Al cinematografo con Ewan! – Abraham Lincoln vs. Zombies

Cominciamo questo post con la differenza tra un libro trash e un film trash. Per me questa differenza sta nella reazione che i due prodotti mi suscitano. Diametralmente opposta. Un libro trash il più delle volte mi innervosisce, mentre un film trash tendenzialmente mi intrattiene e non poco. C’è una serie di motivi per spiegare tutto ciò.

Il primo è che nel novanta percento dei casi, un libro è trash all’insaputa del suo autore, convinto di avere scritto invece un’opera narrativa di tutto rispetto. Pochi scrittori hanno le palle per scrivere volontariamente un libro trash. O il cervello. Già, perché per mettersi a scrivere roba trash di proposito bisogna per lo meno avere una conoscenza del genere che si sta parodiando e portando agli estremi – una conoscenza che, spessissimo, i nostri illustri scrittori italiani, troppo impegnati con la critica sociale e altre puttanate newitalianepiche, non possiedono. Sono pochissimi i Joe R. Lansdale e Carlton Mellick III, e in Italia penso che non ce ne sia nessuno. È ironico che la letteratura di genere italiana, la peggiore letteratura di genere dell’universo (esclusa la poesia Vogon), quella che produce puntualmente clown e zimbelli letterari, non sia in grado di prendersi un po’ alla leggera e diventare volutamente trash. Sarebbe un salto di qualità intellettuale non indifferente, eh.

Il secondo è che leggere una cosa scritta male non è come guardare una cosa diretta male. Richiede molta più fatica ed è molto più frustrante. E lo dico da tizio che recensisce fantatrash.

Il terzo è che io scrivo, non dirigo film. Quindi, quando vedo gente che pubblica merda pensando di essere il nuovo fenomeno della letteratura italiana, giustamente m’incazzo. Per deformazione professionale.

Per questo non dovrebbe stupirvi la mia passione per i film trash. Uno dei film più divertenti che mi sia mai capitato di vedere è per l’appunto un film trash che si chiama Two Front Teeth (sul serio, guardatevi il trailer e ditemi se non è la cosa più epicamente trash in circolazione).

E non dovrebbe stupirvi nemmeno che il film trash di cui vi parlo oggi, Abraham Lincoln vs. Zombies, si trova, nella mia classifica personale dei film visti nel 2012, giusto un gradino più in basso rispetto al megafail disneyano John Carter, e solo per una questione di budget. Di sicuro, Abraham Lincoln vs. Zombie mi ha intrattenuto diecimila volte di più di quanto non abbia fatto il film di Stanton.

Abraham Lincoln vs. Zombies è un film della Asylum, la casa di produzione che ci ha donato capolavori quali Mega Shark vs. Giant Octopus e il film su Sherlock Holmes con androidi steampunk e un dinosauro, è, come tantissimi film della Asylum, un mockbuster, ossia un film a basso costo che esce in concomitanza con una produzione hollywoodiana di alto profilo nella speranza di farci su qualche soldo. I mockbuster sono ormai il marchio di fabbrica della Asylum che, nel corso degli anni, ci ha regalato perle come Transmorphers, Pirates of Treasure Island, Almighty Thor e il già citato Sir Arthur Conan Doyle’s Sherlock Holmes.

Abraham Lincoln vs. Zombies nasce per speculare sul successo che la Asylum presume avrà Abraham Lincoln Vampire Hunter (che in italiano è stato tradotto in un modo atroce che mi rifiuto di riportare).

Per cui la riunione di pre-produzione deve essere andata più o meno così:

«La 20th Century Fox sta uscendo con un nuovo blockbuster estivo!»
«Un altro? Io sto ancora lavorando a “We’re Totally Not The Avengers Even If We Look Exactly Like Them”! Di cosa parla questo?»
«Vampiri. E Abraham Lincoln. È basato su un libro.»
«Un…?»
«Libro, è come un film, ma senza rating MPAA.»
«Davvero? Interessante… potremmo produrne anche noi un po’…»
«Resta focalizzato. 20th Century Fox. Blockbuster estivo. Abraham Lincoln. Vampiri. Come rispondiamo?»
«Nella solita maniera: mettiamo su un mockbuster e lo facciamo uscire tre settimane prima, poi ci facciamo spernacchiare da mezzo IMDb e cediamo i diritti a quei nerd di SyFy.»
«Ok, ma… la trama?»
«Dunque, loro hanno un presidente, noi ne avremo due!»
«Due?»
«Sì, due. Uno deve per forza essere Lincoln e l’altro… un giovane Teddy Roosevelt? Teddy Roosevelt era uno che spaccava i culi.»
«Ok, mi piace. Poi ci vuole un’entità soprannaturale. Non valgono i vampiri perché sono già presi.»
«Che ne dici di zombie? Sono facili da truccare, facili da dirigere e qualsiasi comparsa può camminare lentamente con le braccia a ciondoloni.»
«Lo sai, sei un fottuto genio!»

E così (più o meno) è nato Abraham Lincoln vs. Zombies.

Se vi state domandando quale sia la trama, probabilmente non avete afferrato il concetto di “film trash”: Abraham Lincoln vs. Zombies non ha bisogno di una trama, contiene tutte le informazioni che vi servono per capire quello che sta succedendo nel titolo. Abraham Lincoln uccide degli zombie.

Ed è fottutamente glorioso.

Per una serie di motivi che non mi sono preso la briga di seguire, Lincoln si ritrova a difendere un forte dagli assalti degli zombie confederati, con la missione di uccidere ogni singolo non morto per salvare gli Stati Uniti d’America. Assieme a lui ci sono gli uomini del suo servizio segreto, un generale confederato preso prigioniero, tre puttane dal cuore d’oro (due sono madre e figlia e una è l’amore di gioventù di Lincoln) e un giovane Teddy Roosevelt. Personaggi che, onestamente, non avranno mai un minimo di spessore e/o rilevanza, anche se le occasioni c’erano. Uno degli uomini della scorta di Lincoln, ad esempio, è nero, praticamente le battute e il subplot si scrivevano da soli, ma immagino che non si possa chiedere troppo alla Asylum, no?

Uno stratagemma usato nel film e che secondo me è geniale, è il modo in cui si è deciso che gli zombie non sono attratti dalla presenza di carne umana, ma dal rumore. Cosa c’è? Ah, adesso Lucio Fulci può uscirsene con gli zombie che corrono e usano il machete, ma alla Asylum è vietato usare gli zombie sensibili al suono? E poi ciò significa che per una buona parte del film Abraham Lincoln & Co. non usano pistole o fucili per ammazzare gli zombie, ma solo armi bianche. Vedere Abraham Lincoln che decapita uno zombie con il suo fedele falcetto al grido di «Emancipate this!» è semplicemente meraviglioso.

Vogliamo guardare il pelo nell’uovo? Guardiamo il pelo nell’uovo. Se hai degli zombie sensibili al suono e non inserisci nemmeno una scena in cui un personaggio è costretto ad attraversare una stanza piena di zombie senza fare rumore, ti sei perso una grande occasione.

Abraham Lincoln vs. Zombies è uno dei migliori film della Asylum. Sì, ciò non equivale a dire molto, ed è comunque un film di scarso valore, se guardato nella cornice d’insieme. È goffo, arrabattato di fretta, ha scarso valore di produzione e gli attori, a parte Bill Oberst Jr. che interpreta Lincoln e qualche altra rara eccezione, sono un po’ tutti dei cani. Ma è anche dannatamente divertente e riesce a intrattenere lo spettatore. Di poche pretese o a cui piace il trash, ovviamente.

Recensione – “La ragazza dei miei sogni” di Francesco Dimitri

A quanto ho capito, Alice nel paese della Vaporità è stato, per il suo autore Francesco Dimitri, una specie di salto nel vuoto, un esperimento con un nuovo genere. Come sia andato lo sappiamo tutti. Il punto è che Dimitri nasce con ben altri interessi, e basta leggersi una qualsiasi biografia, scorrere il suo blog o dare un’occhiata ai suoi tweet per capire quali: è fissato con paranormale e magia. Pardon, incanto.

Alla luce di questo – e del nuovo romanzo, L’età sottile, in uscita da qualche parte nella seconda metà dell’anno, che parla proprio di magia e incanto – ho pensato di leggere non il Dimitri che si improvvisa scrittore new weird, ma il Dimitri che scrive qualcosa sul quale è ferrato. Senza cattiveria, ma lo “scrivi ciò che sai” è innegabilmente un caposaldo della scrittura e pertanto quando si segue questa semplice regoletta, è anche probabile che quello che si scrive esca fuori meglio. Citerei Esbat di Lara Manni, ma mi sta sulle palle la Lipperini, quindi prendetela così, senza esempi di sorta.

La scheda del libro

La ragazza dei miei sogni di Francesco Dimitri
Pubblicato da Gargoyle Books
Anno 2007
195 pagine
Prezzo di copertina 10,50€
Il libro su Amazon

Che cosa succede

Il protagonista del romanzo – senza nome perché il tutto è narrato in prima persona, ma che da qui in avanti chiameremo Ruggiero – è uno sfigato, uno di quelli che non ci prova nemmeno più, uno di quelli che sta consciamente sull’anello più infimo della catena alimentare e non fa niente per muoversi verso l’alto. È un ventiseienne vergine mai stato baciato che fa cascare le braccia solo a vederlo. Perennemente nella friendzone, non ha veri e propri amici, e la sua famiglia è un crogiolo di stronzi passivi aggressivi che al loro confronto mia madre impallidirebbe. E mia madre è ebrea.

Comunque, Ruggiero ha bisogno di una scopata, e questo è chiaro a tutti, perfino a Dagon, l’amico darkettone dei tempi della scuola. Ne ha bisogno perché, ultimamente, ha cominciato a fare strani sogni in cui viene più o meno stuprato da una ragazza, una specie di Lisbeth Salander (versione cinematografica di Fincher), però bionda e con più tatuaggi.

In effetti Ruggiero è intrappolato in una specie di amicizia-che-vorrei-fosse-qualcosa-di-più-ma-a-lei-non-passa-nemmeno-per-l’anticamera-del-cervello con Margherita, una a cui, per l’appunto, non passa nemmeno per l’anticamera del cervello. E pure un po’ zoccola. C’è poco da stupirsi, quindi, che Margherita decida di collaudare il materasso del coinquilino di Ruggiero, lasciando il nostro eroe patetico protagonista con le proverbiali pive nel sacco.

Ruggiero passa la nottata a girovagare per la città, finché non incontra proprio la ragazza dei suoi sogni. Con cui scopre di avere un feeling impressionante. E che piano piano diventa la sua prima vera ragazza.

E che, ovviamente, cela dietro di sé orrori inimmaginabili che cambieranno per sempre la vita di Ruggiero.

Che cosa ne penso

Messa giù così sembra la trama di un paranormal romance che farebbe vomitare zucchero filato perfino alla Gabaldon. In realtà c’è molto di più, e la love story serve a introdurre la componente orrorifica e soprannaturale del racconto.

La prima parte del romanzo è sostanzialmente questa. Assistiamo prima alle miserie di Ruggiero e poi alla storia d’amore che lo lega a Sofia, la ragazza dei suoi sogni. È un po’ come arrivare alla fine della salita di un ottovolante, la seconda parte è tutta in discesa.

In realtà, però, è una salita non molto bassa. E non siamo sul Blue Tornado. Uno dei difetti principali che ho riscontrato nel libro è la poca suspense, e i colpi di scena praticamente assenti, il che non è bene, se si scrive di horror. Già leggendo la sinossi in quarta di copertina si capiva che in Sofia c’era qualcosa che non andava. In più il romanzo è narrato in prima persona da Ruggiero. Nella primissima pagina del romanzo, perfino Dimitri, per bocca di Ruggiero, riconosce che “l’uso che faccio dell’“Io narrante” [è] un cliché abusato”. Ma in realtà non si tratta di cliché – che sono comunque presenti nel romanzo, ma non in questo caso. In realtà si tratta di una tecnica che ammazza la suspense. Se Ruggiero ci sta facendo un resoconto di quello che gli è accaduto, significa che alla fine della fiera è sopravvissuto. Quindi, per quanto possa trovarsi in pericolo, chessò, affrontando entità soprannaturali bramose di sangue, si sa comunque che sopravvivrà. Sì, c’è sempre il rischio che sia come Kevin Spacey in American Beauty. Ho addirittura pensato che finisse come in Dagon di H.P. Lovecraft, visto e considerato che uno dei personaggi si fa chiamare proprio Dagon, ma invece niente di tutto ciò.

Un’altra cosa stridente sono i due personaggi principali. Chiarimento: i personaggi sembrano i protagonisti di un film di Rob Zombie – e con ciò intendo dire che nemmeno uno riesce a risultare simpatico al lettore. Il che, a ben pensarci, è anche legittimo, dopotutto è la storia di come la vita di Ruggiero sia circondata di stronzi. Il problema è che nemmeno Ruggiero è poi così simpatico. È patetico, questo sì, ma non un patetico che suscita sentimenti di compassione, è solo un caso disperato senza possibilità di redenzione.

D’accordo che non sta scritto da nessuna parte che i protagonisti debbano essere interessanti, però dovrebbero per lo meno entrare in sintonia con il lettore. Per le quasi duecento pagine del libro, invece, non sono riuscito a farmi andare a genio Ruggiero. E credetemi, ci ho provato. Sono riuscito a farmi andare a genio Harry Potter (il personaggio, intendo), per cui sono uno che ci prova.

E va ancora peggio quando Ruggiero incontra Sofia. Sofia per certi versi è la ragazza perfetta per Ruggiero. Piccolo problema: è un crogiolo di cliché e frasi fatte. È la rebbbel da manuale che prende Ruggiero e lo trasforma completamente. Una volta arrivati al finale tutto acquista senso, va detto. Sofia è sostanzialmente una fantasia masturbatoria all’ennesima potenza e con un pizzico di demonologia, è perfettamente normale, quindi, che parli nel modo in cui parla e si comporti nel modo in cui si comporta. È la ragazza perfetta per Ruggiero perché è come Ruggiero si immagina una ragazza perfetta. E non avendo Ruggiero praticamente alcuna esperienza nel campo, è ovvio che la ragazza perfetta della sua fantasia sia un cumulo di cliché.

Il che non significa che leggerlo non risulti stridente per qualcuno che non sia Ruggiero. Tante volte mi sono trovato ad alzare gli occhi dal libro con un “Bah!”.

Il libro ha, innegabilmente, anche aspetti positivi. Il primo che mi salta in mente è l’attenzione con cui Dimitri ha curato la parte magico/soprannaturale. Essendo lui per primo un… come definirlo?… supernatural geek, era anche lecito aspettarselo. Quella parte è fatta bene, è interessante e si vede che Dimitri trasuda passione per l’argomento. Forse perfino troppa, a giudicare da tutti gli spiegoni che fa Dagon, ma non è male.

Mi è piaciuto lo stile, una prosa diretta, colloquiale, semplice e senza fronzoli o baggianate di sorta. Dimitri è uno scrittore onesto e – so già che qualcuno storcerà il naso – in ultima analisi è pure un bravo scrittore. Forse, e dico forse, uno dei migliori cinque-dieci autori italiani del fantastico in attività. So che di solito concludo frasi come queste con un “e questo la dice lunga”, ma questa voleva essere più un complimento, per cui ciccia.

In conclusione

La ragazza dei miei sogni va a collocarsi nella terra di nessuno tra i libri che mi hanno convinto e quelli di cui non sono sicuro al 100%. Rimane una prova più che sufficiente, specialmente visto che è la prima opera narrativa di Dimitri, precedendo Pan e l’Alice. Per cui letta come l’opera di un esordiente è una buona opera prima, migliore di tante altre che mi è capitato di leggere.

Ha i suoi difetti, come la poca suspense e l’abbondante numero di frasi fatte, i personaggi miserabili e le situazioni a volte un po’ grottesche. Ma è scritto bene, si fa leggere, ed è evidente la passione con cui è stato scritto.

So che sembra una cosa facile da dire, ma, anche se non è perfetto, La ragazza dei miei sogni è molto, molto meglio di Alice nel paese della Vaoprità.

Voto finale

Come osi recensire?

Parliamo di come reagisce la gente alle recensioni negative. L’altro giorno scorrevo l’ultimo, pantagruelico post del Duca e mi imbattevo in cose oscene. Non mi è mai particolarmente piaciuta Gamberetta e il suo modo quadrato di vedere le regole della scrittura-che-se-non-lo-segui-sei-scemo-e-ti-puzzano-i-piedi, ma quando ho letto che, a causa del suo blog, ha ricevuto anche delle vere e proprie minacce, ho perso un po’ di fiducia nel genere umano. Tra l’altro, se si fa tutto sto casino quando si parla di letteratura fantasy, ringrazio dio di non aver mai aperto un blog a tema calcistico.

In linea di massima, la reazione più comune di un generico lettore di fronte a una recensione negativa è: ‘sticazzi.

Davvero. Credete realmente che qualcuno compri i libri sulla base delle recensioni che si leggono, chessò, su aNobii?

Io non ho l’illusione di influenzare le scelte di un consumatore o, a seconda, dello scaricatore di ebook pirata, difatti, copiando spudoratamente da assieme a tanti altri blogger, ho deciso di scrivere recensioni negative for teh lulz, perché il lulz regna sovrano ed è il fine ultimo di internet (se escludiamo il porno). Ciò non toglie che nelle mie recensioni vi sia comunque qualcosina da prendere sul serio: Goodkind è veramente un inetto, la Troisi per davvero non ci sta nemmeno più provando ed è vero che sono convinto che l’Alice di Dimitri non sia così orribile come viene descritto da mezzo web.

Un caso particolare sono i fan di un determinato libro o autore, che si dividono in due tipi: quelli che dicono “Lisa Lisa Verdi e il ciondolo elfico di M.P. Black è il mio romanzo preferito, ma comunque la tua recensione negativa mi ha fatto ridere”, e quelli che dicono “Lisa Verdi e il ciondolo elfico di M.P. Black è il mio romanzo preferito, per cui vedi di andare a morire ammazzato da una zoccolata di cavallo che non ha apprezzato il modo in cui gli stavi stimolando la prostata”. (Per la cronaca, non ho letto Lisa Verdi, l’ho citato solo perché ha un titolo che suona buffo.) Del resto i fan, specie quelli del secondo tipo, sono già connotati dalla loro caratteristica intrinseca di essere fanatici, e quindi entusiasti a proposito, in questo caso, del libro che si sta recensendo. Si potrebbe biasimarli per la loro assenza di spirito critico, ma a che pro?

E ora passiamo a persone che, a tutti gli effetti, sono personalmente legati a ciò che viene letto e recensito. Gli scrittori leggono le recensioni dei loro romanzi, non neghiamo l’evidenza e, beh, se sono negative mi pare anche normale che ci rimangano un po’ così. A nessuno piace ricevere stroncature per qualcosa che credeva essere buono, no?

Paragrafo in cui parlo di me. Ho sempre pensato, da scrittore, che le recensioni e i feedback dei lettori siano importantissimi e che chiunque si prenda la briga di leggermi meriti il mio ringraziamento. Ringraziamento, però, non vuol dire considerazione. Io non ho scritto molto, e ho fatto leggere ancora meno, però ho sempre pensato che non tutti i consigli ricevuti, per quanto in buona fede, vadano ascoltati. Alla fine della fiera, se uno ha un minimo di cervello, è in grado da sé di distinguere un commento fondato da uno che non lo è – e sto parlando in entrambi i casi di critiche costruttive. Faccio un esempio. Ho scritto un racconto per un concorso. Era buono, ma non eccezionale, lo riconosco. Nonostante ciò, e con mia grande sorpresa, è stato selezionato per entrare a far parte dell’antologia e, in virtù di ciò, qualche anima pia dell’associazione culturale che organizzava il concorso si è preso la briga di farci le pulci. Ho ricevuto via mail il file editato e devo ammettere che, delle quattro o cinque cose che mi venivano segnalate, solo un paio mi sembravano azzeccate, le restanti derivavano, probabilmente, da una diversa visione del testo rispetto a quella che avevo io, o dal non aver appieno recepito i sottintesi che avevo infilato nel racconto (il che non significa affatto che l’editor è stupido, ma essendo io l’autore è ovvio che certe cose che possono sfuggire ad altri io le noto: le ho scritte io). Morale della favola, ho ricevuto annotazioni e critiche costruttive, ma ho scelto di dare retta solo a parte di esse. Ed è quello che penso dovrebbero fare tutti gli autori quando si trovano di fronte a una recensione del loro lavoro. Fine del paragrafo egocentrico.

Poi, ovviamente, ci sono i GL, gli scrittori che io-so’-io-e-voi-nun-siete-un-cazzo, quelli che come minimo devi avere una laurea in filologia comparata e una in lettere moderne per azzardarti anche solo a commentare i loro capolavori. Quelli sono i clown della letteratura, e prenderli per il culo è cosa buona e giusta e fortemente incoraggiata da nove medici su dieci™.

E veniamo all’ultimo tassello del puzzle, ovvero chi i libri che vengono recensiti li pubblica. Ladies and gentlemen, gli editori. In genere si suppone che gli editori siano vincolati da una cosa che si chiama professionalità e che quindi preferiscano non intromettersi nelle recensioni, positive o negative, di ciò che pubblicano. Solo una volta mi è capitato di avere un contatto diretto con un editore, ed è stato quando mi sono permesso di dire che 11€ per un libro di 82 pagine erano un po’ troppi, ma la casa editrice in questione era la 0111, famosa per sguinzagliare cani rabici contro chiunque osi mettere in questione le sue politiche editoriali, per cui c’è ben poco da stupirsi.

Io pensavo, ingenuo che non sono altro, che l’unica risposta che una casa editrice potesse dare a una recensione negativa fosse un dantesco non ti curar di lor ma guarda e passa. Almeno fino a ieri sera, quando, seguendo linkini sui social network, non mi sono imbattuto in un post su Facebook di Linee Infinite Edizioni (gli editori della Ivengral Saga, per capirci).

Non amiamo molto fare polemiche, ma riteniamo che alcune cose vadano dette senza mezzi termini. Scrivere una recensione dopo aver letto un libro è una cosa seria. prima di scriverla bisognerebbe pensare che ogni parola detta potrebbe ledere gravemente l’immagine di una persona. Ora, riteniamo che alcuni utenti di Amazon che comprano gli e-book e poi scrivono recensioni dovrebbero solo vergoganrsi. Ragazzini senza ritegno, o gente solo invidiosa e che magari non sa nemmeno quello che dice. Stiamo parlando di DESTINO, romanzo della nostra autrice Sabrina Rizzo. Il più venduto tra i nostri e-book e se lo abbiamo valutato e scelto tra centinaia di manoscritti è perché noi il nostro lavoro, a differenza di alcuni pseudo lettori, lo sappiamo fare molto bene. Una persona può esprimere un giudizio negativo su un libro che non gli è piaciuto, ma sparare sentenze e cattiverie gratuite no! Inoltre parlare di 89 centesimi e voler essere rimborsati bisogna essere dei veri pezzenti!!

Tutto ciò è estremamente LOL. Lo so che Amazon, così come Ibs, non è il posto più affidabile per avere recensioni che abbiano una parvenza di rilevanza. È facilissimo scrivere “Questo libro fa cagare a spruzzo e spero che l’autore si suicidi per evitarmi di dover un alto dei suoi aborti mancati che qualcuno ha il coraggio di definire libri”, e quindi chissà che genere di recensione è riuscita a far incazzare a tal punto l’editore.

Siamo fortunati, perché la recensione in questione è riportata nella seconda parte del commento:

Ci riferiamo a questa recensione stupida: Siete pregati di commentarla. Grazie.
Recensione:
Non amo scrivere recensioni negative, ma per questo libro non potevo farne a meno. Un romanzo che mi ha annoiato gia’ dal secondo capitolo. Ogni paragrafo che leggevo non potevo non pensare a twilight con l’unica differenza che il protagonista maschile non e’ un vampiro, ma un elfo. La scrittrice ha spudoratamente copiazzato la famosa saga, cambiando un po’ qua e un po’ la. Lo stile narrativo e’ quello di una ragazza delle medie che scrive un tema; scorrevole si, ma anche poco intrigante per via della scelta di parole molto banali. Ho solo letto i primi 6/7 capitoli, e ho dovuto abbandonare. E’ un libro per teenagers, ma da evitare a tutti i costi per gli appassionati del vero genere fantastico. Dare 1 stella mi sembra anche molto generoso. Purtroppo non posso essere risarcito dei 0,89 centesimi spesi, ma almeno so che sono serviti per tenermi alla larga da questa scrittrice in futuro. ( Da un certo Daveprp)

(link)

O gesù che cosa orribile! Ma come ha osato “un certo Daveprp” a dire cose del tipo “È un libro per teenagers, ma da evitare a tutti i costi per gli appassionati del vero genere fantastico”? Cioè, ci rendiamo conto? Dove andremo a finire, di questo passo? Che mondo è quello in cui i consumatori si sentono autorizzati a esprimere un’opinione su un prodotto che hanno pagato soldi per acquistare?

Ok, non facciamo falsi moralismi o facili ironie. È stato uno stupido passo falso da parte di un editore che ha, solo per un attimo, mi auguro, dimenticato il significato della parola professionalità. Fortunatamente non accade spesso che un editore insulti un lettore pagante, altrimenti saremmo al ridicolo.

(Update delle 14:10, Simone Draghetti ha appena cercato, un po’ goffamente, a dire il vero, di mettere una pietra sopra su tutta la faccenda, cosa apprezzabile, ma che non cancella la gaffe.)

(Update delle 14:20, lo status è stato cancellato, perché LOL. Come se non mi fossi premurato di fare uno screenshot.)

Però a questo punto non posso fare a meno di notare che si ripropone l’ennesima, stupidissima, domanda: chi è autorizzato a recensire un romanzo?

Qualche settimana fa, su Scrittevolmente, mi è stato detto che, non avendo mai pubblicato niente, non avevo i titoli necessari per dire che i libri di Goodkind fanno piangere i coniglietti. La riposta, servita sul proverbiale piatto d’argento, è stata che chi mi contestava ciò, non avendo mai pubblicato niente a sua volta, non aveva i titoli necessari per dire che i libri di Goodkind fossero belli. Direi che non fa una piega: se meritocrazia deve essere, che lo sia da entrambi i lati.

Quella era una facile, ma non sono solo i ragazzini che girano per il web dopo la scuola a pensarla così. Purtroppo. Gli intellettuali sostengono che solo i loro pari possano fregiarsi del titolo di “critico”, in un comportamento tipico del sinistronzo al caviale. Altri, la maggioranza, sostengono che abbia il diritto di recensire chiunque sia in grado di mantenersi oggettivo. Per me sbagliano pure loro.

Il “privilegio” di recensione è un po’ come il diritto di voto: è ad appannaggio di tutti quanti, da semiologo con quarantasei lauree alla testa di cazzo. Che poi la ratio dei primi rispetto ai secondi sia di 1:100 è secondario. Chiunque abbia letto un libro può arrogarsi il privilegio di recensirlo. Che poi la recensione parli di quanto il libro in questione si attenga al Manuale Crostaceo della Scrittura Uniforme Che Se Non Lo Segui Ti Puzzano I Piedi o si limiti a dire che il libro è noioso perché non c’erano abbastanza vampiri luccicanti (o abbastanza critica sociale), è secondario.

Viviamo in un’epoca in cui siamo immersi in una sovrabbondanza di informazioni, per qualsiasi cosa. Internet è pieno di merda e tra i suoi utenti si celano innumerevoli coprofaghi. Questo si applica anche alle recensioni letterarie. Per ogni libro ci sono un mare di recensioni, caratterizzate da un diverso livello di dignità, ma comunque scritte da persone che avevano tutto il diritto di scriverle.

Dire “non hai il diritto di recensire se…” è fascista. Punto. Ed è anche una cosa da culopesi. Perché devi essere tu a trovare, nel mare di merda, lo scoglio a cui ancorarti, non dev’essere lo scoglio a venire da te. Chiunque tu sia, editore, scrittore, fan, lettore occasionale, non hai il diritto di dire che qualcuno non può esprimere un’opinione. Puoi, ed è questo il punto, ignorare la sopracitata opinione in virtù del fatto che non percepisci come autorevole chi ne è l’autore. Sei legittimato a fare, a scegliere, ma nulla ti autorizza ad arrogarti il diritto di dire a qualcun altro di non esprimere la propria opinione.

Questa è la storia. Nella sovrabbondanza di informazioni che ci circonda, dobbiamo essere noi a decidere e non pretendere che siano gli altri ad astenersi dall’offrirci una scelta.

Chiudo aggiungendo una perla di saggezza suggerita dall’eminentissima ac reverendissima Queenseptienna, perché mi sembra che caschi a fagiolo.

Recensione – “Il trono delle ombre” di Giovanni Pagogna

Salve e benvenuti a un nuovo episodio di “Blogger rancorosi e senza vita sociale che si divertono a stroncare i sogni e le speranze dei talentuosi scrittori esordienti italiani”. O, come si usava dire quando c’era lui, una recensione.

Il romanzo di oggi è Il trono delle ombre di Giovanni Pagogna, un fantasy scritto da un autore italiano esordiente e pubblicato niente meno che da Rizzoli – il che, assieme ad aver riproposto tutta la saga di Sitael di Alessia Fiorentino, dimostra quanto poco ci capisca la Rizzoli di fantasy. Un macaco. Propongo un macaco come direttore editoriale della collana fantasy della Rizzoli. Un macaco che lancia palline di sterco su un tabellone sul quale sono segnate tutte le proposte editoriali. Quella con più merda addosso viene pubblicata.

A ben pensarci non sono poi convinto che il processo di selezione adoperato ora sia tanto diverso, visti i risultati.

Sì, non so se l’avete notato, ma sono un po’ alterato. Il motivo è presto detto – e, no, non è che ho buttato nel cesso 18€ per una fetecchia. Il trono delle ombre doveva essere un buon romanzo. Perché non era un paranormal romance per minus habens. Stando alla quarta di copertina, dovevamo avere:

Rituali necromantici, spietati complotti, battaglie violente e sanguinarie, nel primo avvincente episodio di una nuova saga fantasy.

Capito? Questo doveva essere un fantasy brutto sporco e cattivo, uno di quelli per cui io stravedo. E, a dire la verità, i rituali negromantici, gli spietati complotti, le battaglie violente e sanguinarie ci sono. Ma allora qual è il problema? Che non è avvincente. Ma proprio per niente.

Ok, andiamo con ordine e vediamo insieme perché Il trono delle ombre di Giovanni Pagogna è un grande buco nell’acqua e l’ennesima occasione sprecata per avere un fantasy decente scritto da un esordiente italiano e pubblicato da una GCE.

La scheda del libro

Il trono delle ombre (Le Cronache della Corona Nera #1) di Giovanni Pagogna
Pubblicato da Rizzoli
Anno 2012
342 pagine
Il libro su Amazon

Che cosa succede

Yanvas è un eroe di guerra. Dopo aver ottenuto una vittoria schiacciante contro gli Eidr, l’impero Cloviano per il quale combatte gli tributa ogni genere di gloria e onore. In più suo padre gli ha arrangiato un matrimonio con la bellissima Sylia. Proprio quando la vita da militare sembra essere un capitolo concluso, Yanvas riceve un ultimo incarico e, da soldato ligio al dovere qual è, non esita a farsene carico. Peccato che qualcuno stia tramando contro di lui e lo stia usando come pedina in un gioco molto sporco.

Seguono perdita dell’onore, rivelazione di segreti inconfessabili, rivelazioni di segreti che avrebbe capito anche un cactus, un pizzico di negromanzia e poi boh, perché ho smesso di leggere.

Non mi sento colpevole. Ho letto 245 pagine su 342 e, anche se me ne mancavano meno di un centinaio, non ce l’ho fatta lo stesso a proseguire.

Già, sto recensendo un romanzo che non ho finito di leggere. Che cosa esecrabile. Con che coraggio mi permetto di fare una cosa del genere? La ragione è presto detta: se un libro mi fa venire voglia di strapparmi le palle a morsi per la noia per duecentoquarantacinque lunghe, agonizzanti pagine, difficilmente migliorerà nelle cento scarse che gli restano. E, in ogni caso, si merita veramente che io continui a leggerlo?

Che cosa ne penso

Il problema, per l’appunto, è che Il trono delle ombre è proprio quel genere di libro che ti fa venire voglia di castrarti a morsi solo per sentire qualcosa, per scuoterti dal coma che la lettura ti ha provocato.

Il maggiore problema di Giovanni Pagogna, l’autore, infatti, è che non sa scrivere. E con questo non intendo che, come molti suoi colleghi, avrebbe bisogno di una ripassata alla grammatica della lingua italiana. A onor del vero, Pagogna è in possesso di un vocabolario molto corposo e di una prosa anche ricca, che più di una volta ha lasciato intravedere scintille di vitalità. Ma scrivere non è solo questo.

Per dio, ti sei messo in testa di scrivere un fantasy brutto-sporco-e-cattivo, con complotti, giochi di potere, macchinazioni, tradimenti e un pizzico di negromanzia: devi usare un tono appropriato. Devi creare ritmo, suspense. Devi, non è che puoi; è un imperativo categorico assoluto, non un suggerimento.

Giovanni Pagogna non sa scrivere perché non è stato in grado, neppure con tutto il materiale che aveva sotto mano, di creare un solo momento ritmato o incalzante. E questo, per me, è non saper comunicare emozioni al lettore. Quindi non saper scrivere.

Un esempio lampantissimo è la dimensione media dei paragrafi. Ora, che la struttura del periodo contribuisca a creare il ritmo del testo è cosa arcinota. Una struttura paratattica dovrebbe contribuire a dare un senso d’attesa. Grammatica di prima media. In più c’è la disposizione del testo in paragrafi – e quella non la insegnano a scuola. Però non è che ci voglia molto a capire che un lunghiiiiiiiiiiiissimo wall of text di una pagina e mezza non trasmette la stessa sensazione incalzante di una serie di piccoli paragrafi. Questo, ed è anche molto meno comoda da leggere. Il trono delle ombre è disseminato di paragrafi lunghi come Guerra e Pace. Non solo nei punti in cui le informazioni vengono letteralmente vomitate addosso al lettore (oh, arriveremo anche a questo), ma soprattutto, cosa ancora più grave, nelle scene d’”azione”, quelle che dovrebbero elettrizzare il lettore, incatenarlo alla pagina, e che invece sono piacevoli come il funerale di mio nonno.

Poi c’è l’infodump. I primi capitoli da soli sono un atroce pozza di vomito acidulo di informazioni non richieste sul background storico dei luoghi del romanzo e delle vite dei personaggi. Una cosa illeggibile.

Date uno sguardo all’anteprima, per farvi un’idea. Il capitolo 1 l’hanno omesso, perché è quello scritto peggio, ma leggetevi il 2 e ditemi che la storia di Sulion Talendyr e di come ha perso la gamba vi ha tenuti incollati alla pagina perché, per dio, volevate sapere vita morte e miracoli di un personaggio che avete conosciuto da tre paragrafi.

Non-si-scirve-così, per dio.

Dare informazioni sul proprio mondo non è male. L’”info” in infodump è cosa buona, giusta e talvolta necessaria. Il problema è il “dump”, quando scarichi sul lettore nozioni di cui non potrebbe fregargli di meno nel momento in cui legge. Magari la storia della gamba di Sulion è importante, magari ha contribuito a plasmare la sua personalità, ma sbatterla in faccia al lettore appena incontra il personaggio è, nell’ordine, inelegante, noioso e indice di pessima scrittura. Ci sono dozzine di modi per dare informazioni al lettore senza sottoporlo a una conferenza dal titolo “Io sono l’autore del libro e ora voi ascoltate il processo di worldbuilding perché sì”, e Giovanni Pagogna non ne conosce neanche uno.

E vabbè, direte, è una cosa isolata. Manco per niente. Tutti i personaggi sono introdotti in questo modo: prima il lettore viene torturato con una mini biografia stile Wikipedia (italiana, perché fa cagare a spruzzo), poi, forse, il personaggio fa qualcosa. Ma già lì l’interesse è sceso sotto le scarpe. L’unica scena minimamente interessante è quando Airril, un soldato agli ordini di Yanvas, si introduce nel campo dei nemici, di cui non conosce la lingua. Ed è una buona scena perché non si sprecano venti minuti a leggere la storia di quando Airril era piccolo e suo padre non gli voleva bene, si passa direttamente all’azione. Ma è una scena in quarantuno capitoli, cioè una cosa che è capitata per caso.

In conclusione

Ci sarebbero molte altre cose da dire si Il trono delle ombre, tipo che i dialoghi suonano falsissimi, tipo che i personaggi sono schematici, quasi senza spessore, tipo che alcuni colpi di scena sono prevedibilissimi (il fratello di Yanvas? Didn’t see that coming…), tipo che le relazioni tra i personaggi sono ridotte all’osso e la storia d’amore che dovrebbe motivare Yanvas è più imposta dall’alto che costruita sulla base della personalità dei due amanti (Goodkind, Gemmell e ora Pagogna: ci sarà un autore fantasy in grado di scrivere una storia d’amore decente?). Ma la verità è che passa tutto in secondo piano alla luce della pessima scrittura, che resta il difetto principale.

Il trono delle ombre è un romanzo estremamente noioso, senza vitalità, una lagna che, a momenti, neanche gli struggenti monologhi di Bella di Twilight. Ma per lo meno in Twilight gli striggenti monologhi di Bella sono il FULCRO del libro. Il trono delle ombre no, Il trono delle ombre doveva essere un fantasy brutto-sporco-e-cattivo e invece è solo un polpettone illeggibile pieno zeppo di informazioni non richieste.

Mai e poi mai mi sarei immaginato di leggere un romanzo che parla di intrighi e giochi di potere che fosse al contempo così noioso. E invece ce l’ho fatta. Grazie, fantasy italiano. Continua a non smentirti mai.

Voto finale

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Capitolo letture future: finisco Dimitri e poi mi butto su Goodkind numero 6, ok?

Game of Thrones 2×10 – Valar Morghulis

E dopo il glorioso episodio dedicato alla battaglia di Blackwater, recensito poco sott…. Come dite? Non l’ho recensito?

Davvero?

Beh, in realtà l’avevo recensito, ma siccome il mio computer è in un periodo un po’ così, ha deciso di freezare e portare via con sé nel buco nero del crash la recensione. Se ne è salvata metà, che starà nelle bozze non ultimate vita natural durante. Se volete la mia impressione sul climax della stagione, comunque, eccovela:

BEST… EPISODE… EVAH!!!!!

Ora che ci siamo tolti ‘sto peso di dosso, torniamo a focalizzarci sul finale di stagione, della lunghezza niente meno che di un’ora e cinque minuti. Vi ricordate lo scorso finale, che era stato farcito di monologhi straccia balle di Pycelle e dialoghi awesome Varys/Littlefinger giusto per occupare quei benedetti cinquanta minuti, giusto in tempo per l’epica nascita dei draghi di Daenerys? Ecco, in Valar Morghulis, invece, succedono tante di quelle cose che di riempitivi quasi non ce n’è bisogno.

Il rovescio della medaglia è che alcune storie sono state chiuse troppo di fretta e in maniera insoddisfacente, sia da un mero punto di vista narrativo che dall’ottica di uno che ha letto i libri.

Ma andiamo con ordine perché tra colpi di scena, morti e ritorni, Valar Morghulis è un episodio piuttosto ricco.

A King’s Landing, subito dopo la conclusione della battaglia, si snodano le sorti parallele dei due vincitori: da una parte Tyrion, ferito, privato del suo titolo di acting Hand of the King e confinato in un letto alla mercè di Pycelle, che non vede l’ora di rendergli la gentilezzadi qualche puntata fa; e dall’altra lord Tywin, sceso in battaglia all’ultimo minuto assieme all’esercito dei Tyrell, che si vede tributare onori e gloria (e un pizzico di foreshadowing).

Momento di onori e tributi anche per gli altri “salvatori” di Blackwater. Littlefinger, che ha reso possibile l’alleanza con i Tyrell, viene nominato lord di Harrenhall (a dispetto dell’accento di Aidan Gillen che secondo me ha acquisito vita propria), mentre Margaery Tyrell confessa il suo amore per Joffrey e gli chiede di prenderla in moglie.

Joffrey dopo un momento di titubanza, e senza dubbio spronato dal di lei decolté, accetta e Sansa, che ha osservato tutta la scena dal gineceo, vive il primo momento di pura gioia dal giorno che i Lannister l’hanno presa in ostaggio. Gioia che non dura poi molto perché Littlefinger comincia a fare il creepy pedo, in una dinamica che non ci abbandonerà per il resto della prossima stagione e di quelle a venire.

Tutto sommato l’epilogo delle vicende di King’s Landing non mi è dispiaciuto. Per alcuni personaggi la situazione è cambiata in peggio (cosa farà Tyrion ora che non è più protetto dal suo status di Primo Cavaliere, e Sansa che non è più protetta dalla promessa di matrimonio con Joffrey?), per altri, come Joffrey, Cersei e Tywin si è consolidata. Di sicuro, nella prossima stagione, Tyrion non sarà impegnato il 90% del tempo a fare il saccente con Lancel, e questo non può essere che un bene.

Spostiamoci un ciccino più a nord, alla Roccia del Drago, dove incontriamo Stannis che si mangia le mani dopo la disfatta di Blackwater. Durante la battaglia Stannis è stato epico, tanto che si era piazzato al numero uno della Top 10 personaggi dell’episodio di quell’articolo mai scritto. Il primo a scendere sul campo, il primo a salire le scalette durante l’assedio, l’ultimo a lasciare King’s Landing e solo perché l’hanno trascinato via con la forza – il tutto senza indossare elmo e scudo perché Stannis è il re dei badass motherfuckers. Ma ora il breve momento di gloria è finito e a Stannis non resta che prendersela con Melisandre, che gli aveva detto di aver visto nelle fiamme la sua vittoria e la sua incoronazione, una visione alla quale Stannis ha perfino sacrificato il sangue del suo sangue. Melisandre, però, riesce a rigirare la situazione a suo vantaggio e chiede a Stannis che sia lui stesso a guardare nelle fiamme e a vedere il suo futuro. Non si sa se per autoconvincimento o perché R’hllor gli abbia effettivamente mostrato il suo destino, Stannis ne esce convinto che sarà lui a prevalere nella guerra dei cinque re.

Stannis è stato forse la migliore aggiunta al cast di questa seconda stagione, merito della profondità che Stephen Dillane è riuscito a dare al personaggio, ma anche al contrappunto che Stannis stesso fa con Joffrey. Due re, due Baratheon, almeno sulla carta, uno è l’emblema di tutto ciò che è sbagliato nel potere, mentre l’altro, pur con le sue debolezze, si è più volte dimostrato il degno erede di Robert (il Robert della ribellione, non quello che abbiamo incontrato all’inizio della prima stagione). Tuttavia questo epilogo manca di chiusura: che Stannis si ritenesse il solo e unico legittimo erede dei Sette Regni lo sapevamo già, R’hllor o meno, mentre invece non si è fatta menzione di Davos, visto l’ultima volta durante la gloriosa scena dell’esplosione dell’altofuoco nella baia di Blackwater.

Ancora a nord, ma solo un pochino, Arya, Gendry e Hot Pie sono scappati da Harrenhall e stanno presumibilmente viaggiando in direzione di Riverrun, per raggiungere i Tully. Durante il viaggio incontrano per l’ultima volta Jaqen H’ghar e Arya non può fare a meno di dirgli di voler diventare come lui, salvo poi tornare sui suoi passi perché prima ha degli obblighi nei confronti della sua famiglia (tipo far sapere che è viva e che non è ostaggio dei Lannister, cose così…). Jaqen le offre una moneta e una parola – Valar Morghulis, che ho sempre pronunciato nel modo sbagliato, a quanto pare – dicendole che, un giorno, avrebbe potuto servirsene per raggiungere Braavos e diventare un’assassina cambia faccia come lui. E poi… taaaaaa-DAH!

Salutiamo Jaqen H’ghar, che ci ha dato tanti bei momenti in questa stagione, e salutiamo anche Arya, protagonista di molte delle migliori scene, sia con il già menzionato Jaqen, sia con Gendry, sia, soprattutto, con Tywin Lannister.

Da qualche parte nelle Riverlands, invece, Robb e NonJeyne si sposano a dispetto della promessa che legava il re del Nord alla nipote di lord Frey. Una scelta che, sono pronto a scommetterci, non avrà il benché minimo impatto nel futuro della serie.

In ogni caso, ho sempre trovato un po’ stonata la storia di Robb e Talisa, troppo “moderna” rispetto al contesto medievaleggiante in cui, se eri il promesso sposo di qualcuno che non avevi mai visto lo sposavi e basta, senza domande, perché era la mentalità del tempo a dire che si faceva così. Ciò non toglie che ho avuto di nuovo l’opportunità di vedere insultata Catelyn, il che mi ha soddisfatto.

Raggiungiamo sulle nere ali di un corvo Winterfell e vediamo come si è sviluppata la storia di Theon e dei lupetti Stark.

Da una parte Theon è fermamente deciso a resistere all’esercito del bastardo di Bolton – che non si vede ma si sente, armato com’è di vuvuzela – nonostante i consigli di Luwin di fuggire e unirsi ai Guardiani della Notte, dove i suoi crimini saranno perdonati. Non sembrano essere dello stesso avviso gli Ironborn che, dopo che il loro signorotto li ha intortati con un discorso epico, lo fanno secco consegnandolo agli uomini di Bolton. Anticlimaticità allo stato puro, ma lo vedremo in seguito.

Dall’altra parte, Brann e Rickon escono dalle catacombe di Winterfell per trovare la città distrutta e data alle fiamme. Nel parco degli dei incontrano un Luwin morente e gli dicono addio, prima di fuggire diretti verso nord.

Se da una parte la scena dell’addio a Luwin è veramente toccante e la visione di Winterfell in fiamme un vero e proprio colpo al cuore, non si può fare a meno di domandarsi perché la città sia stata distrutta e da chi. Eliminare il personaggio di Reek, complicato da adattare quanto volete, ma pur sempre necessario alla trama, lascia il lettore con un po’ troppe domante. E lo costringe anche ad assistere all’ingloriosa fine di Theon, un personaggio che in questa stagione ha veramente brillato e che, ancora una volta, è stato protagonista di una toccante scena di autoanalisi/vi-odio-tutti-perché-voi-odiate-me.

Lasciamo il potenziale sprecato della caduta di Winterfell, per raggiungere il potenziale sprecato oltre la Barriera. Jon è sempre prigioniero dei wildlings, Qhorin gli insulta la mamma e Jon lo uccide, i wildlings vedono che ha ucciso un Guardiano della Notte e lo invitano a unirsi a loro. The End. Peccato che nel libro ci fosse un ciccino più di pathos, che la serie tv non è stata neanche lontanamente in grado di trasmettere. Qui sembra quasi che abbia ucciso la leggenda vivente dei Guardiani in un impeto di rabbia, mentre nel libro è stata una decisione sofferta che ha torturato interiormente Jon per capitoli e capitoli.

In conclusione, Jon Snow è bocciato. Tutta la sua storia, dal primo episodio fino a ora, non c’è una sola parte che si salvi. Speriamo che faccia meglio alla corte di Mance Ryder nella prossima stagione.

Un cambiamento che non mi è affatto dispiaciuto rispetto al libro è, invece, la House of the Undying. Invece di avere tutte le cinquecentomila visioni di passato-presente-futuro-congiuntivo che erano descritte nel libro, la serie tv si limita a un paio, ma riesce a fare leva sulla loro emozionalità. Ma davvero. Non vediamo il foreshadowing del Red Wedding né Rhaegar con Aegon, ma abbiamo una visione di Daenerys che cammina nella sala del Trono di Spade in rovina e completamente coperta di neve (Stark? Il ghiaccio e il fuoco? Simbolismo?). Dany non fa in tempo neanche a posare la mano sul trono perché è distratta dalle grida dei suoi draghi che provengono dall’esterno, così decide di lasciare il Trono di Spade per seguire i draghi (simbolismo?). Una volta fuori, si ritrova nel Red Waste dove ad attenderla c’è una tenda. E dentro la tenda Khal Drogo con in braccio Rhaego. Magone e occhio lucido. Dany però non si fa ingannare dalla visione e abbandona suo marito e suo figlio. Esce dalla tenda e si ritrova di nuovo nella House of the Undying, finalmente al cospetto dei suoi draghi. Pyat Pree, però, la prende prigioniera. Dany pronuncia la parola “Dracarys” e, in un richiamo all’epilogo della prima stagione, che li aveva visti nascere, i draghetti sputano per la prima volta fuoco, incenerendo lo stregone e liberando la mammina.

Sebbene mi sarebbe piaciuto vedere Rhaegar e Aegon, e un po’ più di foreshadowing, devo dire che, per una volta, sono estremamente soddisfatto di come sono andate le scene di Daenerys. Il non riuscire a toccare il trono perché l’urgenza è correre dai suoi draghi può interpretarsi come un’anticipazione di ciò che succederà nel futuro della serie, e l’inserimento di Khal Drogo e del piccolo Rhaego è stato davvero apprezzato e commovente. Daenerys non farà molto nella prossima stagione e in quelle a venire (hanno anche tagliato di netto il sottoplot lesbo), per cui gioiamo per le piccole cose, va’…

Infine, una seconda stagione buona quanto la prima, con alti e bassi, deviazioni dal libro che si sarebbero potute evitare e deviazioni dal libro che hanno arricchito la storia. Le nuove aggiunte del cast sono state apprezzate, chi più (Stannis, Margaery), chi meno (Ygritte, Yara), e solo in un paio di casi ho storto il naso: Gregor Clegane #2 che non è affatto inquietante come il #1, e NonJeyne perché… non è Jeyne Westerling, che cacchio.

Ci sono stati alti e bassi anche per quanto riguarda le vicende, con Theon e Tyrion che fanno la parte del gigante e si beccano tutte le migliori scene, mentre Jon e Daenerys deludono parecchio. Si tratta però di alti e bassi che esistevano anche nel libro, e quindi più o meno fisiologici. La sorpresa è stata Arya che, con Gendry, Jaqen e Tywin, è stata trasformata da una piccola vittima delle circostanze in Little Miss Badass.

Giusto per dovere di cronaca, sono state annunciate le casting call per la terza stagione, che ci danno delle indicazioni sui personaggi che vedremo nel futuro di Game of Thrones. Avremo Mance Ryder, il Re oltre la Barriera, Daario Naharis, che farà scattare l’ormone adolescenziale a Daenerys, Jojen e Meera Reed, perché gli autistici dei libri avevano rotto troppo i coglioni, Edmure e Brynden Tully, il che significa che forse, finalmente, vedremo Riverrun, Selyse Florent e Shireen Baratheon, quest’ultima inserita dopo che Stannis aveva detto di non avere figli (e, no, non intendeva figli maschi che potessero ereditare, perché nei libri è stabilito che nei sette regni vige la primogenitura agnatica-cognatica e quindi una figlia femmina può ereditare il dominio del padre se non ci sono eredi maschi diretti), Thoros di Myr, Thormund Giantsbane, e stanno castando anche Beric Dondarrion, ma mi suona strano perché mi pareva di averlo già visto nella prima stagione. Ah, sì, e Olenna Redwyne, per la quale ho solo due parole: MAGGIE SMITH!

Orbene, anche questa è fatta. Non ci resta che aspettare i 300 e passa giorni che ci separano dalla stagione 3. Nel mentre, io recupero Breaking Bad.