Il contentino che ogni tanto va dato

Quando dicevo che gli uomini scrivono romanzi premi Nobel e le donne gli Harmony, mi davate contro, mi predavate per folle. Ma ora perfino una grande e illustre casa editrice mi dà ragione al cento percento. Gli uomini scrivono meglio delle donne. Le donne sono una specie di scrittore inferiore, svantaggiata, e che pertanto va protetta.

E voi non potete dire che sono solo un blogger lunatico perché non sono più una voce che urla nel deserto. Ora ho il sostegno di una Grande Casa Editrice. Ora siamo in tanti. E, quindi, abbiamo ragione.

Il giorno 20 aprile la Delos, sul forum del Writers Magazine Italia, ha postato un bando di concorso veramente interessante. Ovviamente non da un punto di vista narrativo, perché è il bando di un concorso per racconti erotici – e la narrativa erotica non è affatto narrativa, è risaputo. È interessante, invece, a livello contenutistico.

Questo messaggio è rivolto esclusivamente alle nostre autrici donne, e adesso spieghiamo il perché.

Ohibò, spiega, spiega che son curioso.

La nascente Delos Digital, branca di Delos Books che si specializzerà in iniziative da pubblicare in ebook su tutte le piattaforme digitali, varerà una collana dal titolo “Senza sfumature”.

Acciprugna, bando, non tergiversare!

Si tratterà di una collana di racconti erotici al femminile, scritti da donne per le donne.

Ok, questo è il succo del bando. Ma mettiamolo un attimo da parte perché devo fare battute anche sul resto.

I penimuniti sono vietati perché:

Ovvero racconti erotici in cui le sfumature dell’amore e dell’eros sono fittamente intrecciate, come solo le donne sanno scrivere (e qualche uomo, è vero, ma le lettrici diffidano di storie del genere scritte dagli uomini, e gli pseudonimi lasciano il tempo che trovano, perché facilmente “sgamabili”. Preferiamo quindi donne vere, come autrici).

Le donne sono spaventate dall’acume e dalla bravura dell’uomo scrittore. Per di più, un uomo che entra nel territorio narrativo di competenza della donna, ossia gli Harmony, la disorienta, influenzando sensibilmente la sua abilità nel preparare sandwich, badare ai bambini e stirare nei momenti immediatamente successivi. Inoltre gli pseudonimi sono facilmente sgamabili, suvvia. O anche voi siete tra quelli che sono caduti dal pero quando hanno scoperto che UmbertA MassimilianA AmedeA Brambilla, autrice di “Le avventure erotiche di Ifigenia nel carcere femminile di Rio de Janeiro”, era in realtà un maschio?

Va bene, il resto del bando sono cavilli tecnici che non ci interessano perché noi siamo uomini e se vogliamo vedere un paio di tette andiamo su internet o, meglio ancora, ordiniamo alla nostra donna di mostrarcele, come è suo dovere e privilegio, e non ci sbattiamo a leggere romanzetti d’appendice che richiedono inutile lavoro d’immaginazione.

Il succo della questione è che l’illustre editore Delos Book ha indetto un concorso con pubblicazione e 25% di royalties sul venduto a cui solo le donne possono partecipare. Perché, potreste domandarvi in malafede.

La risposta non può che essere, parafrasando la redazone di WMI (e il buon senso), che le donne sono fragili, inferiori e stupide:

l’erotismo scritto al maschile è molto diverso e le donne non lo leggono

Esatto! La donna sa che l’uomo, per natura suo signore e padrone, è infinitamente più bravo di lei anche in campi che lei stessa, poveretta, aveva tentato di fare suoi. E, sì, una cosa del genere sembra ingiusta, perché svantaggia ingiustamente l’unico sesso in grado di scrivere narrativa decentemente, ossia noi uomini. Ma è un sacrificio che va fatto. Alla donna va data ogni tanto un’opportunità di eccellere e di gioire dei suoi successi – successi che, comunque, lo ricordo, sono tale grazie alla benevolenza di noi uomini – assieme alle sue amiche. Magari bevendo un tè con pasticcini o ricamando un centrotavola.

Perché è vero, le donne sono inferiori all’uomo in qualsiasi campo, “narrativa” erotica inclusa. Ma, l’uomo sa, da essere superiore, che ogni tanto va concesso un minimo di contentino. Un po’ come quando abbiamo fatto quella giocosa cosa di dare loro il diritto all’istruzione, ricordate? Che risate…

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Noterella di colore locale: per scrivere questo post ho interrotto la visione dell’episodio due di Da Vinci’s Demons. Ah, the things you do for love.

Le fanfiction sono il male

Ok, momento della confessione. Mamma, papà, generici lettori del blog con le dita nel naso, è da tanto tempo che mi tengo questo peso sulla coscienza e sento che ora è il momento di aprire a voi il mio cuore… L’anno scorso ho scritto una fanfiction. Su Harry Potter. O meglio, quattro capitoli di una fanfiction su Harry Potter, non più di ottomila parole.

Ma lasciatemi spiegare.

A gennaio avevo finito di leggere, uno in fila all’altro, tutti e sette i libri della serie della Rowling e mi erano piaciuti davvero un sacco. Dite quello che volete, tanto avete torto. Difenderò Harry Potter con le unghie e con i denti. Mi era piaciuto talmente tanto che mi veniva difficile separarmi dalla serie dopo averci passato assieme un lungo mese. Così mi ero messo a scrivere una storia ambientata subito dopo la fine di I doni della morte con l’arrivo a Hogwarts della nuova generazione. C’erano anche un mago che rubava i ricordi alle persone e li lasciava catatonici e un kraken nel laghetto di Hogwarts.

È stato un momento di debolezza.

E il punto della questione è che, comunque, le fanfiction le peggiore manifestazione letteraria possibile immaginabile. Prive di qualsivoglia dignità. L’equivalente narrativo della muffa che si forma sulla carne della settimana precedente dimenticata in frigo.

Io disprezzo con tutto me stesso le fanfiction, sia come concetto in sé che come – iddio ce ne scampi –genere letterario.

E non sto parlando solo delle slash fiction, quelle storielle deviate in cui due personaggi di romanzi/film/telefilm/qualsiasi cosa vengono spogliati delle loro personalità e diventano macchine da sesso. No, no. Includo nel ragionamento anche le fanfiction più articolate, quelle che non servono a dare sfogo alle fantasie masturbatorie dell’autrice, ma presentano aspetti più letterari rispetto al mero mettere su carta gli scompensi ormonali di chi le scrive.

Il motivo del mio astio nei confronti del “genere” (termine, in questo caso, da prendere con le pinze che a loro volta reggono un paio di pinze) fanfiction non è relativo a questioni di gusto. Potrei giocarmi la carta facile del “mi fa senso leggere di Harry Potter che si scopa Draco Malfoy facendo battute allusive sul fatto che la sua serpe non sia affatto verde”. Non nel senso che trovi esecrabile la descrizione di intercorsi omosessuali: è la vita e la gente scopa da un’entrata come dall’altra. Nel senso che i personaggi sono proprietà intellettuale di un autore che ha perso il suo tempo a caratterizzarli a volte con molta cura e attenzione e prenderli e farli fottere così tanto per è un insulto al lavoro dell’autore originale – un autore che, ironicamente, l’autrice di fanfiction dovrebbe ammirare.

Ecco, usare una motivazione del genere per sdoganare il “genere” fanfiction, a mio avviso, denota per lo meno una scarsa conoscenza dell’argomento. Intanto perché le fanfiction ormai, specialmente dopo la chiusura di Splinder, si postano direttamente in archivi come EFP, e su siti del genere ci sono centinaia di migliaia di label e warning. Quindi se vai a leggerti una fanfiction in cui Kirk fista Spock su un soffice tappeto di triboli (che, a loro volta, si riproducono selvaggiamente) e ti lamenti del fatto che, oddei, è un filino scopereccia, sei stupido perché hai ignorato i warning.

(Posto che, in ogni caso, le fanfiction coi maschi incinti sono da malate e deviate mentali e le autrici di sopracitati abomini andrebbero internate al più presto.)

No, la mia obiezione al concetto stesso della vera e propria infestazione di fanfiction che da sempre prolifera nel web è un’altra. Più concettuale, se vogliamo. Una volta avevo letto da qualche parte che le fanfiction le scrive chiunque, dalla bimbaminkia di dodici anni la cui cultura letteraria parte con Twilight e finisce con Breaking Dawn, al pensionato con la passione dei gialli che scrive nuove avventure per, chessò, l’ispettore Lynley di Elizabeth George o fratello Cadfael di Ellis Peters. Premesso che, delle due ipotetiche produzioni fyccinare una ha, palesemente, più dignità dell’altra, la mia opinione è che nessuna delle due debba essere esposta alla pubblica visione.

Ok, ora facciamo un piccolo salto in avanti. Viene fuori che per diventare bravi scrittori non basta, come sento dire da più parti, leggere tanto. Per diventare bravi scrittori ci vuole esercizio. Un bel post su Popular Soda rimanda alla regola delle diecimila ore di Malcolm Gladwell che, parafrasata, dice che bisogna esercitarsi su un’attività per diecimila ore almeno prima di potersi considerare dei professionisti. Vale anche per la scrittura. Diecimila ore sono tante, eh, quasi un anno e due mesi passati ininterrottamente a scrivere. Tutto quello che si scrive prima dello scoccare della fine delle diecimila ore di training sarà, per la maggior parte, spazzatura. Ma spazzatura che avrà il valore di esercizio che insegnerà, quindi, a essere scrittori migliori.

Resta il fatto, ed è un discorso che la quasi totalità degli scrittori emergenti (e non solo degli autori di fanfiction) dovrebbe stamparsi bene in testa, che non tutto quello che uno scrive debba per forza essere letto. Perché il più delle volte sarà spazzatura. O meglio, esercizio.

Le fanfiction, come qualsiasi altra forma di scrittura, sono esercizio. Questo non si può negarlo. Ad esempio, ritorniamo al nostro pensionato amante del giallo, scrivendo “Fratello Cadfael e la reliquia di Santa Redegonda”, potrà imparare a utilizzare un personaggio già creato dalla penna di qualcun altro e quindi con una propria personalità, e questo gli insegnerà che cos’è la caratterizzazione del personaggio e come si rendono i tratti della personalità all’interno di una storia. Si passa cioè dal pensierino delle elementari “Michele è simpatico” al mostrare la simpatia di Michele nel testo. Ed è un’attività tremendamente utile per chi deve farsi le ossa imparando gli elementi dello stile.

Un’attività che con una stupida fanfiction scopereccia non è possibile svolgere, peraltro.

Ma anche nel caso di “Fratello Cadfael e la reliquia di Santa Redegonda” resta pur sempre il fatto che di esercizio si tratta. E l’esercizio è personale, salvo rari casi non va condiviso col pubblico. Il che rende gli archivi di fanfiction qualcosa di simile a grandi discariche a cielo aperto (e ingresso gratuito) in cui vengono gettati a badilate rifiuti letterari che altrimenti, in una società non informatizzata come la nostra, rimarrebbero inevitabilmente chiusi in qualche cassetto. E mi preme rimarcare che fanfiction del tipo “Fratello Cadfael e la reliquia di Santa Redegonda” sono un’assoluta minoranza, uno zerovirgola percento. La maggior parte delle fanfiction vedrà Spock fistato da Kirk sopra un soffice tappeto di triboli e sarà immancabilmente attorniata da commenti-barra-pompini-metaforici del tipo “OMG sei bravixxxxima” “Non riuscivo a staccare gli occhi dal testo” scritti da persone che, al pari dell’autrice, hanno la capacità critica di un legume, mandando in vacca il concetto di critica costruttiva che farebbe dell’esercizio di stile qualcosa di utile (e quindi, di riflesso, mandando in vacca l’esercizio stesso).

La mia posizione è pertanto questa: scrivete pure tutte le fanfiction che volete. Ma, proprio come ho fatto io con la mia incompleta Harry Potter new generation, tenetela per voi, nascosta in un cassetto o nei meandri dell’hard disk.

Perché c’è gente che le fanfiction le pubblica. E il risultato si è visto.

E ora scusatemi, vado a fare una doccia per togliermi dalla mente l’immagine di Kirk che fista Spock sul soffice tappeto di triboli.

Brutto, sporco e cattivo

Qualche giorno fa, Joe Abercrombie, autore della First Law Trilogy e da queste parti particolarmente apprezzato, ha pubblicato sul suo blog personale un lungo intervento intitolato “The Value of Grit”. Nel post, l’autore britannico, che in pratica è il più famoso esponente di quel fantasy che io chiamo brutto-sporco-e-cattivo, a partire da un’analisi delle critiche più comuni al fenomeno dei romanzi fantasy molto dark, cinici e violenti, offre una lista delle motivazioni per le quali la violenza e l’attenzione al macabro che contraddistingue questi stessi romanzi non sia, in realtà, solo una forma di voyeurismo messa lì per titillare il lettore.

Abercrombie individua una prima motivazione nel passaggio del fantasy tolkeniano, in cui ampia attenzione era destinata alla costruzione e descrizione del mondo, a quello incentrato sul personaggio. Narrativamente, aggiungo io, ciò corrisponde al passaggio dal narratore onnisciente al narratore a focalizzazione interna. Se l’epic fantasy parla di guerre e battaglie, è normale che abbassando il punto di vista sul personaggio, la guerra e la battaglia mostrino i loro lati meno piacevoli. Parafrasando il compagno Stalin, vedere dall’alto una battaglia è statistica, ma trovarcisi in mezzo e sentire l’odore del sangue è tutta un’altra cosa.

Seconda motivazione, nel fantasy moderno scompare la classica dicotomia tra hero e villain. Abercrombie domanda, retoricamente, quante cose negative debba fare a fin di bene un protagonista. È un’ambivalenza affrontata già nel medioevo da Machiavelli, per cui, a grandi linee, il fine giustificava i mezzi, e ripresa da molti autori di speculative fiction che hanno popolato i loro romanzi di antieroi.

Si prosegue con l’onestà narrativa. “La gente caga. La gente dice parolacce. La gente si ammala. La gente muore in maniera anticlimatica. La gente si ubriaca e si droga. La gente fa e dice cose spregevoli. La gente può comportarsi in maniera orribile,” scrive Abercrombie. E non mi sembra ci sia molto altro da aggiungere.

Quarto punto, e forse più importante, il gritty fantasy nasce come risposta all’epicità idealizzata dell’high fantasy, in cui tutto è nobile e pulito. Nel gritty fantasy, invece la vita a volte fa schifo, perché il più delle volte è logico che sia così.

Il quinto e sesto motivo sono legati al rapporto con il lettore. Intanto la modernità: il fantasy moderno viene letto nel presente e quindi il linguaggio che ha più senso utilizzare è quello del presente. Inoltre il gritty fantasy è perfetto per scioccare efficacemente il lettore e tenerlo incollato alla pagina.

Abercrombie conclude dicendo che il brutto-sporco-e-cattivo è solo un altro arnese alla portata dello scrittore per cui, fa notare, i libri che preferiscono essere puliti e virtuosi, si privano della possibilità di rappresentar una parte del mondo (contemporaneo) che in ogni caso esiste. E dei millemila modi di usare la parola fuck.

Ora, a me personalmente il discorso di Abercrombie sembra tanto figlio del suo contesto. Abercrombie sarà anche la next best thing del fantasy, ma da noi è un signor nessuno. Purtroppo.

La vera questione che io, da lettore e osservatore del mercato del fantastico italiano, mi pongo è: nel mio Paese il gritty fantasy esiste?

La risposta è: non proprio. Però servirebbe.

Del resto, da noi, la più famosa e letta scrittrice fantasy, ha ammesso di non aver mai letto le Cronache di Martin oltre a un certo punto, un po’ per la trama eccessivamente bizantina (critica che non mi sembra, in tutta onestà, così campata per aria), un po’ proprio a causa dell’eccessiva enfasi sulla violenza. Fermo restando che la Troisi può leggersi quello che le pare (ci mancherebbe), mi sembra un messaggio di una tristezza unica. Perché la Troisi non è la sola a pensarla in questo modo. E così il fantasy in Italia è bollato come un genere per bambini, ma non solo: quando un romanzo viene marketizzato come “un fantasy maturo” quel “maturo” si riferisce a un linguaggio più complesso e a una trama che si discosta appena da “eroina adolescente + love interest + spade”. Non è realmente un fantasy adulto, è solo un libro più complesso da leggere. Ad esempio Il trono delle ombre di Pagogna, che tolto lo stile (maturo e ricco quanto volete) resta un cumulo di fuffa poco interessante.

In Italia abbiamo bisogno del fantasy brutto-sporco-e-cattivo, per superare la recente definizione di fantasy uguale narrativa per ragazzini che ci viene imposta dalle case editrici. Un po’ come quando ai tempi, sulle copertine della fantacollana c’era la donnina con le tette grosse e l’abito succinto, proprio per far capire al lettore che quello che si trovava tra le mani non era un libro per bambini.

Da noi, mi direte, un vero e proprio gritty fantasy italiano non esiste perché se non sei Martin non vendi neanche mezza copia. Sì e no. Sì nel senso che è vero. No nel senso che il mercato è talmente abituato alla definizione che va per la maggiore di fantasy che qualsiasi romanzo che si discosti da essa è percepito come un rischio commerciale per la casa editrice. Ed è per questo motivo che due post fa sostenevo – a costo di beccarmi del “pretenzioso” – che ci fosse la necessità di educare il pubblico italiano e di mostrargli che, se si cerca bene, un’alternativa esiste e forse vale perfino la pena di provarla.

Note estemporanee

  • Paolo Barbieri sarebbe il disegnatore ideale di donnine poppute per gritty fantasy; nonostante alcuni lo trattino da zimbello per le copertine della Troisi, a me i suoi disegni strapiacciono.)
  • Questo mese esce, finalmente, Il richiamo delle spade, ossia l’edizione italiana di The Blade Itself. L’ho già detto cinquanta milioni di volte: è un libro che vale la pena leggere, compratelo.

KikkettinaRibellina96 e il lit-blogging

Scrivo ancora due parole sulla faccenda dell’esperimento sociale finito in fuffa e volto originariamente a scoprire qual è il vero potere di leva di un blog letterario. Il succo della questione lo trovate qui, mentre un mio pacato commento al riguardo qui.

Vorrei ora, a mente semifredda, intraprendere un discorso più ad ampio spettro, ovvero: che cosa significa essere un lit-blogger. In più mi sono rivisto di recente la prima stagione di The Newsroom, per cui sono carico.

Quando ho aperto il mio blog l’ho fatto soprattutto per spirito di imitazione. Mi piacevano un sacco i blog di Zweil, Gamberetta e del Duca, e volevo creare qualcosa del genere, un posto in cui incanalare il mio sarcasmo e la mia vis polemica. Recensire brutti fantasy è divertente, tutto sommato.

Però poi viene il momento in cui la frustrazione prende il sopravvento sul divertimento, e corrisponde all’incirca al momento in cui realizzi che lo schifo è ovunque. Non devi andare a scegliere attentamente quale libro prendere per il culo nella prossima recensione, basta che ti allunghi a caso nell’espositore della libreria e afferri il primo che ti capita. E il fantasy è un genere anche di nicchia, figuriamoci questo discorso applicato alla narrativa mainstream.

Questo, assieme a una crescente familiarità con il mercato editoriale italiano, di cui ho già ampiamente parlato.

Insomma, io assieme a molti altri blogger sono arrivato al punto in cui mi guardo intorno e mi chiedo, ma chi me lo fa fare?

La risposta per alcuni è stata “scappo all’estero”. Per altri, cosa agghiacciante, “sto bene nel mio angolino di mondo e non ho intenzione di cambiare le cose”, mediocrità allo stato puro.

Per quanto mi riguarda, sono fermamente convinto che un blogger possieda la stessa dignità di un giornalista, pur non essendo considerato tale. Ora, in un mondo ideale, un giornalista riceve il mandato di informare ed educare il suo pubblico. Thomas Jefferson, ad esempio, sosteneva che alla base di ogni democrazia ci fosse un elettorato informato.

Ma in questo caso si parla di politica, e la politica è una cosa seria. Non sto mettendo sullo stesso piano la selezione dei leader del mondo libero con l’ultimo libro della Troisi, però, ecco, il meccanismo è poi così diverso?

Una generica KikkettinaRibellina96 che, in calce a una recensione della Troisi, mi commenta “A me questo libro è piaciuto tantissimo, mi sono rivista nei personaggi e nelle loro straordinarie avventure, sono rimasta ipnotizzata dall’universo che Licia ha creato e dalla sua capacità di tenermi incollata alla pagina con un rapido susseguirsi di colpi di scena”, è realmente da biasimare?

In realtà no. Perché se è vero che l’ignoranza non è una scusante, è altresì vero che non lo è neppure lasciare consapevolmente il tuo pubblico a mantecare nella sopracitata ignoranza.

L’estate scorsa i miei capoccia a Scrittevolmente hanno chiesto a me e ad altri redattori di mettere insieme una mezza facciata su cosa significava scrivere per Scrittevolmente e quale direzione ci avrebbe aggradato il sito prendesse per il futuro prossimo. Questo è un estratto del mio elaborato:

Per ogni persona che si riesce a convincere che Fabio Volo è merda e non letteratura, per ogni persona che viene fulminata sulla via di Damasco dalla realizzazione che un lunghissimo capitolo di puro infodump non è proprio il modo migliore per aprire il proprio romanzo fantasy, la mia nicchia di mondo diventa un posto un pochino migliore.
Scrittevolmente ha un compito pedagogico, che gli piaccia o no, lo ha ricevuto nel momento stesso in cui ha deciso di essere un blog letterario, ed è quello di educare i lettori e gli aspiranti scrittori alla buona lettura e alla buona scrittura, cercando di sviluppare in loro un minimo di senso critico che, si sa mai, magari può venir comodo anche al di fuori dell’ambito letterario.

Sono passati sei mesi e il mio pensiero non è cambiato di una virgola. Sono tutt’ora convinto che anche un blog letterario, nel suo piccolo, riceva dal proprio pubblico un mandato pedagogico e che la sua responsabilità sia quella di educare i lettori.

Per questo non posso dare a KikkettinaRibellina96 dell’ignorante e lasciarla perdere. KikkettinaRibellina96, probabilmente, adora il sofisticato plotting di Licia Troisi perché il suo mondo letterario è fatto di soli Licia Troisi e cloni vari. Licia Trosi, un po’ come la Rowling, sta al fantasy come la cannabis sta alle metamfetamine. A volte ho ceduto alla facile tentazione di prendermi gioco della generica KikkettinaRibellina96 di turno e me ne scuso, perché quello che in realtà avrei dovuto fare sarebbe stato cercare di capire se questo suo amore per il pessimo fantasy era un comprensibile guilty pleasure, o celava una scarsa formazione sull’argomento.

Grazie a dio questa non è politica e cercare di far capire alla gente che il movimento cinque stronzi è una manica di idioti populisti inadatta a sedere a un’assemblea di condominio, figuriamoci in Parlamento, è molto più estenuante che educare KikkettinaRibellina96 alla buona letteratura.

Il che ci riporta, trasversalmente, allo scandaloso esperimento sociale con cui ho aperto il post. Esperimento che, apriti cielo, voleva misurare quanto effettivamente i lit-blog fossero in grado di influenzare le scelte del consumatore. E quindi quanto pesassero i sopracitati blog sul mercato editoriale.

Dal momento che è il mercato editoriale il responsabile dei libri che vengono prodotti, un per lit-blogger tentare di educare il pubblico quando il pubblico è affogato nella pessima letteratura è un po’ come combattere i mulini a vento.

Oggi come oggi il rapporto tra blog e case editrici è di tipo passivo: l’editore si crede padrone del mondo e il blog letterario è solo una vetrina in cui esporre i suoi prodotti. Il lit-blogger accetta di buon grado questa collaborazione perché gli permette a) di ricevere libri gratuitamente – che spesso sono l’unica forma di “stipendio” che viene corrisposta al blogger; b) di esporre in bella vista un banner con su scritto “Collaboriamo con la Sperindio Editore” – tranne per il fatto che non è per nulla una collaborazione.

In realtà il tipo di rapporto che mi piacerebbe vedere instaurato è più simile a quello tra i critici e le case cinematografiche. Lo so che il mercato dei film non è lo stesso di quello dei libri, ma ciò non toglie che, negli Stati Uniti, basta un pugno di recensioni negative da parte di critici autorevoli e un film floppa al box office. Bastano un pugno di recensioni entusiaste, e un film si vede nominato all’Oscar. Magari (anzi, senza magari) non sarà possibile avere un rapporto di questo genere con le case editrici, ma per lo meno sarebbe carino cominciare stando sullo stesso livello.

Da qui la necessità di sapere quanto effettivamente pesano i book blog sulle vendite di un libro, quanto è il loro potere di leva. Un esperimento che, vabbè, ormai è finito in fuffa. Sarà per un’altra volta, nel frattempo godiamoci il nuovo romanzo della Troisi.

Lo scopriremo la prossima puntata!

Consentitemi per un attimo di fare quello che ha appena scoperto l’acqua calda.

Da neanche un mesetto sono proprietario di un Samsung tablet che ora è mio figlio. Dal punto di vista del blogger è comodissimo: la recensione dell’ultimo romanzo di Goodkind, ad esempio, è stata scritta interamente da tablet (ed è per questo che è zeppa di refusi, ebbene sì, ho le dita grosse e i tastini sono piccoli) sui mezzi pubblici milanesi. Inoltre, il tablet ha mandato in pensione il vecchio ereader e da dicembre ho letto in pratica solo libri digitali piratati o, non di rado, con mia grande sorpresa, acquistati legalmente su Amazon o altri store online.

La comodità è impressionante. Il livello qualitativo dell’esperienza di lettura idem. In effetti confesso che solo ora comincio a capire sul serio chi parlava di rivoluzione digitale e degli ebook che manderanno in pensione i libri cartacei.

Il futuro dell’editoria è digitale.

Piccolo problema: il futuro dell’editoria, pur avviandosi verso una crescente digitalizzazione, resta ancora nelle mani di quei figuri ingombranti chiamati editori.

L’editore per sua natura è conservatore e quindi resistente al cambiamento. L’ebook è un nuovo, vastissimo mercato e l’editore conservatore, che cerca di mantenere la sua nicchia di mercato cartaceo che si è creato pubblicando paranormal romance per minus habens o harmony finti BDSM per casalinghe disperate, sulla falsariga di quelli che, ahimè, sono i più recenti casi letterari, difficilmente cercherà di innovare. Davanti a una nuova realtà di mercato tenderà – e tende, come possiamo osservare, banalmente, facendo un giro su Amazon – a conservare e riproporre le vecchie logiche dell’editoria cartacea.

Solo che il digitale non è la carta. L’ebook non è il romanzo. Cosa che alla quasi totalità degli editori italiani sfugge.

Ad esempio si veda l’annosa questione dei prezzi. L’ebook non è un oggetto fisico, è un file – o, nella più deprecabile delle sue forme, una licenza per utilizzare un file – per cui va da sé che il prezzo dell’ebook-bene-di-consumo si calcola diversamente rispetto a quello di un libro cartaceo. Non bisognerà, ad esempio, pagare tipografia e legatoria, né la carta e i costi di trasporto e logistica. In un mondo che risponde alla logica della teoria economica, i soldi se li dovrebbero spartire l’autore, l’editor, chi ha impaginato l’ebook, l’illustratore, l’eventuale traduttore e l’editore – perché qui non siamo dei sozzi comunisti e crediamo nel valore economico dell’imprenditorialità.

Invece come ragiona una casa editrice italiana quando si tratta di convertire il proprio catalogo in formato digitale? Cito dal blog della Fanucci:

dopo la recente fiera di Francoforte in cui ho dialogato con i principali agenti letterari che rappresentano il 90% dei nostri autori sulle questioni relative alla pubblicazione dei nostri titoli in formato e-book, possiamo finalmente rispondere a quanti di voi ci chiedevano aggiornamenti.
Circa i tempi di pubblicazione in formato e-book delle varie novità rispetto alla pubblicazione in formato libro, ci sono diverse situazioni; c’è chi ha acconsentito alla pubblicazione simultanea (pochissimi), chi dopo un periodo minimo di sei mesi (la maggioranza), e chi oltre sei mesi. Quindi procederemo alla realizzazione immediata degli e-book attenendoci alla volontà dell’autrice/autore. Circa i titoli di catalogo, li stiamo lavorando e, man mano che saranno pronte le versioni e-book, li metteremo in vendita. Per quanto riguarda il prezzo invece, tutti sono d’accordo nell’applicare una riduzione del 30% sul prezzo dell’edizione più economica in commercio

Il che significa che, ad esempio, Londra tra le fiamme di Joe R. Lansdale, prezzo di listino 9,90 €, in versione digitale verrebbe a costare poco più di 6 €. Che non sono moltissimi, ma per un ebook sono già troppi. Pensate poi a una nuova uscita che costa magari 21 €, il prezzo digitale si assesterebbe intorno alla mitica cifra dei 14,90 €, che è proprio una presa per il culo, scusate la brutalità. Tra poco esce un libro che mi interessa parecchio e che si chiama A Natural History of Dragons (già l’ho menzionato nel post sui libri da tenere d’occhio nel 2013), ma su Amazon il prezzo di listino dell’edizione digitale è 14,43 € e quindi potete scordarvi che lo compri per vie legali.

Come rivela il post della Fanucci, la responsabilità di questa magagna è un po’ dell’editore, un po’ del publisher internazionale, un po’ dell’agente letterario. Insomma, del sistema che circonda il libro.

Ma soprattutto si cerca di traslare logiche obsolete in un mercato a cui non appartengono. E, no, non è un discorso di prezzi. Sto parlando anche del libro digitale in quanto tale.

Per il mercato editoriale esiste una corrispondenza biunivoca tra ebook e libro e questi due oggetti non si legano a null’altro. L’ebook è solo la forma digitalizzata di un romanzo.

Ebbene, non è così. L’ebook è un file, qualcosa che, sì, da un lato si presta a molte critiche per il suo essere intangibile, ma dall’altro può fare di questa sua intangibilità la sua forza. Per esempio puoi sceglierlo, comprarlo e cominciare a leggerlo in meno di un minuto. Puoi evidenziarlo, appiccicarci segnalibri virtuali e scriverci su note senza per questo rischiare di essere gettato nel pozzo senza fondo dell’angoscia e del tormento a cui sono destinati tutti coloro che spiegazzano o rovinano in qualsiasi altro modo un libro cartaceo. Puoi autopubblicarlo con agilità (a volte, a dire il vero, un po’ troppa agilità) e venderlo a 90 centesimi.

L’ebook consente una libertà che non era prevista nel vecchio mercato incentrato sul libro cartaceo. Si possono sperimentare nuove forme di narrazione, di scrittura, di pubblicazione. Basta quel minimo di coraggio che le case editrici non hanno ancora mostrato di possedere, ma che già molti scrittori, per lo più indipendenti, hanno già saputo trovare.

Un esempio di questa maggiore “libertà digitale” che trovo personalmente stimolante deriva, pensate un po’, dal passato remoto della letteratura. Nel senso che era già vecchiotto ai tempi di Charles Dickens, ma che ora, grazie agli ebook, potrebbe (me lo auguro) rinascere in modalità simili ma rinnovate.

Sto parlando, udite udite, della narrativa serializzata a episodi.

Non si tratta di un concetto nuovo. Tralasciando Sherlock Holmes, Rocambole e i romanzi di appendice dell’Ottocento, la strada della narrativa episodica era stata intrapresa anche in tempi più recenti. Era il 2000 quando Stephen King (scrittore da sempre amante delle sperimentazioni in digitale – e ricco abbastanza da potersele permettere) scriveva, auto pubblicava sul suo sito web e vendeva a 1$ gli episodi della sua novella epistolare The Plant. Nei progetti dell’autore, questa “nuova” forma di editoria sarebbe diventata l’incubo incubo delle grandi case editrici. I tempi però non erano ancora maturi, come si dice, le vendite decrebbero, i profitti crollarono e la novella rimase incompiuta. Se lo zio Steve avesse aspettato una decina d’anni, magari a quest’ora il romanzo sarebbe stato completato.

Ci sono stati dei casi più recenti, e su tre di essi vorrei puntare un attimo il riflettore – era l’idea alla base di questo articolo ma, come sempre, ho divagato.

Il primo è The Human Division di John Scalzi.

John Scalzi, per chi non lo conosce – e in Italia non avremmo motivo di farlo, visto che di suo è stato tradotto solo Old Man’s War per la Gargoyle e poi penso sia finito nel dimenticatoio – è uno scrittore statunitense e presidente della Science Fiction and Fantasy Writers Association of America. inoltre blogga con costanza dal 1998 e ama fare foto con facce strane.

Il suo ultimo lavoro è la serie di tredici ebook a puntate The Human Division, ambientata all’interno dell’universo di Old Man’s War, che viene pubblicata con regolarità ogni martedì sui principali negozi online a 0,76 € per episodio. Si tratta di racconti autoconclusivi che, presi nel loro insieme, raccontano una storia comune. Personalmente ho letto il primo, mi è piaciuto, e ho acquistato il secondo.

The Human Division, pur essendo l’esempio che la pubblicazione digitale episodica interessa ancora i grandi autori e non solo i piccoli scrittori indipendenti, presenta un grande limite: è una storia già scritta, già conclusa, e che sta solo venendo pubblicata a pezzi come un racconto di Lovecraft su Weird Tales.

Per me, invece, il vero punto di forza di un romanzo episodico pubblicato nell’era di internet è il feedback immediato che l’autore può avere con il lettore. Un po’ come per le serie televisive statunitensi che, diversamente da quelle trashate senza speranza e cervello che prendono il nome di fiction italiana, vengono prodotte un tot di episodi alla volta e modificate per integrare nella storia le reazioni del pubblico. Ad esempio, in Breaking Bad (che se non avete visto, FATELO NAU), Jesse Pinkman doveva venire ucciso nel climax della terza stagione. Il problema è che Jesse è uno dei personaggi preferiti dell’intera serie e il rapporto che lo lega a Walter è, per i fan, più importante di un climax sconcertante. Allora gli autori di Breaking Bad hanno deciso di tenere in vita Jesse e tutti sono stati contenti.

E se i puritani della Scrittura come Unica forma d’Arte che riflette l’Io e l’Intimità dell’Autore che dell’Opera è il Padrone Assoluto in questo momento stanno avendo dei conati di vomito alla sola idea che un Autore debba modificare la sua Opera Perfetta per assecondare gli inutili plebei che hanno speso soldi per leggerla… beh, lo sapete come la penso. Il pubblico in molti casi avrà delle opinioni su ciò che legge, e in gran parte dei casi queste opinioni saranno più intelligenti di gran parte delle recensioni su aNobii. A volte, perfino, il lettore riesce a vedere qualcosa in una storia che all’autore, ormai abituato alla sua voce di narratore, può essere sfuggito. Ad esempio, il personaggio X che per l’autore è un ribelle, al lettore suona solo come un cafone lamentoso. Oppure il personaggio minore Y è molto più interessante del protagonista. Oppure ancora se il personaggio Z avesse una relazione con Gina anziché con Bernarda la storia non solo più interessante, ma anche psicologicamente plausibile. Tutte cose che possono capitare. Magari l’autore ama a tal punto X da non rendersi conto di quanto suoni arrogante anziché anticonformista, magari Y è stato creato per puro caso e l’autore non ha realizzato di avere tra le mani un piccolo tesoro, magari Z ama Bernarda perché l’autore ha deciso così e ha dato in seguito per scontata tale decisione.

Il feedback immediato del pubblico e anche della critica può essere molto utile per creare una storia migliore. Certo, stando ben attenti a non snaturalizzare la storia per compiacere i propri lettori.

Attualmente sto seguendo due serie di romanzi episodici autopubblicati di autori italiani che, a differenza di The Human Division, non sono già belli che terminati e aspettano solo di essere caricati su Amazon e che quindi, potenzialmente, rientrano nella categoria di quelle opere che potrebbero essere influenzate dal feedback dei lettori.

Si tratta di Canti di sangue e amore di Gianni Falconieri e Deserto rosso di Carla Monticelli.

Di Canti di sangue e amore è disponibile da qualche mese su Amazon a 0,89€ il primo volume, intitolato Alba di guerra. Si tratta di un fantasy di quelli che piacciono a me, molto tetri e violenti e poco eroici. Devo ammettere in tutta onestà che avrebbe potuto essere meglio, specialmente per una cura non proprio impeccabile nel reparto editing (d eufoniche, d eufoniche everywhere) e un tentativo un po’ impacciato di forzare il world building nel primo dei tre capitoli che si è trasformato, come era logico immaginare, in una buona dose di infodump. E, elephant in the room, il progetto grafico di copertina è ad andar bene questionabile. Ripeto, in tutta onestà non si avvicina neanche lontanamente a essere perfetto, tuttavia, sarà forse per il genere che è anche il mio preferito, sarà perché ha destato la mia curiosità, penso che la storia abbia delle potenzialità e, dopo averne avuto un assaggio, sono interessato a continuare nella lettura.

Gianni Falconieri è il proprietario di fantasy-italiano.com e scrive per Finzioni. Alba di guerra – Canti di sangue e amore #1 è uscito nel dicembre 2012. Non ho idea se il resto sia già stato scritto o se si tratti di un work in progress.

Deserto Rosso di Carla Monticelli, invece non è, al contrario di quanto il titolo possa far supporre, un romanzo che parla del Partito Democratico, ma uno sci-fa che narra le vicende dell’equipaggio della seconda missione spaziale umana su Marte che, dopo un incidente, attende che dalla Terra si sbrighino a riportarli a casa. Sono stati pubblicati due dei quattro episodi che compongono la serie, uno, Punto di non ritorno, a giugno 2012 e l’altro, Abitanti di Marte, a novembre sempre del 2012, mentre un terzo è previsto per la primavera di quest’anno. La ragione per cui ci sono circa cinque mesi di distanza tra una puntata e l’altra è che le quattro parti che compongono Deserto Rosso sono lunghe, in entrambi i casi si va oltre le 20.000 parole. A 0,89 €. e con cliffhanger di fine episodio.

Punto di non ritorno è stato il primo romanzo autopubblicato che ho acquistato attraverso transazioni economiche legali e riconosciute dal commercio internazionale e dalle normative UE. Prima ero convinto che tutti i romanzi autopubblicati fossero spazzatura. Ora, dopo averlo letto, penso che solo l’80% dei romanzi autopubblicati siano spazzatura. E Deserto Rosso in questo 80% decisamente non ci rientra. Come ho già avuto modo di twittare all’autrice (perché mi piace far sapere che apprezzo il lavoro di chi se lo merita) Punto di non ritorno è come penso debba essere ogni romanzo indipendente: curato nella forma e nello stile, buona trama, eccellente caratterizzazione, prezzo competitivo.

Ciò detto, per la questione del feedback, che dovrebbe essere il punto focale di questo articolo, c’è da notare che, con solo quattro episodi (anche se quattro corposi episodi), forse Deserto Rosso non si presta a essere modificato a seconda della risposta del pubblico. Tuttavia leggo sul sito della Monticelli

Le quattro puntate saranno poi riunite e riorganizzate in un unico romanzo, che sarà disponibile anche in versione cartacea e che potrebbe in parte differire dalle novelle originali, in base al feedback degli stessi lettori.

Commento che trovo decisamente incoraggiante.

Per cui, rivoluzione digitale. Cominciamo un po’ a pensare al di fuori degli schemi triti, ritriti e putrefatti dell’editoria tradizionale, ok?

E, certo, rimane sempre il problema dei lettori, che in Italia non solo leggono pochi ebook (perché il profumo della carta rulla sovrano – e perché, seriamente, l’editoria tradizionale sta facendo tutto il possibile per uccidere un mercato che comunque e in ogni caso è in crescita inarrestabile) ma sono anche per natura diffidenti nei confronti delle nuove forme di pubblicazione. Che poi tanto nuove non sono, perché anche Arthur Conan Doyle fu costretto a “modificare” la storia di Sherlock Holmes a seguito del feedback dei lettori. Ma siamo già a 2.500 parole, ed è sabato mattina. Direi che questa è un’altra storia, per un altro giorno.

Perché non leggerò The Heroes (per ora)

Da più parti, anche in forma quasi ufficiale su Scrittevolmente, mi si domanda: “Recensirai The Heroes di Joe Abercrombie pubblicato in Italia da Gargoyle Books e recentemente uscito in tette le migliori librerie e store online?”. (Ok, la domanda potrebbe essere un po’ parafrasata però il senso è quello.)

La risposta è no.

E non perché sono uno spilorcio che non ha i soldi per comprarsi un romanzo – anche perché questi sono i miei acquisti librari del mese passato. Principalmente è no per due motivi.

Il primo è Best Served Cold.

Ultimata la trilogia della First Law (ormai se mi seguite lo sapete e ne avete a nausea), Joe Abercrombie si è detto: scriviamo tre romanzi a sé stanti. E così ha fatto. Tuttavia questi tre romanzi, Best Served Cold, The Heroes e Red Country, non solo sono successivi in ordine cronologico agli eventi della First Law Trilogy, ma alcuni ne rivelano anche il finale (e Red Country dà una risposta al cliffangerone che aveva chiuso Last Argument of Kings, leggo in giro.

A me piace il progetto della nuova Gargoyle, giuro, portare nel deprimente mercato fantasy italiano non solo romanzi di peso che non hanno mai trovato distribuzione e contemporaneamente ridistribuire romanzi di grandi autori che sono spariti dai cataloghi in favore di minchiate young adult per giovani lettrici teste di minchia. E nel contempo comprendo che pubblicare un’intera trilogia senza per lo meno sondare un po’ il terreno sia un rischio, da un punto di vista economico. Però io, lettore, non posso leggere romanzi a caso senza rispetto per la cronologia interna di un’opera.

Fosse stato Gemmell d’accordo, lui del resto scriveva romanzi a loro stanti e non seguiva una cronologia di pubblicazione precisa. Con Abercrombie il discorso è diverso, i libri hanno un ordine cronologico e, pertanto, per il sottoscritto leggere The Heroes prima di Best Served Cold è qualcosa di impensabile.

Il secondo motivo è Sopravvissuti di Richard K. Morgan.

Come dicevo poco sopra, il progetto della nuova Gargoyle mi piace. La realizzazione un po’ meno. Quest’estate, tutto felice e contento, ho comprato la mia bella copia di Sopravvissuti, la versione italiana di The Steel Remains di Richard K. Morgan. E sono rimasto bruciato.

La traduzione era così stridente che alcune parti veniva perfino difficile capirle. Deluso, ho abbandonato il libro prima della metà e reperito una versione in lingua originale.

Era da parecchio che non rinunciavo alla lettura di un libro per via della traduzione, da Stardust di Neil Gaiman. Alle volte faccio notare che certe cose potevano essere tradotte meglio, alle volte il traduttore di Joe Lansdale per Einaudi mi dice che io sono un pirla e che Lansdale stesso gli aveva dato il permesso di scrivere “santa polenta” e “pisquano” perché suonano così fottutamente texani. Però, ecco, sospendere la lettura a causa di una brutta traduzione per me è il colmo. Per cui, onde evitare altre bruciature, The Heroes della Gargoyle non lo leggo finché qualcuno del cui quoziente intellettivo mi fidi non lo legge prima di me e mi assicura sul valore della traduzione (e non voglio neanche roba perfetta, mi basta non essere costretto ad alzare la testa dal libro con negli occhi lo smarrimento da WTF am I reading?).

I tre motivi per cui non vado matto per i classici

Dall’Orlando furioso a Il conte di Montecristo, un classico della letteratura è un’opera letteraria a cui viene universalmente tributato un peso a livello culturale, e talvolta anche sociale. I classici della letteratura sono studiati a scuola, citati quali ispirazioni da autori di ogni genere e risma, discussi nei circoli letterari. Capita perfino che vengano letti, pensate.

Il discorso è che a me, personalmente, i classici della letteratura non piacciono.

Ora, non voglio dire che tutto quello che viene considerato un classico della letteratura mi faccia schifo – sarebbe un ragionamento riduttivo e poco elegante al pari di “tutte le donne guidano male” o “tutti gli extracomunitari sono criminali”. Ci sono classici che mi sono piaciuti (uno, ad esempio, è Finzioni di Borges, che è anche l’ispiratore di questa riflessione) e quelli che mi hanno fatto chiudere il libro a pagina ventidue. E, sì, sto parlando con te, Il rosso e il nero di Stendhal.

Quello che sto cercando di dire è che, proprio come per le donne incapaci di guidare, quando dico che i classici non mi piacciono, non è che questa affermazione sia vera per tutti i classici, ma per la maggior parte lo è.

Chiaramente sto parlando a livello personale. Se adorate il nulla in salsa di nulla che per me è Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen, buon per voi. Se il solo pensiero dell’Ulisse di Joyce ve lo fa venire duro, sono contento per voi (un po’ meno per i vostri partner sessuali). Ma questo è il mio articolo, sul mio blog. Non voglio convincere nessuno che questo o quell’altro grande classico della letteratura è un brutto romanzo, voglio solo spiegare perché a me non piacciono.

Principalmente per tre motivi.

1) Sono distanti dai miei gusti

Partiamo da una confessione in ambito musicale: non mi è mai piaciuto Michael Jackson. Né da vivo, né da morto. Non canticchio le sue canzoni, non tento di imparare il moonwalk, quando in Grand Theft Auto: San Andreas alla radio passava Billie Jean in genere cambiavo stazione. Così preferisco alla versione originale, la cover punk rock/nu metal di Smooth Criminal realizzata dagli Alien Ant Farm. E lo so che farsi piacere una cover è un peccato capitale (ma poi lo è davvero? come se Hurt di Johnny Cash non fosse infinitamente meglio di Hurt dei Nine Inch Nails) però sta di fatto che la versione punk rock di Smooth Criminal è più affine ai miei gusti musicali, e quindi la preferisco all’originale pop anni Ottanta.

Lo stesso discorso vale per i libri. Quando qualcuno dice che il Manzoni scrive da cani lo fa ponderando l’informazione rispetto ai propri gusti letterari, influenzati senza dubbio da il secolo trascorso dalla stesura dei Promessi sposi all’affermazione in questione. Non è che Manzoni scriva male, è che il suo modo di scrivere non è più efficace con un lettore del terzo millennio, perché i gusti in fatto di stile si sono evoluti. Ed “evoluti” non significa necessariamente “imbastarditi”, badate bene. Lo stile, come le persone, invecchia. Come un oggetto, i meccanismi che lo regolano con il passare del tempo smettono di funzionare alla perfezione. Si tratta dello stesso motivo per cui mi fa ridere chi pretende di trovare, oggigiorno, delle regole di stile universalmente accettate che vadano al di là della grammatica di base. Uno può anche mettersi lì e scrivere cinquecento manuali di istruzioni su come gestire il punto di vista, lo show don’t tell e menate varie, ma immancabilmente, tra cento anni, qualcuno dirà che le tue regole sono antiquate, e pertanto tu scrivi da cane.

Lo stile invecchia, un romanzo scritto nel 1820 per dei lettori del 1820 invecchia con esso ed è poco appetibile per me, lettore del 2012.

2) Sono considerati intoccabili

Può sembrare una motivazione cretina, ma è in realtà un corollario della precedente. Sembra quasi che sia proibito criticare (alla luce di quanto scritto più sopra) un grande classico della letteratura.

È la solita storia del significato dell’opera che, per la critica, viene prima del valore dell’opera stessa come lavoro di fiction. Ho sempre trovato Frankenstein, ovvero il Prometeo moderno di Mary Shelley di una noia monumentale, ma, accipigna, il Frankenstein di Mary Shelley è un’opera così importante che non ti può non piacere, no? È un must, un romanzo che non può mancare nelle librerie del lettore che si rispetti.

Una cosa simile mi è capitata con uno di quei romanzi che si possono definire in tutta tranquillità dei “classici moderni”, ossia Meridiano di sangue di Cormac McCarthy. Ora, io adoro tantissimo McCarthy, ma Meridiano di sangue, che pure è considerato il suo capolavoro nonché uno dei lavori più significativi della moderna letteratura statunitense assieme a Underworld di DeLillo, semplicemente non fa per me. Perché è noioso. Perché manca quella magia che ho trovato, ad esempio, in La strada (che è uno dei miei libri preferiti, per la cronaca). Eppure guai a dire che Meridiano di sangue non mi piace. È un must, un romanzo che non può mancare nella libreria. Deve piacerti.

Ecco, a me il concetto che qualcosa deve piacermi per imposizione superiore sta un po’ sul cazzo. Trovo che alcuni classici vivano di rendita, un po’ come quei politici che occupano il cadreghino da eoni e non hanno intenzione di staccarcisi.

3) Hanno creato qualcosa che altri hanno perfezionato

Terzo e ultimo punto, lasciatemelo articolare un po’ con due esempi, Uno studio in rosso di Arthur Conan Doyle e Noi di Yevgeny Zamyatin.

Uno studio in rosso è il romanzo che ha praticamente inventato la moderna detective story. Anche se il primo romanzo del genere è ritenuto La pietra di Luna di Wilkie Collins, che fu pubblicato una ventina di anni prima rispetto a quello di Doyle, e la figura di Sherlock Holmes deve molto al Dupin di Poe, è proprio grazie a Uno studio in rosso che abbiamo avuto i capolavori indiscussi del genere che sono L’assassinio di Roger Akroyd di Agatha Christie e La figlia del tempo di Josephine Tey.

Il problema è che il primo romanzo giallo è anche un pessimo romanzo giallo.

Mi spiego. La prima parte di Uno studio in rosso è più che valida. Il lettore viene introdotto dal narratore John Watson all’affascinante personaggio di Sherlock Holmes e comincia a familiarizzare con le sue peculiari capacità deduttive, si incontra in seguito un mistero e Holmes, attraverso le sue capacità analitiche, riesce a venirne a capo. Dove il romanzo naufraga è nella seconda parte, in cui viene analizzata per filo e per segno la storia dell’assassino. Quello che la Christie avrebbe condensato in uno spocchioso monologo di Poirot davanti a una stanza gremita di sospetti, qui è un lungo flashback che spezza la narrazione e occupa l’intera seconda metà del romanzo. Non so se mi spiego.

Lo stesso dicasi di Noi di Yevgeny Zamyatin, che è il romanzo che ha inaugurato il genere distopico finendo per ispirare capolavori indiscussi (ebbene sì, ancora quel termine) quali 1984 di George Orwell, Il mondo nuovo di Aldous Huxley e Antifona di Ayn Rand. In sostanza, è il nonno di Hunger Games. Ma è anche un romanzo talmente antiquato da suonare quasi ridicolo – ed è questo forse il motivo per cui i “figli” di Zamyatin sono oggi più famosi del padre.

Alcuni classici hanno sì il merito di aver creato qualcosa di nuovo, ma la realtà dei fatti è che, il più delle volte, sono altri che sono venuti dopo ad aver, per così dire, perfezionato l’arte.

Direi che delle tre ragioni che ho cercato di buttar giù, la principale, quella che per quanto mi riguarda ha più peso, è senza dubbio la prima. La terza può invece considerarsi quella più “oggettiva”, ma è sempre un aggettivo che va preso con le pinze.

Insomma, questo è quanto, i tre motivi per cui non vado matto per i classici della letteratura – oddio, in realtà è applicabile anche ad altre cose, tipo i film. Ancora una volta, non sto tentando di convincere nessuno: se amate i classici, buon per voi. Come sempre, sono solo i miei due cents.