa, tanto è fantasy!
A questo punto, e siamo nelle primissime pagine, io già avevo le palle girate. Ok, la Salvatori vuole sovvertire gli stereotipi della narrativa horror, creando una nuova società popolata da creature tipiche.
Però perfino quella gran capra (e pure un po’ Milf) di Stephenie Meyer si è sforzata di spiegarmi perché quella checca del suo Edward Cullen era bello libero di andarsene in giro di giorno. Una spiegazione stupida – viveva nel paese più buio d’America – però pur sempre una spiegazione. La Salvatori nemmeno quello, si è rifiutata di usare un paio di neuroni per inventarsi una schifosissima spiegazione. Tanto è fantasy, vero?
I personaggi
O meglio, delle allegre sagome di cartone che vorrebbero essere dei personaggi.
Di Mr. Abel Alive e della tendenza a farlo risultare il più fico fichissimo ficherrimo semizombie del mondo ho già detto. Però vale la pena di spenderci ancora du e parole. Abel Alive è gnokko, dicevo. E in quanto gnokko non ha bisogno di essere descritto.
Infatti la Salvatori dice:
Non ha nulla di eccezionale, a parte una bellezza tagliente come una spada.
Il che è ridicolo. Non descrivi il protagonista del tuo romanzo perché non ha bisogno di essere descritto in quanto si adatta perfettamente alla figura del bel teneborso già descritto da mille altri scrittori.
Ah, no, aspettate, una descrizione in realtà c’è. Ed è questa:
Modi semplici, da cui emana un’autorità naturale. I modi di un padrone adolescente pieno di bontà illuminata, che ascolta il polso del mondo e vuole curarne la febbre.
Beh, se anche voi vi state contorcendo a terra in presa a conati di vomito, sappiate che non siete i soli. Dio santo, Salvatori, se Abel è pallido, di’ che è pallido! Al massimo “pallido come il riflesso della luna in una pozzanghera”. Non scrivi: “La pelle di Abel era del colore dell’imprescindibile, come se dietro il suo candore vi fossero odio, speranza, morte e la tenacia dell’ultimo baluardo di un’umanità dissolta”. Frasi del genere fanno tanto Chuck Palahniuk, ma non sono descrizioni, sono merda.
E, ovviamente, in quanto giovincello affascinante che Ryan di O.C. gli fa una pippa, Abel sa sempre come uscirsene con frasi a effetto:
Il silenzio cala fra loro, separandoli definitivamente.
«Fa’ accostare la macchina, Bethany. Voglio scendere.»
L’auto sta attraversando una discarica di vecchi copertoni bruciati, disciolti in mucchi di liquame nero che sembra animato da un’orrida vita.
«Ma qui siamo in mezzo al nulla.»
«Il nulla è casa mia.»
Egli è un poeta! Veneriamolo!
In sostanza, Abel Alive è uno stereotipo vivente, un bel tenebroso ridicolo e stantito. Ma è anche l’unico personaggio ad avere un minimo di personalità. Gli altri sono solo macchiette. E quando dico macchiette intendo proprio personaggi scritti talmente male – per la manifesta incapacità dell’autrice a mostrare un personaggio anziché raccontarlo – da far rimpiangere i virtuosismi di Elisabetta Vernier.
Prendiamo ad esempio i genitori umani della bambina zombie Bianca. Ecco come li descrive la Palahniuk delle edicole Mondadori:
La madre adottiva solleva Bianca e la colloca sul sedile di una giostra. Spinge il sedile per farla girare, in un movimento regolare, prudente. La piccola indossa una mantellina rossa con cappuccio. Una figura minuscola dal volto nascosto, che gira e gira nella nebbia. Una non morta in un cimitero privo di veri morti.
I genitori affidatari si avvicinano al gruppetto dei mostri, che se ne stanno in disparte, scettici. C’è della timidezza nell’atteggiamento degli umani, e una specie di piaggeria. Sono emozionati e li guardano come un sogno fatto realtà. Snobismo, pensa Abel: si sentono evoluti e colti, avendo a che fare con loro; sentono di dare la scalata all’élite progressista con un figlio mostro. Ma non sfugge ad Abel che il rispetto sottomesso è riservato solo a lui, al vampiro dall’aspetto affascinante, al professore. Quando i loro sguardi cadono su Maria, è come se l’attraversassero con lo sguardo.
Capito? Il narratore ci dice che i genitori di Bianca sono solo degli snob che hanno adottato la baby zombie per farsi belli e avanzare nella scala sociale. Ora, se la Salvatori fosse stata una scrittrice in grado di scrivere, non avrebbe avuto bisogno di scriverlo, lo avrebbe fatto capire attraverso le azioni e gli atteggiamenti dei genitori adottivi. Ma poiché la salvatori è un’incapace, deve dirlo, comunicarlo al lettore nero su bianco, con violenza. “Prendi questo come un dato di fatto e non rompermi le palle, lettore di ‘sta minchia.”
Ecco qual’è il problema del libro. La Salvatori non ha un minimo di rispetto per il lettore. Anzi, con la sua prosa idiota, incapace di descrivere e che fa del pretenzioso virtuosismo la sua ragion d’essere è come se gli sputasse in faccia, al lettore, pagina dopo pagina.
Vorrei essere un’autrice di culto
Al di là della trama raffazzonata e basata unicamente sulla figaggine dello stereotipatissimo personaggio di Abel Alive, come dicevo prima, quello che mi ha davvero disgustato del libro della Salvatori è lo stile. Uno stile, lo ripeto, pretenzioso, barocco (in senso spregiativo), snob. Sembra quasi che provi gusto a inanellare aggettivi a cazzo senza in realtà descrivere cosa si vede.
Ma partiamo con ordine, dall’incipit.
N13. Un luogo qualunque di un’Europa che è un’immensa città, divisa in sezioni alfabetiche e numeriche. Ci sono ancora i monumenti di Praga, le rovine romane, la cattedrale di Notre-Dame, i palazzi di Venezia, i castelli e i monasteri, ma si sono smarriti.
In ogni luogo, non si sa dove ci si trova.
È il crepuscolo, ma potrebbe essere l’alba o il primo pomeriggio, in questo giorno di fine novembre. Il cielo è coperto dal buio, dalle nuvole di tempesta, dalla nube di gas tossico combustibile che sovrappone una falsa luminosità al sole perduto. La luce è perciò giallo-arancio, da bordello, intensa e accecante; provoca malattie della cornea e danni spesso irreversibili alla retina.
Sorvolando dall’alto questo brandello di mondo non si vede nulla di vivo, tranne i tetti a terrazza catramati venati di spaccature, le cime dei grattacieli erosi, i cantieri di costruzioni con le gru rampanti come dinosauri metallici (cantieri fermi da mesi, a volte da anni), i cimiteri di automobili, le discariche, i nastri delle autostrade che si intrecciano e annodano come fiocchi d’asfalto.
Piove da giorni, sgocciolando e ruscellando; piove come a voler piovere anche nelle anime, trascinando acqua fetida, fango e sbocchi di fogna; e dalle anime rigurgita ancora pioggia.
Planando e abbassandosi verso le macchie boscose di antenne paraboliche, scendendo ancora, ci si inoltra in un vicolo stretto sul quale le cime degli edifici sembrano chiudersi in un arco a sesto acuto, ma è solo un’illusione ottica. Dalle grondaie una cascata gelida e compatta piomba sul selciato rotto, rompendosi in spruzzi acidi. Nel vicolo allagato, fra cumuli di spazzatura fradicia, si affacciano l’ingresso posteriore di un ristorante cinese e un seminterrato che un tempo era un’officina meccanica. Le finestre del seminterrato, al livello del terreno e protette da grate, si aprono.
Una lunga mano pallida apre lo scuro con un gesto di eleganza suprema. La macchia chiara di un viso appare e poi scompare, un viso umano che assomiglia a un’immagine su uno schermo cinematografico.
Karel comincia la sua nottata.
Ora, come già avevo detto, io degli incipit tendenzialmente me ne sbatto. Però questo è l’incipit più raccapricciante della storia della letteratura universale. Che cosa c’è che non va? Intanto la frase: Il cielo è coperto dal buio, dalle nuvole di tempesta, dalla nube di gas tossico combustibile che sovrappone una falsa luminosità al sole perduto. O il cielo è buio, o è illuminato dai gas. Le due cose non possono logicamente coesistere. Mi fisso sulle piccolezze? No, è la Salvatori che si fissa sulle brutte descrizioni.
Poi abbiamo un autentico capolavoro dall’inettitudine. Piove come a voler piovere anche nelle anime. Ma che minchia significa?
E, come è giusto che sia per tutte le cose scritte da persone che farebbero meglio a dedicarsi all’allevamento di cactus, dopo una descrizione lunghissima non si è comunque capito niente.

Ecco un posto di lavoro che sarebbe l'ideale per la Salvatori. La paga non è granché, ma non c'è una sola macchina da scrivere nel raggio di chilometri!
Vabbè, faccio un rapido copia incolla di altre frasi di merda e poi la smetto. Leggere libri brutti e scritti da una che ti prende in giro come la Salvatori è frustrante, figurarsi recensirli.
Le parti del corpo visibili, volto, collo, petto nudo e mani, sono segnate dalle stigmate della decomposizione.
Allora, se le parti del corpo sono visibili, è ovvio che il petto sia nudo.
E ancora:
Lo zombi ha un’espressione da Alba dei morti viventi, decisamente idiota. Una non-espressione.
Questa descrizione è un’offesa alla pubblica decenza. Lo vedete come la Salvatori, essendo incapace di mostrare, ricorre a concetti che il lettore ha già nella mente? Qui non ti dice com’è fatto lo zombie (perché non ne è capace), ma rimanda il lettore a ripescarsi l’immagine mentale dello zombie della filmografia canonica. Una vergogna.
E ancora:
Osservandolo meglio, però, si vede che qualcosa di assolutamente non comune ce l’ha: una grande dolcezza e umanità. È come se fosse più fortemente, più intensamente umano di come un umano possa essere.
Poi la Salvatori mi spiegherà come si fanno a vedere dolcezza e umanità.
E ancora:
È disposto a sopportare il ribrezzo pur di non morire solo, abbandonato come l’ultima delle cose abbandonate.
A Salvato’, se non sai fare le similitudini – che comunque si imparano alle elementari, ti consiglio di dare una ripassatina al sussidiario di quarta – non ti ci cimentare. Abbandonato come l’ultima delle cose abbandonate è come dire Rosso come un oggetto rosso.
E ancora:
Una chiesa barocca erosa da un milione di epoche barocche, incastrata in un’architettura di vetro, metallo, plastica e cemento.
Cioè come?! Come minchia è fatta questa fottutissima chiesa?!
E ancora:
Maria li presenta: Stephanie e Alvaro D’Aquino. Lei minuta, capelli castani, modi squisiti, grazia da piccolo roditore. Lui grassoccio, pomposo, contegno benevolo con qualche scatto sotterraneo di insofferenza. La stessa vaghezza ondivaga, declinata in due differenti stili. Benestanti. Classe media, professionisti precari che erodono con lentezza e oculatezza il patrimonio ereditato dalle generazioni precedenti.
E questa sarebbe una descrizione? Questa, cara Salvatori, è un’accozzaglia di aggettivi condita con finti virtuosismi linguistici che non mostra i personaggi (i genitori di Bianca), mi fa solo incazzare. Impara a scrivere, Dio santo.
E ancora:
È un vampiro di una magrezza estenuata, pelle di un biancore malsano, capelli e occhi chiarissimi che si confondono con il chiarore della luna.
Certo, chi non ha mai confuso degli occhi con una palla di 3.500 km di diametro distante 4.700 km dalla Terra? È un errore comprensibile.
E ancora:
Ma è mai stato veramente bambino, con la saggezza millenaria del mostro contenuta dentro di lui? Viceversa, può dirsi adulto oggi che ha distrutto tutte le certezze, tutte le regole sociali, facendole apparire vuote formule, simulacri irreali?La vecchiaia della mente trascolora spesso in una nuova infanzia, più ricca e forte.
Che cosa significa essere mostri bambini? Un bambino e un adulto nello stesso corpo? Ma qual è il bambino, e quale l’adulto?
Ma ‘sto vizio del cacchio di inserire le domande retoriche nei libri ce lo vogliamo far passare? Se non hai idea di cosa significhi essere mostri-bambini (e Abel almeno un’infarinatura dovrebbe averla, visto che lo è stato), non venire a chiederlo a me: io sono ancora impegnato a capire cosa significa piove come se volesse piovere anche nelle anime.
E ancora:
Uno dei dettagli più raccapriccianti è che i Karamazov, figli di un ubriacone psicolabile e di una strega povera, per tutto il tempo in cui avevano torturato la loro vittima avevano portato con sé la sorellina Sonija.
E qui ci scappa il porcone. Non solo devo leggermi le peggiori descrizioni di sempre. Non solo. Mi tocca anche sorbirmi errori di sintassi? Avevano portato CON LORO, dannazione, non CON SÈ, capra!
E poi basta perché sono veramente stufo di essere preso in giro da gente come Claudia Salvatori.
Conclusioni
Il libro è uno schifo. Non compratelo, non scaricatelo, non leggetene estratti. È una malattia infettiva e come tale va trattato: evitatelo. E se ne avete una copia a casa, datele fuoco.
A Claudia Salvatori posso solo consigliare di riprendere in mano la grammatica della lingua italiana, di smettere di credere di essere una scrittrice di culto e che ciò giustifichi i suoi pretenziosi virtuosismi. E, soprattutto, di smettere di prendere per il culo i suoi lettori.
Voto finale Sarebbe -1.000.000.000.000/5 ma, rifacendomi ad aNobii 1/5
Linkini vari
• Il myspace di Claudia Salvatori
• Il profilo Facebook di Claudia Salvatori
• Un’intervista-leccata su ThrillerMagazine (Notare: le viene chiesto come mai non è ancora travolta da un successo commerciale. La risposta, caro il mio intervistatore è semplice: la Salvatori non si merita di essere travolta da niente che non sia uno schiacciasassi)
Libri per i mesi a venire
Siamo arrivati a metà dicembre e la gente è già in piena frenesia natalizia. A me piacciono due cose di questo periodo dell’anno: la licenza di mangiare pandoro con crema di mascarpone e le liste di tutte le cose successe/viste/fatte/migliori/peggiori dell’anno che volge al termine.
Ma, almeno per adesso, non voglio affrontare il tema dei “10 migliori libri del 2010″ (o dei 10 peggiori, se per questo). Già perché mentre il Natale è alle porte e noi ci affrettiamo per comprare la Millenium Trilogy alla mamma, La solitudine dei numeri primi a zia Genoveffa e Non lasciarmi Edward di Stefania Niccolini a qualcuno cui vogliamo veramente ma veramente male, il 2011 già si avvicina di soppiatto e a noi non rimane nulla da leggere.
Ok, ci sono gli arretrati dell’anno scorso. C’è l’Alice di Dimitri, comprato e mai letto anche per “colpa” di una stroncatura ricevuta su Gamberi Fantasy, c’è il weird steampunk Fuoco nella polvere di Lansdale, alcune riletture dei libri di King, e cose così. Insomma, arretrati. Ma volete mettere acquistare un libro nuovo?
Così ecco il mio minilistino. Sono alcuni libri che usciranno nelle librerie (o nell’e-shop del sito dell’editore, più verosimilmente) nel primo semestre del 2011. Alcuni, per dovere di cronaca, sono già usciti o usciranno questo mese, a resta immutata l’intenzione di comprarli nel 2011. Non c’è un genere comune, perché io sono un lettore onnisciente onnivoro: ci sono un paio di horror, un fantasy e un giallo. Ho scelto piccole case editrici e prediletto autori italiani. Anche perché, se devo consigliare qualcosa, non ha senso consigliare il nuovo libro di Patricia Cornwell. Primo perché farà schifo come i precedenti e secondo perché ci pensa la Mondadori a fargli pubblicità. L’unica vera discriminante è che ho scelto solo ed esclusivamente libri pubblicati senza che l’autore abbia versato alcun contributo all’editore. Libri pubblicati senza pagare, in buona sostanza, perché l’editoria a pagamento produce merda e io ho già dei problemi a digerire certe opere pubblicate free. Non faccio coprofagia volontaria.
Ma, bando alle ciance. Gaudio e tripudio, si inizi con la lista!
Zona infetta di Giustina Gnasso (0111)
Giustina Gnasso la conosco. Non personalmente, ma so che è una donna che ama gli zombie, e già questo la proietta nell’olimpo delle persone degne di stima.
Conosco anche la casa editrice, la 0111; fino a poco tempo fa si faceva pagare dagli autori l’editing, ma ultimamente ha adottato una nuova strategia editoriale ed è quindi a tutti gli effetti una casa editrice free.
Ma bando alle ciance di contorno ed ecco la sinossi:
L’uso del conservante K222 da parte della Sfizietti Zuccherosi causa fra la popolazione unintolleranza alimentare che provoca una feroce fame di carne umana. I dolcetti a base di K222 vengono eliminati dal mercato ma il conservante, accumulatosi per anni nel corpo delle persone, provoca sempre più vittime. Un’azienda di derattizzazione fiuta l’affare e apre un nuovo reparto per l’eliminazione degli inquinati, ossia gli uomini che hanno sviluppato l’intolleranza infettiva da K222.
E visto che gli zombie sembrano essere i nuovi vampiri, penso proprio di dare una chance a quella che mi sembra una spietata e simpatica rivisitazione dei classici tòpoi del genere.
In uscita il 24 dicembre 2010 (giusto in tempo per il compleanno di Gesù)
Una ventina di pagine di anteprima
Acquistabile su ilclubdeilettori.com con sconto del 15% a 9,35€
Il caso della poltrona rossa di Flavia Fiori (Morganti)
Un altro libro scritto da una donna. Questa volta un giallo di quelli classici dei bei vecchi tempi andati. Riporto la sinossi, direttamente dal sito dell’editore Morganti:
Sei arzille vecchiette triestine, che non intendono farsi sopraffare dalla vecchiaia, sono le scoppiettanti protagoniste di questo romanzo dalla colta ironia e dall’intreccio avvincente. La loro vita tranquilla, regolata dagli acciacchi dell’età, dagli hobby, dagli incontri al caffè e dalle piccole manie quotidiane, viene scossa e rivoluzionata dall’assassinio di una di loro, Anna Babuder. Le donne reagiscono alla perdita della cara amica con inaspettata vitalità, interferendo astutamente e con efficacia nelle indagini della polizia, condotte dal molle commissario Capotorto e dal fido brigadiere Camozza. Con un abilissimo espediente e un colpo di scena finale, che sarebbero piaciuti anche ad Agatha Christie, le sei temerarie signore riusciranno a consegnare alla giustizia il reo confesso. Il premio che spetterà alle astute signore dalla chioma d’argento sarà la nuova linfa vitale per continuare a vivere da protagoniste.
E vedremo – anzi, lo vedrò io, che della Christie ho letto praticamente tutto, tranne i romanzi rosa – se la promessa del colpo di scena finale da giallo classico all’inglese sarà mantenuta. Diciamo che, dato che l’ultimo giallo scritto da un autore italiano che ho letto è stato “Fashon (&) Victim” della Sottocorno, mi toccherà andarci coi piedi di piombo. Ma magari non tutto è perduto, e l’esordiente Flavia Fiori si riserverà un posticino nel mio arido cuoricino di giallofilo. E magari anche una recensione positiva.
In uscita a febbraio 2010 (tenete presente che il titolo è solo provvisorio e potrebbe cambiare)
La pagina dedicata al libro sul sito della Morganti
Unwind. La divisione di Neal Shusterman (Piemme)
Come si sarà di certo notato, Neal Shusterman non è italiano. Non è nemmeno un esordiente, tecnicamente, perché ha già pubblicato alcuni romanzi per un target Young Adult nella celeberrima collana (sempre Piemme) Battello a vapore. Però ha scritto un libro che, a giudicare dalla trama, si prospetta fantastico.
La seconda guerra Civile, che passò alla storia come la Guerra Morale, fu un conflitto lungo e sanguinoso, combattuto negli Stati Uniti su un’unica questione: l’accettazione o meno dell’aborto. Per mettervi fine, venne approvata una serie di emendamenti nota come Legge sulla Vita, che accontentò sia lo schieramento abortista, sia quello antiabortista. La Legge stabilisce che la vita umana è intoccabile dal momento del concepimento fino a quando un bambino compie tredici anni. Fra i tredici e i diciotto, però, i genitori possono decidere di abortire in modo retroattivo a condizione che, tecnicamente, la vita dell’adolescente non finisca. A questo scopo, tutti gli organi del ragazzo verranno impiantati in persone in attesa di trapianto, le quali manterranno una memoria del donatore. Il processo tramite cui il ragazzo viene allo stesso tempo eliminato e tenuto vivo si chiama Divisione. È una pratica largamente accettata dalla società. Connor ha sedici anni, Lev tredici e Risa quindici. Tutti e tre hanno uno stesso destino: essere Divisi. Tutti e tre vogliono sfuggire a questo destino, e sono pronti a combattere. Età di lettura: da 14 anni.
Non lasciatevi scoraggiare dall’età di lettura, che è solo il target della collana Freeway in cui è collocato. Qui siamo veramente su altri livelli, la storia è interessante, estremamente interessante. L’unica cosa che scoraggia è il prezzo: 19€ (che diventano 17,10€ su Ibs).
Uscito a novembre e già disponibile
La pagina dedicata al libro sul sito della Piemme
Alcune pagine di Unwind in anteprima
La luce, il buio e i segreti di Andàra. Sotto la croce di Davide Sassoli (La Penna Blu)
Di questo libro non so molto, in pratica so solo quello che è riportato sul sito dell’editore. E la copertina, che ho trovato nella pagina Facebook dedicata al libro.
La trama, ufficialmente, è la seguente:
Sette giovani ragazzi. Un presagio oscuro e incomprensibile. Una civiltà sotto una bolla di cristallo. Un eroe leggendario che non sa di essere tale. Daniss’ovihio, Danny per chiunque, è solo un ragazzo che sogna di viaggiare lontano. Ma se la fantasia trasforma i sogni in realtà, a volte la realtà trasforma i sogni in incubi. Riuscirà a riprotare i suoi amici vivi fino a casa? Si fideranno di lui?
Un tecno-fantasy sorprendente e incalzante, sotto l’incanto di un nuovo sole.
Che poi non sembra niente di nuovo sotto il sole. Un fantasy come potrebbero essercene diecimila altri con il classico ragazzo-predestinato che salva il destino del mondo e il suo gruppo di amici più o meno sfigati. Però mi sento di dargli una possibilità per quel “tecno-fantasy” scritto nell’ultima riga della sinossi. Non ho idea di cosa possa significare, ma i miei sensi di ragno mi dicono che non sarà un fantasy medievaleggiante. Sì, i mei sensi di ragno hanno studiato al Cepu.
Uscita prevista a fine dicembre
Acquistabile sul sito de La Penna Blu (perché se aspettate di trovarlo alle Feltrinelli, potrebbero volerci eoni)
E con quest’ultimo consiglio ho concluso, vostro onore. Spero di non aver preso quattro sonore cantonate.
Recensione – “1935 – Prometeo e la Guerra” di Alessandro Girola
Come dicevo nel post precedente, ho dei seri pregiudizi nei confronti degli ebook. Ciò non toglie che ci siano alcuni romanzi, specialmente di scrittori emergenti italiani, che si possono leggere solo in quella forma. 1935 – Prometeo e la Guerra (da qui in poi solo 1935) di Alessandro Girola, conosciuto online anche con lo pseudonimo di Alex McNab (da non confondere con Andy McNab) è uno di questi.
La scheda del libro
1935 – Prometeo e la Guerra, di Alessandro Girola
Autopubblicato su lulu.com
Anno 2010
161 pagine (di cui una ventina di appendice)
Prima parte di una trilogia ucronica. Le altre sono 1936 e 1937.
1935 versione .pdf su Lulu, oppure in versione cartacea print on demand sempre su lulu
La storia
O meglio: l’altra storia. Come già detto, 1935 è un romanzo ucronico, ovvero racconta una storia alternativa a quella raccontata dai libri di scuola o da Wikipedia. In questa storia, nel 1918 la prima guerra mondiale è stata vinta dalla Germania e dall’Impero Austro-Ungarico grazie a un’arma segreta: i Prometei. Cosa sono i prometei? Avete presente il mostro di Frankenstein descritto da Mary Shelley nell’omonimo romanzo? Beh, ecco, viene furi che Mary Shelley non si era proprio inventata tutto di sana pianta. Anzi, Guido von Frankenstein assieme al fido Aigor, nipote del barone Victor, al soldo degli austriaci, è davvero riuscito a creare gli assemblati da pezzi di cadaveri di altri soldati. Con questi supermostri fortissimi e imbattibili, l’Austria è riuscita ad avere la meglio su Francia e Inghilterra.
Nel 1935, data eponima, il criminologo lombrosiano Enrico Raddavero è chiamato a Milano (capitale del Lombardo-Veneto, sotto la dominazione austriaca) per risolvere il delitto di un membro di un partito irrendetista e populista. Il colpevole sembra essere proprio un assemblato e questo ovviamente avrebbe ripercussioni politiche internazionali che potrebbero addirittura comprometere le relazioni tra Germania e Austria.
In un romanzo ucronico è essenziale che lo scenario sociopolitico sia descritto in maniera coerente e sensata, e quello di 1935 lo è. Si capisce subito che McNab ha svolto un lavoro di ricerca accurato e ha creato il tutto con passione. La verosimiglianza è tale da rendere il tutto anche probabile. Senza contare l’attenta analisi delle implicazioni sociopolitiche dell’esistenza Prometei assemblati e il modo in cui vengono visti sostto i diversi punti di vista (come armi, come bestie da sopprimere, come blasfemità che insultano Dio)
Contribuiscono a creare un’ambientazione credibile anche quei piccoli riferimenti all’attualità della “realtà reale”, come:
Su un grosso cartellone pubblicitario spiccava un poster che raffigurava un sorridente Otto d’Asburgo-Lorena, vestito nell’uniforme di gala. La didascalia diceva: “Expo 1937 a Milano: il Lombardo-Veneto al centro del mondo per merito di casa Asburgo”. (p. 50)
O anche:
[Elucubrazioni di Enrico:] A quel punto c’era da temere che un domani un attore o un giornalista avrebbe potuto ambire alla guida di un paese, o magari anche di una superpotenza.
Dal punto di vista della trama, 1935 non è niente male. Anzi, è estremamente interessante, come tutte le ucronie ben documentate.
I problemi, però, nascono quando si parla dello stile.
Lo stile
Innanzi tutto è bene precisare che questo è un romanzo autoprodotto e autopubblicato su quel grande calderone di print on demand che è Lulu. Il che significa da una parte che McNab ha avuto la libertà di scrivere tutto quello che desiderava senza l’ansia di dirsi ogni tre per due “oddio, ma che sbocchi commerciali ha il mio lavoro?”. Ma, d’altra parte, un romanzo autoprodotto non è dotato di editing.
E in alcuni punti servirebbe. Ci sono alcuni refusi di troppo e, per tutto il libro, McNab scrive « [spazio] Frase tra virgolette [spazio] », quando invece lo spazio non ci andrebbe.
Ma non starò a lamentarmi dell’editing, giuro. Viene difficile, per uno scrittore che conosce a memoria il suo lavoro non essersi “assuefatto” alla propria scrittura e quindi essere in grado di notare errori e refusi. Quindi i vari errorini di battitura o di concordanza che ho incrociato non concorrono nel giudizio finale dell’opera. Giurin giurella.
Ripetizioni Ripetizioni
Anche senza considerare l’assenza di editing, che, lo ripeto, non è grave perché almeno questo libro non è stato pubblicato da una Grande Casa Editrice che paga l’editor per svolgere un lavoro che a volte non fa, ci sono comunque alcuni problemi stilistici che rendono a tratti la lettura stridente.
Intanto ho riscontrato parecchie ripetizioni non solo nell’arco di uno o due paragrafi, ma anche nel corso del testo.
Ad esempio:
[Enrico e Clelia sono a cena.] Un cameriere arrivò, servendo a entrambi un delicato risotto agli asparagi. (p. 32)
[La cena prosegue.] Nel mentre arrivò il secondo: insalatina mischiata a rucola in accompagnamento a delicati filetti cotti al sangue. (p. 34)
Insomma, al ristorante dell’albergo il risotto è delicato, il filetto è delicato, tutto è delicato. Un altro aggettivo no?
Ad esempio:
Clelia
fece una deviazionedeviò verso la periferia occidentale del quartiere, avvicinandosi così a una serie di casermoni disposti a formare un’enorme U, tale da formare un grande cortile interno [...] (p.39)
Anche qui il doppio “formare” nella stessa riga sta male, molto male.
Ad esempio:
Non tutti [i Prometei] erano muscolosi o possenti eppure Enrico sapeva che anche il più magro aveva una forza erculea. Eppure ce n’erano alcuni che, almeno nelle dimensioni, sembravano novelli achei, alti però come colossi scandinavi. (p. 39)
Ad esempio:
Visto che la giornata era soleggiata, ben più che tiepida, l’oste aveva apparecchiato alcuni tavoli nel cortile interno, da dove si potevano scorgere le lunghe file di platani che fiancheggiavano il viale fino in fondo, dove si ricongiungeva alla strada per la Villa di Monza. (p. 50)
Una frasona che andrebbe per la verità spezzata.
Ma quello che mi ha colpito di più, in tema di ripetizioni, è che per tutto il romanzo, da pagina 1 a pagina 150, il distintivo di Clelia non viene chiamato “distintivo” ma “patacca”. Sempre.
Altre magagne stilistiche in ordine sparso
Qui vado veloce, perché non mi piace fare il maestrino dalla penna rossa. Però altri errori ci sono e, visto che li ho appuntati, li evidenzio.
Ci sono un po’ troppe frasi fatte. Pagina 58 ne è zeppa:
Alcioni diventò rosso come un pomodoro [...].
Il vecchio sbollì pian piano. Enrico ne osservò i movimenti, le espressioni: stava cercando un modo pratico per togliere le castagne dal fuoco. [...]
Oramai [Enrico] aveva capito che la sua partner gli raccontava poco alla volta, a spizzichi e bocconi.
Ci sono poi alcuni problemi con le descrizioni. Show, don’t tell, baby. È la regola: mostrare, non raccontare. 1935 è un romanzo molto breve, e forse per risparmiare tempo McNab ha infarcito le descrizioni di verbosità astratte. Una brutta è quella di Hartig a pagina 22:
Dimostrava i suoi cinquantasette anni, ma aveva un aspetto marziale, che incuteva rispetto.
Intanto il “ma”. A che pro? Un uomo che dimostra 57 anni non incute più rispetto? Al massimo presento a McNab la mia vecchia prof di matematica. Ma poi, i cinquantasette anni sono così importanti? Non c’era un modo più bello per descrivere un uomo in là con l’età? Chessò, il volto rugoso. E lo stesso dicasi per “aspetto marziale”. Significa postura eretta? Pancia in dentro petto in fuori? E allora perché non scriverlo?
Anche i personaggi sono monodimensionali e, alla fine della fiera, senza una personalità ben delineata. Questo a causa anche della scelta di usare il narratore onniscente.
Alle volte, per di più, si ha l’impressione di trovarsi di fronte a un canovaccio per una storia più lunga. I due seguiti, il già pubblicato 1936 e quello in dirittura d’arrivo 1937, non a caso, sono più lunghi.
As you know, Bob…
Un altro elemento che mi ha fatto storcere il naso (l’ultimo, lo giuro) è quello che in gergo si chiama “As you Know, Bob…”. Che cos’è l’As you know, Bob…? Facciamo che copioincollo la definizione di Gamberetta:
“As you know, Bob…” indica un tipo di errore che spesso gli autori inesperti compiono nei dialoghi. L’autore cerca di comunicare al lettore informazioni che considera importanti per la comprensione della storia, ma lo fa in maniera sbagliata, mettendo in bocca ai personaggi battute che non pronuncerebbero. Esempio:
«Come ben sai, Michele, tua nonna, la nonna che è stata in Cina negli anni ’30, che ti regalava sempre macchinine a Natale, è dovuta partire ieri sera per Roma, la città eterna, secondo la leggenda fondata da Romolo e Remo, e non tornerà prima di Ferragosto, che forse ricorderai cade il 15 agosto.»
Personaggi che parlano in questa maniera così innaturale sono ridicoli.
(link)
Ora, io posso capire che McNab abbia creato un mondo alternativo che rasentala perfezione, ma certe volte l’infodump salta fuori nei dialoghi, e il tutto è un po’ difficile da farsi piacere. Specialmente quando si spezza il ritmo.
[In una delle scene finali, i due protagonisti stanno inseguendo il Cattivo nei sotterranei del ghetto dei Prometei.]
«Dove portano queste grate?» chiese Enrico, illuminandole con una torcia elettrica trovata sugli scaffali della dispensa.
«Secondo me fanno parte del nuovo sistema fognario. Se non sbaglio è stato ampliato nel 1924, col nuovo progetto dell’ingegner Poggi. Se è così, questi vecchi passaggi che un tempo si raccordavano a vecchi collettori locali, ora sono raccordati coi condotti cittadini.»
(p. 129)
Ma che cazz…? Nessuno parla così, nemmeno nel 1935. Questo è infodump puro, scarico di informazioni che non va fatto nei dialoghi, e sopratutto non durante le scene finali, specie se sono parte di un concitato inseguimento.
Conclusioni
Non dirò che 1935 è un brutto libro, perché non lo è. Non dirò nemmeno che non mi è piaciuto, perchè l’ho divorato in due tre giorni, e non è poco, se si conta che ho letto il pdf sullo schermo del computer. La storia ha dietro di sè passione e un buon lavoro di ricerca. E questo è bene. Ma ci sono molte imprecisioni stilistiche. E questo è male.
Leggerò i seguiti? Credo proprio di sì (sono gratis, e io sono tirchio). Però non comprerò il cartaceo perché, in tutta franchezza, i 10€ non li vale.
Voto finale 2/5
Linkini vari
Ciononostante
Sono sempre stato diffidente nei confronti degli ebook per tre motivi. In primo luogo amo i libri in formato cartaceo, quelli che puoi sfogliarli, toccarli, annusarli e ho sempre pensato che una schermata con pixel anziché caratteri stampati mi avrebbe privato della gioia di leggere, che in parte deriva proprio dall’avere pagine e pagine di carta in mano.

L'editoria vista dall'autore di questo blog.
Il secondo motivo è la paraculaggine. Sono ancora convinto che un giorno un libro lo pubblicherò anch’io e quindi non mi va che esistano su eMule copie piratate che per forza di cosa non si tradurranno in ricavi economici per il sottoscritto. Sì, lo so, sono un illuso.
Terzo e ultimo, non possiedo un lettore e-book, ma solo un netbook scalcinato dell’Acer, da cui leggere file .pdf mi risulta un po’ ostico. Dopo Natale forse provvederò, se la voglia di giocare a Cataclysm non avrà il sopravvento.
Ciononostante
Ieri ho scaricato questo:

Ken Follett, La caduta dei giganti
Che cavolo, 25€ sono troppi per un libro, e poi il romanzo è già un bestseller mondiale, Follett mi perdonerà se questa volta non gli lascio la mancia.
Ciononostante
Ieri ho scaricato questo:
China Miéville, Perdido Street Station
Perché, porca la miseria, l’edizione italiana non è più in vendita, né la si trova usata su ebay. E io volevo leggerlo.
Ecco, per questi e altri motivi, sono veramente una brutta persona.
Recensione – “Notte buia, niente stelle” di Stephen King
Doverosa premessa. Stephen King non è il mio scrittore preferito. Stephen King è DIO.
Nonostante io cerchi di essere il più possibile oggettivo, la recensione che segue, sarà probabilmente viziata da questo fatto.
La scheda del libro
Notte buia, niente stelle di Stephen King
Pubblicato da Sperling & Kupfer
Anno: 2010
418 pagine
Tradotto da Wu Ming 1!!!!1one!
La raccolta si compone di quattro storie, tre novelle di un centinaio di pagine cadauna e un racconto-cuscinetto che è tipo il Lussemburgo tra Francia e Germania. Vediamoli uno per uno.
1922
Un uomo, un agricoltore dell’America rurale, con la complicità del figlio adolescente, uccide la moglie, rea di essere un po’ stronza e di non voler rispettare il volere del marito sulla vendita di un terreno di sua proprietà. L’omicidio è brutale, animalesco (kinghiano) ma è solo l’inizio. Infatti avviene a pagina 18. Per le restanti 130 pagine seguiamo il declino morale ma soprattutto fisico di Wilf James e suo figlio Hank, tormentati non tanto da impalpabili fantasmi, ma da ratti affamati che spuntano fuori nei punti più improbabili.

Il Nebraska. È un posto palloso, a meno che tu non abbia uscciso tua moglie e sepolto il cadavere in giardino.
Qui, in 1922, l’orrore soprannaturale sta a zero. Certo, ci sono i già citati ratti e l’incontro con la moglie morta, ma avvengono quando Wilf è in preda al delirio della febbre. In realtà nel corso di tutta la storia l’orrore deriva per la maggior parte dall’atmosfera di degrado, miseria e ineluttabilità e, soprattutto, da quel gesto iniziale, l’atto tutto umano di privare della vita un’altra persona.
Maxicamionista
Una storia di vendetta. Una donna, l’immancabile scrittrice-da-romanzo-di-Stephen-King, viene brutalmente stuprata e quasi uccisa dopo una conferenza.Similmente a moltissime donne che subiscono lo stesso trattamento, nasconde tutto non sporgendo denuncia alla polizia. Ma questo solo perché ha intenzione di vendicarsi di persona dell’uomo che l’ha violentata.
In questo racconto abbiamo la donna borghese che si trasforma in una spietata (?) assassina, in quello che ormai è un topos letterario abbastanza comune: la persona “come tante” che fa qualcosa di straordinario e che per nulla si adatta al suo ruolo sociale.
Sulla carta, poi, questa avrebbe potuto essere la storia più dura e di difficile digestione dell’intera raccolta. Ma non è così, una volta letta. Intanto perché si può veramente biasimare una donna stuprata e strangolata che si fa giustizia da sè? Ma, al di là di questo – dettaglio che, semmai, porterà il lettore a simpatizzare per la protagonista – King inserisce nella storia elementi grotteschi che rendono il racconto non solo piacevole da leggere, ma anche divertente, in alcuni punti. Già, perché Tess, la nostra scrittrice sventurata, forse per il trauma cranico, forse per lo shock, forse perché dopo l’aggressione è veramente cambiata, non si limita a sentire le voci nella testa come l’80% dei personaggi di King. No, lei le vede e ci parla proprio. Pagine di dialoghi con gatti, vecchine protagoniste dei suoi gialli, cadaveri e, soprattutto, con il Tom Tom, che è il suo grande alleato nel suo percorso verso la vendetta e la verità. Se King con questa tecnica abbia voluto alleggerire la storia io non lo so, non lo posso sapere, sta di fatto che ha funzionato, per lo meno con me.
Un esempio su tutti, l’incontro tra Tess e Goober, un cane.
«Goober?» Che diamine, per un cane di campagna era un nome come un altro. «Mi chiamo Tess. Ho un po’ di hamburger per te. Ho anche una pistola con dentro un proiettile. Adesso aprirò la porta. Se fossi in te, sceglierei la carne. Siamo d’accordo?»
[Tess entra in casa e scopre che Goober è solo un innocuo Jack Russel]
Tess rimise la pistola nella tasca del giubbotto e accarezzò il cane. «Buon Dio! E pensare che ero terrorizzata!»
«Non c’è bisogno di aver paura», disse Goober. «Ehi, dov’è Al?» [Il padrone di Goober]
«Meglio non chiedere», rispose Tess. «Vuoi un po’ di hamburger? Ti avviso, potrebbero essere andati a male.»
«Qua, baby», fece Goober.
[...spoiler...]
«Perché sorridi?» chiese Goober. «Vuoi favorire?»
«No, grazie», rispose Tess. «Da dove posso cominciare?» [A perquisire la casa]
«E che ne so? Io sono solo il cane. Posso avere un altro po’ di quella carne di mucca? È saporita.»
(p. 267)
Ecco, questo è il livello di grottesco. Mi sembra un po’ propenso a scivolare verso l’assurdo, senza scaderci mai completamente.
Un’ultima nota. Anzi, una tirata d’orecchie a King – che sono sicuro, leggerà questa recensione. A pagina 230 c’è quella che io chiamo una piccola disonestà da parte dell’autore nei confronti del lettore. Anzi, del Fedele Lettore, nel caso mio e di King.
Risalite le scale e tornata in cucina, [Tess] prese il coltellino svizzero multilama e lo infilò nella stessa tasca, la sinistra. Nella destra mise invece la Lemon Squeezer calibro 38… e un altro oggetto.
Non si fa. Cattivo Stephen King. Non si dice al lettore “un altro oggetto” quando tu scrittore sai benissimo che cos’è. Il lettore si fida di te e rimette i suoi occhi nei tuoi, vede quello che tu vuoi fargli vedere, signor scrittore. E se non è immorale nascondere le cose in piena vista (non sarebbe esistita Agatha Christie, altrimenti), lo è fare quello che King ha fatto in questo passaggio. Come se dicesse: “Ha-ha, qui c’è un dettaglio fondamentale, io lo vedo e voi no, pappappero”. Capito che intendo?
La giusta estensione
Sarà per lo meno il terzo racconto in cui King varia sul tema “uomo che fa patto con diavolo-barra-entità soprannaturale che gli propone un’offerta terribile”. Nella passata antologia Tutto è fatidico, i racconti di questo genere erano due: L’uomo vestito di nero e Riding the Bullett – Passaggio per il nulla. Solo che questa volta è divertente. Il che mi porta a pensare che “questi sono racconti cupi e duri come pugni nello stomaco” sia solo l’ennesima panzana sparata per vendere più copie. Già perché su tre racconti che dovevano essere difficili da digerire, questo è il secondo che finisco di leggere con un sorriso soddisfatto sulle labbra.
Comunque, qui abbiamo un uomo, malato terminale di cancro, che incontra un ambulante. L’ambulante è il diavolo. Il diavolo sembra che non abbia nulla da fare a parte fare patti con gente a caso. Questa volta l’affare è: tu mi dai il cancro e io rovino la vita alla persona che odi di più. Io ci metterei la firma, e anche il protagonista. Segue lungo elenco di disgrazie. Fine del racconto.
Una storia perversamente a lieto fine, ma banalotta, a mente fredda. Sembra quasi un racconto scritto di fretta per riempire trenta pagine. In breve, La giusta estensione, finora, è il racconto più brutto di NBNS. Del resto anche Wu Ming 1 ci aveva avvertito, quando in quarta di copertina lo definiva: “un buon racconto breve”. Il che mi fa pensare che “un buon racconto breve”, nel gergo di quelli che non sputano nel piatto in cui mangiano, significa in realtà un racconto sciapetto, al di sotto della media del Re.
Diciamoci la verità, queste trenta-quaranta pagine potevano benissimo essere riempite in tutt’altro modo. Perché perché perché, invece di questo sgorbietto grottesco e cinico, King non ci ha ficcato una ristampata di Morality, bellissimo e, quello sì, duro come un calcio sui denti, o un Blockade Billy, sempre affascinante storia sul baseball?
Intendiamoci, non è un brutto racconto, ma è dannatamente sottotono. Tantoché, prima del finale spietato e divertente, l’unico giuzzo è avvenuto quando, di punto in bianco, si è citata la Torre Nera. Sì, proprio lei, giusto per scaldare il cuore del Fedele Lettore impantanato in una storia che, sinceramente, fa rimpiangere La canzone di Susannah (il capitolo peggiore della saga, a mio avviso).
«La vita è bella, eh?»
«Molto bella», rispose Streeter. «Lunghi giorni e piacevoli notti.»
Goodhugh alzò le sopracciglia: «Questa dove l’hai presa?»
«Boh, forse l’ho inventata. Ma è vera, no?»
(pp. 301-302)

Lunghi giorni e piacevoli notti.
In questo racconto, forse per la prima volta in vita mia in una storia del Re, mi trovo anche a riscontrare brutture stilistiche.
A pagina 300, ad esempio, abbiamo nientepopodimeno che una frase in sospeso.
[La fontanella neoclassica col putto pisciante] Era stata un’idea di Norma, ne era certo. Norma era tornata all’università per studiare arte e letteratura e aveva pretese classicheggianti. Eppure, vedere una cosa del genere, illuminata da un perfetto tramonto del Maine, sapendo che anche quello veniva dagli affari di Tom con la spazzatura…
Eh, e poi cosa? Ti eri stancato di scrivere? Non si lasciano i pensierini aperti, non nella narrazione, per Diana.
C’è anche un errore di quelli gravi. Non narrativi, leggete e capirete.
L’aereo su cui viaggiavano due membri della rock band Blink-182 precipitò. La cattiva notizia: morirono quattro persone. La buona notizia: i due musicisti sopravvissero, una volta tanto… anche se uno sarebbe morto dopo qualche tempo. (p. 312)
Ora, io non so se l’errore sia di traduzione, oppure di nonno Steve che sarà ferratissimo quanto vi pare sul rock anni Settanta, ma di punk revival non ne sa una beata mazza, fattostà che l’incidente aereo non coinvolse due membri dei Blink, ma solo uno, il batterista Travis Barker. Che, grazie a Dio, non morì e si riprese dall’incidente. L’altro musicista coinvolto era la buonanima di DJ AM, al secolo Adam Goldstein, ex membro dei Crazy Town (altra band sfigata: due dei sette membri originari morti prematuramente) e collaboratore di Barker, ma mai, mai membro dei Blink. Ok, sono un cagacazzi, ma se lo so io che vivo in Italia e non sono un fan sfegatato dei Blink-182, lo saprà King, che vive nella loro stessa nazione, no?
Aggiornamento delle 19:30 Lo stesso Wu Ming 1, frase inglese alla mano, mi ha mostrato che l’errore è di Stephen King.

Travis Barker e DJ AM.
Un bel matrimonio
Il migliore dei quattro, se mi è concesso dirlo. E l’unica storia che si potrebbe definire, come da battage pubblicitario “dura e spietata”. Qui una donna scopre che il marito è un serial killer e cercherà di venirci a patti.
Tra tutte, lo ripeto, è la storia più dark. La protagonista è uno di quei personaggi che ti sembra di conoscere, che non possono essere solo immagini mentali di uno scrittore riportate su carta, sono troppo reali per esserlo. A tratti ricorda un po’ Dolores Claiborne, a tratti no. A differenza dei precedenti, qui non è presente nè l’elemento grottesco, nè un briciolo di soprannaturale. Ed è un bene. La storia è tesa e si fa leggere con foga.
In conclusione
La sensazione finale è che NBNS sia molto diverso dalla raccolta-capolavoro cui era pretestuosamente stato avvicinato, cioè Stagioni diverse. Di là avevamo corruzione, ma anche speranza e redenzione. Qui più che un certo perfido gusto per il grottesco non ho visto, sinceramente. Le tanto decantate storie “durissime” non ci sono. O per lo meno, non sono così dure. Per un paragone, provate a leggere La ragazza della porta accanto di Jack Ketchum (edito in Italia da Gargoyle Books). È un libro di merda, ma quella è una storia dura. Lo stupro di Maxicamionista al confronto è una puntata della Melevisione. Ma, sia chiaro, non me la prendo mica con King, lui il suo lavoro di mastro narratore l’ha fatto. No, ce l’ho ancora una volta coi buffoni che marketizzano un’opera spacciandola per quello che non è. King negli anni Ottanta e Novanta era solo uno “scrittore horror”, privo di dignità letteraria grazie ai babbei che non sapevano vedere in lui niente che non fosse horror. Ora gli stessi babbei hanno deciso che quelle di NBNS sono storie dure che parlano di donne. Contenti loro…
Voto finale 4/5
Manuale di stile #1 – Le basi
Come si scrive un libro?
La risposta a questa domanda è più o meno: E io che ne so? Non ne ho mai scritto uno.
Però ne ho letti parecchi e credo di essere in grado di distinguere abbastanza oggettivamente un libro scritto bene da uno scritto male. Talmente in grado, mi voglio rovinare, che potrei finalmente dare un minimo di utilità a qusto blog e mettere su un piccolo manuale di stile.
Premetto di essere fortemente contrario ai manuali di stile, ma non perché trovi ciò che in essi è scritto pretenzioso o sbagliato. Semplicemente perché vi è il rischio che, facendo un eccessivo affidamento su di essi, si tenda a ingarbugliare la scrittura in una gabbia d’acciaio alla ricerca di una fantomatica ricetta della scrittura perfetta. Che non esiste.

Scrivere è come imparare a cucinare. Nel senso che Antonella Clerici è meglio che non lo faccia.
Tuttavia esistono delle regole che sono un po’ i pilastri della scrittura non dico eccelsa, ma quantomeno decente. Si chiamano ortografia e sintassi.
La fortuna è che le insegnano alle elementari ma, visto lo stato della scuola italiana e le capacità degli studenti italiani, vale la pena cominciare il manuale di stile dando loro una ripassatina, perché c’è ancora chi si ostina a voler fare lo scrittore senza saper impostare correttamente i congiuntivi in una frase seguendo la consecutio temporum.
Per che cosa potrei uccidere l’autore di un testo? Ci sono alcuni errori che mi fanno partire la ciabatta più di altri. Partiamo da questi, dagli esempi negativi di cosa non fare, per cercare di ritrovare la Retta Via verso una scrittura per lo meno decente.
• I segni di punteggiatura staccati alla parola che precedono o attaccati a quella che seguono o entrambe le cose contemporaneamente sono il Male. Anche se lasciati per errore.
• I doppi o tripli punti esclamativi, interrogativi o, peggio del peggio, entrambi combinati. “Che cosa!!!???” Ebbene sì, fanno schifo al cazzo.
• La sovrabbondanza di punti esclamativi. Gente, la vita non è il gioco dei Pokémon per Game Boy (“Picachu usa TUONOSHOCK! È superefficace! Squirtle nemico è esausto!” Capito l’antifona?), per cui, vi prego, siate parchi quando usate i punti esclamativi. Ancora meglio, lasciate che sia il contesto a far leggere al lettore la frase pronunciata dal presonaggio nel modo corretto, non ricorrete a segni grafici. Se avete dei dubbi, al massimo, consultate Fashon (&) Victims di Cristina Sottocorno e fate l’esatto contrario.
• Per i motivi precedentemente detti, il TUTTO MAIUSCOLO nelle frasi è verboten. Sul serio, verrò a cacciarvi e a farvi lo scalpo, se lo userete.
• I puntini di sospensione dovreste usarli solo se necessario. E con necessario intendo che vi trovate sprofondati nelle sabbie mobili fino alla cintola e il vostro unico modo per salvarvi la vita è usare i … per ricavarne una corda con cui trascinarvi sul terreno solido. Inoltre, vi invito caldamente a usarli nei discorsi e non nella parte narrata (“Nella camera si trovava un tavolo di legno, un paio di sedie e… un figorifero degli anni Cinquanta.” Fa cagare, vero?).
• Capitolo virgolette. Purtroppo non si possono mettere a caso; esiste una sorta di ordine gerarchico. In ordine decrescente abbiamo trattino medio (–), che non è molto simpatico da vedere ed è preferibile usarlo per gli incisi, caporali («»), virgolette alte (“”) e apostrofi (‘’) che però sono più in uso nei libri anglosassoni. Quando si sceglie che tipo di virgolette usare per introdurre il discorso diretto, è bene mantenerlo costrante in tutto l’arco del testo (sembra la scoperta dell’acqua calda, ma vi assicuro che non è così). Inoltre, quando invece del dalogo si rappresenta il pensiero, si deve scegliere un tipo di virgolette di ordine inferiore rispetto a quello scelto per i dialoghi. Ad esempio:
«Anastasia, mi fa così piacere rivederti», esclamò giuliva Morgan. Ma dentro di sè pensava: “Maledetta oca senza cervello, cosa fai ancora da queste parti? Non dovevi essere a Seattle?”
Oppure:
“Anastasia, mi fa così piacere rivederti,” esclamò Morgan. Ma dentro di sè pensava: ‘Maledetta oca senza cervello, cosa fai ancora da queste parti? Non dovevi essere a Seattle?’
Io, in quest’ultimo caso, userei il corsivo per la frase pensata. Ma sono scelte personali. L’importante è che non usiate le virgolette alte per il discorso e il trattino lungo per il pensiero. E, sì, mi è capitato di leggerlo.
• La virgola è un segno d’interpunzione molto utile. Ma non se ne deve mai abusare, giacché troppe virgole rendono il periodo inutilmente contorto. E, soprattutto, non vanno mai, mai, mai e poi mai inserite tra il soggetto della frase e il verbo a esso riferito. Promettetemi di non farlo. Per piacere piacerino.
• Collegato al punto precedente, quando rileggete il vostro scritto (perché dovete rileggerlo, sapete? Siete moralmente tenuti a rileggerlo, altrimenti Dio ucciderà il vostro criceto) provate a farlo a voce alta. Fila o dovete sospendere e rubare la bombola d’ossigeno alla nonna per tirare il fiato? Beh, nel primo caso tutto ok, mentre nel secondo forse, e dico forse, dovreste dare una ricontrollata alla punteggiatura. E con questo intendo inserire punti fermi. Punti fermi come se piovesse.

Punti fermi! Punti fermi come se piovesse! Muahahahah!
• Un altro segno di punteggiatura da venerare e rispettare con il timore che vi si possa rivoltare contro è l’apostrofo. Prima regola dell’apostrofo: “Non parlare mai dell’apostrofo” “Non offendere l’apostrofo”. Si scrive è, non e’ (in maiuscolo È lo trovate premendo ALT+212) quando indica il verbo essere. Allo stesso modo si scrive però e non pero’, così e non cosi’, più e non piu’, pietà e non pieta’. Questa è una regola da osservare con estrema attenzione, perché se dovessi leggere una cosa del genere (ma non solo io, vi assicuro), mi partirebbe una ciabatta che, in confronto, la Seconda Guerra Mondiale era uno screzio tra marmocchi al parco giochi.
• Seconda regola dell’apostrofo: “Usatelo, cazzarola!”. L’apoostrofo serve a troncare le parole, in particolare alcuni verbi indicativi, che vengono usati comunemente nel parlato. Ma questo non impedisce ad alcuni di dimenticare l’uso dell’apostrofo. E allora: vanno apostrofati va’ (vai), di’ (dici), sta’ (stai). E soprattutto po’ (poco). Non Pò (famoso fiume lombardo scritto in forma dialettale). Mi raccomando. Vi controllo.
• Terza regola dell’apostrofo: “Stranamente, non tutte le parole che sembra richiedano un apostrofo vogliono in realtà un apostrofo”. Prendete ad esempio gli aggettivi “tal” e “qual”. Qual è non vuole l’apostrofo, anche se è dalle elementari che la cosa mi insidia.
• Altro discorso per gli accenti. Qui una cosa mi preme dirla: si scrive perché e non perchè, sicché e non sicchè, finché e non finchè, giacché e non giacchè, gilé… ah, no, gilet si scrive in un altro modo ancora. Fate caso al tipo di accento che usate sulle parole: “è” è un accento aperto, e si pronuncia all’incirca come la “e” in “modella”, mentre “é” è chiuso, come in “tempo”.
• Capitolo maiuscole e minuscole. Per cosa si usa la maiuscola? Per i nomi propri. Per cosa non la si usa? Per i nomi comuni. Bravi bambini. Quindi si scrive Italia, ma non Italiani, Milano, ma non Milanesi. Vanno in minuscolo i nomi dei mesi (giugno, luglio, agosto) e i giorni della settimana (lunedì, martedì, lamponedì, pignedì). Vanno in minuscolo luna, terra e sole quando sono intesi in senso geografico(“Un raggio di luna le illuminò il volto, glielo dissi e lei mi spintonò a terra, facendomi notare che, da cretino che ero, non sapevo che i raggi di luna sono in realtà il riflesso dei raggi del sole.”), mentre si scrive Terra, Luna e Sole per parlarne in senso astronomico (“Ritornammo sul pianeta Terra dopo un vaggio di cinque lunghi anni. Dopo una breve sosta alla base NASA sulla Luna.”). Plutone, invece, si scrive sempre in maiuscolo.

Sarà anche stato declassato a pianeta nano, ma per lo meno Plutone si scrive sempre in maiuscolo.
• Un ultimo accorgimento, ma non meno importante. La “d” eufonica, nemico personale di ogni editor. Intanto che cos’è la “d” eufonica? La “d” di ed e ad. Quando la si usa? Solo ed esclusivamente quando la parola che segue l’ed o ad comincia con la stessa lettera della congiunzione. Ad esempio si scriverà “ed essi” e non “ed anche”, “ad alcuni” e non “ad incominciare”. Come forse avete notato, l’unica eccezione è “ad esempio”. Perché? Che cazzo ne so. In ogni caso, la d eufonica è infida, si infila dove non dovrebbe e sfugge anche ai più bravi. Se vi state chiedendo se questo discorso è un modo per paracularsi delle millemila d eufoniche che sicuramente ho lasciato in questo mini-manuale, sappiate che la risposta è sì.
Direi che più o meno è tutto. Anche se non è mai tutto quando si parla di regole dell’ortografia. Diciamo che se avessi scritto tutto ma proprio tutto avrei dovuto annullare la mia vita sociale (già ai minimi di suo) e redigere un post lungo quanto l’arnese lavorativo di Rocco ma molto meno interessante. Quello che posso aggiungere è: riprendete il vostro libro di grammatica delle medie o anche delle superiori, la Verità si cela all’interno di queste pagine. Se i dubbi persistono, consultate il vocabolario.

Il mio vocabolario mentre sodomizza la mia tesi di laurea sotto gli occhi di Stephen King. Porcelli tutti e tre.
Nota finale. Nel redigere questa miniguida, mi sono basato su una dispensa gentilmente fornitami da Tanja Sartori. Per tutto ciò che in essa c’è di giusto e costruttivo, il plauso va a lei. Per gli errori, gli esempi sbagliati, le infiocchettature polemiche, biasimate pure me.






