Recensione – “Last Argument of Kings” di Joe Abercrombie

Bene, ci siamo. La fine del viaggio. Last Argument of Kings, il terzo ed ultimo episodio della trilogia fantasy della First Law di Joe Abercrombie.

Il cerchio si chiude dopo un anno e un mese, giorno più, giorno meno. Nel settembre 2011, dopo aver terminato A Dance With Dragons di George R.R. Martin ero alla disperata ricerca di un fantasy brutto, sporco e cattivo che colmasse il vuoto lasciato dalla lunga estate delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco. Ho sentito parlare per la prima volta di Joe Abercrombie proprio sul forum di westeros.org e poi ho visto che era The Blade Itself era stato recensito positivamente anche da Zweil. Long story short, alla fine è piaciuto anche a me. Così come mi è piaciuto il seguito, Before They Are Hanged.

Mi mancava solo la terza e ultima parte. E ora eccovela.

La scheda del libro

Last Argument of Kings (First Law #3) di Joe Abercrombie
Pubblicato da Gollancz
Anno 2008
670 pagine
Prezzo di copertina 8,99£
Il libro su Amazon

L’ultima argomentazione degli scrittori fantasy un gradino sopra la media

Rifacendoci alla classica formula che divide la storia in tre atti, possiamo dire che, dove The Blade Itself costituiva la presentazione dei personaggi e Before They Are Hanged seguiva le loro vicende fino all’inevitabile crisi e conseguente raggiungimento del punto più basso, altrettanto classicamente, Last Argument of Kings chiude la trilogia della First Law con il climax e la risoluzione del conflitto.

La parola chiave è, per l’appunto, “classico”.

Sulla carta, infatti, la trilogia di Joe Abercrombie che narra le gesta di Logen Ninefingers, Jezal dan Luthar, Sedan dan Glokta, Ferro Maljinn, Bayaz il Primo dei Magi e il capitano West non è niente di innovativo o rivoluzionario. È una classica storia fantasy che segue tutte le regole. Tuttavia riesce a essere migliore di tanti altri romanzi simili grazie a un’interessante rilettura dei topói di genere e, soprattutto, a una caratterizzazione intelligente e magistrale che porta il lettore a riconoscere all’istante i protagonisti della serie e a legare con essi, per quanto le loro azioni non sempre possano considerarsi eroiche,

Dunque, dopo il risultato fallimentare della spedizione voluta da Bayaz e che ha portato Logen, Jezal e Ferro in capo al mondo ritornano a casa e le loro strade si dividono. Mentre Jezal deve riadattarsi alla propria vita, e recuperare il tempo perduto con Ardee West, Logen decide di ritornare a Nord, dove la sua vera battaglia, quella contro Bethod, sta avendo luogo. Di ritorno nell’Unione è anche l’inquisitore Glokta, scampato per miracolo all’esercito Gurkish che ha assediato e distrutto Dagoska, e sempre più stretto in un gioco politico tra due padroni troppo invadenti.

Ma le minacce dell’impero Gurkish e di Bethod e i suoi Northmen vanno anche a inserirsi in un periodo di particolare tumulto per l’Unione, dal momento che il re giace sul suo letto di morte e i due eredi sono morti, uno ucciso da West nel nord, l’altro dai Gurkish a Angland.

Va da sé che c’è parecchia carne al fuoco in questo romanzo, molta di più rispetto ai precedenti. E, nonostante Abercrombie sia passato dalle 515 pagine di The Blade Itself alle quasi settecento del presente volume, per parecchio tempo, durante la lettura, ho avuto come l’impressione che non ci fosse abbastanza spazio per risolvere le trecentomila cose lasciate insolute. In realtà poi c’è anche spazio per un lungo epilogo alla Signore degli Anelli – solo, ovviamente, in stile Abercrombie.

Last Argument of Kings è un libro con molta più azione, rispetto ai precedenti. Quasi si potrebbe dire che è un vero e proprio fantasy tradizionale. Dopotutto c’è una grande guerra e i protagonisti, eroi o antieroi che siano, devono unire le loro forze per avere salva la pelle.

Quindi, la mia impressione con il qui presente romanzo è che Abercrombie abbia scelto di rimanere in un territorio più sicuro, di giocare secondo le regole, per dare alla storia orizzontale che ha percorso la sua trilogia una chiusura. Una chiusura più che degna, va detto, ma comunque qualcosa di meno rispetto ciò che mi aspettavo dall’autore di The Blade Itself – ossia l’eccellenza.

Ci sono determinati colpi di scena che sconvolgono le carte in tavola, in questo romanzo. Ma non sono niente di drammaticamente originale. Il primo e probabilmente più importante, che per ovvi motivi non vado a spoilerare, è riuscito sul momento, sì, a sorprendermi, ma poi, una volta analizzato a mente fredda, mi sono reso conto che non solo l’avevo già visto in Dragon Age: Origins (scusate se lo cito sempre ma, assieme alla Torre Nera di King e le Cronache di Martin, Dragon Age: Origins è stato l’“oggetto narrativo” che mi ha fatto amare il fantasy), ma che è anche una cosa che accade spesso, e non solo nei fantasy. Poi ovviamente Abercrombie ha rovesciato il topos, ma anche lì, un po’ di magia si è persa, visto che perfino io avevo capito cosa sarebbe successo.

Difatti l’unico momento in cui Abercrombie, per così dire, ritorna in carreggiata, è durante l’epilogo. Quando le due guerre sono concluse e la storia sembra prossima alla fine, ecco che spuntano cento altre pagine prima della parola fine. Che cosa contengono queste cento pagine? Non l’epilogo della vicenda, che si è già conclusa, ma l’epilogo delle vicende personali dei protagonisti. Di norma non sono un fan dei – chiamiamoli così – viaggi verso i Rifugi Oscuri, dei libri che si attorcigliano su loro stessi nel disperato tentativo di non finire, ma qui, nella trilogia della First Law, ci vuole. Anzi, è necessario. Il perché è presto detto: il lettore medio (me, ad esempio) non ha seguito fedelmente la serie per sapere come andava a finire la Ricerca di Bayaz o la guerra contro l’Impero o chi avrebbe governato il Nord. Sarebbe incredibilmente riduttivo, un po’ come dire che tutto ciò che conta nelle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco è sapere, alla fine, quali regali chiappe si poseranno sul Trono di Spade.

Il vero motivo che ha spinto me e molti altri personaggi a leggere i tre libri sono i personaggi che ne popolano le pagine. È per Glokta, Jezal, Logen, Ferro e West che ho fedelmente seguito la storia – addirittura comprando una copia cartacea di ogni libro da mettere in bella mostra nella libreria. La ricompensa che come lettore mi aspettavo era sapere del destino dei protagonisti che ho imparato a conoscere e ho visto crescere, non la risoluzione di una serie di conflitti che, in fondo, esistono solo per portare i personaggi all’azione. Last Argument of Kings, come i due romanzi che l’hanno preceduto, è una storia guidata dai propri personaggi, e visto che l’epilogo mi rivela il loro destino, per quanto sia lungo, non è affatto un inutile prolungamento della storia, ma la vera ragione per cui sono arrivato a leggere fino a quel punto.

In conclusione

Ho poco da dire su una serie di romanzi che mi è piaciuta e che è rimasta di qualità costantemente alta, una volta arrivato al terzo capitolo.

Last Argument of Kings, come i suoi predecessori, è un buon fantasy. Un fantasy eccellente, a dire la verità. Uno da consigliare.

Si può rimproverare a Joe Abercrombie di aver cercato un gioco più sicuro, questa volta, di aver osato meno del solito, ma basta questo per fare di Last Argument of Kings un romanzo leggibile e niente di più? Io penso di no. C’è un passettino indietro rispetto agli altri due titoli? Sì, per certi versi, ma è meno godibile come romanzo per questo? Assolutamente no.

Abercrombie, ormai lo si è capito, penso, è uno scrittore che mi piace parecchio, con un’ottima abilità a caratterizzare i personaggi e uno stile invidiabile, molto visivo, lucido, cinico e a volte perfino divertente. La trilogia della First Law è stato un gran bel viaggio – uno che consiglio di intraprendere anche a voi, se già non l’avete fatto – e sono curioso di vedere come se la caverà con i tre romanzi stand-alone ambientati nello stesso universo, Best Served Cold, che ho appena comprato, The Heroes, che mi interessa come pochi (anche se ho parecchie riserve nei confronti dell’edizione italiana curata da Gargoyle, visti soprattutto i problemi che ho avuto con l’adattamento di The Steel Remains di Richard K. Morgan) e Red Country, in uscita a fine mese.

Voto finale

Recensione – “Before They Are Hanged” di Joe Abercrombie

Chiudere un libro con il sorriso sulle labbra non è una cosa che ho fatto spesso, quest’anno. Ma per fortuna ogni tanto è capitato, come nel caso del romanzo in questione.

Sette mesi fa recensivo The Blade Itself di Joe Abercrombie, definendolo uno di quei fantasy “che piacciono a me”, ossia violenti, cinici, con moralità grigia, senza eroi creati con lo stampino, e permeato da una sottile vena di awesome. Ma The Blade Itself è solo il primo volume che compone la trilogia della Prima Legge (The First Law Trilogy), e poi ci sono due romanzi stand-alone, di cui uno (su cui ci sono aggiornamenti costanti sul sito personale dell’autore, www.joeabercrombie.com) sarà pubblicato alla fine di quest’anno, sempre ambientati nell’universo della First Law, e poi ancora, stando al contratto che Abercombie ha firmato con la Gollancz, tre romanzi, probabilmente una trilogia. Ricapitolando avremmo:

  • Trilogia della First Law
  1. The Blade Itself (2006)
  2. Before They Are Hanged (2007)
  3. Last Argument of Kings (2008)
  • Romanzi stand-alone
  1. Best Served Cold (2009)
  2. The Heroes (2011)
  3. Red Country (2012)

E sappiate che non sto divagando solo per allungare la recensione o per inserire una lista dei libri che compongono la serie (anche se è una cosa utile), ma era solo per dire che, sebbene The Blade Itself mi fosse piaciuto, c’era sempre il rischio che il secondo romanzo deludesse le mie aspettative, che erano piuttosto altine. Del resto quante volte mi è già successo? …coughLaraMannicough

Il risultato? Everything went better than expected.

La scheda del libro

Before They Are Hanged di Joe Abercrombie
Pubblicato da Gollancz
Anno 2007
570 pagine
Il libro su Amazon

Riusciranno i nostri eroi…?

The Blade Itself, in quello che ho giudicato e giudico tutt’ora un brillante sconvolgimento delle regole del fantasy eroico “classico” (post-tolkeniano, se vogliamo), dedicava ampio spazio alla presentazione dei personaggi principali, annunciava vagamente che c’era una Quest da portare a termine e, senza troppe cerimonie, si concludeva.

Nel secondo volume della trilogia, Before They Are Hanged, le cose si movimentano un po’ e la trama effettivamente avanza – ma neanche troppo, perché chi scrive è pur sempre Joe Abercrombie, e Joe Abercrombie se ne impippa delle regole del fantasy.

Il libro comincia con l’Unione sotto attacco da più fronti: a Nord incombe la minaccia di Bethod, autoproclamatosi King of the Northmen, mentre a Sud è l’Impero a destare più di una preoccupazione.

West, fresco di promozione e inviato a Nord, si ritrova suo malgrado a fare da balia al principe Ladisla anziché partecipare attivamente alla guerra contro Bethod. Similmente, l’Inquisitore Glokta è stato inviato dal Consiglio a Dagoska, con il doppio incarico di risolvere la cospirazione che sta dietro la scomparsa (e il probabile omicidio) del suo predecessore, Davoust, e di organizzare le difese della città in vista dell’assedio a cui si stanno preparando le legioni imperiali.

Ma il troncone principale della storia è quello dedicato alla compagnia di unlikely heroes mutuata dal libro precedente. Guidato da Bayaz, il Primo dei Magi, il gruppo di (anti)eroi composto dal barbaro Logen Ninefingers, il giovane e viziato guerrieriero unionista Jezal Dan Luthar e l’ex schiava dell’Impero assetata di vendetta Ferro Maljinn, è in missione verso un luogo non precisato per fare una non precisata… cosa. Che però è di vitale importanza. Altrimenti non sarebbe il fulcro di un romanzo fantasy, no?

Esatto, anche qui assistiamo allo spettacolo di Abercrombie che gioca con i canoni del fantasy. Bayaz, che di tutti i personaggi è l’unico che ha la cognizione di ciò che sta succedendo e quindi della minaccia che incombe sul mondo, non è il classico stregone prodigo di infodump, proprio per niente. Vi basti sapere che per quasi tre quarti del romanzo il lettore non sa nulla di nulla della ragione del viaggio (è come se i questgiver in un qualsiasi RPG consegnassero al giocatore dei quest log in bianco e ti dicessero tutti sorridenti: “Toh, ciapa e va’”.), e anche dopo che Bayaz fornisce un po’ di informazioni – anche lì solo dietro minaccia da parte di Ferro – in realtà il lettore non ha chiaro al 100% che cosa sta succedendo. Ma va bene così.

Va bene così perché, in ultima analisi, Before They Are Hanged non è un romanzo che parla di una Quest. Se, difatti, The Blade Itself ruotava attorno alla presentazione dei personaggi, questo libro ci parla dell’evoluzione psicologica dei sopracitati Logen, Luthar, Ferro, Glokta e West. In particolare i primi tre, diversissimi tra loro eppure costretti a viaggiare insieme, partono con il disprezzarsi a vicenda e finiscono per conoscersi, comprendersi e, perché no, anche ad accettarsi. Questo è ciò che Joe Abercrombie sa fare meglio: creare personaggi reali, vividi, con il quale il lettore possa legare non in virtù del ruolo che ricoprono (non sono eroi senza macchia e senza paura), ma piuttosto per ciò che essi sentono, per come reagiscono a determinate situazioni, per come parlano o si comportano, per come vedono il mondo, per come maturano.

Also, battaglie a più non posso. Se nel primo romanzo avevamo solo il duello di Luthar, qui siamo in guerra, e quindi le sanguinose scene di schermaglia si sprecano. Come sempre, lo stile di Abercrombie resta impeccabile non solo quando si tratta di caratterizzare un personaggio, ma anche quando c’è da estrarre la spada e combattere.

Diversamente da molti “volume 2”, Before They Are Hanged non è un semplice riempitivo in attesa del gran finale. C’è tutto ciò che mi è piaciuto del romanzo che lo precede, in più la storia comincia a formarsi sotto gli occhi del lettore e i personaggi, che si ritrovano tutti in situazioni diverse rispetto a quelle narrate in The Blade Itself, sono costretti a maturare per adattarsi all’ambiente che li circonda. Condite il tutto con una prosa più che eccellente, carica di sarcasmo, ironia e cinismo, e troverete facilmente uno dei migliori romanzi fantasy del decennio. Sul serio.

E per finire, una nota sull’edizione italiana

Fregati, non c’è un’edizione italiana. O meglio, non ancora.

Il punto è che, prima di scrivere la recensione, avevo in mente di scrivere un minirant sull’editoria italiana e sul fatto che i romanzi di Abercrombie fossero ignorati, mentre ci si sbracciasse per portare qua da noi porcate del calibro di Warm Bodies o Switched (per i motivi descritti egregiamente dal Duca nel suo post). In realtà, poi, a volte capita che mi documenti su ciò che sto per scrivere (neanche troppo spesso, comunque, sono pur sempre uno scrittore esordiente italiano), ad esempio ho scoperto che Joe Abercombie sarà pubblicato in Italia dalla Gargoyle.

Un’ottima notizia, direte voi. E invece non troppo.

Lo so che sembro il solito whiner che blogga di tutto ciò che non gli piace anziché elogiare gli sforzi di un piccolo editore di a) uscire dal suo target abituale e b) portare in italia FINALMENTE un autore che merita, perché lamentarsi è tanto divertente e invece alle critiche costruttive ci puzzano i piedi. Però cercate di ascoltarmi.

Il libro di Abercrombie che la Gargoyle pubblicherà in Italia è The Heroes che, se guardate la lista all’inizio dell’articolo (visto che era utile?) è l’ultimo dato alle stampe, l’anno scorso. E vabbè, direte ancora una volta voi, da qualche parte bisognerà pur cominciare, senza contare che The Heroes sta nell’elenco dei romanzi stand-alone, per cui si può anche leggere senza aver letto la trilogia. Mica tanto. Perché The Heroes è ambientato durante una battaglia di tre giorni (lo so, una figata) che contrappone le forze dell’Unione a quelle dei Northmen e spoilera allegramente la fine della First Law Trilogy. Dafuq?

Per cui, mi rivolgo lo stesso a voi, Editrice Nord, Fanucci, Newton Compton, e anche a te, editore che pubblica epic fantasy e che non ho menzionato. Per piacere piacerino, puoi portare in Italia la trilogia della First Law di Joe Abercrombie? Non per me che l’ho quasi letta tutta, ma per gli altri lettori che non leggono in inglese o perché non conoscono la lingua, o perché non se la sentono di sobbarcarsi migliaia di pagine in una lingua a cui non sono abituati. Ne vale la pena non solo perché sono romanzi di alta qualità, ma anche, dal punto di vista del becero marketing, perché potete pubblicizzarlo come “Il Martin della nuova generazione” o “La saga fantasy più realistica dai tempi delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco” o “Questo tizio qui la Troisi se la mangia a colazione con il pane imburrato e il succo d’ananas”.

Perché, ok, sono contento che Abercrombie arrivi finalmente in Italia, ma perché partire con il romanzo sbagliato, dai…

Voto finale

Recensione – “22/11/’63″ di Stephen King

Questa è la recensione di un romanzo di Stephen King, per cui partirò con la doverosa premessa che feci anche l’anno scorso, al momento di recensire Notte buia, niente stelle: Stephen King non è il mio scrittore preferito, Stephen King è DIO.

Stabilita questa fondamentale premessa, passiamo alla reccy vera e propria. Il romanzo in questione è il nuovo 22/11/’63, quello col titolo osceno (che, per una volta, è orribile anche in inglese e non solo frutto di una traduzione fatta ad minchiam) e con i viaggi nel tempo. Proprio così: al momento dell’annuncio si parlava di viaggi nel tempo per impedire a Lee Harvey Oswald di uccidere John Fitzgerald Kennedy quella mattina del 1963 a Dallas.

Insomma, siamo nel campo della fantascienza, più o meno. Ok, non è proprio fantascienza canonica, perché alla fin fine anche in La straniera della Gabaldon si parlava di viaggi nel tempo, e quel libro è considerato un precursore del filone paranormal romance, però se proprio devo classificare 22/11/’63, la mia scelta ricadrebbe sul genere fantascientifico. Che, a voler ben guardare, non è un genere con cui si diletta spesso. A memoria, l’unico altro pezzo di King in cui fosse presente un elemento fantascientifico è il racconto Il Viaggio contenuto nella raccolta Scheletri. [Edit delle 19:00 - mi fanno notare che di fantascientifico c'era anche L'acchiappasogni... chissà come mai mi era passato di mente.]

Il mio dubbio era: come farà King a essere King scrivendo di materie a lui estranee? Basti pensare che i suoi ultimi due romanzi (uno riuscito, l’altro – dicono – un po’ meno) parlavano di una cupola che imprigionava una città del Maine e di un pittore senza un braccio che si ritira in un’isola infestata nel sud della Florida.

La risposta è semplice. Ricordate? Stephen King è Dio.

La scheda del libro

22/11/’63 di Stephen King
Pubblicato in Italia da Sperling & Kupfer
Anno 2011
Pagine 768
Prezzo di copertina 23,90€
Il libro su Amazon

Il viaggio nel tempo secondo Stephen King

La storia parte con Jake Epping, giovane insegnante alle prese con la correzione dei paper dei suoi studenti (e qui è una goduria leggere che cosa ne pensa King sull’argomento), che viene interrotto da una telefonata del suo amico Al Templeton, proprietario della tavola calda preferita di Jake, che gli chiede senza mezzi termini di raggiungerlo alla Casa del Fatburger perché deve dirgli una cosa parecchio importante. Jake raggiunge l’amico – che aveva visto quel giorno stesso non più tardi della pausa pranzo – e, con sommo stupore, lo trova invecchiato ed emaciato. In più, Al ha un cancro incurabile in fase terminale che apparentemente si è preso dalla mattina alla sera.

Alla richiesta di spiegazioni da parte di Jake, Al ne spara una che potrebbe essere degna di una gara di sboronate tra ubriachi: nella cantina del bar c’è un passaggio temporale che collega il nostro quando con il 1958. E quale miglior modo di convincere Jake se non mostrandoglielo? Entrato nella buca del coniglio, Jake si trova teletrasportato nell’America di fine anni ’50.

Ritornato nel 2011, Al comunica a Jake che la buca del coniglio non è un bel posto in cui andare in vacanza (o cercare di curarsi il cancro con terapie vecchie di cinquant’anni che, sorpresa sorpresa, non funzionano), ma è anche l’unica possibilità che hanno per cambiare il futuro del mondo. Certo, non si potrà impedire l’attacco alle Torri Gemelle, ma si potrà attendere fino al 1963 e impedire l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy stimando che questo influenzerà l’omicidio di Martin Luther King e la guerra in Vietnam.

Si tratta di una missione particolarmente impegnativa, perché l’omicidio Kennedy è tutt’ora avvolto nel mistero e nelle cospirazioni. Jake non può rintracciare Lee Harvey Oswald e sparargli nel 1960, perché né lui né Al sono sicuri che sia stato realmente lui e che abbia agito da solo (mossa tremendamente intelligente da parte di King per evitare di cadere in un plot hole non indifferente).

Così, Jake comincia a vivere nel 1958. Troverà amici, amore e, alla fine, proverà a cambiare il nostro futuro.

Quindi, come dicevo, uno scenario abbastanza inconsueto per colui che è (a ragionissima) universalmente riconosciuto come il re dell’horror. E, va precisato, il meccanismo del rabbit-hole – che poi è più o meno un ponte di Einstein-Rosen, non è questa grande novità nella narrativa del viaggio nel tempo, così come non suonano nuove le chiacchiere sull’effetto farfalla. Tuttavia King è pur sempre l’uomo che ha fatto narrativa horror con automobili e dita che escono dalle tazze del cesso.

E anche terribili mostri-lampada...

Il meccanismo del viaggio nel tempo in 22/11/’63 è ridipinto in una maniera che trovo molto inquietante. Un esempio su tutti: la prima persona che Jake incontra una volta nel 1958 è un barbone che Al chiama l’uomo con la tessera gialla, perché porta infilata nella fascia del cappello una tesserina gialla. Durante il primo viaggio, la tessera è, per l’appunto, gialla. Nel secondo diventa arancione e nel terzo è diventata completamente nera. Eppure il passato non avrebbe dovuto sentire la presenza dei viaggiatori.

Il 1958 di King è un passato che non vuole essere cambiato e farà di tutto per impedire a Jake di compiere la sua missione. Creepy.

I favolosi anni ’60

Grande protagonista del libro, ancora più della missione per salvare Kennedy, a dire il vero, è la vita di Jake nel passato. Si tratta anche della parte migliore del libro, quella più toccante, quella in cui King dà il meglio di sé, prendendo il lettore (Fedele Lettore, nel mio caso) e accompagnandolo per mano nel mondo che è stato in grado di creare con le parole.

Jake, che ora si fa chiamare George, riprende a fare l’insegnante – del resto dovrà pure occupare gli anni che vanno dal 1958 all’assassinio di Kennedy – si trasferisce in un paesino di nome Jodie, dove avrà modo di cambiare la vita di molte persone e di innamorarsi di Sadie, la bella bibliotecaria della scuola. Una storia d’amore bella e genuina come non si leggeva dai tempi de La storia di Lisey (l’altro grande capolavoro post Torre Nera).

Ma ovviamente siamo in un romanzo di Stephen King, e quindi può andare tutto dritto per i due piccioncini? Ma certo che no. Sadie ha infatti un ex marito la cui bussola da tempo non segna più il Nord e Jake teme, perché il passato è infido, che sia un pericolo.

Perché è il passato il grande antagonista in 22/11/’63, sia esso sotto forma di ex mariti squilibrati o di delinquenti con i quali si è scommesso qualche soldo di troppo (leggete il libro e capirete), non tanto Lee Harvey Oswald, che qui ci viene restituito con un’umanità che va al di là delle risibili teorie del complotto che l’hanno circondato nel corso degli anni.

Una persona così perbene... Salutava sempre...

In conclusione

Quando i vuminghi (vuminguno ha curato la traduzione, un’impresa che deve essere stata ardua) scrivono sul loro blog che

22/11/63 è il romanzo più intenzionalmente politico di King.

mi viene voglia di far partire qualche bestemmione carpiato. Perché sono tutte stronzate pretenziose. 22/11/’63 non è un libro politico, non è un libro filosofico, è una Grande Storia che casualmente parla dell’assassinio di Kennedy. Oswald e Kennedy sono solo degli espedienti che servono per raccontare una bellissima storia in grado di inquietare, appassionare, divertire e commuovere.

È un libro che vale la pena di leggere perché è in grado di tenere il lettore incollato alla pagina dall’inizio alla fine delle oltre settecento pagine. Anzi, a un certo punto non vi ritroverete più con di fronte una pagina scritta. Sarete a Derry, a Jodie, a Dallas, a respirare l’aria (maleodorante e fumosa) dei primi anni ’60, a ballare il lindy-hop, a bere una root beer dal sapore intenso. È questa la grande magia racchiusa in 22/11/’63: il libro stesso è un rabbit-hole che conduce nel mondo descritto da King.

C’è gente che lo dice ogni volta che King pubblica un romanzo, perché è una bella frase a effetto. Questa volta mi aggiungo anch’io perché 22/11/’63 merita.

Il Re è tornato, lunga vita al Re.

Voto finale

Consigli di lettura (in formato epub)

Segnalo velocemente, tra una ripetizione del discorso per la discussione della tesi di laurea e l’altra, tre libri in formato digitale che mi sembrano interessanti.

Premetto che non li ho letti, ma ne ho sentito parlare bene, mi ispirava la storia e, in un caso, ho già letto qualcosa dell’autore e lo apprezzo. Sono tutti e tre romanzi autopubblicati e reperibili gratuitamente su internet. Il che è bene.

Lagomorpha di Matteo Poropat

Si tratta di una raccolta di tre racconti e per convincervi a scaricarla userò solo due parole.

CONIGLIETTI. ASSASSINI.

Disponibile in formato pdf, epub e mobi sul sito dell’autore.

Marstenheim di Alessandro Scalzo

Un romanzo fantascientifico ambientato in una colonia terrestre abbandonata dalla madrepatria in cui si aggirano personaggi loschi in un mix tra fantasy e fantascienza.

Il romanzo è risultato finalista al Premio Urania 2009 ed è disponibile qui in formato epub e mobi e qui in formato pdf.

Da segnalare che Marstenheim ha ottenuto una recensione positiva anche da Gamberetta, cosa non proprio semplicissima, almeno per un autore italiano.

Una notte al Ghibli di Samuel Marolla

Samuel Marolla è autore di un racconto per la raccolta Archetipi di Edizioni XII – il migliore dell’antologia, a mio insindacabile parere. Ha anche pubblicato la raccolta di racconti Malarazza per Mondadori, all’interno della tristemente famosa collana Epix, giusto prima della mia amica Claudia Salvatori e del suo memorabile (sarcasm mode: off) Abel.

Una notte al Ghibli è un piccolo raccontino a tinte fosche di poco più di venti pagine. Vale la pena leggerlo non solo perché è gratis, ma anche e soprattutto perché Marolla scrive bene ed è bravissimo a creare suspense e ad attanagliare il lettore (leggete il suo racconto di Archetipi, se non vi fidate).

Disponibile qui in formato pdf, epub e mobi.

Recensione – “La strada” di Cormac McCarthy

Voglio sovvertire la struttura ossessiva compulsiva delle mie recensioni. Qui partirò subito dal voto, ne spiegherò le motivazioni e poi… vai con l’insalata!

La strada di Cormac McCarthy è uno di quei libri che mi ricorderò per sempre. È uno di quei libri che consiglierò agli amici. È uno dei migliori libri letti quest’anno. Il che significa che è il primo libro a meritarsi una recensione da 5/5.

Questo vuol dire che è un libro perfetto? No. È un romanzo molto ma molto buono, però ha le sue pecche.

E allora perché quel voto così alto, papà castoro?

Perché alle volte le storie che certi scrittori raccontano sono così potenti che smettono di essere parole nere scritte su carta giallognola e diventano qualcosa di simile ai ricordi. Ti penetrano e si scavano un cantuccio vicino al cuore – anche nel cuore di quelli più aridi. Ecco, questo è stato per me leggere La strada. Un’esperienza, più che un passatempo. E capita così di rado con dei libri, ultimamente.

Ecco, il voto è questo e la spiegazione sta scritta sotto. Ho ucciso la suspense (come no…), però il lato positivo è che potete mandarmi a quel paese subito e non a fine articolo. Il che è un bel vantaggio.

La scheda del libro

La strada di Cormac McCarthy

Pubblicato da Einaudi

Anno 2006

218 pagine

Vincitore del premio Pulitzer 2007 per la fiction

La strada sul sito dell’editore, su Ibs e su Amazon

La storia

La trama del libro è quanto di più semplice ci possa essere. Alcuni dicono che è anche troppo semplice e che per duecento e passa pagine non succede niente. Io non sono d’accordo. Può sembrare che sia così, e ammetto che l’azione è poca, ma in realtà la trama non è mai noiosa.

La strada parla di un padre e un figlio – chiamati l’uomo e il bambino non tanto perché siano figure rappresentative di specifiche categorie, quanto perché non c’è assolutamente nessun motivo di dar loro alcun nome – che viaggiano all’interno di una cornice postapocalittica. Cercano di arrivare al mare, sapendo già di non trovarci granché, e poi proseguono il loro viaggio fino al drammatico finale. Tutto qua.

Ora, Cormac McCarthy di solito scrive western, mentre questo è a tutti gli effetti un horror postapocalittico. Eppure può non sembrare il classico horror postapocalittico, difatti gli aspetti sociali della fine del mondo sono talmente in secondo piano da essere quasi invisibili, e tutta la storia è focalizzata su una parte del viaggio dell’uomo e del bambino.

E poi c’è da dire una cosa. McC non racconta nulla di epico, ma si limita a snocciolare una serie ciclica di eventi: l’uomo e il bambino camminano, hanno fame, quasi muoiono di fame, sopravvivono, riprendono a camminare. Ecco, in un libro postapocalittico in genere il villain non è la fame, ma un Randall Flagg che tenta di ricreare una società autoritaria, violenta e in possesso di tecnologie atomiche. Ma nei libri di McC il grande avversario dei protagonisti è di rado un uomo, è piuttosto la natura a essere quella che, in senso canonico, chiameremmo antagonista. Per cui in La strada, McC piega le regole del postapocalittico e fa misurare l’uomo e il bambino non con gli umani crudeli – cioè, ci sono anche loro, ma il loro apporto è assai trascurabile – ma con i loro bisogni fondamentali.

Uno su tutti: mangiare.

Può sembrare banale, ma ci vuole talento per fare qualcosa del genere. Ad esempio c’è una scena, a pagina 95, in cui l’uomo e il bambino, sul punto di morire di fame, trovano dell’acqua incredibilmente potabile in una cisterna e delle mele avvizzite ma ancora commestibili.

Passarono il pomeriggio avvolti nelle coperte a mangiare mele. E a bere acqua dai barattoli. L’uomo tirò fuori il pacchetto di polverina al gusto d’uva, lo aprì, lo versò nel barattolo, mescolò e lo diede al bambino, che gli disse: Sei stato bravo, papà.

Ecco, arrivato a questo punto il lettore si sente quasi liberato da un peso. L’uomo e il bambino stanno solamente mangiando mele e bevendo acqua, però la scena banalissima diventa quasi epica, perché mangiare e bere significa vivere. È come se avessero sconfitto centinaia di draghi o orde di zombie. Eppure ci vuole talento per trasformare in epica la banale azione di mangiare una mela marcia. E difatti McC di talento ne ha da vendere.

Dico non dico

Capitolo stile. McC è un minimalista, uno che non crede nei fronzoli e nelle descrizioni dettagliate. Se deve dire “maglione” dice “maglione”, non ti sta a raccontare il maglione partendo dalla vita della pecora che ha dato la lana. E questo è un bene, perché evita di riempire il libro di inutile infodump, ovvero di sbrodolamenti informativi che dovrebbero rendere più chiaro un concetto ma che finiscono inevitabilmente per appesantire il testo. Certo, l’assenza di infodump obbliga il lettore a tenere acceso il cervello e a colmare da sè alcune cose che McC omette volontariamente.

Un esempio su tutti: l’evento che ha causato la fine del mondo.

Ora, se La strada fosse stato scritto da, chessò, Stephen King, non solo sapremmo nel dettaglio che cosa ha causato lo scenario apocalittico, ma non meno 300 pagine del libro – che, se fosse stato scritto da King, sarebbe stato lungo per lo meno 800 pagine – sarebbero state dedicate alla descrizione dell’evento e agli effetti che questo ha sulle vite dei protagonisti.

E invece McC? Lui decide di relegare il tutto a un minuscolo flashback.

Gli orologi si fermarono all’una e diciassette. Una lunga lama di luce e poi una serie di scosse profonde. Lui si alzò e andò alla finestra. Cosa c’è?, disse lei. Lui non rispose. Andò in bagno e premette l’interruttore ma la corrente era già andata via. Un debole bagliore rosato alla finestra. Lui si chinò su un ginocchio e alzò la levetta per bloccare lo scarico della vasca e aprì al massimo tutti e due i rubinetti. Lei era ferma sulla porta in camicia da notte, aggrappata allo stipite, una mano a sostenere il pancione. Cosa c’è? Che succede?

Non lo so.

Perché ti fai il bagno?

Non mi faccio il bagno.

Tutto qua. Solo un misero paragrafo in duecento e passa pagine. Che poi, mentre leggevo, mi sono chiesto come mai McC non descrivesse una cippa di niente del cataclisma. Da una parte so che è il suo modo di scrivere, di suo ho già letto Non è un paese per vecchi e Figlio di Dio e anche lì scene vitali erano omesse e salti temporali dati per scontati. Però da un altro punto di vista mi è venuto il sospetto che, alcune volte, lo stesso McC non sapesse dove andare a parare.

Il libro comincia con l’uomo e il figlio in viaggio ed è la narrazione del cammino. Però McC non si è mai degnato nemmeno una volta di dirmi che cosa sperassero di trovare una volta raggiunti al mare. Non ha creato una motivazione sufficiente, e questo per un libro può essere fatale. Se non sei un maestro della scrittura, per lo meno. CoughClaudia SalvatoriCough.

Un altro plot hole riguarda il bambino. Ora, premetto di essermi fatto un’idea del tutto personale di che età abbia. Io credo abbia più o meno dieci anni, a giudicare da come si esprime; posso anche inserire la sua età in una forbice che va dagli otto anni, all’età dell’attore Kodi Smit-McPhee, che interpretava il bambino nell’adattamento cinematografico, cioè tredici anni. Ma se quando l’apocalisse è cominciata (vedi flashback precedente) il bambino non era ancora nato, quanto tempo ci ha messo la società per collassare? Quanto tempo ci hanno messo l’uomo e sua moglie per decidere di andarsene verso sud? No, perché in altri punti, McC lascia intendere che l’apocalisse è stata improvvisa e ha fatto subito molte vittime (descrive, ad esempio, i morti all’interno delle macchine in coda sull’autostrada). Quindi perché non partire subito? Perché aspettare almeno dieci anni in un posto devastato anziché cercare un luogo sicuro?

Certo, con problemi come questi sembra quasi strano che La strada si sia beccato un 5/5 e gli elogi del sottoscritto.

Forse perché sei un paraculo e ti diverti a dare voti bassi agli esordienti italiani e non ti azzardi a stroncare autori del calibro di Cormac McCarthy?

A parte che non ce lo vedo McCarthy o perfino il suo agente leggere una recensione negativa su un blog che non si caga nemmeno mia madre e incazzarsi. A parte che non ho mai detto di non essere un paraculo. Il motivo della recensione positiva c’è ed è il bambino.

Il bambino

Ecco, so già quello che state pensando, ma quando dico che il libro mi è piaciuto per via del bambino, intendo che il personaggio creato da McC, pur nella sua quasi sovrabbondante assenza di caratteristiche utili a individualizzarlo (non ce n’era bisogno), è uno di quelli che ho trovato impossibili da non amare.

Ora, io già lo sapevo qual’era il significato metaforico del libro. Un romanzo postapocalittico può avere una sola morale, ed è quella che gli uomini, immancabilmente, con la dissoluzione della società regrediscono allo stato di bestie. La strada non fa eccezione, McC, volontariamente o meno parla anche di questo.

Ma non solo. Infatti, in un mondo privo della forza delle regole sociali, valgono le regole della giungla, e questo lo si osserva anche nel romanzo più e più volte. Però qui entra in scena il bambino. Con lui è come se McC ci dicesse: “Guardate che, apocalisse o meno, è possibile rimanere umani”. E il bambino è umano, estremamente umano. Nella sua innocenza, si dimostra anche più buono del padre, che alla fine della fiera è stato il suo mentore – ossia quello che gli ha insegnato a essere umano.

Eppure la cosa che a me personalmente ha colpito è che il bambino non ha mai conosciuto la società degli uomini così com’era prima dell’apocalisse. Difatti, come sta scritto nel flashback di poco sopra, la madre era incinta al momento del cataclisma. In sostanza, da un bambino che non ha mai conosciuto cose come la solidarietà e l’altruismo, mi aspetterei come minimo cinismo, o che trovasse per lo meno naturale la legge del più forte del nuovo mondo postapocalisse. Invece niente di tutto questo.

C’è una scena, a un certo punto, in cui un ladro ruba all’uomo e al bambino tutti i loro averi. Ecco, quelle sono le pagine credo più toccanti di tutto il libro (a me personalmente hanno fatto molto più effetto del finale, per dire).

Consiglio finale

E poi c’è l’ultimo, immancabile consiglio per gli aspiranti scrittori. Non centra niente con la recensione in sé, però, se rientrate tra questi, io una leggiucchiatina la darei.

Leggete McCarthy, e parecchio. McCarthy scrive bene, senza fronzoli, in maniera un po’ troppo minimal, ma comunque impeccabile. Potete anche cercare manuali di scrittura, incluso quello che sto cercando di buttare giù, impararne a memoria ogni insulsa regolina, anche quelle che sono in contraddizione tra loro (come con la Bibbia, insomma), ma non vi servirà a niente se non vi prendete la briga di leggere gente che ci sa fare. McCarthy è uno di questi.

Un esempio. A volte leggo scritti di esordienti, alcuni pubblicati altri no. La cosa di cui mi lamento più spesso è l’irrealtà nei dialoghi. Ora prendiamo La strada:

[L'uomo e il bambino, nascosti nella boscaglia, si imbattono in un tizio che fa parte di una specie di banda di survivors]

[L'uomo:] Dove stavi andando?

[Il tizio:] Stavo andando a cacare.

Con il camioncino, intendo.

Non lo so.

Cosa vuol dire non lo so? Togliti la mascherina.

L’uomo si sfilò la mascherina dalla testa e se la tenne in mano.

Vuol dire che non lo so, disse.

Non sai dove stai andando?

No.

A cosa va quel camioncino?

Va a gasolio.

Quanto ne avete?

Ci sono cinquantacinque taniche da tre litri nel cassone.

Avete le munizioni per quei fucili?

L’uomo guardò verso la strada.

Ti ho detto di non voltarti.

Sì. Ce le abbiamo le munizioni.

Dove le avete prese?

Le abbiamo trovate.

Bugiardo. E cosa mangiate?

Quello che troviamo.

Quello che trovate.

Già. Guardò il bambino. Tanto non mi sparerai, disse.

Questo lo dici tu.

Hai solo due pallottole. Magari una. E poi gli altri sentiranno lo sparo.

Gli altri. Ma tu no.

E tu che ne sai?

Perché la pallottola viaggia più veloce del suono. Entrerà nel tuo cervello prima che tu la senta. Per sentirla ti servirebbero il lobo frontale e degli affari chiamati collicolo e giro temporale, che tu non avrai più. Saranno ridotti in poltiglia.

Sei un medico?

Non sono un bel niente.

Generalmente chiunque pronunci parole come “velocità del suono”, “collicolo” e “giro temporale” in un dialogo, scriverà una frase o piena di infodump, o che suonerà terribilmente falsa. Qui no, è come nei dialoghi di Tarantino, con meno parolacce.

Bene, direi che più o meno è tutto. Ci ho messo una vita a scrivere questa recensione; tra capodanno, febbre e bronchite sono stato un po’ impegnato. Ritardo giustificabile, e poi ne valeva la pena, no? XD

Linkini vari

 

Recensione – “Notte buia, niente stelle” di Stephen King

Doverosa premessa. Stephen King non è il mio scrittore preferito. Stephen King è DIO.

Nonostante io cerchi di essere il più possibile oggettivo, la recensione che segue, sarà probabilmente viziata da questo fatto.

La scheda del libro

Notte buia, niente stelle di Stephen King

Pubblicato da Sperling & Kupfer

Anno: 2010

418 pagine

Tradotto da Wu Ming 1!!!!1one!

Notte buia, niente stelle su Ibs

La raccolta si compone di quattro storie, tre novelle di un centinaio di pagine cadauna e un racconto-cuscinetto che è tipo il Lussemburgo tra Francia e Germania. Vediamoli uno per uno.

1922

Un uomo, un agricoltore dell’America rurale, con la complicità del figlio adolescente, uccide la moglie, rea di essere un po’ stronza e di non voler rispettare il volere del marito sulla vendita di un terreno di sua proprietà. L’omicidio è brutale, animalesco (kinghiano) ma è solo l’inizio. Infatti avviene a pagina 18. Per le restanti 130 pagine seguiamo il declino morale ma soprattutto fisico di Wilf James e suo figlio Hank, tormentati non tanto da impalpabili fantasmi, ma da ratti affamati che spuntano fuori nei punti più improbabili.

 

Il Nebraska. È un posto palloso, a meno che tu non abbia uscciso tua moglie e sepolto il cadavere in giardino.

Qui, in 1922, l’orrore soprannaturale sta a zero. Certo, ci sono i già citati ratti e l’incontro con la moglie morta, ma avvengono quando Wilf è in preda al delirio della febbre. In realtà nel corso di tutta la storia l’orrore deriva per la maggior parte dall’atmosfera di degrado, miseria e ineluttabilità e, soprattutto, da quel gesto iniziale, l’atto tutto umano di privare della vita un’altra persona.

Maxicamionista

Una storia di vendetta. Una donna, l’immancabile scrittrice-da-romanzo-di-Stephen-King, viene brutalmente stuprata e quasi uccisa dopo una conferenza.Similmente a moltissime donne che subiscono lo stesso trattamento, nasconde tutto non sporgendo denuncia alla polizia. Ma questo solo perché ha intenzione di vendicarsi di persona dell’uomo che l’ha violentata.

In questo racconto abbiamo la donna borghese che si trasforma in una spietata (?) assassina, in quello che ormai è un topos letterario abbastanza comune: la persona “come tante” che fa qualcosa di straordinario e che per nulla si adatta al suo ruolo sociale.

Sulla carta, poi, questa avrebbe potuto essere la storia più dura e di difficile digestione dell’intera raccolta. Ma non è così, una volta letta. Intanto perché si può veramente biasimare una donna stuprata e strangolata che si fa giustizia da sè? Ma, al di là di questo – dettaglio che, semmai, porterà il lettore a simpatizzare per la protagonista – King inserisce nella storia elementi grotteschi che rendono il racconto non solo piacevole da leggere, ma anche divertente, in alcuni punti. Già, perché Tess, la nostra scrittrice sventurata, forse per il trauma cranico, forse per lo shock, forse perché dopo l’aggressione è veramente cambiata, non si limita a sentire le voci nella testa come l’80% dei personaggi di King. No, lei le vede e ci parla proprio. Pagine di dialoghi con gatti, vecchine protagoniste dei suoi gialli, cadaveri e, soprattutto, con il Tom Tom, che è il suo grande alleato nel suo percorso verso la vendetta e la verità. Se King con questa tecnica abbia voluto alleggerire la storia io non lo so, non lo posso sapere, sta di fatto che ha funzionato, per lo meno con me.

Un esempio su tutti, l’incontro tra Tess e Goober, un cane.

«Goober?» Che diamine, per un cane di campagna era un nome come un altro. «Mi chiamo Tess. Ho un po’ di hamburger per te. Ho anche una pistola con dentro un proiettile. Adesso aprirò la porta. Se fossi in te, sceglierei la carne. Siamo d’accordo?»
[Tess entra in casa e scopre che Goober è solo un innocuo Jack Russel]
Tess rimise la pistola nella tasca del giubbotto e accarezzò il cane. «Buon Dio! E pensare che ero terrorizzata!»
«Non c’è bisogno di aver paura», disse Goober. «Ehi, dov’è Al?» [Il padrone di Goober]
«Meglio non chiedere», rispose Tess. «Vuoi un po’ di hamburger? Ti avviso, potrebbero essere andati a male.»
«Qua, baby», fece Goober.
[...spoiler...]
«Perché sorridi?» chiese Goober. «Vuoi favorire?»
«No, grazie», rispose Tess. «Da dove posso cominciare?» [A perquisire la casa]
«E che ne so? Io sono solo il cane. Posso avere un altro po’ di quella carne di mucca? È saporita.»
(p. 267)

Ecco, questo è il livello di grottesco. Mi sembra un po’ propenso a scivolare verso l’assurdo, senza scaderci mai completamente.

Un’ultima nota. Anzi, una tirata d’orecchie a King – che sono sicuro, leggerà questa recensione. A pagina 230 c’è quella che io chiamo una piccola disonestà da parte dell’autore nei confronti del lettore. Anzi, del Fedele Lettore, nel caso mio e di King.

Risalite le scale e tornata in cucina, [Tess] prese il coltellino svizzero multilama e lo infilò nella stessa tasca, la sinistra. Nella destra mise invece la Lemon Squeezer calibro 38… e un altro oggetto.

Non si fa. Cattivo Stephen King. Non si dice al lettore “un altro oggetto” quando tu scrittore sai benissimo che cos’è. Il lettore si fida di te e rimette i suoi occhi nei tuoi, vede quello che tu vuoi fargli vedere, signor scrittore. E se non è immorale nascondere le cose in piena vista (non sarebbe esistita Agatha Christie, altrimenti), lo è fare quello che King ha fatto in questo passaggio. Come se dicesse: “Ha-ha, qui c’è un dettaglio fondamentale, io lo vedo e voi no, pappappero”. Capito che intendo?

La giusta estensione

Sarà per lo meno il terzo racconto in cui King varia sul tema “uomo che fa patto con diavolo-barra-entità soprannaturale che gli propone un’offerta terribile”. Nella passata antologia Tutto è fatidico, i racconti di questo genere erano due: L’uomo vestito di nero e Riding the Bullett – Passaggio per il nulla. Solo che questa volta è divertente. Il che mi porta a pensare che “questi sono racconti cupi e duri come pugni nello stomaco” sia solo l’ennesima panzana sparata per vendere più copie. Già perché su tre racconti che dovevano essere difficili da digerire, questo è il secondo che finisco di leggere con un sorriso soddisfatto sulle labbra.

Comunque, qui abbiamo un uomo, malato terminale di cancro, che incontra un ambulante. L’ambulante è il diavolo. Il diavolo sembra che non abbia nulla da fare a parte fare patti con gente a caso. Questa volta l’affare è: tu mi dai il cancro e io rovino la vita alla persona che odi di più. Io ci metterei la firma, e anche il protagonista. Segue lungo elenco di disgrazie. Fine del racconto.

Una storia perversamente a lieto fine, ma banalotta, a mente fredda. Sembra quasi un racconto scritto di fretta per riempire trenta pagine. In breve, La giusta estensione, finora, è il racconto più brutto di NBNS. Del resto anche Wu Ming 1 ci aveva avvertito, quando in quarta di copertina lo definiva: “un buon racconto breve”. Il che mi fa pensare che “un buon racconto breve”, nel gergo di quelli che non sputano nel piatto in cui mangiano, significa in realtà un racconto sciapetto, al di sotto della media del Re.

Diciamoci la verità, queste trenta-quaranta pagine potevano benissimo essere riempite in tutt’altro modo. Perché perché perché, invece di questo sgorbietto grottesco e cinico, King non ci ha ficcato una ristampata di Morality, bellissimo e, quello sì, duro come un calcio sui denti, o un Blockade Billy, sempre affascinante storia sul baseball?

Intendiamoci, non è un brutto racconto, ma è dannatamente sottotono. Tantoché, prima del finale spietato e divertente, l’unico giuzzo è avvenuto quando, di punto in bianco, si è citata la Torre Nera. Sì, proprio lei, giusto per scaldare il cuore del Fedele Lettore impantanato in una storia che, sinceramente, fa rimpiangere La canzone di Susannah (il capitolo peggiore della saga, a mio avviso).

«La vita è bella, eh?»
«Molto bella», rispose Streeter. «Lunghi giorni e piacevoli notti.»
Goodhugh alzò le sopracciglia: «Questa dove l’hai presa?»
«Boh, forse l’ho inventata. Ma è vera, no?»
(pp. 301-302)

Lunghi giorni e piacevoli notti.

In questo racconto, forse per la prima volta in vita mia in una storia del Re, mi trovo anche a riscontrare brutture stilistiche.

A pagina 300, ad esempio, abbiamo nientepopodimeno che una frase in sospeso.

[La fontanella neoclassica col putto pisciante] Era stata un’idea di Norma, ne era certo. Norma era tornata all’università per studiare arte e letteratura e aveva pretese classicheggianti. Eppure, vedere una cosa del genere, illuminata da un perfetto tramonto del Maine, sapendo che anche quello veniva dagli affari di Tom con la spazzatura…

Eh, e poi cosa? Ti eri stancato di scrivere? Non si lasciano i pensierini aperti, non nella narrazione, per Diana.

C’è anche un errore di quelli gravi. Non narrativi, leggete e capirete.

L’aereo su cui viaggiavano due membri della rock band Blink-182 precipitò. La cattiva notizia: morirono quattro persone. La buona notizia: i due musicisti sopravvissero, una volta tanto… anche se uno sarebbe morto dopo qualche tempo. (p. 312)

Ora, io non so se l’errore sia di traduzione, oppure di nonno Steve che sarà ferratissimo quanto vi pare sul rock anni Settanta, ma di punk revival non ne sa una beata mazza, fattostà che l’incidente aereo non coinvolse due membri dei Blink, ma solo uno, il batterista Travis Barker. Che, grazie a Dio, non morì e si riprese dall’incidente. L’altro musicista coinvolto era la buonanima di DJ AM, al secolo Adam Goldstein, ex membro dei Crazy Town (altra band sfigata: due dei sette membri originari morti prematuramente) e collaboratore di Barker, ma mai, mai membro dei Blink. Ok, sono un cagacazzi, ma se lo so io che vivo in Italia e non sono un fan sfegatato dei Blink-182, lo saprà King, che vive nella loro stessa nazione, no?

Aggiornamento delle 19:30 Lo stesso Wu Ming 1, frase inglese alla mano, mi ha mostrato che l’errore è di Stephen King.

Travis Barker e DJ AM.

Un bel matrimonio

Il migliore dei quattro, se mi è concesso dirlo. E l’unica storia che si potrebbe definire, come da battage pubblicitario “dura e spietata”. Qui una donna scopre che il marito è un serial killer e cercherà di venirci a patti.

Tra tutte, lo ripeto, è la storia più dark. La protagonista è uno di quei personaggi che ti sembra di conoscere, che non possono essere solo immagini mentali di uno scrittore riportate su carta, sono troppo reali per esserlo. A tratti ricorda un po’ Dolores Claiborne, a tratti no. A differenza dei precedenti, qui non è presente nè l’elemento grottesco, nè un briciolo di soprannaturale. Ed è un bene. La storia è tesa e si fa leggere con foga.

In conclusione

La sensazione finale è che NBNS sia molto diverso dalla raccolta-capolavoro cui era pretestuosamente stato avvicinato, cioè Stagioni diverse. Di là avevamo corruzione, ma anche speranza e redenzione. Qui più che un certo perfido gusto per il grottesco non ho visto, sinceramente. Le tanto decantate storie “durissime” non ci sono. O per lo meno, non sono così dure. Per un paragone, provate a leggere La ragazza della porta accanto di Jack Ketchum (edito in Italia da Gargoyle Books). È un libro di merda, ma quella è una storia dura. Lo stupro di Maxicamionista al confronto è una puntata della Melevisione. Ma, sia chiaro, non me la prendo mica con King, lui il suo lavoro di mastro narratore l’ha fatto. No, ce l’ho ancora una volta coi buffoni che marketizzano un’opera spacciandola per quello che non è. King negli anni Ottanta e Novanta era solo uno “scrittore horror”, privo di dignità letteraria grazie ai babbei che non sapevano vedere in lui niente che non fosse horror. Ora gli stessi babbei hanno deciso che quelle di NBNS sono storie dure che parlano di donne. Contenti loro…

Voto finale 4/5

Recensione – “Figlio di Dio” di Cormac McCarthy

Questa recensione è un po’ meno approfondita delle altre, perché nasce da un commento al libro che ho postato ieri su aNobii e che è andato piacendomi. Senza contare, ovviamente, che Cormac McCarthy non ha bisogno che qualcuno dica se i suoi libri sono belli o brutti, non è uno scrittore emergente che si muove nel mercato italiano, per cui penso possa accontentarsi di quello che passa in convento.

La scheda del libro

Figlio di Dio di Cormac McCarthy

Pubblicato da: Einaudi

Anno: 1973

168 pagine

Figlio di Dio sul sito dell’Einaudi e su IBS

La trama

Direttamente dal sito dell’editore:

Lester Ballard, il protagonista di questo romanzo, è uno dei tanti «poveri bianchi» che popolano le catapecchie e i cortili del Sud rurale, le campagne fuori dal tempo dove la Storia è scandita dai linciaggi e dalle pubbliche impiccagioni, dove la promiscuità e l’incesto sono la regola, dove la miseria e l’abiezione rendono incongrua, quasi surreale, la sporadica comparsa di un’aula di tribunale o di una stanza d’ospedale.
Nello spazio di una breve gelida stagione, Ballard, il contadino solitario, amante della caccia e del whisky fatto in casa, si trasforma in un animale da preda: da feticista a stupratore, ad assassino, a necrofilo.
Le scorribande sempre piú sanguinose di questo serial killer controcorrente hanno come cornice la natura violenta e il paesaggio incantato delle montagne del Tennessee, e a commentarle è un coro di personaggi che, come sempre, attinge a quel museo degli orrori che è l’immaginazione di uno scrittore peraltro capace di insospettate, improvvise delicatezze.

Come sempre ci sarebbe da discutere sull’effettiva vicinanza della trama in quarta di copertina con i fatti letti nel libro. Lo spazio, lì dietro, è poco. Sarà, ma fino ad ora non ho visto una sola sinossi che corrispondesse degnamente all’opera che mi apprestavo a leggere. Qui almeno ci vengono risparmiati i sofismi metafisici.

Il mio commento

Se fossi intellettualoide, userei termini come “discesa nella follia”, “rottame umano e metafisico”, “stritolato dall’implacabile ingranaggio sociale” e l’immancabile “critica della società americana”.

Ma non sono un lettore intellettualoide. Sono un lettore che si lascia affascinare dalle storie per quello che sono sulla carta, e non per ciò che appaiono nella mente dei critici.

Per questo Figlio di Dio di Cormac McCarthy mi è piaciuto. Forse anche più di Non è un paese per vecchi. Anzi, senza il forse, molto di più.

Lester Ballard è un reietto, Lester Ballard è cresciuto in una famiglia disfunzionale, Lester Ballard è inquietante, Lester Ballard è violento, Lester Ballard ha una sessualità deviata.

Lester Ballard diventa un serial killer. Non succede “perché”, succede e basta.

La prosa di McCarthy porta alle estreme conseguenze lo show, don’t tell che deve essere la regola numero 1 di ogni scrittore, e crea un romanzo nudo e crudo, in cui i personaggi (anzi, IL personaggio) sono caratterizzati dalle loro azioni più che dai loro pensieri.

Fossi un lettore intellettualoide, cercherei a tutti i costi un significato recondito. E probabilmente lo troverei, sbagliato, ma lo troverei.

Ma non sono un lettore intellettualoide. Io guardo alla storia. E quella c’è ed è fantastica.

Voto finale 4/5

Recensione – “Esbat” di Lara Manni

Avevo premesso che di Esbat di Lara Manni avevo sentito parlare solo bene e, per una volta, il grande gregge di internet aveva ragione.

La scheda del libro

Esbat di Lara Manni

Pubblicato da: Feltrinelli

Anno: 2009

Il primo volume di una trilogia composta da Sopdet e Tanit (che guarda caso sono i nomi che vorrei dare ai miei figli)

Esbat su laFeltrinelli.it e su IBS

La sensei e l’inutile Ivy

Poiché il risvolto di copertina dell’edizione Feltrinelli è ingarbugliato, dice senza dire nulla e, come sempre avviene con chi ha una concezione pretenziosa del libro e della lettura, più che parlare di trama blatera di metafisica, tenterò una breve sinossi dell’opera – e non sarà facile: io ho l’elefantiasi da racconto, non riesco a scrivere roba che sia corta e, nel contempo, esaustiva.

Si parte con la sensei, una mangaka nipponica che ha appena terminato la sua ultima serie di fumetti, ambientata in un mondo fantastico popolato da demoni, maghe, streghe, guerrieri, mezzi draghi e amenità varie da anime. Ma il trionfo della sensei per l’epocale conclusione del suo magnum opus è di breve durata. Hyoutsuki, bellissimo demone e main villain della storia, le piomba in casa e le chiede di cambiare il finale della storia, perché quello che per la sensei è disegno, per lui è reale.

La sensei, diventata una tredicenne in calore in meno di cinque secondi, si innamora di Hyoutsuki e temporeggia nello scrivere il finale per poterlo rivedere ancora e ancora. Piccolo particolare, il passaggio di Hyoutsuki dal mondo immaginario del manga a quello reale avviene attraverso un rituale che si chiama Esbat e che prevede che chi lo officia sacrifichi una parte di sè stesso durante la cerimonia. Le prime ad andare sono le dita, poi la sensei troverà un altro modo per portare da sè il meraviglioso demone frutto della sua fantasia.

Parallelamente a questa vicenda, la Manni racconta la storia di Ivy, ragazzina brutta grassa e stupida, che viene iniziata a una setta Wiccan deviata da alcune sue compagne di classe. Non ho molto da dire al riguardo, perché effettivamente si tratta di una storia inutile. Anzi, ho l’impressione che sia stata aggiunta di proposito per inserire qualche pizzico di Italia in una storia che poteva benissimo avvenire per intero in Giappone – e sarebbe stato meglio, per inciso.

Senza contare che, da un lato, le vicende che vive la sensei sono organiche e permeate di sense of wonder, mentre quelle di Ivy sono un pasticcio fatto di adolescenza e stregoneria demente. Sono collegate solo per un breve dettaglio, verso la fine. E spero vivamente che la Manni abbia inserito Ivy solo come cliffhanger in attesa di Sopdet, perché altrimenti sarebbe tragico.

 

Pa-tump. Come la sensei, nemmeno io ho mai usato questo suono in un articolo su un blog.

 

La scrittrice che leggeva Stephen King

Lo stile di Lara Manni mi piace, e mi spingerò anche a dire che è sopra la media per essere quello di un autore italiano. Scorre veloce, comunica tensione nei momenti giusti e, soprattutto, non è infarcito di pretenzioso lirismo. Eppure è a tratti melodioso.

A tratti invece no. L’unica cosa che può infastidire anche il lettore più temerario, infatti, è l’osessivo inserimento di citazioni, alcune proprio inopportune, come questa:

Cenere ovunque. Cenere che copre il piatto con un avanzo di tonno crudo che marcisce sotto lo zampettio di un paio di mosche. Cenere che galleggia in un recipiente di ramen istantaneo.  Cenere raggrumata in una tazza di tè. Cenere su un libro di poesia aperto a metà. Soffia via. Legge:

Tu che ti insinuasti come una lama

Nel mio cuore gemente; tu che forte

Come un branco di demoni venisti.

Baudelaire, I fiori del male. (pag. 199)

Che cavolo centra con la descrizione ansiogena del ritrovamento della sensei agonizzante? Perché Lara Manni non si è accorta di quanto spezzasse il ritmo?

E ancora:

Masada trattiene un conato di nausea, il pavimento ondeggia sotto i suoi piedi come se fosse su una nave in tempesta.

Sul veliero dell’albergo, sì.

Chiamatemi Ismaele. Sono sulla baleniera di Achab e il mare è in burrasca. Ma io devo catturare il mostro. Un passo ancora e un altro, e l’orrore tornerà negli abissi. (pag. 201)

Ora, passi che Masada è un uomo poetico e riflessivo, passi che si è appena riavuto da un momento di furia in cui per poco non ha ucciso la sua principessa, passi che è vittima dell’iperventilazione. Ma uno in quello stato, quando cavolo lo trova il tempo di pensare a Moby Dick?

A prescindere da queste obiezioni doverose, Lara Manni sa comunicare l’angoscia della suspense, e a mio avviso lo fa perché è una che ha letto Stephen King.

Debiti. Ne ho moltissimi. Non solo nei confronti di Stephen King, che ho apertamente e doverosamente omaggiato. (pag. 276, Ringraziamenti)

Si vede quando uno ha letto – ma letto sul serio – Stephen King. Per lo meno, io me ne accorgo, perché si intuisce dal modo di impostare una scena, dal modo di trattare e guardare a un personaggio nei momenti di tensione. Piccole cose che, sommate, creano belle pagine che non si leggono, semplicemente volano via.

E, a proposito di zio Steve, credo che dia il meglio di sè quando scrive di baseball, perché lui è uno che ama il baseball e i suoi dannati Red Sox. E anche Nick Hornby scrive bene di calcio e musica, perché è uno che ama il calcio e la musica ed è in grado di trasmettere questo amore anche a chi del calcio e della musica non frega niente. Lara Manni, invece, ama i manga. E si vede, cavoli se si vede. Io invece odio i manga, credo siano una cosa da nippomani sfigati (poi dopo l’orripilante esperienza con Battle Royale è un capitolo definitivamente chiuso per me), eppure ho amato la sensei e il suo universo immaginario. Questo per dire che è un libro scritto col cuore, nonostante i difetti, e che quindi è una buona lettura per tutti, non solo per gli otaku che scrivono fanfiction.

Voto finale: 3/5 (sarebbe stato un 4/5 senza Ivy e la sua esasperante inutilità)

Consiglio: Comprate questo libro, se vi aggrada. Capita di rado leggere qualcosa di urban fantasy scritto da un italiano che non si rifugi nei soliti stereotipi medievaleggianti.

E, se volete, passate pure a salutare Laura sul suo blog, aggiornato abbastanza frequentemente e non prolisso come il mio.

Box acquisti recenti. È arrivato, ordinato su IBS, La figlia del tempo di Josephine Tey, che è universalmente riconosciuto (anche su Plutone) come il miglior giallo della storia, ho acquistato anche il primo libro di Lansdale della serie Hap e Leonard, Una stagione selvaggia, Manuale per sopravvivere agli zombi di Max Brooks (che userò per documentarmi in vista del NaNoWriMo, anche se la mia storia non parla di zombie), e per la serie italian-fantasy che passione, Alice nel paese della vaporità di Francesco Dimitri.