Macchianera Awards 2012 – Miglior blog o sito letterario, FYC

Non penso lo sappiate, ma a me piacciono le premiazioni. La semplice idea che qualcuno o qualcosa venga indicato come migliore di qualcuno/qualcos’altro mi sa di schiaffo in faccia al buonismo imperante. Alcune cose sono migliori di altre, è inutile nasconderlo ed è giusto celebrarle.

Ora, i Macchianera (Blog) Awards sono forse i più famosi riconoscimenti per i blog e i siti internet della rete italiana. Nati nel 2003, sono attualmente alla loro ottava edizione e, fino a sabato 1 settembre 2012 è possibile esprimere le proprie segnalazioni e preferenze. Sono ancora in fase di nomination, in buona sostanza.

Io di solito con la blogsfera italiana non ho molto a che spartire. In genere usufruisco di Facebook, Twitter, Reddit, l’imageboard-che-non-può-essere-nominata e altri siti principalmente in lingua inglese. Per deformazione professionale, soprattutto nell’ultimo anno, leggo parecchi blog italiani a tema letterario, ma in genere non posso definirmi un grande fruitore del web italico. Anche perché, quando spulcio i risultati dei Macchianera Blog Awards 2011 e vedo che Giuliano Pisapia è stato votato personalità in rete dell’anno e che quella puttanata industriale de Il Fatto Quotidiano si è cicciato non l’award per la miglior puttanata industriale del 2011 ma quello per il miglior blog o testata giornalistica, mi rendo conto che con questo mondo ho ben poco a che spartire.

Ma da quest’anno si cambia. Stanchi di vedere Spinoza e amyketti che vincono in ogni dove? Votate per i miei di amyketti!

Esatto, questo è un post smaccatamente amykettistico. Non mi azzarderei mai a suggerire di votare il mio blog perché è un sito personale e tale deve rimanere, però, ecco, un pensierino a Scrittevolmente per il miglior blog letterario del 2012 fatecelo. Ci sono recensioni, articoli sull’editoria, sulla scrittura, nerdate e divulgazioni scientifiche. E, pensate, nemmeno un articolo sul FEMMINICIDIOH! o sul New Italian Epic!

Qui sotto trovate il form per le nomination. Dovete completare almeno otto categorie e non si può votare lo stesso blog per più di quattro volte. Il voto è aggiornabile sino al 1 settembre 2012.

Ok, siccome sono una persona meravigliosa, vi svelo anche due o tre delle mie scelte. Va beh, non c’è neanche da chiedere, ho nominato Scrittevolmente come miglior blog letterario. Spinoza miglior sito satirico e #legioiedellediting migliore hashtag (quest’ultimo non andrà da nessuna parte perché è più che altro un inside joke – se volete fare le persone serie ci sono gli hashtag #cenap e #noEAP). Cattivo più temibile della rete, ho dato il mio sostegno alla SIAE, e se vi state domandando perché, forse non avete letto l’articolo di Zwei in proposito. Poi abbiamo il miglior sito andato a puttane, lì sono stato a lungo in dubbio se inserire il Writer’s Dream oppure il blog della Lippemanni. Alla fine ho scelto il WD, ma solo perché ho avuto il vantaggio di essere un insider. In realtà il blog che si è sputtanato per davvero, perché per davvero si è sputtanata l’autrice, è quello della Lippemanni.

Anyway, votate.

Recensione – “Pandora’s Star” di Peter F. Hamilton

Fate partire nella vostra mente (o su Youtube) la sigla di Doctor Who perché oggi parliamo di… FANTASCIENZA! Yay.

Ok, partiamo col dire che non sono il più grande patito del genere. Da piccolo ho letto Cronache della galassia e metà di Il crollo della galassia centrale di Asimov e li ho belli che dimenticati – anche se mi dicono dalla regia che la Trilogia della Fondazione è un pilastro della speculative fiction e che quindi devo inserirla di rigore nella lista dei libri da leggere. Ho letto un solo romanzo di Dick, uno minore, I simulacri, e solo perché si legava in qualche modo al concetto di società simulacro teorizzato dal sociologo Jean Baudrillard, e quindi per mera deformazione professionale. Poi ho letto Tommyknockers e L’acchiappasogni di King che però è meglio se ci stendiamo sopra un velo pietoso.

Insomma, non sono mai stato un lettore fi fantascienza, ma devo ammettere che la space opera mi è sempre piaciuta. Il concetto che sta alla base, più che altro. Anche se non siamo più negli anni della Guerra Fredda e il programma spaziale della NASA è ridotto all’osso, il fascino di leggere di avventure ambientate nello spazio esterno, razze aliene, coloni umani e tecnologie evolutissime esercita su di me ha sempre fatto presa.

A febbraio, mentre mi preparavo spiritualmente all’uscita di Mass Effect 3 ho deciso di comprare qualcosa di Peter F. Hamilton, autore britannico contemporaneo che scrive appunto space opera. Alla fine ho scelto Pandora’s Star, il primo volume della saga del Commonwealth, un mattoncino di 988 pagine che ho impiegato oltre sei mesi a finire.

Intanto facciamo un minimo di contesto. La Commonwealth Saga è composta da due romanzi più un prequel e si collega alla successiva Void Trilogy perché è ambientata nello stesso universo e si reincontrano alcuni dei personaggi. In sostanza i libri sono:

  1. Misspent Youth (2002, prequel)
  2. Pandora’s Star (2004, Commonwealth #1)
  3. Judas Unchained (2005, Commonwealth #2)
  4. The Dreaming Void (2008, Void #1)
  5. The Temporal Void (2009, Void #2)
  6. The Evolutionary Void (2010, Void #3)

Io ho acquistato, in uno slancio di ottimismo, sia Pandora’s star sia Judas Unchained e, come dicevo poco sopra, ci ho messo sei mesi abbondanti per finire il primo. Il motivo? Non solo la lunghezza…

La scheda del libro

Pandora’s Star (Commonwealth Saga #1) di Peter F. Hamilton
Pubblicato da Ballantine Books
Anno 2004
988 pagine
Prezzo di copertina 8.99$
Il libro su Amazon

Che cosa succede

Come ogni space opera che si rispetti, l’universo di Pandora’s Star è popolato da alieni misteriosi, colonie umane e invenzioni scientifiche rivoluzionarie. Ma andiamo con ordine. Innanzitutto il genere umano ha fatto un enorme balzo avanti grazie alla scoperta dei mass relay della tecnologia per creare i wormhole, il che ha consentito all’umanità di espandersi a macchia d’olio nella galassia e di colonizzare mondi a più non posso. Inoltre la vita umana si è potenzialmente allungata all’infinito grazie alla re-juvenation (la cui scoperta è narrata nel prequel Misspent Youth), una tecnologia che consente, in sostanza, di “stoccare” la propria memoria in una banca dati e “reinstallarla” in un nuovo corpo geneticamente modificato una volta che il vecchio ha superato una certa età. È anche possibile “resuscitare” un individuo morto semplicememnte downloadando in un nuovo corpo creato in laboratorio il file di backup contenente tutti i suoi ricordi.

La storia vera e propria, però, comincia quando l’astronomo Dudley Boose scopre che due stelle sono misteriosamente scomparse e ipotizza che siano state racchiuse all’interno di una enorme sfera di Dyson. Una spedizione guidata dal comandante Wilson Kime, membro della spedizione che ha portato l’uomo su Marte e uno dei pochi “esploratori spaziali” rimasti dopo il boom dei viaggi tramite wormhole, è incaricato dal Commonwealth di fare luce sul mistero, scoprendo che cosa è realmente successo alle due stelle, chi ha eretto la sfera di Dyson e se lo ha fatto per proteggere sé stesso da una minaccia esterna o per imprigionare una specie aliena pericolosa.

Parallelamente alla scoperta di ciò che realmente sta accadendo alla coppia di Dyson si snodano una serie di altre avventure. Pandora’s Star è un romanzo corale che conta una quintalata di personaggi principali. Notevole e importante per la trama è la vicenda di Paula Myo, investigatrice che non sbaglia un colpo, che da secoli è impegnata a contrastare il terrorista Adam Elvin, che lavora per un gruppo chiamato Guardians of Selfhood, convinto che un’entità aliena, lo Starflyer, stia controllando i vertici politici del Commonwealth. Ufficialmente lo Starflyer viene trattato alla stragua di una leggenda metropolitana, ma mano a mano Paula Myo scopre che potrebbe esserci un fondo di verità.

Inoltre c’è Ozzie Isaac, il co-creatore della tecnologia dei wormhole, che è convinto che la soluzione agli interrogativi generati dalla coppia di Dyson sia da cercare dai Silfen, una forma di alieni simili a elfi e quasi soprannaturali. Per questo parte in un lungo viaggio lungo i sentieri dei Silfen, accompaganto solo da un ragazzo di nome Orion.

Ci sono come minimo un’altra badilata di storie, ma queste tre sono le principali, e quelle che occupano più spazio.

Che cosa ne penso

Pandora’s Star è una space opera dal respiro epico. Lunga quasi mille pagine nell’edizione economica, presenta decine e decine di personaggi e si snoda in un periodo di un centinaio di anni.

Non è solo fantascienza nel senso più canonico del termine perché, oltre alla presenza di teconologie futuristiche, il libro vede anche elementi fantasy, i Silfen, e, per lo meno nella storyline di Paula Myo, anche di elementi di police procedural.

E qui veniamo subito al primo problema: nonostante una commistione di generi così variegati e un’infinità di personaggi, il romanzo sembra sempre alla ricerca di un’identità precisa che, però, fatica a trovare. La colpa risiede anche nell’eccessiva prolissità di Hamilton, che alle volte la tira un po’ troppo lunga. Ad esempio, la scena che introduce Justine Burnelli la vede impegnata in una discesa in aliante, che ha zero rilenvanza sulla trama ed è utile solo per “stabilire il personaggio”, per un totale di dieci e passa pagine, o ancora, le infinite peregrinazioni di Ozzie e Orion che, per più di metà libro, non fanno altro che camminare, camminare e camminare. Capisco che siano magari scene necessarie per lo sviluppo futuro della storia, ma sono davvero sbilanciate quando, dall’altra parte dell’universo, si sta verificando l’incontro con una civiltà aliena forse aggressiva o un complotto internazionaleplanetario di dimensioni e portata sconvolgenti.

Inoltre i personaggi sono davvero troppi, e a volte si fa fatica a tracciare chi è chi e chi fa cosa.

Ok, visti i miei gusti letterari, suona un po’ un controsenso…

Ma per affrontare il vero motivo per cui questo tomone di epica fantascienza mi ha lasciato, alla fin fine, quasi del tutto indifferente, occorre fare una piccola digressione.

Battlestar Galactica, la serie reimmaginata del 2004, è una delle mie serie tv preferite di sempre. Nonostante si perda un po’ in chiacchiere teologo-metafisiche, BSG è per la maggior parte un’avventura epica per la salvezza della razza umana, con personaggi profondi e a tuttotondo, un’efficacissima resa della tensione narrativa e del conflitto e scene memorabili a ogni episodio.

And also, boobies

Per chi non lo sapesse, BSG narra le vicende della Galactica che guida una flotta di sopravvissuti della razza umana all’attacco dei Cylon, robottoni sintetici creati dall’uomo e che in seguito si sono evoluti e ribellati. Caratteristica fondamentale dei Cylon è che, in quanto macchine, non possono morire: anche quando il loro corpo fisico viene distrutto, la loro coscienza può essere trasferita in un nuovo corpo, di fatto rendendoli immortali. Suona già una campanella?

Funziona alla grande dal punto di vista del conflitto perché i Cylon sono parecchio determinati a distruggere la razza umana e quindi il fatto che si reincarnino li rende gli antagonisti perfetti, perché sono in una posizione di grande vantaggio rispetto agli umani, i protagonisti per cui lo spettatore è portato a tifare.

Non a caso, uno degli episodi migliori di Battlestar Galactica – tre episodi, a onor del vero – è quello in cui gli umani distruggono la Resurrection, la nave Cylon in cui sono immagazzinate le coscienze dei Cylon, rendendoli di fatto mortali e quindi vulnerabili.

Nell’universo di Hamilton, invece, accade l’opposto.

Abbiamo una società in cui la scienza ha sconfitto la morte, il che teoricamente è fantastico perché apre a svariate situazioni che il sociologo che è in me trova molto interessanti. Ma nel momento in cui si inserisce l’elemento del conflitto, in questo caso una guerra tra razze aliene, essere virtualmente immortali è come usare la godmode in un videogame. Non intendo dire che è scorretto, ma di sicuro non è altrettanto interessante. Il conflitto non è molto interessante quando una delle due parti è immortale, o meglio, non lo è quando a essere immortale è la parte per cui si suppone il lettore debba tifare.

In Battlestar Galactica l’immortalità dei Cylon funzionava magnificamente come elemento di conflitto perché non solo i Cylon sembravano essere sempre un passo davanti agli umani, ma anche perché la loro immortalità li rendeva dei nemici difficilissimi da sconfiggere.

Il conflitto funziona meglio quando la parte per cui si suppone che il lettore/lo spettatore tifi è in posizione di perenne svantaggio e lotta contro un antagonista molto più potente. In Pandora’s Star, invece, l’unico vantaggio che gli alieni di Dyson hanno è l’effetto sorpresa e, sostanzialmente, che gli umani sono un mucchio di stupidi burocrati. Ma l’ansia che deriva da uno scontro con una forza estremamente più potente non si sente mai, proprio perché è il genere umano a essere avvantaggiato nel conflitto. Per fare un paio di esempi, la parte centrale del romanzo, alla fine del primo atto (essendo la saga del Commonwealth composta da due volumi, la struttura narrativa classica in tre atti sembra essere divisa di modo che ad ogni volume corrisponda un atto e mezzo), riguarda la nave guidata da Kime che finalmente raggiunge la coppia di Dyson e ha un primo contatto con gli aliemi. Ovviamente gli alieni si rivelano ostili e Kime perde due uomini, uno dei quali proprio Dudley Bose, che vengono catturati dalla forza aliena. Ora, questo escamotage è importante perché dà modo a MorningLightMountain, l’alieno, di estrapolare dai due prigionieri le conoscenze di base riguardo la società umana, che poi gli saranno utili una volta che attaccherà il Commonwealth. Era un punto della trama che doveva esserci, insomma. Il problema però è che Hamilton spende parecchia energia per tratteggiarlo come un momento drammatico di conflitto: per la prima volta l’antagonista si palesa nelle sue intenzioni e colpisce il protagonista. Solo che non è così, perché Dudley Bose e l’altra astronauta catturata con lui sono immortali, e difatti, una volta uccisi, vengono fatti rivivere e li reincontriamo pochi capitoli dopo. Capite che questo smorza di parecchio la tensione. Lo stesso dicasi per le scene degli attacchi, nel finale. Ok, è drammatico e concitato, ma alla fine della fiera nessuna di quelle persone è veramente morta, e quindi perché dovrei essere in ansia per il genere umano, visto che è chiaramente overpowered?

In sostanza, apprezzo l’idea di una società in cui la morte è stata sconfitta e tutte le implicazioni che ciò porta con sé, però da un punto di vista narrativo non posso fare a meno di notare che quest’idea ammazza il conflitto. E un libro di mille pagine senza un vero e proprio conflitto è solo un fermaporte. Diverso sarebbe stato, ad esempio, se MorningLighiMountain, in possesso delle conoscenze di Dudley Bose, avesse deciso che lanciare un attacco in grande scala contro il genere umano sarebbe stato inutile se prima non avesse distrutto le banche dati che ospitano i file di backup necessari per le procedure di re-life. In questo modo, il genere umano si sarebbe trovato di punto in bianco impotente contro un nemico, questa voltà dì, estremamente più forte. Purtroppo così non è stato, e la storia ne ha risentito.

In conclusione

Perché ci ho impiegato sei mesi a finire questo romanzo? Un po’ perché dopo la delusione che è stata Mass Effect 3 la fantascienza mi è scesa un pochetto, ma soprattutto perché, per la sua mole, Pandora’s Star presenta un paio di difetti che me l’hanno reso una lettura non facile. Primo su tutti la presenza di un conflitto che vede l’equilibrio dei poteri troppo sbilanciato in favore dei protagonisti, il che rende il tutto poco interessante da leggere. Poi c’è lo stile di Hamilton, semplice e lineare quanto volete, ma troppo fissato su dettagli non fondamentali che annacquano la storia. Taglia, Peter, taglia.

Ciò detto, l’idea che sta alla base di Pandora’s Star, per quanto classica, è trattata con la dovuta cura, e la società ipertecnologica in cui il Commonwealth vive e cresce è senza dubbio interessante. Non priva di difetti narrativi, ma comunque interessante. Alcuni personaggi sono ben riusciti, altri non si discostano molto dallo stereotipo, altri ancora sono mere sagome di cartone. È interessante la resa della parte meno “scientifica” del romanzo, quella che sconfina nel fantasy, ma il tutto risulta annacquato da uno stile troppo prolisso.

L’idea generale, però, resta quella che Hamilton abbia scelto di non correre troppi rischi, andando sul sicuro con una storia d’impianto classico e non azzardandosi a spingersi verso l’ignoto, in più cannando magistralmente il bilanciamento del conflitto.

Voto finale

Le 10 cose che mi fanno incazzare quando leggo un romanzo

È estate, fa caldo, ho centomila cose da fare e poca voglia di farle, il mio vicino pare abbia deciso di trascorrere luglio trapanando alle sette del mattino e mi pesa l’anima a leggermi un’altra fetecchia scritta da Goodkind. Per cui beccatevi questo articolo riempitivo.

Un articolo riempitivo a proposito delle dieci cose che mi fanno incazzare quando leggo un romanzo. La premessa è che mi trovo a contatto praticamente ogni giorno con pessimi romanzi, un po’ per sfiga, un po’ per sadomasochismo, e ultimamente comincio ad averne un po’ piene le cosiddette. Non penso che questo post abbia valore pedagogico. Non ho intenzione di mettermi qui a spiegare come scrivere decentemente un romanzo, per lo meno non ora. Voglio semplicemente far sapere a te, giovine scrittore italiano di belle speranze, che se nel tuo romanzo/racconto è presente anche uno solo di questi dieci tratti che mi appresto a elencare, ebbene, sei una persona peggio e hai tutta la mia deprecazione.

10) I due punti

Ho un problema coi due punti, penso siano un segno di interpunzione non indispensabile e spesso abusato. Dipendesse da me li eliminerei del tutto. Tranne in un caso, ossia quando servono a introdurre un discorso diretto. E anche quella è una cosa che sconsiglio caldamente di fare, se non quando si vuole caricare la frase tra virgolette di particolare solennità.

Si tratta comunque di un gusto personale. Non amo i due punti, non amo i punti esclamativi, non amo i punti e virgola. Non sono ancora al livello di Cormac McCarthy o di George Bernard Shaw (che deprecava gli apostrofi), ma, insomma, potrà starmi sulle palle qualche segno di punteggiatura non indispensabile e francamente abusato, no?

Vuoi scrivere? Bene, scrivi frasi semplici, con il minor numero possibile di subordinate.

9) La storia d’ammmoreH perchè la trama dice così

Da che mondo è mondo una storia d’ammmmoreH non si nega a nessuno, qualsiasi genere sia il libro che si sta leggendo. Può capitare che la storia in questione sia funzionale alla trama, che sia la trama stessa, che serva a creare conflitto o che sia lì solo per caratterizzare un personaggio. E poi c’è la storia d’ammmoreH messa lì solo perché a) la storia d’ammmmmoreH ci deve essere e b) la sua presenza serve ad allargare il mercato potenziale di un determinato romanzo rendendolo appetibile anche al pubblico femminile. Non è un discorso sessista – e anche se lo fosse, ‘sticazzi – ma semplicemente la constatazione di un dato di fatto. La storia d’amore sempre più spesso è un mezzo becero per allargare l’audience di un romanzo e renderlo più marketizzabile.

E quando ciò succede, si sente da morire.

8) Show don’t tell pesante

Lo so che c’è gente che ritiene lo show don’t tell una seccatura da puntigliosi, ma quando è troppo, veramente troppo, si sente. E fa schifo. Non sto parlando di chi si incristisce quando legge di drappeggi “riccamente decorati”, no, a me quello non dà fastidio. Sto parlando proprio delle basi.

Quando leggo “Mario era triste”, “Romualdo era felice”, “Adalgisa era preoccupata” mi sale l’urto del vomito. Perché è una cosa di una pigrizia sconcertante.

Il motivo per cui molti insistono, quando si parla di buona scrittura, sullo show don’t tell è che l’autore che dice e non mostra in sostanza dà istruzioni al suo lettore sulle emozioni che deve provare in un dato momento. Quando in un testo leggo “Mario era triste” l’autore mi dice “Guarda com’è triste Mario. Dispiaciti per lui, stupida merda!”.

Il problema è che a molti lettori non fa piacere ricevere direzioni così palesi sulle emozioni che devono provare di fronte a un testo. Mario è triste, d’accordo, ma non puoi tu autore trovare un altro modo per comunicarmelo? Un modo in cui io lettore arrivi a provare empatia con il personaggio – e quindi a interessarmi del fatto che sia triste anziché prendere la cosa come un dato di fatto imposto dall’alto dei cieli da un autore troppo negato per “farmi vedere” ciò che scrive.

7) Incipit scritti a culo

Sapete di cosa sto parlando. Mi capita spesso di leggere una badilata di fantasy e quello degli incipit scritti a culo è un problema che li accomuna quasi tutti. In genere perché gli autori di belle speranze sono convinti che il fantasy sia un genere particolarmente solenne e richieda pertanto un’apertura aulica.

Breaking news: è un genere come tutti gli altri.

Non mi interessa una beata fava di leggere un intero capitolo che parla della genesi dell’universo o di come il grande impero di ‘sto gran cazzo abbia conquistato il potere per poi collassare su sè stesso e frammantarsi in una serie di piccoli staterelli confederati in perenne lotta tra loro.

Una delle regole pià importanti della scrittura, e che gli scrittori spessissimo dimenticano, è che non si scrive per vincere il premo Pulitzer per la fiction così come non si scrive per fare avere un orgasmo ai vuminghi. Si scrive affinché il lettore possa dire: “Cazzo, che figata!”. E per far succedere ciò non c’è bisogno di scrivere un romanzo che fantasy che in realtà è l’allegoria della decadenza del capitalismo nella società contemporanea.

Bisogna. Far. Succedere. Qualcosa.

A cominciare dall’incipit. Lasciate perdere la backstory, cestinate l’infodump, eliminate tutte le informazioni non richieste. Prendete un protagonista, affibbiategli dei tratti di personalità che lo facciano legare con il lettore, e mettetelo in una situazione di conflitto. Ecco, catturato l’interesse del lettore. Visto che non è difficile?

6) Bello = buono, brutto = cattivo

Questa è una cosa che mi è capitato di leggere nei romanzi degli scrittori più scadenti, il vecchio paradigma de i buoni sono tutti belli e i cattivi sono tutti brutti. O, per riformulare meglio, tutti quelli che vogliono male al protagonista sono brutti, come se il solo fatto di non amare alla follia il personaggio principale (che di solito è un alter ego dell’autore) fosse una colpa punibile con l’imperitura bruttezza.

C’è una notevole eccezione in quei paranormal romance in cui il cattivo è seducente e quindi bello come il sole un angelo decaduto. Ma anche lì, non è veramente un cattivo, quanto più una figura di seducente tentatore.

Quasi nessuno scrive di protagonisti brutti, sfigurati, senza un braccio, con un carattere di merda (volontariamente, perché spesso e volentieri una buona fetta dei protagonisti di certi libri sono intollerabili, ma ciò accade perché l’autore è pessimo nel settore caratterizzazione) o, dio ce ne scampi, paralitici. Il che, a ben pensarci, è ridicolo. Perché sei uno scrittore, dovresti essere alla ricerca del conflitto, e cosa crea conflitto meglio di un serio difetto fisico/psicologico che colpisce il protagonista? Sul serio, che problemi vuoi che abbia una strafiga o la sua controparte maschile? I problemi che ha Bella di Twilight: che tutti la amano e ha tropp inviti per il ballo scolastico. Sai che tragedia…

5) Il fottuto Predestinato

Questo è qualcosa che chiunque legga fantasy conosce e schifa. Il Predestinato è colui che, solo tra tutti i mortali, può compiere questa difficilissima missione e salvare il genere umano dall’Evil Overlord di turno.

Perché lo odio? Rientra nella discussione che il protagonista, per essere degno di considerazione, dovrebbe come minimo presentare alcuni tratti che lo rendano normali. Uno è la personalità, di cui al punto sopra, e un altro è la motivazione. Il protagonista non deve fare ciò che fa perché sì, ma perché ha un interesse personale nel farlo.

Situazione: l’esercito dei temibili orchetti-superdotati-con-le-corna-da-cervo sta invadendo Boscoquieto perché sono cattivi ed è quello che i cattivi fanno (vedi punto 3). Il buon Gary Stu è il figlio di un taglialegna che vive proprio a Boscoquieto quando arriva la notizia che l’esercito degli orchetti-superdotati-con-le-corna-da-cervo è a due giorni di marcia dal borgo. A un certo punto arriva Romualdo, un uomo che dice di essere un mago (e deve essere per forza un mago, perché ha la barba a punta), che comunica al buon Gary Stu che lui e solo lui, in quanto discendente della stirpe imperiale che un tempo fondò il grande impero di ‘sto gran cazzo (quello che poi è collassato su sé stesso, frammentandosi in una miriade di staterelli), è in grado di fermare l’orda degli orchetti-superdotati-con-le-corna-da-cervo.

In nove romanzi fantasy su dieci Gary Stu accetta il suo destino e diventa il Prescelto.

Nel fantasy che vorrei leggere Gary Stu guarda Romualdo e gli dice:

E prende la sua famiglia e si mette in salvo. Perché è quello che una persona normale farebbe. Ora, capisco che non titti i romanzi, specialmente quelli di speculative fiction, debbano parlare di persone normali. Lo straordinario è proprio quello che si cerca quando si leggono determinati generi. Ma affrontare da soli un esercito di orchetti-superdotati-con-le-corna-da-cervo solo perché te l’ha detto un vecchio pedofilo non è straordinario, è stupido. E non mi piace leggere di gente stupida.

4) I buoni vincono sempre

Non fraintendetemi, non ho niente in contrario agli happy ending, anzi, quando trovo un protagonista per cui tifare (non tutti i protagonisti si meritano ciò) sono il primo a desiderare che, alla fine della storia, tutte le cose gli vadano per il verso giusto.

Ma ci sono alcune storie in cui il lieto fine stona. Sono quelle in cui è forzato perché l’autore non se la sentiva di far perdere i buoni. Eppure, realisticamente parlando, è proprio quello che succede nella vita di tutti i giorni: di rado i buoni vincono e i cattivi ricevono la giusta retribuzione per le loro nefandezze.

Senza contare che poi il far vincere sempre i buoni implica spesso l’utilizzo di espedienti quali il deus ex machina che risolve magicamente la situazione, il che è ancora peggio. In realtà ora non sto pensando a un libro ma al finale della seconda stagione di Misfits (che non spoilero). Ecco, quello è un esempio perfetto.

3) Il cattivo ammazza i coniglietti

Odio quei romanzi in cui l’unico tratto distintivo del cattivo è essere cattivo perché sì. La cattiveria fine a sè stessa o derivante da una visione distorta e grottesca della realtà è stupida. HURR DURR I WANNA CONQUER THE WORLD!

Ancora una volta, in un mondo realistico, i cattivi, perfino gli Evil Overlord, sono comunque persone dotate di una caratterizzazione psicologica. Ergo, devono avere delle motivazioni.

Il Signore della Fortezza Oscura vuole conquistare il mondo lasciando dietro di sé solo desolazione e morte? Ok, ma perché? E, no, non mi accontanto di “perché vuole dominare il mondo”. Il cattivo deve essere spinto da una motivazione sensata – sia essa pratica come un casus belli, oppure derivata dalle caratteristiche psicologiche intrinseche al personaggio. I “cattivi” nelle Cronache di Martin, ad esempio, sono quasi sempre motivati da bramosia di potere, mentre un villain in cui il movente è morale e psicologico, ma non per questo messo lì a cazzo, è Anton Chigurh di Non è un paese per vecchi.

Insomma, odio quando il cattivo per affermare la sua cattiveria risolve di ammazzare i coniglietti. Preferisco una seria caratterizzazione psicologica.

2) Dialoghi che suonano falsissimi

Questo è un problema che accomuna il 90% degli autori italiani che ho avuto la possibilità di leggere. Gente, nessuno parla nel modo in cui scrivete. Nessuno.

Nel mondo reale la gente non fa monologhi di una pagina né racconta la propria backstory, né si sofferma a fare infodump. Nella vita di tutti i giorni nessuno usa termini troppo complessi o una costruzione del periodo particolarmente elaborata. Quando parla, la gente normale non suona come un libro stampato. La gente normale usa modi di dire, espressioni particolari, inside joke, si impappina, si ripete, commette errori, si blocca a metà frase.

OMG, sarà mica caratterizzazione del personaggio? Proprio così, miei cari, proprio così.

1) Esopo, esopo, esopo

Ma la cosa che mi fa incazzare più di tutto-tutto-tuttissimo-per-dieci-alla-nona quando leggo un romanzo è la morale, specialmente se viene infilata a forza nella testa del lettore.

O meglio, quando la morale non deriva dalla storia ma la storia deriva dalla morale. Un autore che prima si dice: “Dovrei parlare della situazione di instabilità economica in cui vertono i lavoratori precari e della società postcapitalista che l’ha causata” e poi decide di farlo in un romanzo fantasy/horror/fantascientifico non si merita l’appellativo di scrittore. Forse pallone gonfiato con il vezzo dell’imbrattare carte, ma anche su quello ho i miei dubbi.

Non è una sorpresa trovare la necessità di avere a tutti i costi una morale anche se questa va a discapito della storia al primo posto di questa top 10, del resto ci avevo già rantolato sopra a gennaio. Eppure continuo a trovarmi di fornte a gente che non ha capito che asservire la storia alla costruzione di una morale non solo è sbagliato, ma rende anche il prodotto finale una schifezza. Nel rant di sei mesi fa concludevo con:

Il fantastico italiano farebbe meglio a trattenersi dall’esplorare e sviscerare temi di impatto politico, culturale e sociale non perché detti temi non gli appartengono direttamente, ma perché, prima di tutto, non si può assegnare la trattazione di qualcosa di così importante ad autori che non sono in grado neanche di fare buona narrativa.

Perché, per me, la narrativa dovrebbe funzionare così: prima scrivi una storia non decente ma ottima, cioè fai il tuo lavoro di scrittore, e poi – e solo poi – puoi permetterti il lusso di affrontare divagazioni filosofiche.

E ora non posso che autoquotarmi.

But wait, there’s more!

Punto bonus: se hai quattordici anni (anche mentali), una vagina e un surplus di ormoni, non scrivere MAI di vampiri, demoni e altre creature soprannaturali.

Also, le fan fiction sono il male. Perché lo dico io. E perché è vero.

Gente con gli occhiali che parla di libri

Un po’ post generato dal senso di colpa per l’eccessivo silenzio estivo, un po’ mero spottone amykettistico.

È sul tubo il primo episodio di Booksclub – Quelli con gli occhiali, creato con la collaborazione degli hangouts di Google Plus (che mi dicono dalla regia essere una specie di social network, non so…) e modellato sul format del Vaginal Fantasy hangout di Felicia Day. Solo un po’ meno vaginal.

Il primo episodio è incentrato su Multiversum di Leonardo Patrignani. A dire la loro, tra gli altri, anche l’eminentissima ac reverendissima Queenseptienna di Scrittevolmente e Dazed di House of Books. Viene citata anche la mia reccy, che potete recuperare qui.

Enjoy.

Cito questo video anche perché, col tempo, ho avuto modo di ripensare al romanzo che viene recensito e, in effetti, devo ammettere che sono stato troppo buono ad assegnargli tre stelline. Alla fine della fiera di Multiversum mi è rimasta solo la sovracoperta cazzuta che copriva il 60% scarso della copertina e il fatto che la Mondadori mi ha inculato alla grande omettendo il fatto che il romanzo è solo il primo volume di una trilogia.