Sono arrivato a una drammatica conclusione: a metà del secondo volume di La spada della Verità posso dire con cognizione di causa che odio Terry Goodkind. È più o meno la stessa sensazione che provo nei confronti di Claudia Salvatori, ma amplificata dalla fama internazionale di cui, a differenza della nostra Salvatori, Terry Goodkind gode.
Sul serio, Goodkind è uno scrittore mediocre, con una prosa da prima media, che ama rifugiarsi nei cliché, ed è in grado di creare personaggi la cui personalità è sostanzialmente quella di una sagoma cartonata, non ha senso del ritmo e, per dio, deve sempre farti la morale. È irritante oltre ogni cosa e sto preparando la recensione di La spada della Verità volume 2 per dimostrarlo.
Nel mentre, tuttavia, come posso elaborare il fastidio che Terry Goodkind mi provoca? Ci sarà pure un modo, non posso mica continuare a interrompere la lettura del libro per gridare al cielo: “Dannazione a te, Terry Goodkind!”.
Come sempre, la soluzione a tutti i miei problemi arriva da internet. E, no, non ho trovato un sito in cui è possibile assoldare cecchini letterari. A essere onesti, la soluzione arriva da internet solo in parte perché per il resto… proviene dalle profondità degli abissi.
Signore e signori, vi presento le scimmiette di mare.
Che cosa sono le scimmiette di mare? Ma è semplice, sono un’emanazione in forma di animale di tutto ciò che è malvagio, crudele e demoniaco. E sono anche un concorso letterario.
Ormai è nell’aria da un po’. Dopo i vampiri anemici, gli zombie mannari, i non-morti moribondi e i non-vivi vivibondi, sta per iniziare l’era delle scimmiette di mare.
Le scimmiette di mare sono cattive. Hanno un QI di 267. E dispongono di mezzi ipertecnologici di trasporto, attacco e uccisione.
Le scimmiette di mare vogliono tanto bene alla loro mamma – la sottoscritta – e quindi dedicano l’intera vita a esaudire i suoi bizzarri desideri dando vita a rocambolesche missioni rigorosamente tinte di rosso. Rosso sangue si intende. Insomma ora quella matta di me, si è messa in testa che vuole rinnovare l’arredamento della sua sala giochi. E stavolta non basterà il mobilio Ikea a farla felice. Lei vuole le loro teste. Loro di chi? Ma è ovvio! Di quelli che ce l’hanno fatta! E perciò indice il concorso
Kill your writer
Sì avete capito bene. Uccidi il tuo scrittore.
“Tuo” nel senso che può essere quello che preferisci, quello che più odi, uno di cui non ti frega molto o uno che semplicemente ti incuriosisce. Ovvio che gli strumenti della vostra missione omicida saranno le scimmiette col loro ampio assortimento di armi micidiali, trovate geniali e battute infernali.
Voi sarete le menti che dovranno pianificare la missione, al resto penseranno loro.
Vi serve uno shuttle? Loro ce l’hanno!
Vi serve la macchina del tempo perché il vostro autore è già schiattato da un pezzo? Se lavorate con le scimmiette anche questo è possibile.
Qualche indicazione strutturale, adesso, giusto perché a noi piace fare le cose per bene.
Innanzitutto se volete apprendere i fondamenti dello “scimmiette di mare style” dovete leggere il Testo Primigenio che trovate all’indirizzo
Fatto ciò dovreste avere gli strumenti per costruire la vostra storia.
Scegliete l’autore da uccidere. E tenete a mente che non mi basta che lo facciate investire da un autobus in retromarcia. Ci vuole l’intervento delle scimmiette e una morte coerente con lo stile dell’autore stesso. Se ingozzate Moccia di Baci Perugina fino a farlo scoppiare è ok. Se organizzate per Dan Brown un complotto templare e lo avvelenate con il contenuto del Santo Graal idem. Insomma, spero di essermi spiegata.
Una volta che avrete scelto la vostra vittima inviate una email con la preferenza e i vostri dati all’indirizzo
Sarà mia premura aprire un post sul blog aggiornato man mano che arrivano le segnalazioni perché non è assolutamente plausibile che un autore muoia due volte. Specie se è già morto.
Il racconto dovrà essere lungo tra le 10.000 e le 30.000 battute ma siccome le scimmiette di mare non hanno regole sono ammessi gli sforamenti (di poco eh!).
Quando il vostro mortale capolavoro sarà finito inviatelo all’indirizzo scimmiettedimare@gmail.com (sì sempre lo stesso) e iniziate a incrociare le dita nella speranza di essere selezionati per l’ebook che verrà fuori da questa avventura.
Il termine ultimo per l’invio dei racconti è il 30 Settembre 2011.
Tutto ciò è terribilmente geniale, ma anche inquietante in maniera perversa. Un simpatico e ironico modo per farsi passare la pigrizia letteraria che ci affligge d’estate? No, è un modo sacrosanto per relazionarsi a gente come… Terry Goodkind.
Con la Casini editore ho un rapporto un po’ altalenante e tutto particolare. I due libri pubblicati da loro che ho letto, Nessun futuro di Luigi Milani e I misteri di Black Port di Fabrizio Fortino, non mi sono piaciuti per niente. Se ne vedeva il potenziale, ma per un motivo o per un altro, questo non era espresso appieno, e la delusione finale era più o meno inevitabile.
Però c’è sempre quel misterioso qualcosa che mi colpisce ogni volta che l’editore sforna un nuovo libro. Sarà che sono veramente bravi a fare marketing, sarà che curano molto il packaging e l’oggetto-libro, sta di fatto che ogni volta che esce qualcosa di nuovo, dimentico le brutte esperienze avute in precedenza e vengo preso dal desiderio di comprarlo. Credo che centri anche il fatto che Casini Editore ha una varietà di titoli proposti che è quasi unica nel panorama italiano.
Nel caso di Il fiume a Nord di Carlotta De Melas, la ragione è lo steampunk. Per bambini, ma pur sempre steampunk.
La trama divulgata dall’editore, onestamente, non è molto rivelatrice:
Mi chiamo Diara. Vivo a Fes, opulenta capitale brulicante di vita e crocevia di scoperte scientifiche e commerci della mia epoca: il futuro remoto. Stamattina ho rubato una mela e per sfuggire ai gendarmi che mi inseguivano mi sono rifugiata sulla Peaceful Willow, una delle navi ormeggiate al porto. Quando mi sono accorta che l’equipaggio si preparava a salpare, ho cercato di scendere ma non ci sono riuscita perché la nave si è alzata in volo!
Adesso spio dalla mia tana i marinai della ciurma, sono tutti così strani… quello sulla sedia a rotelle a vapore dev’essere il capitano, e quella bella ragazza che sulla schiena ha una specie di chiave da carillon deve essere sua figlia!
Qui di bizzarrie ce ne son tante, mi è sembrato di vedere addirittura un tizio con un braccio di ferro che faceva conversazione con un criceto dall’aria depressa, mentre un cavallo meccanico gli girava intorno…
Però, ehi, c’è un criceto parlante dall’aria depressa!
Anche il packaging, come sempre, sembra molto ma molto curato, e la copertina è un’altra di quelle azzeccate (tipo quella dei misteri di Black Port).
Esce a settembre 2011 e per allora spero venga rilasciato qualche contenuto aggiuntivo, tipo un’anteprima del primo capitolo, così per giudicare un po’ il livello di scrittura (visti i miei trascorsi con la prosa di Fortino) dell’autrice.
A proposito: l’autrice. Classe 1982, laureata in sociologia in Cattolica. Come me, solo un anno prima. Per cui, Carlotta De Melas (che credo di non aver mai incontrato, ma non sono esattamente mister studente frequentante) sappi che, avendo fatto la stessa scuola, se tu scrivi male gli altri penseranno che anch’io scrivo male. E io non scrivo male. Credo. Non lo so. Ecco, ora mi vengono dubbi esistenziali…
Esce a luglio (oh, toh, è già luglio: qualcuno è in ritardo con gli esami), edito da Piemme Freeway, un romanzo che a me è piaciuto molto, ossia Will Grayson, Will Grayson. Che in italiano misteriosamente è stato ribattezzato Will ti presento Will. Autori sono John Green e David Levithan. Ora, di John Green non so molto, a parte quello che c’è scritto sul suo sito ufficiale, ma David Levithan è famoso anche qua da noi per essere l’autore di Boy Meets Boy e di Nick e Norah: tutto accadde in una notte.
Come forse i più scaltri di voi avranno già intuito, non vi sto consigliando il solito romanzo horror o fantastico pieno di sbudellamenti e creature demoniache. Will ti presento Will è uno young adult. Esatto, una storia di adolescenti, perché sotto sotto anche io ho un cuore.
Will ti presento Will è la storia di due ragazzi, entrambi di nome Will Grayson (ma uno scritto in maiuscolo, l’altro in minuscolo) che vivono due vite separate. Uno, Will Grayson, è il perfetto imbranato sociale costantemente eclissato dal suo enormemente spumeggiante e gaio amico Tiny Cooper, the world’s largest person who is really, really gay e the world’s gayest person who is really, really large (che tra l’altro io mi sono sempre immaginato con la faccia di Max Adler, dannato fandom di Glee). Mentre l’altro, will grayson, è un ragazzo abbastanza deprimente, segretamente omosessuale, la cui unica relazione salutare sembra essere quella con un amico conosciuto online di nome Isaac. Una sera, Tiny Cooper porta Will Grayson a sentire una band in un locale, e guardacaso è la stessa sera in cui will grayson ha programmato di incontrare per la prima volta Isaac. Quella stessa sera, in un pornoshop, i due Will si incontrano. Anzi, per dirla con la quarta di copertina:
i loro mondi collidono, le loro vite, già piuttosto complicate, prendono direzioni inaspettate, portandoli a scoprire cose completamente nuove sull’amicizia, l’amore e, soprattutto, su loro stessi.
Ho letto Will Grayson Will Grayson in lingua originale tre mesi fa e mi era piaciuto molto. Perché era divertente, verosimile, fresco e soprattutto sincero. I personaggi erano ben congegnati, nonostante le loro assurde bizzarrie – tipo un certo Tiny Cooper che scrive un intero musical sulla sua vita – e la storia, pur non contenendo in sè nessuna rivelazione epocale sulla vita, l’universo e tutto quanto, era davvero bella.
Tra parentesi, il titolo inglese Will Grayson Will Grayson è stato tradotto in Will ti presento Will perché, presumo, è stata enfatizzata la parte queer del romanzo (e me lo confermano i due ragazzi che ammiccano l’un l’altro in copertina). Sì, di gaiezza ce n’è tanta, ma Will ti presento Will non è un romanzo gay, è un romanzo con personaggi gay, il che è un po’ diverso.
New Weird, New Weird, cosa sei tu? Un nuovo genere letterario, si direbbe, maturato dall’esperienza di China Miéville e Jeff VanderMeer e che, per citare Fantasy Magazine:
è caratterizzato dalle ambientazioni relistiche, complesse e spesso urbane dove manca il romanticismo e il senso del meraviglioso come si trovano nel Fantasy tradizionale; abbondano invece elementi surreali e bizzarri, spunti horror e fantascientifici, elementi inquietanti che mirano a disorientare o a mettere a disagio il lettore, ma allo stesso tempo a solleticarne il gusto per l’eccentrico.
Ora, da autore di gialli classici all’inglese steampunk devo confessare che non sono un gran patito di generi e di catalogazione. Un libro è un libro, una storia è una storia, e le etichette servono solo per fare gli intellettualoidi radical chic nelle discussioni suoi forum. In più, inventarsi un nuovo genere letterario e stilarne un manifesto apre l’autore a nuove possibili critiche. “Ma come? Nel manifesto dell’Epic SteamHamster Paranormal Romance si dice chiaramente che i criceti vampiri protagonisti delle storie devono essere composti al 54,3% da parti meccaniche a vapore, mentre Bernard, il tuo protagonista, non ha nessun inserto biomeccanico! Violazione! Violazione! Presa in giro del lettore! Alto tradimento! Alieni! Mostri! Vampiri! Dinosauri!” E cose del genere.
Insomma, le etichette sono più o meno stupide, nella letteratura così come nella vita vera. Perché, ad esempio, quando ti ritrovi a leggere un romanzo come Il sentiero di legno e sangue di Luca Tarenzi non stai a confrontarne col righello la struttura ai crismi del New Weird. Lo leggi e te lo godi. E basta.
E ora la domanda cruciale: è un libro che è possibile leggere e, magari, anche goderselo? Sono lieto di annunciare che la risposta è sì.
Ok, che si tratti di una rivisitazione di Pinocchio lo hanno capito anche i sassi. Io non ho mai letto il romanzo di Collodi, ma ho visto il film Disney – che pure dalla storia originale si discosta abbastanza – e devo ammettere che… ehm… non mi è mai piaciuto.
La quarta di copertina ci dice:
Apre gli occhi nel cuore di un’immensa conchiglia. Ha un corpo di legno articolato e ingranaggi, e il cadavere del suo costruttore giace accanto a lui. Non ha un nome, non ha memoria, ma appena nato ha già mostruosi nemici che lo braccano e una missione che non ha chiesto né desiderato: diventare umano. Attorno a lui c’è un mondo che un’antica catastrofe ha trasformato nel sogno delirante di un folle, alle sue calcagna due Incubi, la Maschera e la Bestia, e davanti a lui un sentiero costellato di mutazioni, tribù selvagge, divinità del caos e giganti marini che lo condurrà verso un destino molto più incerto di quanto i suoi creatori avessero mai potuto prevedere.
E fondamentalmente la storia è tutta qua. Una ricerca, in questo caso ricerca del proprio scopo, che spinge il Pinocchio Weird in compagnia del suo Tarlo Parlante a mettersi in fuga dagli Incubi, dall’Arconte e dalle sue creature, lo fa incontrare con la Dea (che invece di essere Turchina è tutta biotta) e alla fine lo porta ad affrontare il suo nemico più grande e la verità sulla ragione della sua esistenza. Potremmo definirla una ricerca anche metaforica. Potremmo, ma non lo faremo, le seghe mentali potete farvele altrove. Questo è un libro, accipigna! Una storia che ti porta da un punto iniziale a un punto finale, e lo fa in maniera convincente, scorrevole, senza momenti fiacchi di troppo e senza sconvolgimenti ridicoli della trama. Tutto quello che c’è, è giusto che ci sia.
Anche il finale.
Senza spoilerare troppo, nel finale un plot twist c’è ed è anche bello grosso. Ma già lo si sapeva, visto il modo in cui la storia era costruita, con un gran numero di situazioni all’apparenza inspiegabile e di detto-non-detto che per forza di cosa andavano risolti alla fine (e altrimenti il lettore entrava in enrage). Poi lo leggo, questo benedetto finale, e mi cascano le palle. Tutto qui? mi domando con un filino di tristezza. Poso il libro, già pronto a scrivere una delle mie temibili recensioni negative su aNobii [citazione necessaria], ma poi ci rifletto ancora un po’ su. Ed è allora che mi accorgo che il finale che Tarenzi ha dato al suo romanzo è l’unico finale possibile, e pertanto quello giusto. Per quanto la rivelazione al termine del libro possa sembrare deludente, se ci si pensa su si capisce che è anche l’unico modo in cui poteva concludersi l’avventura di Weirdocchio.
Welcome to the Weird World
Ovviamente Weirdocchio non sarebbe tale se non fosse ambientato in un mondo bizzarro e paradossale, una sorta di Il labirinto del fauno vs. Silent Hill e di descrizioni in grado di far esplodere il cervello ce ne sono parecchie. Una delle mie preferite è quella del Corifeo, un Sognatore, sostanzialmente l’immagine onirica di uno dei creatori del mondo in cui si muove Weirdocchio, che si presenta così:
Il Corifeo non aveva occhi, a meno di non considerare tali i due agglomerati di teste mozzate che roteavano lentamente nelle orbite formate dal metallo contorto di spade e scudi accartocciati. Le guance e la fronte erano ali di gargoyle strappate e sovrapposte come strati di squame; il naso un ammasso di braccia e gambe in fila; capelli e sopracciglia un coacervo di ossa spezzate, lame, rami e arti di pietra frantumati. Se aveva una bocca, non riuscivo a vederla: la nascondeva una lunghissima barba pendente fatta di interiora e foglie.
A me cose del genere piacciono un sacco, sembrano quasi scritte da uno schizofrenico. Oppure mi immagino l’autore che digita: Le sue orecchie sono fatte di… poi apre a caso il dizionario e scrive il primo sostantivo che ci trova. …tentacoli di piovra. È semplicemente geniale, a mio modo di vedere le cose. C’è talmente tanta fantasia concentrata in queste 140 pagine che poi per un anno potete leggere Verga o Flaubert senza sentire la mancanza del genere fantastico. (Non fatelo, però: può spingere al suicidio.)
C’è solo una cosa che non mi ha sconfinferato. Io sono disposto a credere a quasi tutto ciò che mi dice un autore, se me lo racconta bene, però anche alla sospensione dell’incredulità c’è un limite. E il limite viene superato quando il Tarlo Parlante mi dice che tutta la sua conoscenza deriva da memoria genetica. Praticemente lui sa tutto di Weirdlandia perché i suoi antenati erano tarli che si erano pappati un gran numero di libri. Spiacente, ma non me la bevo. Mi sembra solo un modo troppo comodo per investire il Tarlo della funzione di mentore. La cosa ironica? La memoria genetica esiste per davvero.
In conclusione
Questa recensione fa schifo. Fa schifo perché non so mai cosa scrivere quando un libro mi è piaciuto. Le recensioni negative sono assai più facili – e a dirla tutta mi preferisco nei panni del perfettino rompipalle che non di quello che si spertica in lodi. Ma i libri belli esistono e, grazie a Gaga, anche i libri belli scritti da italiani. Il sentiero di legno e sangue è uno di questi.
La scrittura è ottima e scorre via che è un piacere, la storia è intrigante e si sviluppa in un crescendo ben strutturato, ma spinge lo stesso il lettore a riflettere sulla destinazione a cui è arrivato assieme a Weirdocchio, e il mondo in cui si snoda la vicenda è ricco di creatività e immaginazione.
Insomma, un bel libro da leggere e consigliare. E ora andate che mi sento nudo quando non faccio il burbero.
Voto finale
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Linkini
I cinguettii di Luca Tarenzi (toh, è sociopatico pure lui…)
Se vi piace il weird e anche scrivere, c’è questo concorso, che credo sia abbastanza unico nel suo genere
A un paio di settimane dal precedente annuncio, siamo contentissimi e orgogliosi di potervi annunciare che abbiamo un’importante rettifica da fare all’ultimo intervento sul blog: Asengard verrà acquisita da un altro editore, più grande e strutturato, e continuerà così con la produzione.
Senza dubbio una bella notizia. Sì, resta ancora da capire come mai una casa editrice improntata alla qualità dell’opera come Asengard sia finita al verde, che cosa abbiano sbagliato e perché. Ma sono discorsi per un’altra volta, per adesso preferisco limitarmi a fare un in bocca al lupo a tutti.
Le cose stanno così, io adoro la storia alternativa. E gli zombie. Per cui se in un romanzo ci sono storia alternativa e zombie in linea teorica dovrei sciogliermi in brodo di giuggiole e cominciare a sbavare come il cane di Pavlov. E guarda caso, il romanzo che ho appena letto, I misteri di Black Port di Fabrizio Fortino, parlava proprio di storia alternativa e zombie. Dunque brodo di giuggiole e ipersalivazione?
No. Purtroppo no. Anzi, proprio per niente.
La scheda del libro
I misteri di Black Port di Fabrizio Fortino
Pubblicato da Casini Editore
Anno 2011
430 pagine (anche se non sono numerate, va’ a sapere perché)
A Black Port, nella base militare che ospita il XVII Reggimento, avvengono due brutali e inspiegabili omicidi. Il maggiore Jack Reynolds indaga ricorrendo a mezzi non del tutto ortodossi, grazie ai quali però scopre che i crimini sono collegati a delle presenze nascoste nelle fogne della città. Delle presenze non-morte. Black Jack allora parte alla testa di un centinaio di soldati per il sottosuolo, ma la spedizione si trasforma in un massacro e, ovviamente, nessuno ai piani alti crede alle parole del maggiore e dei suoi uomini (sì, nessuno crede alle parole di sessanta soldati… sospensione dell’incredulità, gente, sospensione dell’incredulità).
Il processo contro Jack, però, viene interrotto dall’arrivo del colonnello Dagworth, inviato direttamente da Sua Maestà la tentacolare Regina Vittoria per prendere il controllo dell’intera città e porla sotto una specie di dittatura militare. Cosa, questa, che viene accolta sorprendentemente bene da Jack e dai suoi. Fino a che, ovviamente, Jack non scopre che Dagworth sta cercando di farlo fuori, e il tutto è collegato alla scomparsa di misteriosi documenti top secret, a loro volta collegati a un’altra storia, ancora più incredibile e potenzialmente devastante.
Una storia talmente segreta da essere quasi una leggenda narra infatti che Napoleone Bonaparte si fosse imbattuto, in Egitto, in quattro Portali che custodivano un immenso potere, la cui chiave di lettura si trovava niente meno che sulla Stele di Rosetta. Avete fatto caso che gli manca un pezzo, quello in alto? Ecco, chi pensate l’abbia fatto rimuovere?
Tuttavia Napoleone, sconfitto a Waterloo, non fece mai in tempo a sfruttare la sua scoperta. Eppure il potere da lui rinvenuto era talmente grande che, al momento del Congresso di Vienna le quattro grandi potenze europee, Gran Bretagna, Prussia, Russia e Impero Asburgico, hanno ben pensato di dividerlo in quattro tomi (ma il tomo di proprietà dell’Austria è passato ben presto nelle mani del Vaticano, perché gli austriaci sono stupidi, duh!) e spartirselo con la promessa di non farne mai uso. Promessa che, ovviamente, viene presto disattesa dai prussiani kattivi e dai russi necromanti. Eppure il potere dei tomi potrà essere utilizzato appieno solo quel giovane ragazzo ormai invecchiato che, al servizio di Napoleone, riuscì a decifrare il codice. E indovinate in quale città inglese si trova?
Nel finale, poi, c’è un bel colpo di scena. Sarà che sono incline al farmi stupire da rivelazioni teatrali, logiche o meno che siano. Però il finale me lo sono gustato.
Insomma, al di là del fatto che quando uno scrive di Egitto e Portali maggici, non so se a torto o a ragione, a me viene in mente Stargate (e tenetevi forte, non sarà il solo riferimento a Roland Emmerich in questa recensione), la trama è di sicuro la cosa migliore del libro. Non fosse altro che non è conclusa, perché I misteri di Black Port è la prima parte di – presumo – una trilogia, sì, perché se sei un autore fantasy e non scrivi per lo meno una trilogia sei uno sfigato e ti puzzano anche i piedi. Come dite? Avrei dovuto dirvelo prima? Beh, è la stessa gentilezza che avrebbe dovuto accordarmi la Casini.
Napoleone intento a leggere la prima stesura di I misteri di Black Port. Per colpa della quale, avrebbe perso la campagna di Russia.
I personaggi
Jack Reynolds è delineato abbastanza bene, la caratterizzazione è convincente, ma ciò non toglie che sia un idiota. Nel senso che è un pessimo ufficiale, perché nonostante i brutali omicidi di due dei suoi uomini, si guarda bene da informare i suoi superiori (perché sono ricchi, e quindi cattivi). Inoltre non è in grado di supervisionare le sue truppe. Se lo fosse stato, gli uomini della sua divisione non si sarebbero rivoltati contro quelli del maggiore Bingham causando lo spargimeto di altro sangue. E, ciliegina sulla torta, lascia che sia un dado a prendere le decisioni per lui durante le missioni. Non è un buon condottiero, e quando i kattivi aristocratici di Black Port, dopo il massacro di un terzo del suo reggimento, lo mettono sotto processo per inettitudine al comando, la mia reazione è: “Mi consenta, queste sono indagini a orologeria!” “Ben venga!”
Poi, l’alcolismo. Black Jack è tormentato, no? E allora lo facciamo alcolizzato. A intermittenza, però, perché non vogliamo che faccia cose disdicevoli per assecondare la sua dipendenza, vero? L’abuso alcolico di Jack dovrebbe essere un modo per caratterizzare il personaggio, ma non lo è affatto. Sarebbe stato lo stesso se, anziché sbronzarsi, il nostro amato e instabile maggiore fosse stato uno che per hobby alleva criceti russi e confeziona loro abiti elisabettiani. Questo per dire che il tratto “alcolizzato” nel momento in cui non influisce direttamente né sulla psicologia del personaggio, né sugli eventi della trama, è ininfluente e non fa affatto caratterizzazione.
Per contro i personaggi di supporto sono spesso aderenti allo stereotipo: l’amico paziente e comprensivo, l’antagonista sgradevole e snob, il delinquente inquietante ma nobile, la ragazza combattente aggressiva ma intrinsecamente fragile, perfino il barista nerboruto e con le mani in pasta.
Ah, sì, e gli zombie.
Gli zombie che possono venire uccisi con una baionettata in petto. Mi dite a che caspio serve un esercito di zombie che vengono uccisi come se fossero soldati normali? È perché puzzano, forse? Mah…
Lo stile (ovvero: cominciano le note dolenti)
Non c’è un modo di indorare la pillola. Lo stile è pessimo. Grezzo, goffo, stridente, dilettantesco. Una Caporetto. Anzi, una Waterloo, per restare in tema. Fabrizio Fortino scrive male, e l’essere un esordiente, anche se in parte può spiegare la situazione, non lo giustifica. Come non è giustificabile chi ha corretto la bozza del romanzo e ha detto: “Ok, così va bene”.
Perché così non va affatto bene.
La cosa più evidente sono i seri, serissimi problemi di gestione del punto di vista. E con ciò intendo che se il punto di vista avesse le tette, si chiamerebbe Ginger Rogers.
I problemi sono ben evidenti quando Fortino descrive le scene in cui è presente più di un personaggio principale, e puntualmente il POV si sposta dall’uno all’altro con una noncuranza che francamente ho trovato agghiacciante. Sono probabilmente errori imputabili alla scarsa esperienza dell’autore, che, lo ripeto, è un esordiente, ma ciò non toglie che errori del genere in un romanzo pubblicato dovrebbero essere eliminati dall’editor.
Nei dialoghi, c’è un uso massiccio - e pertanto irrealistico – del vocativo. Tipo i dialoghi delle soap opera: “Che cosa gli hai detto, Jack?”, “Niente che ti riguardi, Bob”, “Sono anche i miei uomini, Jack”, “Ora basta, Bob, io sono l’ufficiale di grado più alto!”.
Ci sono momenti, poi, che dovrebbero suscitare tensione e tenere il lettore incollato alla pagina, ma spesso falliscono nel loro scopo, perché c’è troppo raccontato e poco mostrato e quindi il lettore non connette coi personaggi.
Un esempio su tutti è la scena in cui il sergente Connery e Khaill e Sinclair sono nelle fogne a caccia degli assassini dei commilitoni, che è un disastro totale: si parte con il punto di vista che si sposta da Connery a Khaill e si finisce con una fuga disperata che è tutta raccontata e quasi mai mostrata. Il risultato è lo spaesamento totale del lettore che non solo non prova niente per i personaggi (sono delle comparse, nulla di più), ma non si crea neppure la connessione emotiva che dovrebbe scaturire dal modo in cui la scena è descritta.
È un po’ come nei film di Roland Emmerich. Uno a caso, prendiamo Independence Day. Emmerich è bravo quando si tratta di far esplodere cose, un po’ meno quando c’è da caratterizzare un personaggio. Come fa allora il nostro regista a connettere emotivamente lo spettatore alla pellicola? Fa distruggere dagli alieni brutti e cattivi dei simboli come la Casa Bianca o l’Empire State Building, perché il pubblico, specialmente quello statunitense, è già emotivamente legato a essi.
In Black Port è come se l’autore dicesse: “Guarda, questi tre stanno per morire e fanno parte del XVII Reggimento, non può non importartene!”. Ma perché dovrebbe? Del resto io non lo so mica che cosa fa Connery nel tempo libero, se va a puttane nei bordelli del porto o si fa chilometri a piedi solo per rivedere la madre inferma. Non so se la scelta di Khaill di arrularsi sia dipesa da un desiderio mai sopito di diventare un eroe o è stata solo una decisione opportunistica basata sui tre pasti quotidiani garantiti che avrebbe avuto nell’esercito. Non so nemmeno se Sinclair ama cantare canzoni volgari mentre è sovrappensiero o se invece è il classico tipetto ligio al dovere. Connery, Khaill e Sinclair sono tre sconosciuti per me: di loro non m’importa. E difatti sono tre comparse destinate a vedere la luce e morire nel giro di sei-sette pagine. Eppure per quelle sei-sette pagine io sono stato forzato a empatizzare per tre emeriti sconosciuti, il che è dannatamente difficile, se l’autore non dà al lettore gli strumenti adeguati.
Con questo non voglio dire che ogni personaggio deve avere alle spalle una storia e che il lettore debba udirla. Non tutti scrivono à la Stephen King, con aneddoti e flashback relativi anche alla gente che passa per strada. Però anche un solo tratto, una piccola parentesi di personalità, se ben descritta, può fare molto. Perfino rimpiangere la sorte di Connery, Khaill e Sinclair.
Nota Le riflessioni su Roland Emmerich sono in parte basate su un video di Nostalgia Chick. Qui la prima parte, qui la seconda.
Scorcio di Black Port in uno dei tanti (bellissimi) disegni che fanno da "contenuto extra" del romanzo.
Un altro esempio di scrittura (a dirne bene) acerba è questo:
Tutto si svolse in pochi attimi. L’uomo che portava Coleman sulle spalle cadde a faccia in avanti, sopraffatto da un fardello che imporvvisamente era divenuto troppo pesante. Rimase bloccato ventre a terra mentre Coleman si agitava convulsamente sopra di lui. Urla strozzate e latrati frenetici gli riempirono le orecchie, lo assordarono a tal punto che cominciò a divincolarsi, cercando di sciogliersi da quella presa mortale. Sentì un forte bruciore alla schiena e percepì un liquido caldo e denso colargli sul volto e inzuppargli i capelli. Prese a muoversi con più foga, ma il peso che lo schiacciava a terra sembrò aumentare. Allora urlò con tutto il fiato rimastogli in gola.
Un urlo che ben presto divenne di dolore: il bruciore raggiunse l’apice come se mille lame gli stessero squarciano la carne. Poi l’urlo gli morì in gola mentre la vita lo abbandonava
Questa descrizione è semplicemente orribile, perché non si capisce nulla. Che cosa sta succedendo a Coleman, povera comparsa sacrificale di turno (credo sia la trentacinquesima che viene uccisa così a random)? Così com’è scritto non si riesce proprio a capirlo, mi spiace.
Poi, non so se si è notato già nel pezzo sopra, ma questo romanzo è pieno di avverbi. Avverbi da tutte le parti, avverbi che escono dalle fottute pareti. C’è una frase che io definirei addirittura emblematica, ed è la seguente:
Tra l’altro una delle (tante) critiche mosse alla saga di Amon di Paola Boni, lavoro di punta della casa editrice, è proprio quello che c’è un avverbio ogni riga. Allora a questo punto o gli editor di Casini sono troppo teneri con gli avverbi (magari sono succubi di un incantesimo e ai loro occhi gli avverbi assumono la forma di teneri coniglietti che piangono, provate voi a cancellarli a queste condizioni…), oppure dormono.
Per la cronaca, gli avverbi ci possono stare qua e là, ma se si riesce a sostituirli con un’altra espressione è molto meglio. Parola di qualunque editor sulla faccia della terra. E anche di Stephen King.
Varie ed eventuali
Ho ancora alcune annotazioni da rilevare, ma poiché non sono state fondamentali nel formare la valutazione del libro, ma solo elementi di contorno, le ho raccolte tutte in questa sezione. Potete saltarla a pie’ pari, comunque. Giuro che non mi offendo.
Prima di tutto, voglio spezzare una lancia in favore del libro. I misteri di Black Port è un bell’oggetto. Casini ha sicuramente investito molto nel packaging e chi acquista il libro si trova tra le mani un prodotto curato e bello da possedere. In particolare il progetto grafico di copertina è semplicemente stupendo (trovate alcune immagini qui).
Anzi, voglio sbilanciarmi, la copertina (nella foto: la mia) è forse la più bella che io abbia mai visto.
Ma passiamo ad altro. E, tremate, sto per indossare la maschera di Furio Zoccaro.
C’è un errore che mi ha fatto inalberare, nonostante si tratti probabilmente solo di un refuso. E lo ammetto, potrebbe essere una cosa che ho riscontrato solo io, perché ho passato mesi a documentarmi sulla servitù nell’Inghilterra georgiana e vittoriana (per il famoso giallo steampunk, tra parentesi). Ogni recensore ha le sue fisse maniacali. Il Duca Carraronan ha le armi e le armature (e i coniglietti). Io ho la gestione della casa nell’Inghilterra vittoriana. La vita è crudele.
Dunque cosa c’è di tanto scandaloso?
La servitù del Primo Cittadino non si trovava in quell’ala del palazzo ma dormiva sul retro, al pianterreno, lì relegata appositamente dalla vecchia nutrice, Miss Deidre Peacock, una complice ben pagata dalle distratte casse dell’esercito di Sua Maestà la Regina.
Nutrice? Ma WTF!?
La nutrice è la balia, quella che allatta e cura i bambini delle famiglie benestanti ed è una degli ultimi nella gerarchia della servitù. Di certo non ha il potere di far spostare l’intera servitù in un’ala della casa – potere che dubito avrebbe perfino un maggiordomo: dove alloggia la servitù lo decide il padrone. Qui, più che la nutrice, forse ci si riferisce alla governante, ovvero colei che è responsabile della cura della casa e che comanda tutti i servitori di sesso femminile. Ma anche la governante non ha il potere fisico di relegare l’intera servitù da qualche parte, per corrotta o meno che sia. La governante viene al quinto posto dell’ordine gerarchico della servitù, e risponde ai quattro uomini che la precedono.
Per maggiori informazioni c’è questo prezioso articolo su un blog che io ho sempre considerato oro puro se serve documentazione sul periodo imperiale inglese, Georgiana’s Garden.
Helen Mirren interpreta la governante in Gosford Park. E DETESTA quando la scambiano per una nutrice.
Quest’altra è un po’ uno spoiler, per cui occhio.
Nel libro si dice che Alessandro I di Russia si finse morto per continuare i suoi studi di necromanzia e poi incontrò un giovane Rasputin con il quale si unì per perfezionare la sua arte. Ma è improbabile che le date coincidano. Alessandro I è morto nel 1825, all’età di 47 anni, mentre Rasputin è nato nel gennaio del 1869, cioè 44 anni dopo. Il che significa che, al momento della nascita di quello che sarebbe diventatp il suo partner in crime, Alessandro I aveva la bellezza di 91 anni. Ma al momento del loro incontro, Rasputin viene definito “adolescente”. Dato per assodato che, secondo gente che ne sa più di me (Erik Erikson), l’adolescenza è quel periodo della vita umana che va dai 13 ai 19 anni, Alessandro I doveva avere dai 104 ai 110 anni. Che non è impossibile, per un essere umano, ma quantomeno improbabile.
Ho inserito qui la questione perché è anche possibile che a) Alessandro sia stato in qualche modo corrotto e insieme fortificato dalla necromanzia che praticava; b) io sia un terribile cagacazzi. Probabilmente sono vere entrambe le due proposizioni precedenti (specialmente la seconda), sta di fatto che, appena letto il nome di Raspiutin, la mia reazione istintiva è stata di scetticismo. Mi sono detto che non era plausibile, dato che Rasputin era coinvolto in eventi che avvennero cento anni e quattro zar dopo. E non venite a dirmi che tanto è fantasy.
"Sempre il cattivo mi tocca fare. Ma va' in mona, va'!"
Ultima cosa, poi, lo giuro, ho finito.
C’è la questione del tatuaggio. Ecco, quella non sono proprio riuscito a digerirla per due gravi motivi. Primo: è gestita male. Secondo: è intrinsecamente stupida.
Ci sono tatuaggi utili, e poi c'è quello di Black Jack.
Spiego meglio. Circa a metà del libro, il lettore viene informato che il protagonista, Black Jack, ha un misterioso tatuaggio che raffigura il numero romano VII, che poi sarebbe la cosa che lo connette alla scoperta di Napoleone Bonaparte e all’uso distorto che ne hanno fatto i britannici. Così, di punto in bianco. Con una delicatezza seconda solo a quella di Leatherface (che devo aver già menzionato nella precedente recensione, peraltro). Cioè: il protagonista della storia, quello dal passato nebuloso ha un tatuaggio che si porta con sè sin dall’infanzia e si degna di nominarlo solo a pagina 200?? Non si poteva trovare un modo meno anticlimatico e meno violento per fare di Jack la connessione tra le due trame? Che ne so, mai sentito parlare di una cosa che si chiama pistola di Chekhov?
Quindi di viene a sapere che [spoiler] Jack e le altre guardie reali sono degli esperimenti genetici di superuomo – Jack, uno dei primi, è verosimilmente difettoso. Il tatuaggio è in sostanza un marchio di riconoscimento che viene assegnato a ogni soggetto vittima dell’esperimento. E le guardie reali sono tante. Il che mi porta a pensare che, da qualche parte, ci deve essere un povero cristo con tatuato CCLXXXVII. Comodo, no?
Conclusioni
Cosa salvare – perché di questo si tratta, alla fine: di salvare il salvabile – di I misteri di Black Port? La trama centrale, o meglio, la premessa da cui si snoda e che verràforse sviluppata degnamente nei sequel.
Però basta questo a redimere il romanzo? No, proprio per niente. Il livello dello stile è troppo al di sotto della soglia di sufficienza sia per i miei gusti personali, sia a livello oggettivo, con errori di POV molto ma molto gravi per un romanzo pubblicato e in generale una tecnica narrativa troppo dilettantesca, con troppe cose raccontate e pochissime mostrate.
Siamo ben al di sotto della soglia di accettabilità-anche-chiudendo-tutti-e-due-gli-ochhi.