Il meglio e il peggio dell’entertainment nel 2011

Fine anno. Va di moda fare le liste e alle persone ossessive compulsive come me piacciono le liste. Visto che ho già detto la mia sui libri peggiori (poco sotto) e migliori (su Scrittevolmente) letti quest’anno, e tenuto conto che sono un avido consumatore di prodotti di entertainment di vario genere, ecco una serie di cose che mi sono piaciute o meno in questo 2011 che sta per concludersi.

Televisione

Quest’anno ho definitivamente dato il mio addio alla televisione italiana. A parte i telegiornali quando cucino (rigorosamente SkyTg24 o TgCom24), non ho guardato altri programmi prodotti in Italia. E, no, la mia vita non è radicalmente cambiata e non mi si sono aperti nuovi orizzonti intellettuali. Ma questo non c’entra.

Il punto è che la mia dipendenza da telefilm statunitensi e britannici è andata esponenzialmente aumentando, così scegliere la serie tv migliore in assoluto del 2011 è arduo, per non dire impossibile. Per cui eccovi una lista in rigoroso ordine alfabetico.

Downton Abbey è un dramma in costume che parla di una nobile famiglia inglese e della loro servitù nella dimora di famiglia, Downton, mentre i vari eventi storici del primo ‘900 fanno da sfondo. Ora, uno dei miei film preferiti di sempre è Gosford Park di Robert Altman. Altman purtroppo non c’è più, però sapete da chi è scritto Downton Abbey? Da Julian Fellowes, che di Gosford Park era lo sceneggiatore.

È raro che mi appassioni a una serie in cui, a conti fatti, non succede niente di eclatante. Forse è il modo in cui Fellowes è riuscito a rendere interessante la quotidianità della famiglia Crawley e dei loro domestici che fa di Downton Abbey una piccola gemma.

Ciliegina sulla torta, c’è Maggie Smith che interpreta la contessa madre di Grantham. E ho detto tutto.

Se avete letto la mia lista dei migliori libri, avrete notato la presenza, in vetta, di una certa serie di libri fantasy scritta da un certo autore un po’ culopeso. Ecco, quella serie di libri non sarebbe stata lì, nella mia classifica, se non fosse stato per la serie tv che a essa si ispira.

Già di per sé vedere una serie fantasy che non sia patetica come Xena, Hercules e La spada della Verità è tutto un dire, ma Game of Thrones è qualcosa di epico. In parti uguali ottime performance, suspense, violenza e tette, che non guastano mai. Il merito è di George R.R. Martin, visto che ha scritto i libri e che della serie è executive producer. Ma tanto di cappello anche ai co-creatori David Benioff e D.B. Weiss, che hanno saputo prendere un materiale già di per sé ottimo e… tirarne fuori qualcosa di ancora meglio.

Game of Thrones è l’eccellenza fatta serie tv. Fatevi un favore e guardatela.

Non di soli drammi (e poppe, non scordiamoci le poppe) è fatta la vita di un uomo. Anzi, io personalmente adoro le comedy. Tra quelle spuntate fuori nel 2011, la mia preferita è senz’altro New Girl. Di che cosa parla New Girl? Di Jess, interpretata da Zooey Deschanel, che dopo la rottura con il suo fidanzato va a vivere in un appartamento con tre ragazzi.

A tanti New Girl in realtà non piace. Il perché è presto detto: molta della comedy si basa su Zooey Deschanel che fa l’adorabile sciocchina. Garantito che c’è molto di più, è comprensibile che alcuni possano trovarla irritante. A me piace, e quindi sta nella lista.

Per le peggiori serie dell’anno… scusate, ma non ce la faccio proprio a odiare Terra Nova. So che a tutti fa schifo, ma a me non è dispiaciuta poi così tanto. Specialmente non quando, sullo stesso network, andava inonda la terza stagione di Glee.

Dio santo la terza stagione di Glee…

Presente Glee, no? Non è una buona serie di per sé, è più un guilty pleasure. Ecco, la terza stagione è un gatto attaccato alle palle. Ryan Murphy, che ora ha un nuovo giocattolo, American Horror Story, che devo ancora guardarmi per bene, probabilmente si sarà detto “E chissene, è un prodotto che sa andare avanti con le sue gambe”. E invece no. La terza stagione di Glee è passata dall’assenza di storyline ad averne troppe, i personaggi sono diventati ancora di più caricature e quando le puntate cercano di fare la morale ai telespettatori lo fanno utilizzando tutti i cliché dei teen drama statunitensi che io odio visceralmente. Ah, e i numeri musicali sono una tragedia. Cioè, ora che Blaine ha cantato tutte le cover di Katy Perry che cosa gli rimane?

Musica

Sulla musica, lo ammetto, non sono molto ferrato. Ho dei gusti abbastanza particolari, senza contare che una canzone mi piace perché sì e non in modo razionale, quindi prendetela come viene.

La mia canzone preferita del 2011 è Under Cover of Darkness degli Strokes. Non mi ha ancora annoiato nonostante siano passati più di nove mesi da quando l’ho scaricata acquistata attraverso una transazione economica legale e riconosciuta dalle principali agenzie di commercio internazionale. E Julian Casablancas è un idolo. Perché si chiama Casablancas.

Altre canzoni preferite in ordine sparso (e non necessariamente uscite nel 2011):

Menzione speciale per i Bläue, sentiti per caso a Barcellona e che live spaccano abbestia.

E ora la canzone peggiore dell’anno. Anche qui secondo me siamo in zona so bad it’s good, però. La canzone in questione è – e come potrebbe essere altrimenti – Friday di Rebecca Black. È terribile, stupida all’inverosimile e ommioddio Rebecca Black ha una voce nasale che fa spavento. Però è anche LOL, e il lol è bene.

Senza contare che, grazie a Friday, Glee (prioprio il deprecabile Glee) è riuscito a mettere in scena una delle migliori cover della sua storia e che Rebecca Black non manca di autoironia.

Film

Quest’anno non sono andato molto al cinema, e non mi piace guardare film appena usciti in streaming perché spesso e volentieri si vedono male. Senza contare che i film migliori di solito escono in corrispondenza dell’award season, cioè tra novembre e febbraio, quindi fare una lista è una faticaccia. E sa dio quanto non mi piace fare fatica, ma con l’aiuto di IMDb ci posso riuscire.

Visto che Black Swan di Darren Aronofsky è stato distribuito in Italia il 18 febbraio 2011, mentre The Social Network è uscito due mesi prima, scelgo lui come miglior film dell’anno. A renderlo ancora migliore è stato il fatto che sono andato al cinema a vederlo con due ragazze che erano convinte si trattasse di un film sulla danza, tipo Save the Last Dance.

Invece un film che non si sa quando uscirà in Italia ma che vi consiglio di tenere d’occhio è 50/50, con il mitico Joseph Gordon-Levitt e l’un po’ meno mitico Seth Rogen. Questo in attesa dell’uscita italiana di Hugo Cabret di Martin Scorsese, alla faccia di chi fa lo snob perché Scorsese-per-me-è-morto-si-è-abbassato-a-dirigere-un-film-per-bambini-ewwwwww (citazione realmente letta su un blog di cinema).

Sul film peggiore del 2011, invece, non ho dubbi: The Tree of Life. Esatto, quello su cui i cinema snob di tutto il mondo si masturbano incessantemente dal festival di Cannes.

Sul serio, io ho odiato The Tree of Life. Raramente mi è capitato di vedere una puttanata che ne eguagliasse la pretenziosità. Non era un film, era uno screensaver. E a ogni scena mi sembrava di vedere sullo sfondo il regista che saltellava gridando “Chiedimi che cosa significa! Chiedimi che cosa significa!”. Mollato dopo 40 minuti perché non valeva il prezzo del biglietto. Che per inciso non ho pagato.

Internet

E ora veniamo alla fonte primaria di intrattenimento dell’anno. Cercherò di non inserire nella lista delle cose migliori scovate su internet nel 2011 siti porno, ma non prometto niente.

Prima di tutto il mio blog. Lo so che è auto celebrativo, però potrò dire che mi piace come sono riuscito a continuare a bloggare di un argomento non tanto mainstream come la letteratura per dodici mesi di fila (maggio escluso)? Lovvo anche dal profondo del mio cuore voi lettori, che riuscite a tollerarmi e alle volte siete pure d’accordo con me. Lovvo anche chi mi insulta, perché tanto alla fine si sa che io ho ragione e il resto del mondo torto.

Best of the year anche per Scrittevolmente. E non solo perché ci scrivo. Anzi, se fosse solo per quello non sarebbe in lista, visto che la maggior parte del mio lavoro consiste nel riformattare articoli e aggiornare la pagina aNobii. Scritty, forum e sito, è un bel posto frequentato da bella gente (a volte delirante, ma tant’è). E visto che per un aspirante scrittore confrontarsi coi suoi simili non può essere che un bene, non potevo non nominarlo.

Ma veniamo alla parte succosa. Perché blog/forum letterari a parte, la cosa migliore scovata su internet in questo 2011 è Obscurus Lupa. Che io venero con tutto me stesso e incorono qui e ora imperatrice di questo sito web.

Obscurus Lupa ha i capelli rossi e produce videorecensioni di film di serie z, spesso d’azione o horror. Mi ha parecchio divertito e mi ha anche aiutato a scoprire piccoli capolavori di trash filmico. E l’ho già detto che un giorno la sposerò?

Per il peggio di internet nel 2011, visto che questo è stato l’anno di Facebook e Twitter, ho scelto “gli intellettuali da social network”. Sul serio, non ho bisogno di sapere come la pensate su ogni cosa che vi viene in mente e che reputate importante e non ho intenzione di discutere con voi a rischio di essere linciato perché la penso diversamente. Questo senza contare che la gran parte di ciò che circola grazie ai summenzionati “intellettuali da social network” sono puttanate, bufale o manipolazioni, che a conti fatti non rendono migliore l’informazione reperita dalla “fonte alternativa OMG SO COOL!!!!1” rispetto a quella proveniente dalle labbra di Emilio Fede.

E il solo pensiero che l’anno prossimo (o, nella migliore delle ipotesi, tra un anno e quattro mesi) ci saranno le elezioni mi mette angoscia, visto che, come amministrative e referendum hanno evidenziato, gli “intellettuali da social network” vanno in fibrillazione in campagna elettorale (quando non sono troppo presi a farti la paternale su quanto siano mejo gli ebook e quanto tu sia pezzente se compri libri veri).

Per quest’anno è tutto. Se nel 2012 dovesse verificarsi la tanto attesa invasione zombie, la inserirò di rigore nella lista dell’anno prossimo. Sempre che riesca a mantenere il cervello nella scatola cranica. Nel mentre, buon anno e arrivederci a gennaio!

I 5 peggiori libri italiani del 2011

Quest’anno ho letto un sacco di brutti libri. E avrebbero potuto essere di più, se impegni di vario tipo non mi avessero impedito di proseguire lo Sparkling Vampires Month fino alla sua naturale conclusione.

Ci sono diversi tipi di libri brutti, in ogni caso. C’è il libro brutto che però è involontariamente comico, tipo quelli di Terry Goodkind o Twilight, e c’è il libro brutto che ti esaspera perché fa semplicemente schifo e non ha una sola qualità che possa redimerlo. Sono di recente giunto alla conclusione che gli scrittori miei connazionali si siano specializzati in questa seconda categoria. Sarà per via di qualcosa che c’è nell’acqua, non lo so.

La presente lista è la mia personale classifica dei cinque libri italiani più brutti pubblicati e letti nel corso del 2011. Tenete conto del fatto che si tratta di gusti soggettivi, e che io sono una persona orribile.

Infiliamoci stivali di gomma e mascherina e cominciamo a scavare in questa pila di… letteratura.

5) Nessun futuro di Luigi Milani


Questo libro non è nella lista perché è scritto male. In realtà Milani è dotato di una prosa chiara e anche piacevole. Il problema è che è scorretto.

Non so di chi sia stata l’idea, se dell’autore o della casa editrice, fattostà che il libro è presentato come un thriller soprannaturale. E non è affatto un thriller soprannaturale. Né un thriller e basta.

Inoltre è piagato da Katy Lexmark, la protagonista più irritante della storia della letteratura da quando Patricia Cornwell ha deciso di mandare in menopausa Kay Scarpetta. Sul serio, sono cinquecento pagine di questa tipa che si lagna, fa la morale, intavola discorsi banali ed irritanti che vorrebbero essere filosofici, il tutto intervallato da tempi morti e scene inutili, cosicché il numero delle pagine sembra triplicare tanto è noioso.

Una palla. Anzi, peggio, una palla irritante.

4) Il fiume a Nord di Carlotta De Melas


Come ho detto nella recensione, è un libro che nasconde i suoi enormi problemi dietro al più classico dei “tanto è un romanzo per bambini”. Piccolo problema: bambini non significa deficienti. Trama sciapa e priva di fantasia, conflitto inesistente, personaggi senza personalità ed elementi steampunk buttati lì a caso senza ragione d’essere.

Non è orribile, ma con un minimo di riflessione in più avrebbe potuto essere salvabile e risultare anche un buon libro per bambini. Così come è venuto fuori…meh. Il packaging di Casini Editore, comunque, è bello.

3) Il sogno di Talitha. I regni di Nashira 1 di Licia Troisi


Qui siamo in presenza semplicemente di un libro che scatena i miei istinti più beceri. È tutto ciò che un romanzo fantasy non dovrebbe essere. Trasuda plot hole, incongruenze e cliché, è scritto malissimo e senza cura, come se alla Troisi non fregasse più niente di preservare le sinapsi dei suoi lettori. È un libro che, se lo leggi, ti abbassa il quoziente intellettivo e la cosa è resa ancora più grave dal fatto che proviene da un’autrice con un ben quattordici libri alle spalle.

Una schifezza a 360 gradi che ho recensito qui e che mi ha già fatto abbastanza schiumare di rabbia, per cui passiamo oltre.

2) L’omissione di Dante di A.L. Ronin


Si tratta di un libro di cui probabilmente nessuno ha sentito parlare. E ciò è bene, perché è un romanzo stupido e diseducativo quasi ai limiti della pericolosità. Eccovene un sunto: parla di un poliziotto che indaga sul caso di un serial killer di pedofili che, a metà indagine, non solo scopre l’identità del serial killer e non lo denuncia, ma copre anche le sue tracce e, di fatto, ne diventa complice. Ha il nostro poliziotto qualche riserva morale per aver violato i suoi doveri e di fatto essere diventato uguale al male che cerca di sconfiggere? Cazzo, no!

È un libro stupido perché tratta un tema serissimo come l’abuso sessuale su minori senza sapere NIENTE sull’argomento che non sia preso pari pari da Pomeriggio Cinque. È un libro diseducativo perché anche la morale sembra presa pari pari da una puntata di Pomeriggio Cinque. Giuro, raramente mi sono sentito così insultato da un romanzo.

L’omissione di Dante è davvero il peggio del peggio. Meglio che rimanga nel dimenticatoio.

Ora, prima di scoprire chi c’è al numero uno della classifica vorrei fare ammenda. Quest’anno ho recensito negativamente un libro che, a posteriori, forse non meritava tutto l’astio che gli ho riversato addosso. I misteri di Black Port di Fabrizio Fortino era sì un romanzo dallo stile sgangherato, ma col senno di poi è stato sicuramente una lettura migliore degli obbrobri che popolano questa lista. Non un buon libro – ancora mi va il sangue al cervello quando penso ai POV sgangherati che, ommioddio, non si capiva niente – ma comunque non meritava la recensione-cazziatone. O non la meritava al 100%.

Ora che ci siamo occupati di questa dolorosa (per me) incombenza, siamo arrivati al momento clou della classifica, ossia il libro italiano più brutto dell’anno, che è…

1) Sopdet di Lara Manni


Lara Manni era partita bene con Esbat, che non era altro che una fanfiction riadattata per essere pubblicata da una casa editrice senza incappare in seccanti problemi di violazione del copyright. La storia era interessante nella sua semplicità, i personaggi (quasi tutti) avevano un senso e lo stile era onestamente sopra la media.

Poi la tragedia. All’inizio dell’anno è uscito il seguito di Esbat, Sopdet, e tutti lo dipingevano come un libro fantastico scritto da una grande autrice. Mentivano.

Sopdet è una storiella pretenziosa che cerca disperatamente di essere qualcosa “di più” di un urban fantasy e fallisce sotto ogni aspetto. I personaggi sono snaturati, le situazioni inverosimili quando non completamente buttate a caso e la trama è fallata da uno o due plot hole. E c’è la Mary Sue! Yeeee! Era riuscita ad evitarla nel primo fycciromanzo, ma in questo la Manni non ci fa mancare niente.

Sopdet non è un libro intrinsecamente sbagliato come quello che occupa la posizione precedente, ma tra tutti i libri italiani letti quest’anno è stato quello che mi ha punto più nel vivo. Leggendo quelle trecento pagine ho assistito impotente al declino di una promettente scrittrice italiana che aveva esordito più che bene neanche un paio di anni prima.

Per tutto il fastidio e la desolazione che la lettura di Sopdet mi ha provocato, l’opera seconda di Lara Manni si guadagna a pieno merito il titolo di peggior romanzo italiano del 2011.

Oh, a proposito…

Il 29 dicembre su Scrittevolmente sarà pubblicato un mio articolo in cui, tanto per cambiare un po’ la solfa, parlo dei migliori libri letti nel 2011. E, sì, ci sono ben due autori italiani in lista. Perché sarò sì una persona orribile, ma so anche essere meraviglioso…

La caccia alle streghe e la gente che ci casca

All’inizio della settimana, un uomo di nome Gianluca Casseri, ha aperto il fuoco nel mercato di piazza Dalmazia a Firenze. Il suo obiettivo, presumibilmente, era fare una strage tra gli immigrati che lì lavorano. Dopo aver ucciso due ambulanti senegalesi, Samb Modou e Diop Mor, Casseri si è recato al mercato di piazza San Lorenzo, ha di nuovo aperto il fuoco ferendo altri due ambulanti e quindi, accortosi di essere circondato dalle forze dell’ordine, si è suicidato.

I motivi del gesto, su cui c’è ancora da far luce con precisione, sono probabilmente ravvisabili nel disagio mentale dell’uomo abbinato all’ideologia di estrema destra xenofoba di cui era seguace.

Vi domanderete perché mi metto a parlare di questa tragedia in un blog letterario e perché lo faccio ora, dopo aver volutamente ignorato la vicenda (come ho ignorato e ignorerò le centinaia di vicende simili) per tutta la settimana. Ebbene, ne sto parlando perché ieri sera ho letto questo post su Fantasy Magazine.

Non è stata una bella settimana per la Fantasy, associata suo malgrado a eventi di cronaca luttuosi e dolorosi. Pertanto questa settimana rinuncio al consueto articolo di riepilogo, rinnovando il cordoglio per le vittime di Firenze.

La domanda che mi sorge spontanea è: ma perché?

Fermo restando che rispetto la sensibilità della redazione di Fantasy Magazine, posso dire che non la condivido per niente?

Non è stata una bella settimana per il fantasy? Perché? A sparare è stato Terry Brooks? Fatemi capire…

Cassieri era uno scrittore. Autore di un libro che, secondo La Stampa:

è un intreccio di negromanzia, magia, esoterismo.

Il libro in questione è La chiave del caos, che trovate anche su Ibs, e che sembra essere più un thriller storico sulla falsariga di Il cimitero di Praga di Umberto Eco che il manifesto di Breivik. Eppure diviene una prova sufficiente per la stampa italiana. Ha ucciso due persone e scriveva fiction esoteriche, deve esserci per forza un collegamento, no?

Peggio ha fatto Il Giornale, in uno di quegli articoli cretini in cui l’idiota di turno fa il profilo psicologico del più recente protagonista di cronaca nera basandosi sulle informazioni reperibili su Facebook o dopo una ricerca di tre secondi su Google (ancora mi ricordo le risate che mi feci ai tempi degli articoli su Er Pelliccia). L’articolo in questione è questo, in cui si dice:

Per vivere faceva il ragioniere ma era assorbito da passioni profonde, che ben poco hanno a che fare con la matematica. Cultore del neonazismo e del negazionismo, scrittore esoterico appassionato di Tolkien e dei miti celtici e neopagani [...]

Gli appassionati di Tolkien notoriamente si contano sulla punta delle dita e il fatto di ammirare l’innegabile talento di colui che, in sostanza, ha inventato il fantasy moderno, fa di chiunque un sociopatico con manie omicide.

La scarna biografia la scrive lo stesso Casseri sul web per presentare un suo scritto, parlando di sé rigorosamente in terza persona

Scriversi una breve biografia in terza persona è senz’altro indice di instabilità mentale. Credetemi, l’ho fatto anch’io su Scrittevolmente e quindi so di cosa parlo.

Ma non è tutto! A completare l’allucinante ritratto di Casseri ci pensa il Corriere, che ha la grazia di informarci che i suoi film preferiti erano:

Dobermann, L’ispettore Callaghan (Il caso Scorpio è tuo) e Un giorno di ordinaria follia

Grazie a dio il mio film preferito è La parola ai giurati, altrimenti ricadrei anch’io nella categoria degli scrittori sociopatici pronti a fare una strage in un mercato affollato.

No, sul serio, Fantasy Magazine, perché quel post? Per rispetto alle vittime? Ma avevate già pubblicato quest’altro articolo già di per sé estraneo alla vostra politica editoriale per omaggiare le vittime.

Quello che è accaduto a Firenze è senza dubbio una tragedia e rispetto la sensibilità di ognuno. Ma perché, e lo domando da scrittore, c’è questa necessità di tendere la mano a chi già ci spala la merda addosso?

Per tutta la settimana Casseri è stato “lo scrittore nerd che fa la strage perché tutti gli scrittori sono nerd senza vita sociale, specialmente quelli che scrivono fantasy, che si sa che lo fanno solo per fuggire da una realtà che non sono in grado di affrontare hurr hurr hurr herp derp” a causa della stampa italiana che deve buttarsi sul pezzo anche a costo di scrivere cazzate immani. E proprio tu, Fantasy Magazine, cadi nella trappola?

Per come la vedo io con quel post è come se FM avesse implicitamente aderito alla caccia alle streghe messa in atto dalla stampa italiana. Anzi, peggio, è come se il principale portale fantasy del nostro Paese si stesse scusando per qualcosa di terribile di cui è correspondabile. Io questo ragionamento non posso accettarlo. Sono uno scrittore, a volte scrivo fantasy, e sono perfettamente sano di mente. E scommetto pure di non essere il solo. Non ho intenzione di chinare il capo e scusarmi per il gesto di un folle. Non ho intenzione di definire quella passata “una brutta settimana per il fantasy”.

Gianluca Cassieri era un appassionato di fantasy e un teorico neonazista. Scegliete voi quale delle due cose gli ha armato la mano.

Natale Fantatrash

Mi è arrivato oggi un regalo di Natale da due amici e colleghi redattori su Scrittevolmente. L’ho aperto subito perché le voci nella testa mi hanno ordinato così e… beh, sono morto di lol. La mia passione per il fantatrash è andata troppo oltre o qualcuno vuole la mia morte?

In other news, anche l’eminentissima ac reverendissima Queenseptienna mi ha regalato un libro. Questa volta di Pratchett, quindi non lo considero un attentato alla mia integrità morale e spirituale.

Mancano tredici giorni a Natale e mi sono già cuccato due libri. E nessun ebook. Non posso che ritenermi soddisfatto.

Recensione – “Il sogno di Talitha (I regni di Nashira vol. 1)” di Licia Troisi

Un anno fa, giorno più giorno meno, recensivo sulle pagine di questo stesso blog Abel di Claudia Salvatori, definendolo non a torto “il libro più brutto di tutti i tempi”. Per qualche strano motivo – deve essere la magia del Natale – mi ritrovo, un anno dopo, in una situazione molto simile. Ho letto un romanzo osceno e questa ne è la recensione.

Se avete seguito il blog e avete letto il mio rant su Licia Troisi sapete di cosa parlo: Il sogno di Talitha, primo volume della nuova serie della più nota autrice fantasy italiana.

Il rant è stato scritto dopo la lettura delle prime ottanta pagine e, a romanzo finito, posso dire che il mio giudizio non è cambiato di una virgola. Il sogno di Talitha fa schifo, senza mezzi termini o possibilità di redenzione.

Vediamo perché.

La scheda del libro

Il sogno di Talitha di Licia Troisi
Pubblicato da Mondadori
Anno 2011
Pagine 428
Il libro su Amazon. Ma, datemi retta, non compratelo.

La trama

Appena dopo il prologo, il romanzo si apre con una finta citazione, questa:

DA I DONI DI MIRA, INTRODUZIONE, DI SORELLA DENEA DEL MONASTERO DI GALATA.

Molti credono che prima del tempo dello Scontro, su Nashira l’aria fosse abbondante e ovunque diffusa. Se questo sia vero o meno, non possiamo dirlo. I Primi, che vissero in quel periodo di beatitudine, non ci hanno lasciato cronache né altre tracce di sé. Quel che possiamo dire, è che, contrariamente a quanto creduto dagli incolti, non è l’aria a difettare su Nashira, ma la sua componente respirabile. È quest’ultima ad essere da millenni rarefatta, impalpabile, diafana.
Solo la potenza della Pietra dell’Aria riesce a radunare la poca prodotta dai Talareth sotto le loro immense chiome, in porzione tale da consentire la vita ai Talariti. Per questo notte e giorno non dobbiamo mai cessare di lodare e ringraziare Mira, per averci dato la Pietra e i Talareth, l’uno custode, l’altro padre di Talaria.

Prima di tutto lasciatemi dire che è un modo atroce di fare infodump. Lo sanno tutti che, se proprio devi inserire una spiegazione su come funziona il mondo in cui è ambientata la tua storia, come minimo lo devi fare in una scena di sexposition. Ma poi, è anche uno stratagemma che non ha senso logico: perché la fittizia sorella Denea si sente in dovere di spiegare come funziona la respirabilità dell’aria, se nel mondo in cui vive è la normalità? Rispetto a cosa la sta confrontando?

La storia vera e propria comincia con la presentazione della protagonista, Talitha, che è la figlia del ricco conte Megassa, uno talmente cattivo che, nel tempo libero, taglia le orecchie ai coniglietti e ci fa collanine e poi le dona agli orfanotrofi. Talitha è ovviamente una guerriera più che capace e ha uno schiavo, Saiph, per amico perché è troppo anticonformista!

È talmente anticonformista che, anziché essere a casa a scodellare pupetti, visto che è la figlia di un importante nobile in pole position per diventare re quando l’attuale regina avrà tirato le cuoia, può permettersi di fare parte della Guardia – qualsiasi cosa sia, visto che il libro non si prende la briga di precisarlo.

Al contrario del resto degli abitanti di Nashira, Talitha sembra avere un buon rapporto con il suo schiavo. Anzi, è straordinariamente empatica.

Talitha intravide Saiph, che li avrebbe seguiti sul carro degli schiavi. A volte quasi lo invidiava, tanto la condizione di schiavitù le sembrava preferibile alla propria.

Voglio dire, non è fantastico? Talitha è invidiosa del suo schiavo personale! E tenete conto che questa uscita spunta fuori a poche pagine di distanza da questa scena:

Una piccola folla di servitori si era riunita di fronte alla grande scalinata, e davanti a tutti si ergeva con le braccia conserte il conte Megassa. […]
Al centro della piccola folla [sì, l’ho notato anch’io, ma non ho voglia di segnare tutte le brutture stilistiche, ci sono altri reviewer che lo fanno meglio di me], il famiglio addetto alla disciplina degli schiavi teneva in mano il Bastone. Era nulla più che un ciocco di legno, sulla cui sommità era incastonato un minuscolo frammento di Pietra dell’Aria. Lo si vedeva a malapena brillare di una debole luce azzurrina. La Pietra, fonte di ogni magia, sorgente di vita per tutta Talaria e di dolore per i Femtiti. Lo schiavo ai suoi piedi era poco più di un ragazzino. Piagnucolava disperato, levando il viso alternativamente verso il famiglio e il conte.
«Non ho rubato, ve lo giuro… non lo farei mai… non violerei mai la vostra proprietà!» Intorno a lui, i suoi compagni tenevano ostinatamente gli occhi abbassati, qualcuno volgeva la testa dall’altra parte. Il famiglio guardò il conte. Megassa non cambiò espressione e si limitò a un breve cenno del capo.
«No, vi prego, no!» urlò il ragazzino.
Il famiglio alzò il Bastone e colpì. Non appena la Pietra toccò la schiena dello schiavo, si accese di un’intensa luce viola. Il volto del Femtita si deformò in un’espressione di terrore puro. Non era semplice paura: era un orrore profondo, che sembrava dilaniarlo da dentro. Il Bastone si alzò di nuovo, ancora e ancora, e a ogni colpo i lineamenti del ragazzino sembravano risucchiati in un vortice di dolore. Le sue grida si fecero altissime, ma Megassa non si scompose. Guardò fino alla fine, assaporò impassibile ogni istante di quell’agonia.
Ci vollero molti colpi prima che le urla dello schiavo si facessero meno intense e il suo corpo smettesse di divincolarsi. Cadde a terra, i muscoli che si contraevano a ogni percossa. Al quarantesimo colpo i suoi lamenti si spensero. Un silenzio gelido calò sulla platea.
Il conte la percorse con lo sguardo.
«Chiunque verrà sorpreso a rubare subirà la stessa sorte» disse senza alcuna emozione. Quindi si rivolse al famiglio: «Fa’ portare via il corpo, che lo gettino fuori dalla città, nella fossa comune.»

Capito? Talitha è invidiosa del suo schiavo! Santa banana, chi non vorrebbe essere privato della libertà, della dignità e torturato a morte a discrezione del proprio padrone? Povera Talitha che è costretta ad avere un’educazione, tutti i lussi di cui ha bisogno, gente pronta a servirla e riverirla e preziosi vestiti pagati con le ingenti finanze di famiglia. Schiavi… cosa ne sanno loro della vera sofferenza?

Tra l’altro avete notato che il libro fin qui è caratterizzato dalla netta contrapposizione tra uomini e schiavi. Giustamente lo schiavismo è dipinto in modo negativo (in maniera peraltro discutibilmente barbara). Però Talitha, pur avendo uno schiavo come miglior amykettixximo4ever non si è ancora capito da che parte stia in realtà. Cioè, ogni tanto si indigna per il trattamento riservato a Saiph, ma del resto delle palesi ingiustizie (e fidatevi, quando dico palesi intendo proprio “delicate come un omicidio perpetrato con un ascia”) che colpiscono gli altri schiavi non sembra fregargliene molto. Insomma, accetta tutto molto passivamente, fintanto che viene servita e riverita.

Torniamo alla storia. Talitha si reca con la famiglia nel Regno della Primavera (sul serio, si chiama così) per assistere a un matrimonio e lì incontra la sorella Lebitha, che è una sacerdotessa in procinto di diventare Piccola Madre, che è una carica tipo vescovo ma con il potere di eleggere il nuovo re dopo la morte del precedente. Durante un banchetto, Lebitha tossisce sangue e sviene e, nonostante suo padre l’abbia affidata alle cure dei migliori guaritori dei quattro regni, muore.

Malattia o avvelenamento? Plot convenience!

Talitha è sotto shock. Talmente sotto shock che comincia a fare cose inquietanti, tipo:

si strappò le lacrime dalle guance

Ma il peggio deve ancora venire. Dopo il funerale di Lebitha, il conte Megassa convoca Talitha nel suo studio e Talitha non riesce a spiegarsi il perché. Un lettore con due sinapsi funzionanti ha già intuito che le vuol far prendere il posto della sorella al monastero in modo da avere il suo voto per essere incoronato re… immagino che il conflitto d’interessi non sia un problema a Nashira, o il segretario della sezione locale del PD sia peggio di quello italiano. Megassa le mostra anche la Pietra dell’Aria appartenuta a Lebitha, simbolo del suo potere sacerdotale, e Talitha ancora non connette. Allora glielo dice diretto e la figlia casca dalle nuvole… Ecco cosa succede quando non fai la mappatura cromosomica dopo il parto.

Insomma, Megassa comunica alla figlia che deve prendere il posto della sorella al monastero per far sì che lui diventi re. Il motivo è semplice:

[…] è in gioco il futuro del nostro casato.

Cosa come cosa? No! Stronzate! Se Megassa diventa re grazie al voto di Talitha – che è solo un elettore tra tanti e non è comunque detto che diventi Piccola Madre come la sorella – non avrà comunque alcun erede diretto a cui passare le redini del casato, visto che una figlia è morta e l’altra è monaca. Avrebbe avuto senso se la Troisi avesse inserito, chessò, un fratello minore a cui sarebbe andato il potere una volta morto Megassa, ma così è semplicemente cretino.

Talitha si ribella al padre, che inizia a somministrarle una lezione in stile anni ’50, ma interviene Saiph che prende le botte al posto suo. Vedendo che Megassa è in preda a una furia cieca (scusate il gioco di parole), Talitha, pur di fermarlo, accetta di prendere i voti. Talitha si ritira con Saiph e fa il punto della situazione. Con frasi come questa:

[…] dovrò vivere per sempre lassù, avrò il dominio su una corte di schiave come me.

Ehm, Talitha, sei sicura di voler paragonare la tua condizione di futura monaca privilegiata a quella di uno schiavo quando il tuo schiavo ti siede di fronte?

Saiph, per nulla colpito dall’assenza di empatia della sua padrona, le annuncia che andrà con lei. Così, i due struggenti eroi passano un’ultima notte a palazzo a sbronzarsi e ballare. Date rape? Ma no, questo è un fantasy, e come tutti sanno, il fantasy è un genere letterario per bambini, quindi certe cose brutte non succedono. Ai protagonisti.

Tra i fumi dell’alcol e di qualsiasi cosa i folletti che popolano Nashira siano soliti pippare durante le feste, Talitha domanda a Saiph:

«Saiph, sei sicuro di voler venire con me?»

Sì, Saiph, sei sicuro di voler abbandonare la casa dove sei nato e cresciuto e dove mio padre esercita potere di vita e di morte su di te per venire con me al monastero dove sarò io, la tua amykettixxima4ever a essere in posizione di potere? Scelta ardua, eh?

Il giorno successivo, Talitha ascende al tempio e la prima parte del romanzo finisce senza che nulla di rilevante per gli sviluppi futuri sia realmente successo.

Al tempio, tempo tre petosecondi, e si capisce che nessuno tratterà Talitha decentemente. Ma dai. Poteva l’eroina di un romanzo della Licia nazionale non essere una povera anima tormentata? Ovvio che no! Anzi, quasi subito Talitha viene sottoposta a ogni genere di torture psicologiche dalle sorelle, tipo saltare i pasti o imparare cento inni a memoria nel corso di una notte. E a Saiph va ancora peggio:

Gli schiavi furono fatti allineare sul piazzale, poi la sacerdotessa disse il nome di quello da punire. Era un ragazzo più o meno dell’età di Saiph, che nel sentirsi chiamare si lasciò cadere a terra, tremante di terrore. Le Combattenti lo trascinarono fuori dalle fila, poi due di esse lo legarono mani e piedi a un ceppo. «Dieci bastonate» proclamò la sacerdotessa.
Lo schiavo cercò di protestare, ma la prima bastonata gli mozzò la parole in bocca. Poi non poté fare altro che gridare, mentre le bastonate si susseguivano. Saiph non aveva mai visto nessuno colpire con tale foga, né con una simile impassibilità. Le punizioni a palazzo, in confronto, erano carezze. Dovette distogliere lo sguardo. Non ce la faceva.
Quando la Combattente ebbe finito, e lo schiavo rimase a terra a gemere, la sacerdotessa si fece avanti. Era giovane, persino bella, ma il suo sguardo non tradiva un’ombra di pietà.
«Così trattiamo gli schiavi che disobbediscono. Così verrà trattato ognuno di voi, se mancherà.
E ora, tornate a dormire.» Rientrarono nella baracca. «Che cos’aveva fatto?» chiese piano Saiph al vecchio che gli si sdraiò accanto.
Quello lo guardò con triste rassegnazione. «Niente. Ogni tanto prendono a caso uno di noi e lo bastonano, giusto per ricordarci come funziona qui.»

Si tratta di uno stratagemma ridicolo che la Troisi – in evidente difficoltà – adopera per far risultare simpatico il protagonista agli occhi del lettore non tanto per delle qualità intrinseche alla personalità del personaggio, ma perché fa pena e i lettori (mentecatti) adorano simpatizzare con il più patetico del gruppo. Provate a pensare a Walter Nudo all’isola dei famosi, o alla ballerina obesa di Amici di Maria De Filippi che, nonostante balli con la leggiadria di un termosifone preso a sprangate da un hooligan, è sempre prima in classifica perché lei ha un sogno e riuscirà a realizzarlo anche se tutti le dicono che è troppo grassa per il balletto.

Lei ce l'ha fatta!

Le motivazioni degli “antagonisti”, in questo caso le monache, sono inesistenti. Non c’è ragione per cui debbano avercela con Talitha o con gli schiavi. Anzi, se io fossi circondato da una moltitudine di individui che non sono in grado di sentire dolore fisico e quindi virtualmente inarrestabili, mi farei due o tre scrupoli prima di seviziarli solo per il gusto di esercitare il mio potere dispotico. E allora le cose sono due: o la Troisi è un’inetta e, all’alba del suo quindicesimo libro ancora non ha capito come si gestisce un conflitto, oppure prende deliberatamente per il culo i suoi lettori trattandoli come una manica di decerebrati. E il fatto che nessuno dei suoi lettori affezionati abbia mai detto “bè”, mi porta a pensare che siano in effetti una manica di decerebrati. Potrei anche sbagliarmi. Potrebbero essere anche dei leccaculo, chissà…

Ma mi sto di nuovo lasciando andare all’invettiva contro l’autrice inetta e i suoi seguaci.

Torniamo alla storia. Talitha incontra una novizia di nome Kora che finora è l’unica persona gentile in tutto il monastero e… oh snap, c’è anche Grele la stronzetta bionda!

«Allora, Talitha di Messe, anche stasera ci allieterai con qualche bella lettura?» Era la ragazza bionda che l’aveva spintonata ad aver parlato. Le si era fatta da presso, accompagnata da un altro paio di ragazzine che ridacchiavano.
«Basta, Grele, sai che è nuova» intervenne Kora.
«Nessuno ha chiesto il tuo parere» replicò l’altra, brusca. Poi fissò di nuovo Talitha. «Credo tu abbia raggiunto un primato: farsi punire dopo nemmeno un giorno.»

Scusate, ma sto leggendo un fantasy o la trascrizione di un episodio di La vita segreta di una teenager americana per ritardati mentali? Quand’è che il romanzo è diventato una brutta fan fiction? Ah, sì. Nel prologo.

Ma aspettate, c’è di più. Perché Grele odia Talitha? Perché, ci dice la Licia nazionale, era destinata a essere Piccola Madre prima che Talitha prendesse i voti. No, aspetta. No. Era Labitha destinata a essere Piccola Madre e, dopo la sua morte, Talitha ha preso il suo posto. È successo tutto nell’arco di pochi giorni e anche ammettendo che Grele abbia saputo della morte di Labitha, cosa che il libro comunque non dice, deve aver avuto davvero poco tempo per coltivare i suoi sogni di gloria. Ma a che pro lamentarsi? Un plot hole in più o in meno a ‘sto punto che cambia?

Dopo aver scontato un’altra dose di punizioni, Talitha trova un messaggio di sua sorella che dice: Uniscile e le separerai. In seguito viene spedita da sorella Pelei a imparare la magia, anche se viene stabilito all’inizio che la sua Risonanza, a differenza di quella di Labitha, è bassa. E, per prenderci gioco ancora un po’ della povera struggente Talitha, la classe di magia in cui viene inserita è composta da bambine sotto i nove anni.. Perché LOL!

Segue scena di infodump mascherata da lezione:

«Sai dirmi cos’è la Risonanza?»
«Be’, sì… È la capacità di attivare le proprietà magiche della Pietra dell’Aria. La Risonanza è la condizione fondamentale per riuscire a formulare incantesimi; minore è la Risonanza, minori sono le capacità magiche. Chi non la possiede non può usare la magia.»

Sorella Pelei quindi porta Talitha a combattere. Pelei oltre a essere una monaca attempata ma con le poppe giganti (e con quello che la Licia nazionale definisce un decolté indecoroso per una sacerdotessa) è anche una specie di maga guerriera badass e così Talitha scopre che è possibile usare la risonanza per combattere. Cosa che a Nashira nessuno fa perché… tanto è fantasy?

Saiph intato è messo a lavorare in lavanderia ed è distrutto dalla fatica. Peccato che gli schiavi non possano sentire il dolore e quindi non dovrebbero nemmeno sentire la fatica. Altrimenti sarebbe stupido, no? Habemus plot hole! Cos’è, il quarto? Dite che devo cominciare a tenere il conto?

Talitha viene punita per… qualcosa e costretta al digiuno, ma ruba un tozzo di pane e lo affida a una schiava affinché lo consegni a Saiph. La schiava non vuole rischiare di essere scoperta e picchiata presumibilmente a morte (visto che è stato stabilito che gli schiavi sorpresi a rubare vengono bastonati fino alla morte) e la risposta di Talitha è esilarante:

«Portaglielo e basta» ringhiò lei.

Cioè, Talitha rischia la vita di una schiava per nutrirne un altro, che però è il suo schiavo personale. Non ha veramente a cuore il problema dello schiavismo, vero?

La sera successiva Talitha e Saiph si incontrano di nascosto e cominciano a elaborare un piano per fuggire. Piccolo problema: non ci sono vie di fuga praticabili.

In seguito, grazie a sorella Pelei, Talitha ottiene il permesso di entrare nella stanza di Labitha e riesce a trovare una chiave e un rotolo di carta che contiene un disegno e dei riferimenti a dei libri. Saiph intanto scopre che nel monastero c’è una zona proibita e che chi ci si avvicina troppo, schiavo o monaco che sia, si ammala di un brutto caso di mortostecchite, e Talitha collega ciò alla morte di Labitha. Ha scoperto qualcosa che non doveva e le sorelle l’hanno ammazzata!

Quindi le monache erano cattive fin dall’inizio! Non mi avevano mai dato il minimo indizio per sospettarlo…

Prima di passare all’azione, Talitha e Saiph parlano con un vecchio schiavo che è incaricato di fare le pulizie nell’anticamera del Nucleo, dove si trova la zona proibita. Perché è ovvio che le monache lascino fare le pulizie nella loro zona proibita a uno schiavo qualsiasi, con il rischio che spifferi tutto al primo venuto. Mica hanno niente da nascondere!

Talitha chiede allo schiavo di disegnarle una mappa; lo schiavo è riluttante ma Talitha non demorde. «Diccelo.» «No!» «Diccelo.» «No!» «Ti diamo cibo extra.» «No!» «E se te lo chiedo per piacere?» «Oh, allora ok…»

Dopo l’ennesima punizione, Talitha e Saiph decidono di andare a perlustrare la zona proibita e possibilmente anche di fuggire. E Saiph sceglie proprio quei delicati momenti per farsi salire l’ormone. Che sia un preludio alla love story che vedremo più avanti nel libro? Oh, non siate prevedibili, sono sicuro che la Licia nazionale ci sorprenderà come sempre.

Saiph annuì, ma si sorprese distratto da altri pensieri. Il profumo del corpo di lei era così intenso da dargli il capogiro. Era un profumo nuovo, diverso. Un profumo di donna.

Eww, Talitha è in quei giorni del mese…

Comunque, i due struggenti eroi si infiltrano nella zona proibita e scoprono che in essa sono contenuti diari delle sacerdotesse eretiche che sono state bruciate sul rogo. Momento, in tutti questi anni nessuno ha mai sospettato che nei templi si praticassero esecuzioni degli eretici? Ma soprattutto: nessun eretico ha mai diffuso le sue convinzioni al di fuori del tempio? Le monache possono usufruire di giorni di licenza per vedere la propria famiglia, il libro questo lo stabilisce un paio di volte, quindi perché nessuno ha aspettato la licenza, è tornato a casa e ha diffuso la notizia? Perché…

Ecco perché!

E vi starete chiedendo qual è la scoperta che è cosata cara agli eretici. Ebbene, su Nashira ci sono due soli, Miraval, grande e arancione, che si crede essere alimentato dal potere della dea Mira, e Cretus, una nana bianca, che rappresenta il potere malvagio in contrapposizione a Mira. Il problema? Cretus, che secondo le leggende dovrebbe essere tenuto sotto controllo da Miraval per poi esserne inglobato alla fine dei tempi, sta invece crescendo a dismisura, una realtà evidenziata dagli eretici che le monache preferiscono ignorare.

Ora, non è un plot hole ma quasi. Da quanti anni va avanti questa “eresia”? Se non si fidano delle eretiche – che sono monache che per lavoro contemplano Miraval e Cretus – perché non controllano da sole invece di tapparsi le orecchie e canticchiare “Lalalalalalalala”? Insomma, se lo dice una è anche probabile che sia un’eretica, se lo dicono in decine e decine, può darsi che qualcosa di vero ci sia, no?

Fun fact: una stella di nome Mira esiste veramente ed è una stella binaria, il che significa che ha una compagna. Ma non è tutto: Mira A è una gigante rossa e la sua compagna Mira B è una nana bianca. In più, la nomenclatura alternativa per definire Mira è Omicron Ceti, perché si trova nella costellazione della Balena, in latino… Cetus.

Quindi la Licia nazionale si è documentata? Chissenefrega, il libro fa schifo lo stesso. Torniamo a Talitha, che ormai è convinta che Labitha sia stata uccisa perché ha scoperto troppo (del resto le monache del Grande Complotto Stellare non si sono premurate di, chessò, eliminare i diari delle eretiche, ma hanno preferito lasciare tutto in bella vista, dove Labitha poteva agilmente trovarli e leggerli). Prima che gli struggenti eroi possano fare qualcosa, però, vengono sorpresi dalle monache ninja. Saiph riesce a mettere in salvo Talitha ma viene scoperto e catturato e, il giorno successivo, le monache annunciano che sarà giustiziato pubblicamente con cento bastonate. Oh, noooooo!

Ma niente paura, perché la notte prima dell’esecuzione, Talitha cerca di liberare Saiph e fuggire dal monastero. Appiccando un gigantesco incendio. Già. In monastero costruito attorno a un albero gigante, un albero da cui dipende la sopravvivenza stessa degli abitanti di Nashira, la cosa logica da fare è appiccare un incendio. A quanto pare sì, perché scopriamo che:

I Talareth erano refrattari al fuoco, una proprietà che il loro legno, una volta staccato dalla pianta, perdeva.

Comunque, Talitha e Saiph vengono attaccati da una Combattente, ma arriva dal nulla sorella Pelei e li salva, i tre si arrampicano fino alla sommità del Talareth, ma rispunta la combattente e uccide sorella Pelei. Bai Baaaai!

Talitha e Saiph sono da soli sulla cima dell’albero e decidono che la loro prossima mossa sarà seguire il piano di Lebitha, ossia rintracciare un eretico imprigionato nel deserto che forse conosce il modo per impedire che la stella Cretus continui a crescere. Sapete, la scelta logica!

Ma i nostri eroi non possono rimanere sull’albero, per cui, grazie a un incantesimo di levitazione lanciato da Talitha, si calano dalla sommità del Talareth. Tutto questo senza che il lettore avesse mai ricevuto un indizio sul fatto che Talitha fosse in grado di servirsi della magia a tal punto di permetterle l’utilizzo di un incantesimo abbastanza impegnativo. Continuità logica, a chi cazzo serve quando hai la Troisi?

Torniamo alla storia. I due si rifugiano presso un cartografo dove scoprono che le guardie del conte Megassa stanno dando loro la caccia. Inoltre ci sono le prime avvisaglie di una potenziale ribellione degli schiavi Femiti:

«[…]Ieri c’è stata una ribellione nella parte sud della città, un assalto a una carrozza che trasportava viveri. I Femtiti erano combattenti, un tempo, e non hanno dimenticato le arti della guerra.»

Cosa? Non solo i Femiti sono in maggioranza numerica e immuni al dolore fisico, ma sono anche potenti guerrieri e non hanno dimenticato l’arte della guerra che è parte del loro retaggio. E allora come hanno fatto i Talariti a schiavizzarli? Con tre bastoni del menga? Ma cosa sono, una razza di deficienti?

Dopo aver dormito e fatto colazione, Saiph e Talitha scambiano la casa del cartografo per il Grand Hotel e… oh, no, le guardie arrivano per perquisire il quartiere, che colpo di scena inaspettato! Talitha e Saiph scappano ma vengono bloccati da due guardie, ricevono però l’aiuto inaspettato di un mendicante Femita, attirando una folla di suoi simili. Le guardie uccidono il mendicante, ma gli altri schiavi insorgono e riescono a sopraffare con facilità le guardie, massacrandole. Una cosa piuttosto facile per un popolo che È STATO SCHIAVIZZATO PER GENERAZIONI DA GUARDIE SIMILI A QUELLE CHE HANNO UCCISO IN UN PETOSECONDO!

(Immaginatemi mentre urlo e sbatto con violenza la testa contro la tastiera del PC.)

Va bene, quindi siamo in fuga e, mano a mano, la Troisi snocciola tutti i cliché del caso. Incluso questo:

«Dovremo procurarci dei mantelli prima o poi» osservò Talitha quando ebbero ripreso il viaggio. «Potrebbero servirci per camuffarci, quando arriveremo in un centro abitato più grande. Quanto ci vorrà per raggiungere Alepha?»

Ma… ma… ma… PERCHÉ? Andare in giro coperti da un cappuccio (magari nero) quando si vive su un pianeta minacciato da una stella che si sta ingigantendo e sta surriscaldando l’atmosfera è la cosa più idiota che un fuggitivo possa fare. Usa. Il. Cervello. Stupido libro.

Bla bla bla, un po’ di scene con gli amyketti in viaggio dopo, Talitha e Saiph vengono raggiunti da una Combattente perché la trama dice così. Segue scontro su una specie di ponte sospeso che la Combattente taglia con un pezzo di vetro trovato da qualche parte. Non chiedetemi come. Oh, no, Talitha sta per cadere nell’abisso e il capitolo si interrompe. Che cliffhangerone, eh? Specialmente visto che il libro ha già stabilito che Talitha è in grado non si sa come di praticare magie di levitazione.

Dopo un salto temporale più che benvenuto visto che la trama si sta allungando a sproposito, ritroviamo Talitha e Saiph nel Regno dell’Autunno, dove sono ancora ricercati. Cacchio, Megassa deve essere davvero potente se la sua giurisdizione si estende anche oltre i confini del suo dominio… ma forse sto mettendo troppo cervello in un romanzo in cui è palese che l’autrice non ne abbia messo affatto.

Ancora bla bla bla, Talitha e Saiph vengono scovati da un cacciatore di taglie e da una specie di bambino Femita Ninja di nome Grif. Grazie, Licia Troisi, ora sto pensando al Griff di un altro romanzo centomila volte migliore di questo.

Il cacciatore di taglie li fa prigionieri con l’intenzione di riportarli da Megassa, ma una sera Saiph riesce a liberarsi dalle manette usando il proprio sangue come lubrificante per sfilare le mani. Che scena splatter, sembra proprio qualcosa che scriverebbe Stephen King.

Talitha e Saiph scappano, si imbattono in un ragazzo che guida un carro e gli intimano di scendere, per impossessarsi del drago che lo traina.

Quello alzò le mani, tremando sotto la sua presa. «Non ho niente, non ho niente!» balbettò.
«Non vogliamo derubarti, scendi e basta!»

Sì, non vogliamo derubarti! Vogliamo solo privarti dei tuoi beni materiali senza il tuo consenso e senza darti niente in cambio!

Saiph è però ferito per via del numero con le manette, Talitha lo cura perché, oltra a saper levitare, ha anche poteri di guarigione, insieme rubano un altro drago, questa volta in grado di volare, e speriamo che si diano una mossa a fare quello che devono perché tanto si è capito benissimo che questo libro non sarà per niente autoconclusivo, perché probabilmente la Troisi ha un contratto che la vincola a sfornare altri due romanzi deficienti come questo con i quali appestare ulteriormente il mercato del fantasy italiano.

Infine, arrivano alla fortezza dove è rinchiuso l’eretico. Oh, no! La fortezza sembra essere stata attaccata! Chissenefrega, facciamola finita e in fretta, mancano trenta pagine, orsù!

La fortezza è stata teatro di un’insurrezione di Femiti (vedi nota precedente sui Femiti deficienti che sopportano pacifici la schiavitù per generazioni e si liberano dal controllo dei Talariti in una settimana) e l’eretico che Talitha e Saiph cercano se ne è andato a mord verso Skyrim i Monti di Ghiaccio. Oh, yeah! Sembra che ci sia tempo per un altro fantastico viaggio, dopotutto!

E infatti Talitha e Saiph si mettono in viaggio, ma si camuffano per non essere riconosciuti.

Adesso il volto di Saiph era deturpato da un’enorme voglia, una macchia scura che risaltava sul candore della sua pelle e alterava i lineamenti.

Giusto! Perché il modo migliore per passare inosservati è senza dubbio dipingersi una voglia gigante sulla faccia, no?

Ma ovviamente in un mondo di deficienti il minus habens è re e il travestimento funziona. Sembra quasi che Licia Troisi abbia raggiunto il numero di caratteri richiesto dall’editore e quindi non abbia più bisogno di aggiungere scene allungabrodo e possa finalmente far arrivare il libro alla sua conclusione.

O no?

No, ovviamente! Grazie al brillante travestimento di Talitha (mascherata da mezz’elfa), lei e Saiph vengono catturati da degli schiavisti che li scambiano per due Femiti ribelli e li conducono alle miniere. Chissenefotte! CONCLUDI, LIBRO, CONCLUDI!

Al villaggio dei Femiti minatori (sì, i Femiti schiavi vivono ammassati in casermoni dormitorio in città, ma hanno villaggi con villette di proprietà nelle miniere, di che vi stupite?) Saiph incontra i nonni senza nemmeno bisogno dell’aiuto di Maria De Filippi, ma tempo un minuto e vengono riconosciuti, gli schiavi però intervengono in loro sostegno e scoppia una rivolta.

Saiph viene ferito e nemmeno i Magici Poteri Convenienti per l’Avanzamento della Trama (o, in forma di acronimo MPCAT) di Talitha sembrano poterlo curare. Alla fine, però, grazie alla Pietra dell’Aria, ce la fa. Sarebbe stata una scena drammatica, se la stessa cosa non fosse già successa poco prima!

Va bene, tagliamo. Trovano l’eretico, anzi, è l’eretico che trova loro, e… IL LIBRO FINISCE. Senza nemmeno uno schifo di finale degno di tale nome. Ma tanto si era capito a pagina 1 che questo libro era una presa per il culo.

In conclusione

Mi prendete in giro? Che cosa volete sentirvi dire d’altro su questo libro che non abbia già espresso nella reccy e nel rant? Guardate, è tutto esprimibile benissimo con una battuta di un famoso sketch dei Monty Python.

Non vi basta? E d’accordo, ma siete dei sadici.

Questo libro è talmente brutto che ti causa dolore fisico. Talmente osceno che in Texas un detenuto nel braccio della morte su tre lo sceglie in luogo dell’iniezione letale. Talmente offensivo che centinaia e centinaia di coniglietti sono caduti in depressione per causa sua.

È stupido, inconsistente, scritto male e pensato peggio, non ha una sola qualità che possa redimerlo e spero che floppi alla grande perché è indegno che una roba del genere sia stata pubblicata da un editore che non sia Il Filo. Ma ovviamente non flopperà, perché Licia Troisi è attorniata da una schiera di bimbeminkia ignoranti che si bevono qualsiasi schifezza la loro beneamina pubblichi. Contente loro…

La parte di me che si intende di scrittura è ancora scossa dalla lettura di questo aborto. Gli ci vorrà un po’ per riprendersi. Viceversa, la parte di me che scrive reccy sta orgasmando da giorni perché ha trovato il romanzo perfetto da massacrare. Eccolo il succo di Il sogno di Talitha: è un romanzo orribile, ma qualcosa di fantastico da prendere per il culo.

Voto finale

Al cinematografo con Ewan! – Scream 4

Quando il primo Scream comparve nelle sale era la fine del 1996 e segnò una rivoluzione nello slasher horror. Prima di Ghostface, infatti, il tipico “mostro” dei film di questo genere era una creatura soprannaturale, tipo Freddy Krueger di Nightmare, Jason Vohres di Venerdì 13 o semi-soprannaturale tipo il Mike Myers di Halloween. Raccontando la storia di un gruppo di ragazzi minacciati da un serial killer che gioca con i riferimenti alla cultura pop e conosce le regole dei film horror, l’accoppiata Craven/Williamson ci ha regalato un film estremamente intelligente che rielabora gli stereotipi del genere e li decostruisce per creare qualcosa di nuovo. Scream è una pietra miliare che, a suo modo, è riuscita a reinventare un genere che attraversava un periodo di maretta.

Scream è stato seguito da Scream 2 l’anno successivo, sempre diretto da Wes Craven e sceneggiato da Kevin Williamson. Il risultato è stato un po’ meno incisivo, a dirla tutta, e il successo della pellicola è dipeso più dalla presenza di volti noti come Sarah Michelle Gellar, Jada Pinketts, Jerry O’Connell e Joshua Jackson che non dalla solidità della trama. Ma la pellicola era comunque piena di scene memorabili e la rivelazione finale dell’identità dell’assassino era azzeccata, visto che si rifaceva agli eventi del primo Scream.

Nel 2000 è stata la volta di Scream 3, con Wes Craven sempre dietro la macchina da presa ma senza Kevin Williamson, impegnato in altri progetti. E l’assenza di Williamson si è sentita parecchio. Il film ha perso in parte quel sapore di autenticità che caratterizzava le due pellicole precedenti: la piccola comunità periferica è sparita in favore della città e il gruppo ristretto di personaggi dotati di una backstory e di una personalità è stato sostituito dal tipico agglomerato di carne da macello che costituisce i personaggi sacrificabili di un qualsiasi slasher horror. In sostanza, la serie di Scream era diventata molto simile ai film horror di cui all’inizio aveva fatto una intelligentissima satira. E, come se non bastasse, le tenaci Gale e Sidney erano diventate della donzellette piagnucolanti che ogni tre per due correvano da Dewey/Linus.

Ma veniamo al presente. Scream 4 è uscito nelle sale nel 2011, in un periodo in cui il genere horror è messo peggio di com’era nel 1996. Tra remake scadenti che mirano a umanizzare il killer e torture porn che puntano a schifare lo spettatore più che a terrorizzarlo con della cara vecchia suspense c’è moltissimo materiale da parodizzare. In Scream 4 ritornano non solo i tre personaggi principali (Sidney, Gale e Dewey) ma anche Kevin Williamson, oltre a Wes Craven. E torna pure Woodsboro, visto che è lì che il film è ambientato, esattamente a ridosso dell’anniversario degli omicidi di Ghostface.

Il ritorno alle origini è una scelta vincente non solo perché permette allo spettatore di riconnettere con una serie che, nel suo terzo episodio, sembrava essersi allontanata da ciò che l’aveva resa unica ed eccezionale ma perché obbedisce a una delle regole che tutti i sequel e i remake dovrebbero seguire (enunciata proprio da Sidney alla fine del film): don’t fuck with the original.

Al cast storico si affaccia la “nuova generazione”. Ragazzi per cui gli omicidi di Woodsboro sono una versione alternativa della festa di Halloween, non una tragedia personale che ha colpito amici e parenti.

Avete presente i personaggi di cui sono pieni gli slasher horror, no? Bionde la cui taglia di reggiseno è inversamente proporzionale alla massa cerebrale e ragazzi cafoni e ignoranti come dei manici di scopa. Sesso, sesso, sesso, birra, sesso e qualche canna che male non fa. I personaggi di Scream 4 hanno invece una cosa che si chiama personalità e che nell’horror deficita. Inutile dirlo, ma c’è gente che ancora non ha capito che, condizione necessaria affinché uno spettatore tema per le sorti di questo o quel personaggio, è che il personaggio in questione l’abbia colpito in un modo o nell’altro. Un branco di deficienti che viene macellato non mi fa né caldo né freddo. Dei ragazzi che sembrano normali, gente che potrei incontrare in università o in giro, invece, fanno un effetto un tantino diverso.

Un personaggio fondamentale dei primi Scream, inoltre, era il film geek Randy, che in Scream esponeva le “regole per sopravvivere a un horror” e in Scream 2 le “regole dei sequel”. Randy era colui che personificava l’aspetto satirico dei primi Scream: era un ragazzo che si ritrovava in uno scenario da film horror e, poiché ne aveva visti a centinaia, conosceva alla perfezione tutte le regole. Surreale e divertente, la sua morte in Scream 2 è stata inaspettata e scioccante. Tanto che in Scream 3 è stato più o meno “resuscitato” in un videotape in cui dava a Sidney dei consigli su come affrontare “il terzo e ultimo episodio di una trilogia”.

In Scream 4, avendo imparato dagli errori di Scream 3, troviamo non uno ma tre film geek, nelle persone di Robbie e Charlie, uno che riprende e trasmette in streaming sul suo blog tutta la sua vita e l’altro che è il presidente del club del cinema del liceo di Woodsboro (un club fin troppo popolare, per essere un covo di sfigati, se volete il mio parere) e che ogni anno in corrispondenza dell’anniversario degli omicidi di Woodsboro organizza una Stab-athon, una maratona in cui vengono proiettati tutti i sette film della serie Stab, ispirata agli omicidi di Ghostface e ai libri di Gale.

E poi c’è Kirby. Kirby Reed è il personaggio meglio riuscito del terzo sequel. Non solo è una film geek, ma è anche una ragazza popolare e attraente (è interpretata da Hayden Panettiere), arguta e sarcastica. Riuscite a immaginare un personaggio del genere in un film diretto da Rob Zombie? Ovvio che no. Kirby si becca tutte le migliori battute ed è protagonista di una scena fantastica che omaggia l’apertura del primo Scream, quella con Drew Barrymore. Non voglio spoilerarvi il finale per cui non vi dico altro.

Scream 4 ha anche i suoi limiti. In particolare ho trovato sottotono la regia di Craven, che non “spaventa” più di tanto e un po’ deludente lo spiegone finale dell’assassino. Che però, a posteriori, non è così male, in realtà. Anzi, riguardando il film e prestando attenzione alle battute che il personaggio aveva quando non era nel costume di Ghostface, il tutto ha molto più senso.

La cosa migliore di Scream 4 è il ritorno alle origini che non si riduce a una banale celebrazione del primo film, però. Il sapore è quello dell’originale, la confezione è diversa. E lo si capisce dalla scena di apertura, che solo l’accoppiata Craven/Williamson avrebbe potuto scrivere e dirigere.

In conclusione, Scream 4 è un buon film, un’ottima aggiunta al franchise (che spero si concluda qui, anche se ho sentito che Scream 5 si farà) e una boccata d’aria fresca rispetto al proliferare di filmacci horror scadenti e di remake che non fanno altro che umiliare l’originale di questi ultimi anni

E fu subito amore…

Questo post è un rant. Poi non dite che non ve l’avevo detto.

Cercherò di essere breve e conciso. E contenere gli improperi. Sto leggendo il primo volume della nuova saga di Licia Troisi, Il sogno di Talitha. Lo sto leggendo perché è un libro appena uscito, perché la Troisi è un’autrice italiana abbastanza prolifica che però non avevo mai letto e perché, viva dio, non ho dovuto sborsare un solo centesimo per procurarmene una copia.

Volevo scrivere una recensione lunga, come quelle dei libri di Goodkind e di Twilight. L’idea era che fosse l’ultima dell’anno.

Ma santo iddio che fatica. Sono arrivato a pagina 80 e la sola idea di proseguire nella lettura mi dà il voltastomaco. È un libro di merda, con una storia di merda, scritto di merda e pieno di merdosi plot hole. E scusate il francesismo.

Mi rivolgo a te, Licia Troisi, come un qualsiasi lettore occasionale dei tuoi lavori. Non sei un’esordiente. Hai alle spalle quattordici romanzi e sette anni di carriera come scrittrice. Dovresti essere maturata. Dovresti aver imparato dai tuoi errori. Dopo quattordici romanzi e sette anni di carriera – non di gavetta, di lettere di rifiuto, di porte sbattute in faccia, no, sette anni di successo e di riconoscimento – non è possibile che tu scriva ancora in questo modo osceno e imbarazzante. Non è possibile che un’autrice affermata sia in grado di produrre un romanzo scritto talmente male che sembra il rigurgito di una scrittrice di fan fiction tredicenne. È offensivo nei confronti in primis del lettore. Non del fan che si strappa le vesti ogni volta che dai alle stampe un nuovo romanzo, ma del lettore in generale. Quello che pretende che un autore con quattordici libri alle spalle sappia per lo meno come cazzo si gestisce un conflitto senza rendersi ridicoli.

Non sto parlando della forza che serve a tendere un fottuto arco o delle armature che coprono a malapena le tette della protagonista. Di quelle cose non me ne frega niente, perché sono disposto a fidarmi dello scrittore e a sospendere l’incredulità. Se lo scrittore non mi prende per il culo. E tu, Licia Troisi, mi stai prendendo per il culo non con dettagli campati per aria, ma con una storia campata per aria.

Perché con Il sogno di Talitha non siamo più nemmeno ai livelli del chissenefrega, tanto è fantasy. Siamo oltre: siamo al chissenefrega, tanto il lettore è un coglione.

E questo non solo è disonesto da parte tua (e di chiunque altro se ne fotta del proprio lettore propinandogli una storia su cui si vede lontano un miglio non è stato speso un briciolo di cervello) come professionista. È anche imbarazzante per tutta la categoria.

Ti prego, ti supplico, ti scongiuro, smettila di scrivere puttanate come Il sogno di Talitha. È una vergogna che libri del genere esistano e vengano pubblicati dalla più importante casa editrice italiana. Mettici il cervello, impegnati e, soprattutto, non prendere per il culo chi ti legge.

Ecco, ciò detto mi sono un po’ sfogato e posso riprendere la lettura, sperando di concentrare qui tutto il rancore che provo per questa porcata di romanzo e fare in modo che la reccy sia più leggera e divertente da leggere (e da scrivere).

Il rant è finito, andate in pace.