Segnalazioni in formato epub – “2012 – L’ultimo grido del mondo” di Matteo Poropat

Tempo fa sul Writer’s Dream, a seguito della lettura della breve raccolta di racconti “Lagomorpha” si concordava che Matteo Poropat era un bravo autore e che andava tenuto d’occhio. Non fosse altro perché i main villain del racconto che dava il nome all’antologia erano dei coniglietti mutanti assassini. Oggi (occhei, l’altroieri, però facciamo finta che abbia scritto questo post subito subito), grazie a un tweet di McNab apprendo che Poropat se ne è uscito con un altro regaluccio per i suoi lettori, un racconto gratuitamente scaricabile da Lulu intitolato 2012 – L’ultimo grido del mondo.

Come è facilmente intuibile dal titolo, il racconto, una settantina di pagine in tutto, stando all’anteprima di Calibre, parla dell’apocalisse che avverrà nel 2012 e che, come tutti noi sappiamo benissimo, non è solo una plot device per scrivere racconti horror o fantascientifici, ma anche una verifà supportata da fonti empiriche. A patto di considerare “fonte empirica” le profezie di Nostradamus.

Ma ciancio alle bande, di cosa parla il 2012 di Poropat? Questa è la breve sinossi copiaincollata direttamente da Lulu.

Per Sebastian Shaw, presentatore televisivo di fama mondiale, il futuro non potrebbe essere più buio.
Un’accusa per molestie sessuali.
Orribili incubi che lo tormentano.
Quel senso di predestinazione, che sembra deciso ad accompagnarlo verso l’anno a venire, il 2012, e a una nuova puntata della sua trasmissione. Dove la sua vita, come quella del mondo intero, potrebbe concludersi con un ultimo, terribile grido.

Il racconto è scaricabile gratis in formato epub su Lulu a questa pagina, mentre altri lavori di Matteo Poropat potete trovarli sul suo sito personale, e più precisamente qui.

Recensione – “Alice nel paese della Vaporità” di Francesco Dimitri

Alice nel paese della Vaporità di Francesco Dimitri è uno di quei libri che gli internet reviewer italiani amano odiare. Certo, non tanto quando Le cronache del Mondo Emerso della Troisi o Wunderkind dell’affabile GL, ma occupa comunque un posticino di tutto rispetto negli annali dei brutti fantasy italiani. È brutto, è confuso, è una cagata, è scritto male e a Dimitri gli puzzano pure un po’ i piedi.

Nel mio piccolo sono entrato in possesso del libro prima della celebre non-recensione/rant-natalizio su Gamberi Fantasy, quando ancora il romanzo era marketizzato come uno dei primi tentativi di portare il genere steampunk in Italia e, soprattutto, come il “terzo romanzo di Francesco Dimitri”, già autore del celebratissimo Pan (che io ancora non ho letto). Tra l’altro, in quel periodo stavo lavorando a un giallo classico all’inglese con ambientazione tipicamente steampunk, per cui il mio interesse per il genere era altissimo, cercavo avidamente qualcosa su cui documentarmi.

E, niente, ho comprato il libro, ho letto le recensioni e ho deciso di lasciarlo a prendere polvere infilato in libreria tra Lara Manni e gli steampunk di Lansdale.

Fino a oggi.

La settimana scorsa, in un impeto di follia, ho preso il romanzo e me lo sono portato sul pullman. L’ho letto, perfino.

E devo dire che, pur non concordando, se non in minima parte, con le molte recensioni negative che ho letto in giro, Alice nel paese della Vaporità non è un bel libro, ma non è nemmeno privo di aspetti in grado di redimerlo dalla dannazione eterna nell’Inferno dei Brutti Libri Fantasy.

Vediamo un po’ più nel dettaglio perché.

La scheda del libro

Alice nel paese della Vaporità di Francesco Dimitri
Pubblicato da Salani
Anno 2010
Pagine 277
Prezzo di copertina 16,80€
Il libro su Amazon

Ben nel paese di Alice nel paese della Vaporità

Intanto, Alice nel paese della Vaporità non è una rilettura del classico di Lewis Carrol, così come non ne è il rifacimento peggiore. L’Alice di Dimitri parte come la storia di Ben, londinese, afflitto dalla sindrome di Alice nel Paese delle Meraviglie, una condizione clinica che in sostanza gli altera le percezioni sensoriali. Ben è reduce da un trauma giovanile, in un incidente d’auto ha causato la morte di sua sorella, e si mantiene leggendo testi di autori emergenti per un’agenzia letteraria (e già da questo si capisce che è un fantasy).

Uno dei romanzi che gli capitano in visione è appunto Alice nel paese della Vaporità, quella che a prima vista gli sembra una rivisitazione in chiave steampunk dell’Alice di Carrol, scritto da un autore anonimo e irrintracciabile.

Durante una lunga notte, Ben legge la storia di Alice, un’antropologa di una Londra futuristica e postapocalittica in cui è risorta una tecnologia che potremmo definire steampunk, che decide di intraprendere un viaggio scientifico nella coltre di Vaporità che circonda la città e in cui si celano orrori inimmaginabili.

Ora, detto così non suona per niente male. E la cosa che mi fa girare le cosiddette è che per le prime cento-centocinquanta pagine non è per niente male davvero. È ciò che accade una volta che le due storie, quella di Alice e quella di Ben, si congiungono che fa piangere i coniglietti.

Provo a spiegarmi meglio. Mentre la storia di Alice è una Ricerca nel senso più classico del termine, una ricerca che converge addirittura nello scontro finale tra il Bene e il Male supremo, incarnato nella perfida Regina dello Steamland, la storia di Ben è centellinata (saranno sì e no quattromila parole ogni ventimila di Alice), ma offre tanti spunti interessanti: la malattia, l’incidente, l’autore misterioso che invia un romanzo a puntate, il romanzo stesso che sembra fare riferimento a lui che legge. C’è un’abile costruzione della suspense per tutta la prima parte della storia di Ben, un grande build-up. Che purtroppo deraglia in una conclusione deludente, ma tanto.

Che poi, essendo fan di King, un po' dovrei esserci abituato...

Steamscrittore

Quindi, il primo problema è il classico “tanto fumo e niente arrosto”. Il secondo è di natura meramente tecnica. Come già ho detto all’inizio, l’Alice di Dimitri era inteso da chi lo ha pubblicato come un tentativo di far esplodere la moda steampunk anche qui da noi. Ora, non che vi sia un proliferare di romanzi steampunk anche all’estero – e quindi non parlerei di “moda” vera e propria, impallidirebbe al confronto dei vampiri gay e degli elfi yaoi –, ma va detto che gli unici tentativi di diffondere la narrativa steampunk in Italia si devono al Duca e a Edizioni Scudo, con fortune peraltro nemmeno paragonabili a quelle degli altri trend letterari.

Quindi la Salani aveva a) un gran bravo autore italiano che era anche b) autore di un piccolo caso letterario per cui poteva considerarsi c) lanciato verso il successo. Orbene che si fa? Suoniamo la fanfara e importiamo lo steampunk nel Bel Paese.

Piccolo problema: Alice nel paese della Vaporità è un pessimo, pessimo, pessimo, pessimo, pessimo-per-dieci-alla-nona romanzo steampunk. È il peggiore romanzo steampunk che io abbia mai letto, e io leggo fantatrash. Non lo so che gli è preso, a Dimitri. Forse voleva sovvertire i canoni del genere perché, accipigna, fa figo sovvertire le cose, fattostà che il risultato è stato penoso.

Non basta aggiungere il prefisso “steam-” alle parole per far sì che diventino magicamente steampunk. Steamcarrozza, steamcomputer e roba del genere non sono sufficienti. I nomi degli oggetti nella letteratura steampunk sono pomposi, altisonanti, qualcosa tipo “Sistema di Computazione e Ottimizzazione di Calcolo a Vapore” o “Tecnologia a Vapore di Scansione e Osservazione Intelligibile per Algoritmi Operativi di Moduli Robotici” (questa è roba mia, l’ho usata in un racconto). Il punto è che non basta buttare a caso le parole “vapore”, “ingranaggi” e “bulloni” per creare l’atmosfera del genere. Senza contare che nemmeno l’ambientazione storica è rispettata, e manca anche quell’idealismo che, di solito, fa da sfondo alle storie steampunk, in contrapposizione al cinismo tipico del cyberpunk.

Per questo ho arbitrariamente deciso che Alice nel paese della Vaporità è un romanzo new weird. Perché come new weird funziona molto meglio. Dimitri ha una buona immaginazione e una fantasia alquanto perversa – in senso buono – tanto che in alcuni punti è in grado di rivaleggiare perfino con Il sentiero di legno e sangue di Luca Tarenzi.

Ah, e ovviamente non lo farei rientrare nemmeno nel genere fantasy, più che altro nell’horror, ma so bene che i confini tra il new weird e l’horror sono parecchio fumosi.

Steamverdure!

Show don’t chissene

La terza grande critica che l’Alice di Dimitri ha ricevuto era che era scritto male. È vero? Secondo me no. O meglio, sì, ho riscontrato in prima persona un utilizzo infantile dei caratteri per scrivere parole quali “vampiro” e “mostro”, ho assistito a quello che alcuni chiamerebbero “uso improprio di show don’t tell” e, oh perbacco, c’erano anche due o tre cliché ma di quelli belli grossi.

Però calma, contestualizziamo. Il punto focale del romanzo è che Ben sta leggendo una storia nella storia, le avventure di Alice sono un romanzo che Ben sta leggendo, un romanzo scritto da quello che Ben crede sia un esordiente e inviato via mail a un’agenzia letteraria. È normale che contenga bizzarrie tipografiche, errori di show don’t tell e qualche cliché, è fatto apposta. Cavoli, Ben lo dice pure:

La storia di Alice lo stava catturando e lui non capiva perché. Non era perfetta. C’erano dei problemi tecnici: dialoghi che potevano essere migliori, situazioni e personaggi un po’ forzati. Eppure, leggeva.

E, sebbene io sia d’accordo che alcune cose avrebbero potuto essere gestite meglio, sono d’accordo con Ben, perché la storia che stiamo leggendo è la sua, non quella di Alice.

In conclusione

Il romanzo non è quell’oscenità che dipingevano tutti, ma non è neanche un bel romanzo. Avrebbe potuto essere centomila volte meglio dando più spazio a Ben e meno ad Alice e avrebbe potuto essere un fantagigabazingagliardo di volte meglio ancora con un finale meno ad cazzum come quello che mi è toccato leggere.

Lo stile non è affatto pessimo come si diceva, tenuto conto della storia del romanzo dentro il romanzo. Si vede che a Dimitri piace sovvertire i topòi di genere. A tratti ci riesce, ad esempio con la profezia, che qui c’è, ma tutti sanno che è fuffa inventata dalla Regina per rabbonire il popolo, a tratti un po’ meno quando, come detto sopra, per giocare con gli stilemi dello steampunk ci pasticcia e basta.

L’unico personaggio davvero ben riuscito è Ben, che mi è stato simpatico da subito. Gli altri sono a malapena abbozzati e Alice, che è caratterizzata un pochino meglio rispetto alla media, non fosse altro che la seguiamo per buona parte del libro, non risulta né simpatetica né accattivante.

In buona sostanza un romanzo dimenticabile, con qualità redimibili che lo salvano dalla dannazione imperitura, ma che sono insufficienti per farne una lettura passabile.

Voto finale

Me la tiro un po’

Orbene, per due anni consecutivi un mio (micro)racconto è stato selezionato per essere accluso nell’antologia 365 della Delos, il cui tema questa volta era 365 racconti sulla fine del mondo. Sono anche riuscito ad accaparrarmi lo stesso giorno che avevo scelto l’anno scorso per la raccolta a tema horror, ossia il 14 marzo.

WWW Wednesday #4

Giuro, non vedevo l’ora che arrivasse mercoledì. Per una serie di ragioni, prima tra tutte perché è l’ultimo giorno di lezione e poi posso starmene a casa a poltrire tutto il giorno (che è molto meglio di stare in università a poltrire per mezza giornata scroccando il wi-fi). E poi perché c’è il WWW Wednesday, no? Come come come? “Cos’è il WWW Wednesday?” È la risposta alle domande fondamentali che ogni essere umano si pone, ammesso e non concesso che tali domande siano:

  • What are you currently reading? Che cosa stai leggendo in questo momento?
  • What did you recently finish reading? Che cosa hai appena finito di leggere?
  • What do you think you’ll read next? Che cosa pensi di leggere dopo?

Ed ecco, anche questa settimana, le mie risposte.

Che cosa stai leggendo in questo momento? Nientepopodimenoché Alice nel paese della Vaporità di Francesco Dimitri, un libro che ho acquistato e subito evitato per quasi un anno perché tutte le recensioni lo bollavano come illeggibile. E invece? Mi sta piacendo. È molto weird e per niente steampunk, a riprova che chi marketizza i libri in italia dovrebbe dedicarsi alla coltivazione di begonie in Turkmenistan, ma è anche la dimostrazione che le filippiche che gli internet reviewer italiani scodellano ogni tre per due sullo show don’t tell sono tanto fuffose quanto quelle dei vuminghi sul New Italian Epic.

Che cosa hai appena finito di leggere? Boy Meets Boy di David Levithan e l’ho anche brevemente recensito su aNobii (c’è il link alla libreria qui a destra). Il succo della minireccy: non è per niente  il mio genere, ma è stata una lettura gradevolissima.

Che cosa pensi di leggere dopo? Sa Dio Lady Gaga. So di per certo che tra un po’ leggerò il nuovo libro di Stephen King, 22/11/’63 (che stando a IBS dovrebbe uscire l’8 novembre in contemporanea con gli USA, con stessa copertina e stesso titolo, anche se opportunamente tradotti in italiano). Wu Ming 1 ha detto che è bello, ma Wu Ming 1 ha anche partorito il New Italian Epic. Ma prima? Ah, è un bel mistero… deciderò d’impulso alla fine di Alice.

Il trono di spade e i guerrieri del ghiaccio

Visto che molti se lo chiedevano, oggi sono in grado di postare due o tre informazioni sull’uscita italiana di A Dance with Dragons, quinto volume della serie delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di George R.R. Martin e sulla versione italiana della stupenda serie tv della HBO Game of Thrones, tratta dal primo romanzo della saga.

Più che una richiesta ricorrente, una certezza che la Mondadori conferma: la versione italiana di A Dance with Dragons sarà divisa in tre volumi che renderanno, secondo previsioni, la spesa totale per l’acquisto di poco inferiore ai 60€. Sì, sono pazzi, sì sono ladri. Scaricatevi l’ebook pirata o, ancora meglio, fate come me e comprate la versione in lingua originale, che tanto Martin non scrive apparecchiato.

Il primo volume, il cui titolo è I guerrieri del ghiaccio, uscirà martedì 25 ottobre in edizione rilegata. Questa è la copertina prevista (cliccate per un immagine un pelino più grande).

Sul fronte telefilmico, invece, Sky si è finalmente sbottonata e ha ufficializzato l’inizio delle trasmissioni della prima stagione di  Il trono di spade, ovvero Game of Thrones, la pluripremiata e acclamatissima serie televisiva, vera e propria rivelazione del 2011 televisivo. Il primo episodio andrà in onda su Sky Cinema 1 venerdì 11 novembre, ok, lo si sapeva già da un pezzo, ma mi sembrava carino aggiungerlo.

Recensione – “Prince of Thorns” di Mark Lawrence

Prince of Thorns è il romanzo d’esordio dello scrittore britannico Mark Lawrence e primo volume dell’immancabile trilogia, che qui si chiama The Broken Empire Trilogy. È un fantasy , high fantasy a voler essere precisi, ma non parla di nobili cavalieri e fanciulle battagliere. È più simile nei toni e nelle situazioni alle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di George R.R. Martin e alla serie della First Law di Joe Abercrombie, insomma, di tutto quel filone di narrativa fantastica improntata al realismo che celebra l’antieroe anziché l’eroe, che è un po’ il motivo per cui ho deciso di leggerlo.

Un altro motivo è che il blog Fantasy Book Critic ha annoverato quello di Lawrence tra i migliori debutti del genere fantasy del 2011.

Sarà vero? Sarà una recensione un po’ troppo accomodante? A lettura ultimata, posso sentenziare che la verità sta nel mezzo. Chevvordì? Che, sì, Prince of Thorns era un bel romanzo, ma non posso dire di essermi esattamente fatto la pipì addosso come un cucciolo di cane dalla contentezza per aver scoperto un nuovo talento letterario.

Ma procediamo per gradi.

La scheda del libro

Prince of Thorns di Mark Lawrence
Pubblicato da Ace Books
Anno 2011
Pagine 336
Prezzo di copertina 12.99$
Il libro su Amazon

La trama

Prince of Thorns è essenzialmente una storia di vendetta. All’età di nove anni, il principe Jorg Ancrath è testimone del brutale massacro della madre, la regina, e del fratello. Lui riesce a salvarsi per miracolo, nascondendosi in un groviglio di rovi (da qui il titolo, il principe di spine) che lo feriscono nel fisico tanto quanto le scene di cui è testimone quella notte lo feriscono nell’anima. Il mandante dell’omicidio, il conte Renar, è un nemico politico di suo padre, re Olidan, e quando Jorg scopre che la pena che gli verrà inflitta sarà di natura economica, anziché una guerra, come aveva sperato, decide di trovare da solo la sua vendetta. Ancora bambino, scappa dal palazzo reale assieme a un gruppo di mercenari e si unisce a loro, ben presto diventandone il capo. È solo all’età di quattordici anni che Jorg decide di ritornare da suo padre, che nel frattempo si è risposato ed è in attesa di un erede, per compiere la sua vendetta contro il conte Renar. Jorg però non sa che lui, Renar e perfino re Olidan sono solo pezzi di un gioco molto più grande, manovrati da giocatori invisibili e potentissimi.

Il principe di spine

La prima cosa da dire a commento della trama è che il libro parla principalmente di Jorg e della sua personale ricerca di vendetta. C’è una piccola parentesi politica di tanto in tanto, ma di quello parlerò in seguito.

Jorg è il punto focale del romanzo, e può essere un problema. Perché Jorg è un antieroe. E non uno di quegli antieroi belli e tenebrosi, ma che sotto sotto hanno il cuore d’oro. No, Jorg è un assassino, uno stupratore, un bugiardo, uno psicopatico e non prova nessun rimorso per le sue azioni. C’è un certo cinico distacco tra lui e le sue nefandezze che mi ha ricordato il Dexter Morgan di Jeff Lindsay, solo che, a differenza di Dexter, Jorg non ha un codice a cui attenersi: tutto ciò che fa è in funzione del suo obiettivo finale, ossia la vendetta contro il mandante dell’assassinio della madre e del fratello.

Va da sé che un personaggio del genere non piacerà a tutti. È un rischio che uno scrittore deve assumersi quando racconta la storia di qualcuno che, per definizione sociale, è una “brutta persona”. All’inizio anch’io sono stato infastidito dalla crudeltà di Jorg, per dirla tutta, ho cercato di capirlo, di mettermi nei suoi panni e provare a giustificarlo, ma non credo di avercela fatta. Però c’è che a me Jorg è piaciuto. È un personaggio intrigante e caratterizzato a meraviglia anche e soprattutto grazie alla splendida narrazione in prima persona.

La nota dolente è che Jorg non è solo un personaggio che sa affascinare, ma anche uno di quei superteenager per i quali bisogna spendere una buona dose di suspension of disbelief. Nel senso che assistiamo all’inizio del libro a Jorg che stermina un intero villaggio a capo dei suoi “Fratelli” mercenari, e lì ha quattordici anni. Lo sentiamo parlare come un adulto con molta più esperienza di quella di un adolescente, lo vediamo combattere con gente grossa il doppio di lui. Sempre quattordici anni. Senza contare che è diventato il leader dei “Fratelli” che era ancora più piccolo.

Sì, il mondo del fantasy è pieno di giovanissimi che fanno cose grandiose (piaccia o non piaccia a quella bigotta di Kahlan Amnell), ma qui secondo me Lawrence ha azzardato un pelino troppo.

Il gioco dei troni… anche qui

C’è però una seconda cosa che mi ha lasciato perplesso. Non entrerò troppo nello specifico perché non voglio spoilerare più del dovuto (che detto da me è… LOL).

Tutta la prima parte del romanzo è dedicata a ciò che ha fatto di Jorg il Principe delle Spine, del massacro di madre e fratello, della sua fuga dal castello e del suo ritorno. La sola caratterizzazione di Jorg affiancata all’ottima prosa di Lawrence è sufficiente a sostenere una prima parte che, in ogni caso, serve soprattutto come introduzione dei personaggi e delle situazioni in vista del secondo atto.

Nella seconda parte, invece, entra in gioco la politica. Lawrence lo nomina proprio, il gioco dei troni, e immagino che la citazione non sia solo un riferimento en passant, ma il riconoscimento di un’ispirazione fondamentale alla nascita del romanzo stesso.

Il problema è che quando ti confronti con la genialità delle trame politiche di Martin le cose sono due: o sei anche tu un genio, o ne risulti non all’altezza. E Lawrence secondo me fa parte della seconda categoria. Personalmente ho trovato troppo fumosi i retroscena fatti di giochi di potere e influenze. Ma ancora una volta, si tratta soprattutto di una tale of revenge, per cui la politica non è nemmeno così fondamentale.

Ser George of House Martin, famoso per gli intrighi e gli incesti

In conclusione

Prince of Thorns è romanzo fantasy estremamente godibile e soprattutto è un signor debutto letterario. La caratterizzazione dei personaggi è impeccabile, sia per quanto riguarda il protagonista, sul quale Lawrence ha fatto un lavoro davvero notevole per farlo sembrare simpatetico e disprezzabile nello stesso tempo, sia per quanto riguarda i coprimari, che non sembrano mai macchiette usate solo ai fini della trama, anche quando restano in scena il tempo di un capitolo.

Lawrence scrive bene, devo averlo già sottolineato un paio di volte, per cui non mi dilungo oltre. Lasciatemi però aggiungere, mi rivolgo specialmente a chi è patito di duelli e scene d’azione, che c’è un’avvincente scena di combattimento che va avanti per qualcosa come cinque pagine, e non devo nemmeno sottolineare che serve talento per scrivere una cosa del genere senza finire per annoiare.

Punti a sfavore, il lettore deve accettare delle premesse che non tutti vedranno di buon occhio, e cioè Jorg il superboy teenager, e una caratterizzazione politica del mondo che non è ben riuscita come quella degli autori a cui Lawrence è stato accostato (Martin e Abercrombie per primi).

Ma tutto sommato è un buon romanzo, si fa leggere e, nonostante sia il primo volume di una trilogia, sa essere autoconclusivo.

(Mi pare scontato, ma lo dico lo stesso: essendo un buon romanzo fantasy non si sa se o quando avremo l’onore di vederlo in Italia.)

Voto finale