Game of Thrones 2×04 – Garden of Bones

Con la scioccante morte di Eddard Stark a un episodio dal finale della prima stagione, ho cominciato a domandarmi quale dei personaggi “superstiti” è destinato a diventare il suo successore nel ruolo di leading man dello show. Capiamoci, i libri delle Cronache del ghiaccio e del Fuoco sono una serie di romanzi corali che hanno molteplici protagonisti senza che uno prevalga sull’altro. Sì, è indiscutibile che Jon, Tyrion e Dany abbiano un ruolo prominente, ma anche tra loro non c’è un protagonista unico.

Le serie televisive sono un discorso diverso, in cui ci si aspetta di trovarsi un protagonista ben identificabile. Anche in altre serie corali è sempre e comunque individuabile qualcuno che spicca sugli altri membri del cast – l’unica eccezione che mi viene in mente è, forse, Desperate Housewives, anche se Teri Hatcher è stata indiscutibilmente marketizzata dalla ABC come la “casalinga principale” (a torto, perché quando hai nel cast Felicity Huffman e punti tutto su Teri Hatcher la cosa è una sola: sei stupido).

Nella prima stagione di Game of Thrones era Ned Stark a sedere sul trono di spade nei fighissimi manifesti pubblicitari, e ora che le spoglie del protettore del Nord sono state consegnate a sua moglie all’interno di una cassa?

Non a caso quest’anno, nei poster promozionali, è raffigurata la corona del re dei Sette Regni sorretta da una mano anonima. Certo, Tyrion Lannister è diventato all’istante il cocco dei fan e appare come il miglior candidato per ricoprire il posto di uomo-manifesto lasciato libero da Sean Bean.

Il quarto episodio della seconda stagione, Garden of Bones, ad esempio, ha mostrato Tyrion in due sole scene, sufficienti, però, a farlo apparire prima nobile e poi un subdolo stratega. Se accettiamo la concezione spuria di eroismo che la fa da padrone nei romanzi della serie – ossia il bene e il male che coabitano in tutti gli esseri umani, nelle parole di Stannis Baratheon: A good act does not wash out the bad, nor a bad the good – Tyrion può essere considerato un eroe. Dove Ned Stark era un eroe puro, uno di quelli senza macchia, per Tyrion il fare la cosa giusta, comportamento tipico dell’eroe, non è secondario a portare a casa sana e salva la pelle, ed è tra questi due pesi che il Folletto deve bilanciarsi. Salva Sansa dalle crudeli torture di re Joffrey, ma si muove coi piedi di piombo per evitare di prevaricare il nipote, e, poco dopo, ricatta e minaccia il cugino Lancel, ma solo al fine di avere un paio di occhi fidati a guardia della sorella Cersei. Per il bene del regno, s’intende. E per portare a casa sana e salva la pelle.

Un’altra eroina in senso lato è Daenerys Targaryen che, con ciò che rimane del suo khalasar, ha finalmente raggiunto le mura di Qarth. Lì viene accolta dai Tredici, i governanti della città, onorati di trovarsi di fronte la madre dei draghi, ma al tempo stesso restii a crederle sulla parola, senza vedere Viserion, Rhaegal e Drogon. Dany non ha gli obiettivi di conquista che erano di suo fratello, per lo meno, non i persegue con la determinazione che era stata propria di Viserys. L’obiettivo primario di Daenerys, in un tema che, sorpresa sorpresa, percorre in lungo e in largo le Cronache, è quello della sopravvivenza, sua e del suo popolo. Per questo, utilizzando l’impudenza e la determinazione della regina che è in lei, riesce ad ottenere, anche grazie all’aiuto di Xaro Xhoan Daxos, di essere ammessa a Qarth.

Poi abbiamo Robb Stark. Di lui non so dire se sia un eroe o meno, perché nei libri le sue azioni – che sono sì mosse da un senso di giustizia ispirato dal padre, ma sono anche venate dal desiderio di vendetta di un ragazzo di quindici anni – sono sempre filtrate attraverso la percezione di altri personaggi. Robb non ha un suo POV nelle Cronache, e a questo la versione telefilmica sembra decisa a mettere una pezza. Vediamo difatti il re del Nord vittorioso in battaglia, pragmatico come suo padre, ma non altrettanto rispettato dai suoi alfieri, lord brrrrr Ramsay Bolton in primis. (Sul serio, chiunque abbia dato la parte a Michael McElhatton merita una statua: avrà avuto si e no quattro battute e già mi sembra perfetto per il ruolo.)

Sul campo di battaglia Robb fa anche un incontro che mi sembra opportuno sottolineare. Una chirurga da campo di nome Talisa e proveniente dalla lontana Volantis. Robb e Talisa parlottano un po’ della guerra in corso e di quanto, in fondo in fondo, Robb si stia muovendo alla cieca, senza obiettivi a lungo termine per i Sette Regni che sta tentando di conquistare. Ma non è questo il punto. Ciò che volevo sottolineare è che Talisa di Volantis è interpretata da Oona Chaplin. Già, proprio quella Oona Chaplin che era stata annunciata come l’interprete di Jeyne Westerling. Quindi hanno modificato la storia o cosa? lo so che per… quello che succederà dopo cough… una femmina vale l’altra, ma Jeyne Westerling aveva un certo non-so-che, e ci sono alcune teorie al suo riguardo che mi sarebbe piaciuto vedere nella serie tv. Personalmente la mia speranza è che Oona Chaplin sia veramente Jeyne Westerling che si fa passare per Talisa di Volantis perché preferisce non rivelare a Robb di essere figlia di un lord alfiere di Twyn Lannister. Incrociamo le dita.

E alla fine c’è Joffrey. Il solito sadico, malvagio Joffrey. Non contento di aver umiliato Sansa nel bel mezzo della sala del trono, davanti a tutta la corte, il piccolo re si sfoga anche sulle due prostitute che Tyrion gli spedisce come regalo di compleanno pensando che, forse, una scopata possa calmarlo. Pessima idea, perché Joffrey costringe Ros a massacrare di botte prima con una cintura e poi con lo scettro reale l’altra prostituta che l’accompagnava. E, sì, in caso ve lo stavate chiedendo, in quella scena c’è abbondanza di nudità. Immasturbabile per via del contesto, ma comunque copiosa.

Io Ros non la sopporto. Il modo in cui era usata per fare sexposition nella prima stagione era anche accettabile, ma ora sembra ficcata dentro a forza. In più la scena della tortura delle prostitute è del tutto inutile. A cosa è servita? A mostrarci che Joffrey è un piccolo psicopatico? La scoperta dell’acqua calda.

E veniamo alla scena che ha chiuso l’episodio in questione. Ora, io stavo aspettandola quella scena. Molto dopo, ma me l’attendevo. Volevo vedere come l’avrebbero gestita. E il risultato è stato… MINDFUCK ALL’ESTREMA POTENZA! Sto parlando, ovviamente, del parto dell’ombra, l’arma segreta che Melisandre ha offerto a Stannis per eliminare suo fratello Renly dai contendenti al Trono di Spade. Si tratta di qualcosa di veramente disturbante. Un cliffhanger coi controcazzi perfino per me, che so che cosa sta per succedere.

Ricapitolando, in Garden of Bones comincia a sentirsi la mancanza di un protagonista che risalti sugli altri. Per lo meno, da un punto di vista televisivo. La storia è sempre un piacere da guardare. Ho omesso tutta la parte con Arya e torture annesse, e il brillante dialogo tra Ditocorto e Margaery Tyrell, che mi piace sempre di più, per inciso. Ma la questione è che uno show televisivo deve rientrare entro alcuni canoni, per essere “accettato dal pubblico”. E uno di questi canoni è quello di avere un eroe protagonista (uso eroe nel senso lato del termine, si può spaziare da un Jack Bauer a un Dexter Morgan, per quello che mi riguarda). Come le recenti FYC agli Emmy hanno mostrato, la HBO non punta su un volto in particolare e continua a considerare Game of Thrones come lo ha sempre considerato George R.R. Martin, ossia un epico affresco corale. Il che per quanto mi riguarda è accettabile. Ma sarà così anche per il resto degli spettatori?

Recensione – “Multiversum” di Leonardo Patrignani

Prima di cominciare, è giunta l’ora di svelare un mistero che, ne sono certo, vi attanagliava giorno e notte spesso levandovi il sonno: come reperisco i libri da recensire?

Essendo, per citare Zweil (e la realtà dei fatti) un povero squattrinato anche un po’ tirchio, molti li scarico dal mulo. Oh, sì, sono un bambino cattivo. Però quando si tratta di romanzi italiani, la soluzione è più semplice: li cerco e li compro su Amazon sfogliando il catalogo dei romanzi di speculative fiction. Poi, se vedo qualcosa che mi interessa, mi leggo le recensioni su aNobii. Con il dovuto distacco, giacché è noto che gli anobiani siano soliti assegnare cinque stelline come se piovesse.

Multiversum di Leonardo Patrignani l’ho trovato così. Non ho seguito l’hype che, mi dicono, si è generato sui social network, non ho letto preview e, men che meno, recensioni in anteprima sui blog letterari. Perché mi ha colpito proprio questo titolo? Dunno, forse per la copertina particolarmente colorata (sì, ho lo span di attenzione di una cocorita), forse perché, sì, è un romanzo tendenzialmente young adult, ma non sembrano esserci vampiri – il che, oggigiorno, è una cosa buona. Also, dimensioni parallele. Le dimensioni parallele sono fighe. Ok, lo compro, tenga il resto. Anzi, no, il resto me lo dia.

La scheda del libro

Multiversum di Leonardo Patrignani
Pubblicato da Mondadori
Anno 2012
342 pagine
Il libro su Amazon


Cosa succede

Protagonista del romanzo è Alex, un ragazzo di Milano, che ogni tanto ha dei momenti di vuoto cosmico in cui sviene e riesce a comunicare con una ragazza di nome Jenny. La Jenny in questione abita a Melburne e soffre anche lei degli stessi svenimenti/momenti di incoscienza di cui è vittima Alex. Un giorno Alex ha un colpo di testa e, per cercare di mantenere un minimo di sanità mentale, si decide ad andare a trovare Jenny in Australia, salvo scoprire qualcosa di sconvolgente che sto per spoiler are. Se non volete saperlo, beh, mi dispiace per voi, non è una di quelle recensioni spoiler-free. Jenny è morta da bambina. Eppure la Jenny con cui Alex è in contatto è un’adolescente viva e vegeta.

Il fatto è che Alex e Jenny si trovano in due universi paralleli. Entrambi sembrano avere, sin da piccoli, la capacità di spostarsi, dapprima col pensiero, poi anche fisicamente, tra le molteplici dimensioni del multiverso.

Ma non è finita qui, perché le realtà parallele sembra siano fuori controllo, mentre qualcuno cerca decisamente di mettere i bastoni tra le ruote ad Alex e Jenny e un enorme asteroide minaccia di distruggere la Terra. Condite il tutto con po’ di romance e daddy issues, ed ecco Multiversum.

Che cosa ne penso

La storia non è male. Parte col piede giusto ed è sostenuta da uno stile asciutto, diretto e senza troppi fronzoli. Per tutta la prima parte è un susseguirsi di domande che sono state in grado di suscitare il mio interesse, anche se, va detto, non mancano i buchi logici. Dai più banali, tipo come fa Alex a viaggiare in aereo se è minorenne, perché i suoi genitori non lo tampinano al cellulare dopo che è scappato e perché hanno aspettato due giorni per chiamare la polizia, a quelli un attimino più seri, del tipo Marco, l’amico nerd di Alex, che ha sviluppato un programma di ricerca migliore di quello di Google, ma che non ha pensato di usarlo per ricercare informazioni su Jenny e anche la storia dell’asteroide tenuto segreto dal governo. L’astronomia non funziona così.

Che poi, se ci si pensa un attimo, tutta la trama di Multiversum è risolvibile in più o meno due minuti. State a vedere.

ALEX: Ehi, ragazza che mi appare durante i vuoti cosmici, come ti chiami?
JENNY: Jenny Graver
ALEX: Ok, ti ho aggiunto su Facebook, quando sei online mandami un PM con il tuo contatto su Skype così ci chiamiamo.

Visto? È quello che io avrei fatto fossi stato in Alex, e mi è parso estremamente strano che non ci abbia pensato lui stesso, dato che, sì, nel libro si fa menzione del fatto che è digiuno di informatica e tecnologia, ma Facebook lo sa usare perfino mia nonna. Per questo sono convinto che Multiversum avrebbe dovuto essere ambientato negli anni ’90 o addirittura ’80, quando la diffusione dei computer era minore rispetto a oggi e la comunicazione non era così globalizzata. In quel periodo non sarebbe sembrato strano, per non dire ingenuo, che un ragazzo in contatto con una ragazza che sta all’altro capo del mondo non vada per prima cosa a chiederle l’amicizia su Facebook.

Ho innalzato spesso il vessillo della sospensione dell’incredulità, ma la storia di Facebook mi ha lasciato perplesso e parecchio.

Rispetto alla prima, la seconda parte del romanzo si presenta molto più confusa. Accade un sorprendente quantitativo di eventi provenienti dal reame del WTF che personalmente mi hanno spiazzato. Quando ho visto che, a poche pagine dal finale, veniva messa ancora carne al fuoco e venivano sollevati altri interrogativi, ho cominciato a sentire puzza di bruciato.

A libro finito ho realizzato che Multiversum è il primo volume di una serie, come mi ha confermato lo stesso Patrignani su Twitter. E mi è partita la ciabatta. Non perché sono uno di quelli che “ah, ma è una delle solite trilogie, buuuuu, zero stelline!”, frega niente, anzi, le serie non mi dispiacciono. Ma ditelo, per lo meno, accipuffa!

Ho comprato il romanzo sulla fiducia, basandomi sulla sinossi di Amazon e uno sguardo veloce alla copertina. Ora, per amor di cagacazzismo, controlliamo la scheda di Multiversum e confrontiamola con quella di Il sogno di Talitha di Licia Troisi. Sono pubblicati dallo stesso editore, nella stessa collana, e sono entrambi il primo volume di una trilogia. Ma allora perché di uno lo si vede chiaramente e dell’altro no?

Qui non è colpa dell’autore, è proprio l’editore che è un paraculo industriale e che ha messo in secondo piano la cosa. Cos’è, le trilogie non vendono? La Troisi ha floppato? Quest’ultima sarebbe una bella notizia, ma, da lettore, non posso che rivolgere alla Mondadori un sentito vaffanculo (che ritirerò e negherò di aver mai pronunciato nel momento in cui mi pubblicheranno, per inciso). Perché se so di stare leggendo una trilogia, mi aspetto che alcune cose vengano risolte nei volumi successivi, se invece mi si lascia intendere che il romanzo sia stand-alone, il frame mentale con cui lo affronto è nettamente diverso, non so se mi spiego.

In conclusione

A parte la storia della trilogia non dichiarata – che imputo all’editore e non all’autore o al romanzo – Multiversum è stata una lettura piacevole. Patrignani è un autore da tenere d’occhio. Al di là di Multiversum, che può piacere come può non piacere, dopotutto è un romanzo per ragazzi, penso che sia dotato di una buona prosa. È stato un po’ come un ottovolante: alla fine ne sono uscito un po’ rintronato e confuso, ma con la sensazione di essermi divertito durante il viaggio. Il libro ha alcuni problemi, primo fra tutti quello di ignorare il potenziale dei mezzi di comunicazione nel periodo in cui è ambientato (che è il 2014, ma a conti fatti poco è cambiato rispetto a oggi), ma si fa leggere, intrattiene e a tratti è divertente. Non è un grande capolavoro che rivoluzionerà per sempre il modo in cui guardate alla fantascienza o alla letteratura di genere italiana, ma a me è piaciuto.

Voto finale


Una postilla

Multiversum mette in scena alcune situazioni, dimensioni oniriche/parallele, un segreto dimenticato nell’infanzia del protagonista, che sono molto simili a quelle presenti in un mio manoscritto. La cosa mi ha un po’ depresso, perché io di quel romanzo ho scritto 41.500 parole e poi l’ho lasciato a fare muffa cibernetica dentro l’hard disk esterno, mentre Patrignani ha pubblicato con e non con la Sperindio Editore, ma con Mondadori.

Poi mi sono ricordato che nel mio romanzo c’è un serial killer e in quello di Patrignani no, e quindi il mio è migliore, pappappero. Mi sono sentito meglio all’istante.

Che vi serva da lezione, giovini scrittori emergenti: quando siete nel dubbio, un serial killer è la soluzione che porta alla felicità.

Game of Thrones 2×03 – What Is Dead May Never Die

Ci sono tre cose che, leggendo le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, non ho mai perdonato a George R.R. Martin. La prima è il non aver mai approfondito la relazione tra Robert e Joffrey in modo da spiegare almeno in parte perché il nuovo re dei Sette Regni ha il carattere che si ritrova, la seconda è il tradimento di Theon Greyjoy nei confronti di Robb, che per lui è quasi un fratello. La terza per ora è spoiler, quindi sorvoliamo.

Ora, visto che la serie tv esiste col benestare dello stesso Martin e il suo occhio di produttore esecutivo spesso si allunga anche sulla storia e sulle modifiche che la versione televisiva impone, c’è una buona probabilità che le “zone oscure” dei libri vengano spiegate meglio in un contesto narrativo che non è limitato ai vari POV. Con la relazione tra Robert e Joffrey non è stato così, mentre il terzo episodio della seconda stagione, What Is Dead May Never Die, ha fatto luce sui conflitti emotivi che dilaniano il giovane Greyjoy e che nel libro, a mio avviso, non erano resi altrettanto bene.

Parliamoci chiaro, che io straveda per Theon Greyjoy è cosa nota, del resto dopo quella-cosa-che-succede-più-avanti-in-A-Clash-of-Kings non poteva essere altrimenti, ma nella serie Theon è sempre stato un personaggio secondario con ben poca personalità, buono solo per qualche full frontal e un po’ di sexposition. What Is Dead May Never Die, invece, è stata decisamente il Theon Greyjoy Show. A lui sono andate le scene più potenti, più emozionanti e, diciamolo, con la musica più epica.

Per primo, il confronto col padre Balon, che lo ha sempre trattato come se la decisione di lasciare le Isole di Ferro fosse stata di Theon e non una conseguenza della sua ribellione contro il Trono di Spade. Poi c’è la scena che tra tutte mi è piaciuta di più, perché colmava finalmente una delle zone oscure di cui sopra, in cui Theon è diviso tra la lealtà verso la sua famiglia di sangue e l’amicizia che lo lega a Robb. E, infine, il battesimo nel nome del Dio Annegato in cui Theon, a tutti gli effetti, torna a essere un membro della casa Greyjoy.

In tutta questa greigioiezza c’è spazio per poco altro. Tyrion è sempre Tyrion ed è alle prese con una serie di intrighi per scoprire chi tra Pycelle, Ditocorto e Varys sia la spia di sua sorella e con l’organizzazione del matrimonio politico di sua nipote Myrcella. Ah, Game of Thrones, se c’è una cosa che mi piace di te è che i tuoi banchetti di nozze sono indimenticabili.

Assistiamo anche all’incontro tra Catelyn e Renly, che serve a introdurci due nuove personaggesse: Brienne di Tarth, splendidamente resa da Gwendoline Christie, che nella vita vera è molto più graziosa, e Margaery Tyrell. In particolare quest’ultima, sempre lasciata un po’ in ombra nei romanzi, viene fuori più donna calcolatrice e affamata di potere che graziosa principessa coinvolta in un gioco politico, un aspetto che nei libri era lasciato intuire. E poi, per la gioia di grandi e piccini, abbiamo un po’ di pastrugnamenti tra Renly e ser Loras e anche un paio di tette perché questo è pur sempre Game of Thrones.

Ma la scena che veramente mi ha riportato alla mente l’altro motivo per cui guardo Game of Thrones (oltre alla trama e al copioso ammontare di nudità, quindi) è quella finale con Yoren. Io l’avevo detto che il Guardiano della Notte era uno che spaccava culi, e qui Yoren è il re assoluto dei Badass Motherfuckers. Mi è anche parso che, in 30 secondi di scena, abbiano praticamente dimezzato il plot di Arya (una carta che, forse, avrebbero dovuto giocarsi nella prossima stagione). Probabilmente è per dare spazio ad altri personaggi meno prominenti nei libri… coughRobbeJeynecough

Inoltre, lo so che nella scena finale c’è quello che sembra essere un riferimento a Skyrim, ma se la memoria non mi inganna, andava più o meno così anche nel libro.

Tutto sommato questa puntata è stata migliore delle due precedenti. Ci sono state scene migliori, più in linea con il tono della serie e che non fungessero solo da set-up per i personaggi, le due nuove arrivate sono convincenti e, cosa che ho gradito assai, la serie è riuscita, distanziandosi dall’originale, a colmare quei buchi che, da lettore, mi avevano lasciato perplesso.

Recensione – “La leggenda dei Drenai” di David Gemmell

In genere non ho un bel rapporto con quelli che vengono definiti “i Classici della Letteratura Fantasy” – e, in realtà, non ho un buon rapporto con i Grandi Classici in generale.

Qualche annetto fa ho letto Lo Hobbit di Tolkien e mi ha dato più o meno la stessa sensazione della carta vetrata sulle palle. Poi c’è stato Il mago di Earthsea di Ursula K. LeGuin che mi ha dato parecchia noia e Elric di Melniboné di Michael Moorcock, che secondo me è scritto veramente male. Perfino I colori della magia di Terry Pratchett, che mi era stato descritto come la versione fantasy della Guida Galattica, mi ha lasciato del tutto indifferente.

Forse mi aspetto troppo. Più probabilmente sono io che sono un terribile cagacazzi.

La leggenda dei Drenai di David Gemmel rientra a pieno titolo tra i Grandi Classici del fantasy. Non sarà Il Signore degli Anelli o Le Cronache di Narnia, ma è comunque un opera molto apprezzata di un autore universalmente stimato. Sulla carta aveva tutto in regola per piacermi, del resto parlava di un assedio e quindi di sangue che scorre a fiumi e violenza a go go. Per cui mi sono detto: ma sì, perché non sfidiamo le statistiche e ci imbarchiamo nella lettura di un altro classico del fantasy?

Vediamo come è andata.

La scheda del libro

La leggenda dei Drenai di David Gemmell
Titolo originale: Legend
Pubblicato in Italia da Fanucci
Anno 1984
384 pagine
Attualmente fuori catalogo, lo si reperisce con facilità sul Mulo

Cosa succede

La leggenda dei Drenai (in inglese semplicemente Legend) è il primo romanzo di David Gemmell e il primo della Saga dei Drenai. La Saga è composta da undici romanzi pubblicati nell’arco di vent’anni a partire dal 1984. Non è una saga alla Goodkind, una che segue gli stessi personaggi in un periodo di tempo limitato: per dare respiro più ampio e quindi epico alla sua saga, Gemmell ha scelto di raccontare le vicende di numerosi eroi del popolo Drenai in un arco di tempo di centinaia e centinaia d’anni. L’ordine di pubblicazione non segue quello cronologico ma non è un problema, perché, come detto, tra un evento e l’altro possono intercorrere anche secoli e quasi tutte sono storie autoconclusive. In ordine di pubblicazione, i romanzi che compongono la saga sono:

  1. La leggenda dei Drenai (1984)
  2. Le spade dei Drenai (1985)
  3. Waylander dei Drenai (1986)
  4. L’ultimo eroe dei Drenai (1990)
  5. Il lupo dei Drenai (1992)
  6. La leggenda di Druss (1993)
  7. L’impeto dei Drenai (1996)
  8. Guerrieri d’inverno (1996)
  9. L’eroe nell’ombra (2000)
  10. Il lupo bianco (2003)
  11. Le spade del giorno e della notte (2004)

Ora che la parte nozionistica è terminata, scambiatevi un segno di pace veniamo al romanzo di cui volevo parlare, Legend.

La storia ruota attorno all’assedio della fortezza di Dros Delnoch da parte delle legioni di Ulric delle Teste di Lupo, signore delle tribù Nadir. A difesa della fortezza c’è un ridottissimo contingente dell’impero Drenai che, a discapito dello svantaggio, deve resistere il più a lungo possibile per dar modo al resto dell’impero di organizzare le successive linee di difesa a contrasto dell’avanzata Nadir.

L’armata di Dros Delnoch è comandata da gan Orrin, un ufficiale che definire incapace è fargli un complimento. Il conte Delnar, che è il Guardiano del Nord, risolve allora che le truppe hanno bisogno di qualcosa che dia loro la speranza che l’impresa possa avere successo. Chiama pertanto a sé i monaci-guerrieri-maghi dell’ordine dei Trenta e Druss la Morte che Cammina, una vera e propria leggenda vivente allo scopo di innalzare il morale dei suoi uomini e contemporaneamente abbattere quello dei Nadir. Il compito di convocare i Trenta è affidato a Virae, la figlia del conte, che nel suo viaggio si imbatte in Rek, un ex guerriero che ogni tanto va in berserk e che, sentito dell’imminente invasione Nadir, è intento ad allontanarsi il più possibile dalle zone di guerra. Ma, si sa, da cosa nasce cosa e alla… virtù di una donzella non si comanda, e Rek si trova a essere uno dei difensori di Dros Delnoch.

Che cosa ne penso

Gemmell scrisse la prima stesura di Legend quando temeva di avere un cancro e quindi tutta la vicenda dell’assedio è leggibile come la lotta disperata di un corpo malato di resistere all’invasione della malattia. Ma poi viene fuori che Gemmell non aveva il cancro (il che, purtroppo, non gli ha risparmiato una morte prematura) e il progetto rimane lì a fare la muffa fino a quando qualcuno non gli dice che c’è del potenziale e di riprendere a lavorarci su. Piccola nota di colore: tra la stesura del romanzo e il giorno in cui lo stesso è stato accettato da un editore sono passati SEI ANNI. Stampatelo bene in testa tu, sì, proprio tu, che scrivi un romanzo tra giugno e agosto e a settembre rompi i coglioni affinché sia pubblicato.

Torniamo sui binari. Dicevo, nonostante la genesi particolare, Legend non è un romanzo “metaforico”. È esattamente quello che c’è scritto sulla pagina, non appesta il lettore con diecimila significati reconditi e critiche alla società contemporanea. Un buon romanzo è una buona storia, non un sandwich imbottito di metafore e maionese. Legend è una storia che parla di eroismo e coraggio, orgoglio e disperazione, il cui punto di forza, più che nel world building, risiede nella caratterizzazione dei personaggi e nell’atmosfera che si respira a Dros Delnoch.

Le sensazioni di angoscia, claustrofobia, flebile speranza e ineluttabilità che permeano le giornate degli uomini e le donne all’interno della fortezza, impegnati in un’impresa che, sin dall’inizio, si sa essere destinata a fallire, sono molto ben rese. D’aiuto, a tal proposito – ed è una cosa che non mi capita di apprezzare spesso – è il continuo spostamento del punto di vista da un personaggio all’altro anche a distanza di pochi paragrafi. Come a dire: i protagonisti non sono solo Druss la Leggenda e Rek, ma anche tutti i soldati che hanno scelto di sacrificare la loro vita per il bene ultimo dell’impero. È giusto che il lettore sappia che il soldato senza nome che si prende una lancia al posto di Druss ha lasciato dietro di sé una famiglia e per essa combatte, così come che il lettore sappia anche che il guerriero Nadir che sta cercando di uccidere Druss è un essere umano che ha appena visto morire il suo migliore amico.

Per questo posso capire come mai La leggenda dei Drenai sia considerato un capolavoro.

Ciò detto, per me non lo è affatto. Con questo non voglio dire che sia un brutto libro, per carità, tutt’altro: è una lettura che consiglio alla grande. Ma restano comunque molte cose che mi hanno fatto storcere il naso e, alla fine, mi hanno lasciato l’amaro in bocca.

Per dire, la storia d’amore tra Rek e Virae è quasi più implausibile di quella tra Richard e Kahlan nel primo romanzo di Goodkind. Suona posticcia, imposta dall’alto. Rek ci viene presentato come uno sciupafemmine e in due giorni si innamora perdutamente di questa ragazza arrivata dal nulla? Capisco farci sesso, ma giurarle eterno amore? Mi è sembrato davvero un modo molto forzato per distogliere Rek dai suoi piani di fuga e indirizzarlo verso Dros Delnoch.

Poi il finale. Il finale è una tragedia. Deus ex machina, anticlimax, happy ending forzato, non manca proprio nulla. Non è il finale di Mass Effect 3, ma poco c’è mancato che mandasse in vacca un libro che, in effetti non è niente male.

In conclusione

Vale la pena di leggersi La leggenda dei Drenai e ho anche come l’impressione che i successivi lavori di Gemmell siano di gran lunga migliori. Non che questo sia male, è solo che alterna momenti quasi perfetti ad altri di cui si sarebbe fatto volentieri a meno. La storia ha comunque il suo perché e i combattimenti spaccano il culo ai passeri. In più Druss la Leggenda è il personaggio più dannatamente AWESOME che mi sia capitato di leggere da parecchio tempo.

Sensazioni miste, ma le positive prevalgono.

Voto finale

Benvenuti a Joyland

Ultimamente parlo di Stephen King più spesso del solito, ma del resto non è un mistero che io sia un suo fanboy adorante e acritico. Di recente, King è stato intervistato da Neil Gaiman per il Sunday Times in cui si è brevemente parlato dei progetti futuri del Re, e in particolare del romanzo sul quale King sta lavorando.

Dice Gaiman:

Right now he’s writing a book called Joyland, about an amusement-park serial killer.

Gioia e felicità! Ah, sì, e serial killer...

Subito dopo è il sito ufficiale di Stephen King a confermare:

Following up on Neil Gaimain’s interview in the (UK) Sunday Times mentioning a new novel to be titled Joyland about an amusement park serial killer, Stephen has given the thumbs up to officially report that this is indeed a work in progress that has been completed but will need to be edited. There is no official publisher or publication date set at this time. We will update you as more official news becomes available.

In pratica il romanzo è già stato scritto e sembra stia ora attraversando la delicata fase della seconda stesura. Adesso come adesso è impossibile parlare di data di pubblicazione – e non è ben chiaro neanche se Joyland uscirà prima o dopo il già annunciato Doctor Sleep, sequel di Shining che vedrà protagonista un Danny Torrance ormai adulto. Io ricordo che in On Writing (2000), King già diceva che Buick 8, uscito poi nel 2002, era già bello che finito, per cui – ma siamo nel campo delle speculazioni – vedremo Joyland in libreria nel 2014.

Fedeli Lettori, armatevi di pazienza.

Game of Thrones 2×02 – The Night Lands

In questo secondo episodio, per la prima volta, mi sono trovato a fare quella cosa che i fanboy fanno quando guardano gli adattamenti delle loro serie preferite. Ho stretto gli occhi, storto un po’ la testa verso destra e sussurrato: “Ma nel libro non era così che andava”.

Sì, ci sono state delle modifiche anche nella stagione precedente, ma si trattava per lo più di omissioni dovute a motivi di budget – le battaglie del tutto assenti, le dimensioni meta-lupi, cosa in seguito corretta grazie a Santa CGI da Pietralcina – oppure, immagino, a precise scelte di “sfoltire” il cast di un’opera letteraria che ha una cinquantina di personaggi principali – in questo senso si veda l’assenza di Brynden Tully nella prima e nella seconda stagione della serie tv.

In The Night Lands ci sono alcune discrepanze minori con il romanzo di Martin, ma che forse, espanse nell’ottica della serie tv, potrebbero avere delle ripercussioni. Il che non è necessariamente un male. Martin stesso è coinvolto nella produzione e a volte anche nella sceneggiatura di Game of Thrones e quindi è logico pensare che abbia avuto per lo meno voce in capitolo riguardo i cambiamenti, quando non ne sia stato lui stesso motore. Significa anche che la serie sta cominciando a camminare sulle proprie gambe. Del resto, nel caso si verificasse lo scenario peggiore per i lettori che aspettano con ansia The Winds of Winter e A Dream of Spring (posto che questi siano i due volumi conclusivi, cosa non certa al 100%), ossia che Martin tiri le cuoia, non sono previste mosse alla Jordan, in cui la vedova Martin sceglie uno scrittore per completare le Cronache, ma la storia proseguirà e si concluderà solo con la serie tv. David Benioff e D.B Weiss, pertanto, sanno come andrà a finire. Il che è un po’ come conoscere il terzo segreto di Fatima versione 2.0.

Ma veniamo all’episodio. Ancora una volta, non siamo di fronte a un classico episodio in tre atti ma a una narrativa corale che riprende le situazioni mostrate nell’episodio precedente.

Tyrion, ormai il leading man della serie, è ad Approdo del Re per cercare di rimediare all’inettitudine di sua sorella e suo nipote, che si sono indispettiti in un colpo solo metà della popolazione di Westeros e la maggioranza degli abitanti di Approdo del Re. Spettacolari i suoi scambi di battute con Varys e con Janos Slynt, responsabile del “massacro dei figli bastardi” che ha chiuso lo scorso episodio. In quella scena c’è pure la prima deviazione dalla trama del romanzo: anziché il ben più anonimo Jacelyn Bywater, Tyrion nomina successore di Slynt alla Guardia Cittadina il caro vecchio Bronn.

Meanwhile, Theon – che, sapevatelo, è il mio personaggio preferito – arriva a Pyke, si sottopone a una simpatica riunione di famiglia (la primissima scena con Asha/Yara/Maria Adelaide Greyjoy mi aveva fatto scompisciare già ai tempi del libro) e sottopone al padre la proposta di Robb. Già nelle due scene in cui è protagonista, comincia a emergere il Theon che tutti detestano a morte e che a me piace, in particolare durante il suo sbarco, da lui atteso come “il ritorno dell’erede di Lord Greyjoy”, e rivelatosi invece l’arrivo senza cerimonie di un ragazzo qualunque. Also, SEXPOSITION! Oh, Theon ha ancora in serbo un sacco di cose per noi questa stagione…

Poi abbiamo Arya/Arry, in fuga assieme alle “nuove reclute” destinate alla Barriera, che rivela la sua vera identità a Gendry. Segue scena divertente, anche se non mi sembrava che le cose andassero proprio così nel libro. Ma la vera gemma delle scene con la carovana verso la Barriera è Yoren, che in questo episodio si è meritato il mio personale Seal of Badassery.

Del canto suo, Daenerys è ancora dispersa nel deserto. Momento shock della sua storyline, Rakharo muore. Uscita di scena causata dagli impegni di Elyes Gabel, si dice. Ancora una volta, nel libro non succedeva così, eppure questi scostamenti alla fine non mi dispiacciono. Danno modo anche a chi si è letto tutti i libri di avere qualcosa di nuovo da scoprire guardando la serie tv.

Stannis continua a non piacere a nessuno tranne che a Melisandre e in questa puntata, nella discrepanza che forse mi ha infastidito più di tutte, si scopre che sua figlia Shireen non esiste nell’universo in cui è ambientata la serie tv. Un peccato, perché Shireen Baratheon, in quanto principessa sfigurata dalla malattia, si prospettava un personaggio per lo meno curioso. Ma in quest’ottica per lo meno capisco perché, in A Dance with Dragons, c’è stata quella mezza profezia che la riguardava.

E infine John Snow, ancora alla barriera, ancora con il simpatico Craster (e Hannah Murray che, non importa come la vesti o in che contesto la piazzi, a me sembrerà sempre Cassie di Skins), tutto preso a svelare il mistero di che fine fanno i figli maschi dell’uomo che sposa le sue figlie. La risposta è… CLIFFHANGER!

Concludo con il momento LOL della puntata, la scena con Davos e Salladhor Saan, splendidamente interpretato da Lucian Msamati. Brilla anche Davos, che nei libri mi è sempre risultato se non indigesto per lo meno indifferente. Liam Cunningham è riuscito a rendermi gradevole il personaggio, un po’ come aveva fatto John Bradley con Samwell Tarly nella stagione uno.

Il vento attraverso la serratura, the story so far

Andiamo con ordine e partiamo con le informazioni fondamentali. The Wind Through the Keyhole o, in italiano, Il vento attraverso la serratura, è il nuovo romanzo di Stephen King uscito negli Stati Uniti in edizione limitata il 12 febbraio e che sarà pubblicato dalla Scribner in wide release il 24 aprile. Non si sa molto dell’uscita italiana, ma scordatevi un’uscita in contemporanea stile 22/11/’63. Fonti non ufficiali parlano – addirittura – di Natale 2012.

Il vento attraverso la serratura è un romanzo che fa parte della serie della Torre Nera. È l’ottavo volume del ciclo, ma cronologicamente si colloca tra il quarto e il quinto volume, ossia tra La sfera del buio e I lupi del Calla, e narra le avventure di Roland, Eddie, Jake, Susannah e Oy nel lasso di tempo che va dall’abbandono della Città di Smeraldo all’arrivo a Calla Bryn Sturgis. Una sorta di spin-off, insomma, che non conterrà niente di sconvolgente relativo alla trama della serie in sè, già conclusa (a mio parere nell’unico modo possibile) con il settimo volume.

Nelle parole di King:

There was a storm, I decided. One of sudden and vicious intensity. The kind to which billy-bumblers like Oy are particularly susceptible. Little by little, a story began to take shape. I saw a line of riders, one of them Roland’s old mate, Jamie DeCurry, emerging from clouds of alkali dust thrown by a high wind. I saw a severed head on a fencepost. I saw a swamp full of dangers and terrors. I saw just enough to want to see the rest. Long story short, I went back to visit an-tet with my friends for awhile. The result is a novel called The Wind Through the Keyhole. It’s finished, and I expect it will be published next year.

It won’t tell you much that’s new about Roland and his friends, but there’s a lot none of us knew about Mid-World, both past and present. The novel is shorter than DT 2-7, but quite a bit longer than the first volume—call this one DT-4.5. It’s not going to change anybody’s life, but God, I had fun.

Quindi non sarà niente di catartico, ma permetterà a noi Fedeli Lettori di incontrare ancora una volta il ka-tet di Roland. E, dopo che il sottoscritto ha seguito le loro avventure per la bellezza di dodici anni (ma se state dietro a Roland & Co. dal 1982, gli anni da L’ultimo cavaliere a La Torre Nera sono addirittura 22), nulla può fare più piacere di leggere una nuova avventura ambientata nel medio-mondo. King si è divertito a scriverlo – presumo non solo grazie al pensiero dell’assegno per i diritti d’autore – e io spero proprio di divertirmi a leggerlo.

Visto che ci sarà da aspettare parecchio, presumo che mi accaparrerò il romanzo in lingua originale e poi comprerò l’edizione italiana per la mia collezione. In ogni caso, la traduzione italiana è Tullio Dobner, che già si era occupato degli altri romanzi della serie e che quindi è più “dentro” al mondo di Roland di quanto non lo sia il vumingouno (che comunque, secondo me, se l’è cavata più che egregiamente con 22/11/’63). Questo dovrebbe anche porre fine alla diatriba tra i fan su quale sia il traduttore migliore e su chi abbia dato il culo a chi per avere il proprio nome in copertina accanto a quello di King, e che io, francamente, ho sempre trovatio abbastanza stucchevole.

Bene, questo è tutto ciò che so a proposito di Il vento attraverso la serratura, se avete altre informazioni di cui io ignoro l’esistenza, sentitevi liberi di dirmi che sono stupido nei commenti. Prima di congedarmi, qui c’è il link che rimanda a un estratto del libro, in inglese, se avete voglia di dare un’occhiata in anteprima a quello che sarà il nuovo romanzo di King.