Recensione – “Il sogno della Bella Addormentata” di Luca Centi

I ragazzini che ascoltano musica questionabile, sono preponderanti sui social media e si comportano, in genere, da deficienti si chiamano bimbiminkia.

I deputati del Movimento 5 Stelle che stanno in Parlamento ma non hanno idea di come funzioni la faccenda – o di come si scriva un decreto legge o un emendamento – si chiamano deputatiminkia.

Seguendo la scia, lo steampunkminkia è un genere letterario, di solito opera di giovani autori italiani dal dubbio talento, che in apparenza si rifà allo steampunk vittoriano, senza però di tale sottogenere possedere alcuna conoscenza, né articolata né basilare. Il risultato è quindi un romanzo pastrocchiato la cui lettura causerà più risa isteriche e facepalm che senso di meraviglia.

Se esistesse un canone dello steampunkminkia, Il sogno della Bella Addormentata di Luca Centi sarebbe un romanzo fondamentale, in quanto incarna tutti gli elementi propri del sotto-sottogenere. Ma proprio tutti, eh. Tanto è vero che ho letto da qualche parte l’autore che lo definiva: “un misto tra fantasy, fantascienza e steampunk”. Che è la definizione più figa dell’universo, ammettetelo.

Anyway, se il nome Luca Centi vi fa suonare una campanella è perché, nel 2009 ha pubblicato con Piemme Il silenzio di Lenth (ebbene sì, è munito di pagina su Wikipedia italiana, perché noi non ci facciamo mancare niente), romanzo cardine del fantatrash italiano famoso più che altro per una delle ultime recensioni decenti di Gamberi Fantasy. Nella recensione, che vi invito a recuperare, l’autore veniva accusato di non saper scrivere molto bene e il suo editor di essere un criceto, o qualcosa del genere. Sebbene non abbia personalmente letto il romanzo in questione, posso ugualmente affermare due cose: a) Luca Centa non scrive molto bene e, b) il suo editor è ANCORA un criceto.

La scheda del libro

Il sogno della Bella Addormentata di Luca Centi
Pubblicato da Piemme Freeway
Anno 2013
252 pagine
Prezzo di copertina 16.50€
Prezzo ebook 9.99€
Il libro su Amazon, anche in formato digitale

Che cosa succede

Incontriamo la nostra protagonista, Talia, durante una festa in cui, con somma creatività:

Gli uomini se ne stavano in disparte a discorrere di politica, impettiti e rigidi, con un bicchiere sempre pieno in mano, mentre le donne preferivano parlare del tempo o di come la casa fosse stata addobbata, con tende di velluto, tappeti pregiati e tavoli colmi di vivande

Ma appare subito ovvio che Talia non si trova alla festa di… ehm… Sir Hamilton… Infatti la seguiamo mentre agguanta un tizio a caso dalla folla, ci balla un po’ assieme e poi, attraversata la stanza, lo sbologna, aggiungendo informazioni date alla cazzo di cane:

Ed era certa che quel ragazzo non l’avrebbe seguita per assicurarsi che stesse bene, così come non le aveva chiesto nulla a proposito dei suoi occhi: uno era verde e l’altro color ambra.

Grazie. Sapere della sua eterocromia degli occhi era proprio necessario per immergermi nell’azione. Inoltre, non è che una tizia con gli occhi di due colori diversi veniva additata da tutti e derisa.

Ma, vabbè. Talia si imbosca nelle stanze private di… ehm Sir Hamilton… e gli sottrae un oggetto che si chiama Meriggio di Mercurio, e poi decide di svignarsela, ma senza attirare l’attenzione su di sé. Umh, ma come, mi domando? Scappando dalla finestra. Sì, perché un ospite che si smaterializza nel nulla e non viene più visto dai padroni di casa desterà molta meno attenzione di, chessò, qualcuno che resta alla festa fino a un orario conveniente per poi andare a casa. No, Talia deve avere ragione. D’altra parte lei è una ladra esperta.

Il suo cocchiere, Archie, la riporta a casa, dove ad attenderla c’è anche la governante francese, Madame Vivienne. Che è un’esperta nella gestione della casa. Un po’ come Talia è un’esperta ladra.

«Ha guidato la carrozza per tutta la notte» le spiegò Talia. «È stanco e potrebbe farsi male con i suoi attrezzi.»
Finalmente Madame Vivienne perse la sua solita compostezza.
«Lo pensate davvero?»
«Spesso i domestici si fanno male per il troppo lavoro […]»

“Voglio dire, sono il membro della servitù di livello più alto nella vostra dimora, ma ho davvero bisogno che mi spieghiate come funzionano le cose che dovrebbero essere di mia competenza, Miss Talia!”

Ok, tagliamola corta che non ho voglia di sprecare diecimila parole per ‘sto libraccio. Quelle sono solo per Goodkind. In sostanza, Talia deve recuperare degli artefatti con gli ingranaggi (e quindi chiaramente steampunk), chiamati Peccati, che suo padre, inventore, aveva prima creato e poi, per chissà quale motivo, non distrutto ma dato via. Per fortuna Talia è in possesso di una bussola trova Peccati che a) funziona solo in estrema prossimità al peccato stesso; b) nessuno si degna di spiegare come funziona, e quindi è una puttanata colossale.

Un giorno, Talia riceve una lettera da un certo Cornelius Cobbald che le dice di sapere dove si trova un peccato, ma Madame Vivienne è allarmata (l’unico tratto di personalità di Madame Vivienne è che è SEMPRE preoccupata per qualcosa, qualsiasi cosa) perché circola voce che l’uomo sia un Nubilante. Cosa sono i Nubilanti? Ma ovviamente i membri di una setta segreta che vuole dominare il mondo da dietro le quinte, no?

Così Talia si reca a casa di Cobbald per sentire quello che l’uomo ha da rivelarle.

Superò il cancello, che trovò aperto, e percorse il breve vialetto.

Ma certo! Non lo sapevate che nell’Ottocento le visite sociali funzionavano esattamente come quando vostra nonna viene a trovarvi? Il padrone di casa lasciava l’ospite libero di entrare quando voleva, senza nessuno a riceverlo, e l’ospite, soprattutto se era una giovane donna nubile in visita a un uomo non sposato, era sempre da sola e non si accompagnava mai e poi mai a uno chaperon o a un cicisbeo.

Cobbald rivela a Talia che l’ultimo dei Peccati è nascosto a Londra, recentemente acquistato da una ricca vedova che viene identificata come nobildonna ma mai chiamata con un titolo nobiliare, di nome Irene Cavendish. E allora Talia decide di partire per Londra e recuperare il manufatto. Assieme all’allegra combriccola di governante e cocchiere.

«Madame Vivienne, che avete?» le domandò.
«Io… io non so se me la sento di viaggiare, mademoiselle» confessò l’altra, con voce tremante. «Non ho mai lasciato Windsor […]»

Oh, stronzate. Sei una fottuta cameriera francese che lavora in Inghilterra.

Ma, spezziamo una lancia in favore di Madame Vivienne (che è zitella e che pertanto dovrebbe essere Mademoiselle, ma non stiamo a sottilizzare, magari è vedova): Londra è una città pericolosa. E non per i big alien-gorilla-wolf-motherfuckers, purtroppo, ma perché, nella continuità di questo romanzo, la successione a Guglielmo IV – che nel nostro continuum, come tutte le successioni al trono britannico, è pacificamente regolata dall’Act of Settlement della regina Anna – è piuttosto turbolenta, con due fazioni che si affrontano in una specie di guerra civile tra supporter di Vittoria e di Ernesto Augusto (che nella vita vera divenne re di Hanover). Eppure, nonostante tutto, bisogna partire. All’avventura!

Certo, non prima di essersi assicurati che la casa sia in ordine.

«Spero che Linda abbia compreso bene le mie istruzioni» borbottò Madame Vivienne, dopo neanche due minuti. «Non so se quella ragazza è sorda o se semplicemente non capisce la nostra lingua. Forse è davvero sorda e ha annuito per cortesia. Oh cielo, se così fosse…»

Ancora? Ma santo dio, sei il capo della servitù, Madame Vivienne, che lavoro di merda stai facendo se non sai se una tua sottoposta è sorda o meno?

Ma Talia ha compiti più pressanti da affrontare.

L’ultimo peccato era a portata di mano, e lei non se lo sarebbe lasciato scappare. E questa volta senza sensi di colpa. Da come l’aveva descritta Cornelius Cobbald, Irene Cavendish era tutto fuorché una donna gentile.

Perché, ricordatevi, bambini, rubare è ok se la vostra vittima è antipatica.

A Londra Tlaia & Co. saranno ospiti di… ehm… Sir Lummer, amico di faiglia e tutore di Talia dopo la morte del padre. E, tramite a una visita più o meno programmata con una certa Margot Chantall, amica di famiglia del padre di Talia, la nostra eroina tutta vapore e goggles riesce a intrufolarsi nella cerchia di Irene Cavendish.

Durante l’incontro con Miss Chantall, Talia ci delizia con le sue abilità deduttive:

Talia notò che non portava la fede, il che significava che non si era mai sposata.

Un’affermazione idiota per due motivi: primo perché non indossare la fede non equivale univocamente a non essere sposate; e secondo, se per tutto il capitolo si parla di MISS Chantal significa che la donna in questione è signorina. Miss è una parola con un senso, non un’abbreviazione pucciosa da usare intercambiabilmente con Mrs. e Ms.

Segue chiacchericcio, in cui Talia e Margot Chantal parlando dell’infanzia di Talia e di suo padre. Alla fine, il giudizio che la ragazza ha della donna è categorico:

Una volta fuori, Talia avanzò a passo spedito fino alla carrozza e si lasciò cadere sul sedile, sospirando.
«Cos’è successo?» le chiese Madame Vivienne, mentre bussava sul tettuccio della carrozza per avvertire Archie di partire.
«Quella donna è insopportabile!» esclamò Talia dando finalmente sfogo ai suoi pensieri.
«Chi, Miss Chantall?»
«Chi altri sennò? All’inizio ho creduto che avessimo molto in comune, invece mi sbagliavo. Non c’è da stupirsi se nessuno l’ha voluta per moglie!»

Oh, sì. Miss Chantall è un orribile, orribile essere umano. Rea di aver detto cose tipo:

«Quando ho letto la lettera della vostra governante stentavo a crederle. Siete davvero voi?»

E:

«Oh, ma posso aiutarvi io! Credetemi, non faticherete affatto ad ambientarvi e a entrare nella mia cerchia di amici. Amici importanti, se capite cosa intendo.»

E ancora:

«Sono parecchi! Una volta [il padre di Talia] si è intestardito a volervi costruire un pianoforte speciale. Rammento ancora le sue parole. Quelli in circolazione erano troppo “limitati” per voi.»
«Limitati?»
«Proprio così. Vostro padre voleva a tutti i costi costruirvene uno dotato di tasti speciali, che si potessero riconoscere al solo tocco delle dita. Come se foste cieca e ne aveste bisogno!»

E non è finita qui:

«Cara, state bene?»

L’oltraggio non ha fine:

«Piccola cara, penserò io a voi. Domani pomeriggio verrò a prendervi e vi presenterò alcuni miei amici. Lasciate alla mia governante il vostro indirizzo.»

Insomma, bastano queste poche righe per accorgersi che Miss Chantall è davvero una persona orribile, turpe, oscena, disgustosa, e che l’antipatia che Talia prova nei suoi confronti è saldamente evincibile dall’unica scena di cui la donna è stata protagonista. È, come si dice, sotto gli occhi di tutti.

Also:

Le sue parole vennero inghiottite dal rombo di una carrozza a vapore. Incuriosita da quella strana invenzione, Talia si sporse dal finestrino e la guardò estasiata. Era più alta e più larga di una carrozza normale, con ruote più grandi e una grossa scatola nera sul lato posteriore.
Il rumore proveniva proprio da quella scatola – dove con ogni probabilità si trovavano gli ingranaggi – che era collegata a due tubi da cui sbuffavano bianche nuvolette di vapore.

No, è ok, non devi spiegare come funziona, perché tanto… è STEAMPUNK!

Comunque, la nobildonna chiamata Mrs invita Talia a una mostra d’arte. Che, una volta che Luca Centi ce la descrive, ricorda più una scena moderna presa da Sex and the City che non un’occasione sociale pre-vittoriana.

La sala era enorme e le pareti erano ricoperte dai dipinti in esposizione. Nel mezzo, era stato allestito un buffet, ma erano in pochi quelli che si avvicinavano. Preferivano prendere tartine e champagne dai vassoi che i camerieri porgevano loro. Un altro codice di comportamento che Talia faticava a comprendere. Cercavano forse in quel modo di mostrare la loro superiorità? O forse era solo abitudine?

Questa, nel caso ce ne fosse ulteriore bisogno, è un’altra riconferma del fatto che Luca Centi non ha la più pallida idea di come funzionasse la società che lui stesso ha eletto ad ambientazione del suo romanzo, e che ha preferito lasciarsi guidare dal luogo comune che non fare un minimo di ricerca. E sì che sarebbe bastato, anche solo per far suonare il romanzo un minimo più in sintonia con il tempo storico in cui è ambientato, guardare una puntata di Downton Abbey (che è ambientato cento anni dopo, ma per lo meno chi lo ha sceneggiato aveva idea di come funzionassero i rapporti sociali). E non ditemi che siccome è fantasy le norme culturali pre-vittoriane non si applicano perché è un universo alternativo. Non ditemelo che sennò vi prendo a pizze in faccia.

È una situazione stressante:

Pazienza, devo avere pazienza, si ripromise Talia

Peccato che non ti stai ripromettendo una beata fava. Ripromettere significa fare un patto con sé stessi, non qualsiasi cosa Luca Centi e la sua competente editor pensino significhi.

Ma torniamo alla storia. Alle castronerie grammaticali ho dedicato una sezione alla fine della reccy.

Alla mostra, Talia incontra il tizio con cui aveva ballato durante la festa di… ehm… Sir Hamilton, che qui è l’accompagnatore della figlia di Irene Cavendish, Felicity.

«Lasciate allora che mi presenti di nuovo. Mi chiamo Nicholas Gray. E qual è il vostro nome?»
«Talia Rosamond.»
«Talia. Un nome bizzarro.»
«Mai quanto siete bizzarro voi.»
Il giovane le restituì uno sguardo confuso. «Cosa intendete?»
«La vostra innamorata vi sta aspettando, non vedete?» gli fece notare Talia, indicando la ragazza bionda che non gli staccava gli occhi di dosso.
«Siete forse gelosa?» rise Nicholas, con una punta di malizia.
Al loro primo appuntamento le era parso un ragazzo riservato che detestava i convenevoli dell’alta società tanto quanto lei, ma ora… ora le sembrava perfettamente a suo agio nella parte del giovane bell’imbusto.

Solo due piccole considerazioni. Uno: non c’è stato nessun appuntamento, e trovo assurdo che Talia lo descriva in questo modo solo perché si vede lontano un chilometro che Nicholas è il love interest del romanzo. Due: NON È COSÌ CHE INTERAGIVANO I MEMBRI DELL’ALTA SOCIETÀ. Cazzo.

E, sempre con questo spirito, Felicity invita Nicholas a una festa in casa Cavendish la sera successiva, e Nicholas, di rimando, invita Talia. Un invito così diretto in casa Cavendish è per Talia un’occasione unica di trovare l’ultimo dei Peccati. In più, l’autista Archie le propone di incontrarsi con un ex commilitone, un tipo losco, che ha delle informazioni su Irene Cavendish. E Talia gli risponde:

«Lo raggiungeremo questa sera, dopo la festa a casa Cavendish. Anche se spero che, per allora, avrò recuperato il manufatto».

Già da qui si capisce che Talia non troverà il Peccato in casa Cavendish, e che la scena della festa sarà completamente inutile. Ma anche se fosse: perché incontrare un informatore DOPO aver compiuto l’azione per cui eventuali informazioni sarebbero state utili? «Capitano, ci infiltreremo nel covo dei terroristi paraguayani questa notte a mezzanotte. Domani mattina alle otto terremo un debriefing illustrativo su come strutturare l’assalto. Ci saranno delle ciambelle.»

Comunque, Talia si reca alla festa di Irene Cavendish.

«Miss Rosamond, che piacere vedervi!» esclamò. «La mia adorata Felicity mi aveva informato della vostra presenza, ma non immaginavo che avreste accettato.»
«E perché mai?» chiese Talia, sbottonandosi il soprabito e porgendolo al maggiordomo apparso alle sue spalle.
«Vi credevo impegnata. Sapete, siete così amica di Miss Chantall che già vi vedevo a bere un tè con le sue noiose amiche.»
Talia non annoverava certo Margot Chantall tra le sue conoscenze più interessanti, ma il commento della donna la infastidì comunque. C’era superiorità nella sua voce e una punta di disprezzo.
Dalle parole che aveva usato dedusse inoltre che le due si erano frequentate.

Ehi, Luca Centi, mi sa che la deduzione non funziona nel modo che credi tu. Dedurre arrivare a una conclusione basandosi su fatti e ragionamenti logici, non sparare cose a caso. Per amore di tutto ciò che è coniglioso, non scrivere mai un giallo.

Talia si intrufola nelle stanze private della Cavendish e lì viene sorpresa da Nicholas, i due si scambiano qualche battuta che dovrebbe essere una sorta di battibecco con sottotoni romantici (del tutto inadatto alla situazione e alle tempistiche, ma vabbè, che vi aspettavate), poi Talia se ne va all’appuntamento con la spia. Che, ovviamente, vuole essere pagata per scucire informazioni.

«Avete portato la mia ricompensa?»
«E voi? Avete le informazioni che desidero?»
Una breve pausa. «Sì, ma prima il denaro.»
Talia frugò nella veste e ne estrasse un piccolo sacchetto tintinnante.

Really? Sacchetto tintinnante? Cos’è, Luca Centi cercava un’immagine old fashioned o non sa che le banconote erano già in circolazione da parecchio, nel 1836?

Comunque, la spia la informa che la Cavendish è proprietaria di una villa poco fuori Londra, la Magione di Brunilde. E siccome Talia lo ha saputo per vie traverse, il climax della storia si svolgerà lì.

È ora di interrompere l’incontro, ma la spia è in ansia. Già, perché il coprifuoco a Londra è scattato da un pezzo, e in giro potrebbero esserci gli Epuratori a far sì che l’ordine venga rispettato. E gli Epuratori hanno un’arma cazzutissima:

«Strane pistole a vapore. Un vapore che, a detta di molti, infligge indicibili pene. Ma nessuno è sopravvissuto per testimoniarlo.»

Esatto, pistole a vapore. Pistole. A. Vapore. Vi lascio qualche secondo per far sedimentare l’immagine nella vostra testa. E non osate obiettare: sono a vapore, per cui è steampunk. Anzi, STEAMPUNKMINKIA!!

Bla bla bla, dopo un po’ di scene riempitive in cui Talia esplora i suoi sentimenti per Nicholas (che ha incontrato tre volte e con cui ha scambiato in totale meno di una cinquantina di parole), finalmente ci decidiamo ad andare alla Magione di Brunilde. Una volta lì… OH, NO! Viene sorpresa dagli Epuratori. Dagli Epuratori e dalle loro terribili pistole a vapore.

Perfino più steampunk dell’Alice di Dimitri

Risvegliatasi, Talia scopre di trovarsi… a casa di Nicholas! Dun dun duuuun! Nicholas le rivela di essere un agente di Scotland Yard che sta indagando su una serie di furti (quelli dei Peccati) di cui Talia sembra essere la responsabile. Potrei spezzare il capello in quattro e dire che Scotland Yard è la polizia Metropolitana di Londra e non una sorta di servizio segreto, e pertanto crimini avvenuti fuori Londra (Cambridge, Brighton, ecc.) non ricadrebbero sotto la sua giurisdizione (e lo so perché c’è scritto su Wikipedia, non è un’informazione che ho estorto con la tortura al commissario capo). Potrei, ma a che scopo farlo? Per sottolineare che Luca Centi non ha svolto la minima ricerca sul periodo storico di cui andava scrivendo? A che pro, visto che la testi è già stata ampiamente dimostrata?

Comunque, Talia riesce a intortare Nicholas, e solo allora scopriamo che in realtà Nicholas non sta indagando su un semplice furto, ma sulla cospirazione dei Nubilanti. Ma allora perché sono tre quarti di libro che divaga seguendo Talia, un topo d’appartamento, per mezza Inghilterra? Mistero!

Ed è ora che i nostri eroi si uniscano per sconfiggere la cospirazione dei Nubilanti!

Poi, prima che Talia potesse fare o dire qualcosa, si avvicinò al divano e la liberò dalle manette. La ragazza si massaggiò il polso arrossato e lo osservò imbarazzata.
«Grazie» mormorò, confusa. «Che cosa vi ha fatto cambiare idea?»
«I vostri occhi. Vi ho scorto tristezza.»

Ohibò, Nicholas dev’essere un gran bravo poliziotto. “L’ho rapita, torturata, stuprata e uccisa! Ma ora sono triste.” “Ok, sei libero di andare.”

«Vorrei sapere a cosa servono i Sette Peccati, come mai sono così pericolosi» disse. «Sono sicura che la chiave sia nascosta nel loro funzionamento.»

Io invece vorrei sapere com’è che una potentissima organizzazione criminale con tentacoli ovunque si sia fatta bagnare il naso per ben tre volte da una ladra diciannovenne. Suonano temibilissimi, ‘sti Nubilanti.

Ma siccome siamo quasi vicini alla risoluzione del plot, è bene che ci fermiamo e facciamo un po’ di ricerche. Talia si reca quindi in una piccola biblioteca alla ricerca di un libro sull’alchimia che potrebbe spiegarle che cosa sono i Peccati e a quale scopo suo padre li aveva prima costruiti e poi dati via.

«Desiderate?»
La voce arrivava da qualche centimetro più in giù. Quando Talia abbassò lo sguardo vide un ometto con un paio di occhiali enormi che la fissava perplesso.

WTF? Talia è priva della visione periferica, tanto da non vedere un uomo che si trova qualche centimetro più in basso di lei, o è un T-Rex e la sua visione è basata sul movimento?

Ma ritorniamo all’azione principale. Talia e Nicholas vanno alla ricerca dell’ultimo peccato e Talia origlia per caso una conversazione tra Irene Cavendish e un individuo misteriooooooso. I due stanno parlando di un rito che si officerà la notte successiva. E Talia recupera l’ultimo Peccato.

Fine del romanzo, direte voi. E invece no.

Il giorno successivo, Talia riceve la visita di ehm… Sir Lummer… che all’improvviso si rivela come parte della cospirazione dei Nubilanti e la rapisce. I sette Peccati costruiti dal padre di Talia sono in realtà ingranaggi di una macchina in grado di scambiare le menti dei due individui. I Nubilanti hanno rapito la futura regina Vittoria con l’intenzione di sostituire la sua mente con quella di Felicity, la figlia di Irene Cavendish, che è parte dell’organizzazione e quindi da essa facilmente manovrabile. Si tratta però di un piano inutilmente complicato i cui esiti non sono affatto certi come ehm… Sir Lummer li fa apparire, intanto perché si basa sull’assoluta fedeltà di Felicity. Cosa ne sanno i Nubilanti che Felicity, una volta diventata regina sotto le mentite spoglie di Vittoria, non si farà inebriare dal potere e tradirà la causa? A questo punto, perché non sostituire lo stesso ehm… Sir Lummer con la regina Vittoria? O Irene Cavendish? Anzi, ancora meglio, perché non infiltrare la corte senza ricorrere all’alchimia? Dopotutto Vittoria è salita al potere a diciassette anni, evitando di poco una reggenza, è giovane e tutto sommato inesperta. Perché non piazzare degli uomini fidati nelle posizioni di potere? Perché il romanzo non sarebbe stato abbastanza steampunkminkia, ecco perché.

Tutto va come è lecito immaginarsi, o forse no. Già perché il libro ha un colpo di scena finale che prende tutta un’altra direzione, molto più cupa e matura, rispetto all’andazzo della storia, e che riguarda non la situazione politica britannica, ma la vita della stessa Talia. Si tratta in realtà di un buon colpo di scena, per quanto poco in sintonia con il resto della storia, che si rifà, presumo, alla fiaba che Luca Centi ha più volte individuato come ispirazione principale del suo romanzo. Ho letto molte recensioni che salvavano Il Sogno della Bella Addormentata proprio in virtù di questo colpo di scena. Veniva definito inaspettato, ma inaspettato non è – io l’avevo intuito leggendo gli indizi disseminati nella storia, e i costanti flashback di Talia. Ciò non toglie che non sia male. Ma basta a salvare il resto del romanzo? No, proprio per niente. Intanto perché sono solo due capitoli stiracchiati su ventisette, e poi perché il resto è così pieno di merda e approssimazione che Il Sogno della Bella Addormentata non si sarebbe potuto redimere nemmeno con un editing a cura di H.P. Lovecraft.

Che cosa ne penso

E sa il cristo redentore se chi ha editato questo romanzo non è un incapace totale. È pieno zeppo di errori, schifezze e sciatteria varia. Volete qualche esempio?

In ordine di cose che mi hanno fatto più incazzare.

I pensieri sono scritti in corsivo. Scrivere in corsivo è generalmente accettato in luogo dell’uso delle virgolette. Stephen King scrive i pensieri in corsivo. George R.R. Martin (nell’edizione originale) scrive i pensieri in corsivo. Serve per non avere quindici tipi di virgolette nella pagina. È una convenzione accettata.

Anche Luca Centi scrive i pensieri in corsivo. Ma o lui o il suo editor sono capre. Perché usa i tempi verbali al passato. E la terza persona anziché la prima.

Era come se quella parte della casa non fosse di competenza della servitù, pensò Talia, a giudicare almeno dalla polvere che sollevò al suo passaggio.

“È come”, “non sia”.

Che cosa aveva fatto suo padre di così terribile da arrivare a disfarsi di quei manufatti per poi tornare dalla donna che aveva ferito?

“Mio padre”.

Forse, si disse, avrebbe dovuto mettere da parte la sua ricerca.

“Dovrei”, “la mia ricerca”.

E questi sono solo alcuni esempi. La cosa bella è che, avendo un’edizione digitale, non mi ci vuole molto a evidenziare tutte le volte che ciò accade. E lo sapete quanto è frequente? TUTTI i pensieri sono scritti in corsivo con il tempo verbale al passato. Lo ripeto per l’ultima volta, nella remota ipotesi che Luca Centi o il suo editor leggano questa reccy: il corsivo sostituisce le virgolette, è come un dialogo, solo scritto storto. Quindi il tempo da usare è il presente, non il passato. Uno scrittore con già due libri alle spalle roba del genere non può non saperla. Un editor professionista non può permettersi di non correggerla.

La seconda cosa che mi ha infastidito è l’approssimazione. Come ho già avuto modo di segnalare, Luca Centi ha solo una conoscenza stereotipata dell’universo in cui ha scelto di ambientare la sua storia. E non si è preso la briga di svolgere la minima ricerca. E non sto parlando dello steampunk – per quanto anche quell’elemento sia atroce.

Altrimenti avrebbe scoperto che la sua idea della società pre-vittoriana non funziona proprio per niente come lui se la immagina. E non si tratta soltanto della completa ignoranza delle norme sociali, che potrebbero anche essere state semplificate per venire incontro alle ridotte capacità intellettuali delle lettrici abituali Piemme Freeway, ma anche di elementi più generali. L’inesistente guerra di successione tra Vittoria ed Ernesto Augusto non è un problema, a mio avviso. Si tratta di un elemento di conflitto immaginario, ma la storia si svolge pur sempre in un altro universo. Il problema è che, ad esempio, Luca Centi parla di nobildonne e poi le chiama Miss. Oppure per tutto il romanzo si riferisce a Sir Lummer e Sir Hamilton senza sapere che il titolo Sir (che non è indice di nobiltà – anzi, in Inghilterra si definisce Sir un uomo di rango appena inferiore a un pari del regno, ossia a un nobile) si usa accostato al nome della persona, non al cognome. È Sir Alex, non Sir Ferguson; Sir Paul, non Sir McCartney; Ser Jaime, non Ser Lannister. Ancora una volta, sta tutto su Wikipedia. Che non è propriamente una fonte di informazioni di nicchia.

Scrittore, cazzo, fai le tue ricerche!

Poi ci sono delle gustosissime frasi che sono, semplicemente, sbagliate. Andavano corrette in fase di editing ma qualcuno se ne è dimenticato (o non ne è stato in grado). Una è il già citato “pazienza, devo avere pazienza”. Ecco una manciata di altre.

Al contrario di Sir Hamilton, che aveva cercato in ogni luogo il Meriggio di Mercurio prima di trovarlo – come le aveva confidato – in un piccolo emporio di Dublino.

Questa frase, per come è messa nel testo, è incompleta: se si premette che X ha fatto qualcosa al contrario di Y, devi anche spiegare che cosa ha fatto Y.

«A dire il vero è solo una conoscenza» precisò subito Talia.
«Ma le conoscenze sono intriganti» intervenne Irene Cavendish.
«Si può apprendere moltissimo in poco tempo.»
Un ragionamento razionale, freddo, che lasciò Talia interdetta.

La reazione di Talia è esagerata (interdetta?). E, trattandosi di un botta e risposta tra Talia e la Cavendish che va avanti da un po’, dire che Irene Cavendish interviene è sbagliato. Non può intervenire in qualcosa di cui è già stato stabilito essere parte.

Le stanze erano enormi e dalle volte altissime, con una scalinata di marmo che conduceva ai tre piani superiori, dove si trovavano le camere della servitù e dei padroni di casa.

Dalla descrizione si capisce che c’è una scalinata in ogni stanza. Il che non ha senso e immagino non sia il caso.

Esile ma scattante, a giudicare dai movimenti fluidi.

Movimento scattante e fluido di solito sono mutualmente esclusivi.

Chiudo con alcune frasi non sbagliate, ma che a mio avviso sono tanto banali da essere patetiche.

Talia adorava cavalcare. Sin da bambina, era l’unico momento in cui poteva essere se stessa. Sentire il vento tra i capelli, respirare l’aria fresca del mattino, avere la sensazione di essere forte, e non una bambina gracile e cagionevole.

Stando però alla descrizione che ne aveva avuto da quelle donne, Mrs Cavendish non era di certo un’amabile vedova annoiata.

Fuori dalla finestra poteva scorgere il cielo che a mano a mano si tingeva del colore del sorgere del sole.

Un ultimissima nota: non perdonerò mai a Luca Centi di non aver inserito, in una storia che riguarda una cospirazione ai danni della regina Vittoria, la duchessa di Kent e John Conroy. Ci sarebbero stati a pennello, ma LC non saprà manco chi sono. Cercali su Google, e pentiti.

In conclusione

Romanzi come Il sogno della Bella Addormentata la dicono lunga sullo stato del fantastico in Italia, e soprattutto su cosa pensano del genere gli editori. Qui, la Piemme – non la Sperindio Editore – dimostra di sbattersene allegramente della qualità, perché tanto sa che il prodotto è inserito in una collana per giovani lettori. E quindi per rincoglioniti, per come la vedono loro.

Non ci vuole molto per rendersi conto che il romanzo è un banalissimo collage di schifezze e luoghi comuni, piagato da una prosa sciapa e da svariati errori di forma, contenuto e logica interna. Ma tanto i nostri lettori sono stupidi, vero Piemme? Ci mettiamo una bella copertina e nessuno si accorgerà di niente.

Ebbene, dopo anni Luca Centi ancora scrive maluccio. A onor del vero nel finale si intravede una maturità che potrebbe quasi far sperare per il meglio riguardo alle prospettive future dell’autore. Ma il resto del libro è pura e semplice spazzatura. È mancata la ricerca sul periodo storico o sul genere steampunk. È mancato, fatto gravissimo, un editing consapevole. Insomma, mancano proprio le basi. Probabilmente ai tizi della Piemme non importa, data la bassissima considerazione che hanno dei loro lettori. A me un pochino sì, però.

Voto finale

Recensione – “L’Occhio del Mondo (La Ruota del Tempo #1)” di Robert Jordan

Al momento sto leggendo due romanzi italiani, l’ultimo di Claudio Vergnani e il secondo tentativo fantatrash/steampunkminkia di Luca Centi, nessuno dei quali mi sta piacendo – ma per entrambi è ancora presto per scrivere una recensione. C’è però da dire che, tra troni di spade, premi letterari e cristoni che si fanno la doccia, è quasi un mese che non posto la recensione di un romanzo. E questo, per un lit-blogger serio, puntuale e rispettoso del proprio pubblico come chiunque ma non me, è davvero inqualificabile.

Per cui, reccy!

L’ultimo romanzo che ho terminato in ordine di tempo è L’occhio del mondo di Robert Jordan, e quindi questo vi beccate.

La scheda del libro

The Eye of the World (The Wheel of Time #1) di Robert Jordan
Pubblicato in Italia da Mondadori e poi da Fanucci, in USA da Tor e in UK da Orbit
Anno 1992
735 pagine
Prezzo di copertina 14.90€
Il libro su Amazon (attualmente non disponibile), non disponibile in formato digitale – tanto di cappello alla Fanucci!

Che cosa succede

L’occhio del mondo è il primo volume dell’epica saga della Ruota del Tempo, cominciata negli anni Novanta da Robert Jordan e terminata, dopo la prematura scomparsa dell’autore, dal prolifico Brandon Sanderson a partire dagli appunti lasciati dallo stesso Jordan. La serie si è ufficialmente conclusa all’inizio di quest’anno con il quattordicesimo volume, A Memory of Light.

La Ruota del Tempo, nel bene o nel male, è da molti ormai considerata un classico del fantasy, quando non una pietra miliare del genere. E, dopo aver letto L’occhio del mondo, pur non considerandolo di certo un capolavoro, mi trovo a concordare con chi ritiene Jordan un passaggio obbligato nella vita del lettore di fantasy. Il romanzo ha in effetti un inizio molto tolkeniano in cui un ambientazione bucolica-idilliaca viene sconvolta dall’arrivo delle forze del Male.

Rand al’Thor, nostro protagonista, Prescelto e POV principale, è l’umile figlio di un contadino.

E, sì, sentitevi liberi di contare i cliché mano a mano che snocciolo la trama. Anzi, per rendere la cosa più interessante, bevete uno shot ogni volta che menziono un cliché. È l’epic fantasy drinking game!

Rand, dicevo, è l’umile figlio di un contadino che vive la sua pacifica esistenza nel villaggio di Emond’s Field. Non fosse che, un giorno, comincia a vedere misteriose figure a cavallo e pare che solo lui e un paio di suoi amici siano in grado di scorgerle. Inoltre, Emond’s Field si sta preparando per la festa che segna la fine dell’inverno. Inverno che, però, nelle terre dei Fiumi Gemelli e non solo, non sembra intenzionato a finire (un po’ come da me mentre leggevo il libro, insomma…). In occasione della fiera, il paesello si è riempito di forestieri: c’è il mercante, il bardo e perfino una Aes Sedai, una potente maga depositaria dell’Unico Potere, con tanto di Custode al seguito. No, niente paura, non è quel Custode.

Insomma, a guastare questo bel incipit tolkeniano ci pensano i kattivi, che la notte prima della festa attaccano il villaggio. Rand e suo padre sono colti di sorpresa nella loro fattoria fuori porta e sono costretti a difendersi e a intraprendere una fuga disperata tra i boschi per raggiungere il villaggio. Una volta raggiunto Emond’s Field, l’Aes Sedai cura il padre di Rand, ferito da un trolloc, e gli rivela una sconcertante verità: i kattivi invasori non hanno attaccato il villaggio a caso, ma sembra che stessero cercando tre persone in particolare, Rand e i suoi due amici Mat e Perrin, ovvero i tre che avevano visto la figura a cavallo. L’Aes Sedai rivela che, in un modo che non è ancora del tutto chiaro, uno di loro tre è importante per il destino del mondo, e le forze del male stanno tentando di eliminarli prima che il loro fato si possa compiere, per cui è di vitale importanza che i tre raggiungano Tar Valon, dove potranno essere protetti dalle Moiraine e dalle altre Aes Sedai. Un viaggio che, ovviamente, sarà lungo e pieno di pericoli.

Che cosa ne penso

Per prima cosa, si vede lontano un miglio che Jordan era partito con l’idea di scrivere qualcosa di molto lungo. E il progetto di fare della Ruota del Tempo una serie molto lunga (Jordan era partito con un contratto per sei romanzi, poi si è dilungato fino a quattordici) è visibile anche in alcuni dettagli della trama di questo primo volume. Ad esempio, che Rand sia il Prescelto destinato a salvare il mondo è chiaro fin dai primissimi capitoli, senza contare che è il narratore principale e unico POV per un buon settanta percento del romanzo. Il lettore avvezzo al fantasy eroico – e anche quello un po’ più distratto – lo sa, perché è ovvio. Ma la storia si svolge in maniera tale che il predestinato, colui che sarà il Drago Rinato, viene rivelato solo nell’ultimissimo capitolo e, anche lì, è solo una supposizione di Moiraine e non una certezza matematica. Non si tratta di un tentativo da parte di Jordan di creare suspense su chi sia in effetti la figura chiave dell’intera storia (se avesse voluto fare così, si sarebbe dovuto servire di più POV e non solo di quello di Rand), né di un becero tentativo di allungare il brodo, per come la vedo io. In realtà consente da una parte di tenere il focus della storia su Rand, ma dall’altra di non relegare Mat e Perrin al ruolo di inutili coprimari. Anzi, nel caso di Perrin è presente anche una sottotrama che fa intuire che anche lui, a suo modo, è dotato di poteri soprannaturali.

Insomma, L’occhio del mondo può considerarsi una sorta di racconto delle origini di quelli che saranno i protagonisti che terranno compagnia al lettore nei romanzi a venire. Jordan mette le carte in tavola e prepara quella che sarà la storia dei volumi successivi.

Il romanzo è ben lontano dall’essere perfetto, in ogni caso. Da un punto di vista narrativo, è un po’ la fiera del cliché. Un po’ perché erano gli anni novanta e determinati temi ricorrenti nell’epic fantasy forse non avevano ancora stancato, un po’ perché Jordan tenta disperatamente di incanalare le atmosfere di Tolkien e Brooks e quindi è logico che debba passare per strade già battute. Ci sono alcuni passaggi che sono veramente imbarazzanti, come quando il padre di Rand, ferito e vaneggiante, tiene un monologo/conferenza su come abbia trovato Rand abbandonato in un campo di battaglia e abbia deciso di adottarlo (uno stratagemma narrativo di una pigrizia sconcertante). Alcuni altri sono semplicemente ridicoli, come – e non vi sto prendendo per il culo – le Mountains of Dhoom.

Dal punto di vista dello stile, va detto che Jordan non è un autore particolarmente virtuoso o impressionante. Ha senza dubbio una grande abilità a congegnare trame e sottotrame che si incastrano quasi alla perfezione. Un talento bilanciato, tuttavia, dall’estrema prolissità della sua prosa, che si sofferma spesso e volentieri a descrivere dettagli, quando non addirittura interi tronconi di scene, non rilevanti dal punto di vista della storia o della caratterizzazione dei personaggi. Il che significa un ritmo narrativo un po’ troppo claudicante. Inoltre, sempre sulla questione ritmo narrativo, ho come l’impressione che Jordan non fosse granché bravo a terminare i capitoli con un cliffhanger. Dei cinquanta e passa capitoli di cui si compone L’occhio del mondo, di cliffhanger ne ho contati un paio ad andar bene, ed è un peccato, perché con una narrativa così focalizzata su Rand e una storia che pone enorme enfasi sulla minaccia che incombe sempre e costantemente sui protagonisti, un paio di cliffhanger non avrebbero che giovato.

In conclusione

Devo dire la verità, nonostante l’abbia trovato un romanzo piuttosto generico, non mi è dispiaciuto averlo letto. Penso che la forza di L’occhio del mondo – e, probabilmente, della Ruota del Tempo in generale – risieda nel suo essere una classica avventura fantasy. Nel leggerla, al di là delle lungaggini e dei cliché, ho incontrato quel senso di meraviglia che dovrebbe essere un caposaldo del genere. Anche se Jordan non mi è sembrato granché come scrittore, leggere L’occhio del mondo mi è bastato per farmi venire voglia di dare un’occhiata per lo meno al seguito, La grande caccia, e vedere come si sviluppano alcune situazioni, come crescono determinati personaggi, e come si modificano le relazioni tra di loro. E questo è senza dubbio un merito.

Probabilmente consiglierei L’occhio del mondo a qualcuno che sia abbastanza digiuno di fantasy e volesse farsi una cultura partendo dai classici (ma senza essere ammorbato dalla prosa-mattone di Tolkien). Per quanto mi riguarda, Jordan, un po’ come Jo Rowling, è un buon autore entry-level per avvicinare al genere. Per lo meno, L’occhio del mondo lo è, per ciò che viene dopo lo vedremo in seguito.

Voto finale

Nota sulla traduzione Ho letto una versione ebook piratata di L’occhio del mondo, ma possiedo anche la versione cartacea della Fanucci. La versione digitale riprende il testo dell’edizione Mondadori del 1992, con la traduzione di G.L. Staffilano, mentre l’edizione Fanucci riprende sì la traduzione Mondadori, ma ne affida la revisione (e la traduzione delle parti mancanti – molto professionale e rispettosa come sempre, Mondy) a Sabrina Galluzzi. Ora, saranno le iniziali GL, ma la traduzione di Staffilano fa schifo al cazzo. Quella della Galluzzi non è perfetta, ma è molto migliore. Comprate l’edizione Fanucci. O, se scaricate, fatelo sapendo a cosa andate in contro.

Recensione – “Best Served Cold” di Joe Abercrombie

È arrivato il momento di parlare di nuovo di Joe Abercrombie. Di Joe Abercrombie e del suo quarto romanzo, Best Served Cold, il primo che, pur essendo ambientato nello stesso universo e condividendone alcuni personaggi non fa parte della trilogia della First Law.

Questa recensione, notate bene, potrebbe essere composta solo da un’immagine. Questa:

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Ma poiché, dopotutto, il mio lavoro consiste nel recensire libri fantasy nella maniera più approfondita (e sarcastica) possibile, rimbocchiamoci le maniche e andiamo a vedere cosa c’è che non va in Best Served Cold.

La scheda del libro

Best Served Cold di Joe Abercrombie
Pubblicato da Gollancz, inedito in Italia
Anno 2010
664 pagine
Prezzo di copertina 8.99£
Prezzo ebook 6.49€
Il libro su Amazon, anche in formato digitale

Che cosa succede

Non bisogna essere dei geni per indovinare, anche a un’occhiata superficiale, di cosa parla Best Served Cold. La citazione completa è “Revenge is a dish best served cold” ovvero “La Viennetta vendetta è un piatto che va servito freddo” e non deriva, come abbiamo tutti erroneamente imparato da Kill Bill, da un proverbio Klingon, ma dal romanzo epistolare Le relazioni pericolose di Pierre Choderlos de Laclos. E siccome Abercrombie è un nerd delle citazioni, mi fido ciecamente di lui. A proposito, tenete in un angolino della vostra mente il riferimento a Kill Bill perché ci toccherà riprenderlo in seguito.

Quindi Best Served Cold è un romanzo che parla di vendetta.

La vendetta in questione è quella di Monzcarro Murcatto, detta Monza, mercenaria tanto faiga quanto spietata. Al picco della sua carriera come comandante delle Mille Spade, Monza inizia a essere percepita come una minaccia dal duca Orso, che decide di fare fuori sia lei che suo fratello Benna. Solo che Monza miracolosamente sopravvive e giura vendetta nei confronti di Orso e delle altre sei persone che hanno partecipato alla congiura per sbarazzarsi dei fratelli Murcatto.

Così Monza mette insieme un gruppo di anti-eroi – un avvelenatore e la sua apprendista, un veterano da tempo creduto morto, un’ex inquisitrice, un ex prigioniero, e un Northman in cerca di un nuovo inizio – ben disposti, in cambio di una cospicua ricompensa, a sporcarsi le mani e aiutarla nella sua vendetta.

Che cosa ne penso

Se non sono entrato nei dettagli della trama non è per scongiurare il rischio di spoiler. In realtà la trama stessa è la prima e più evidente debolezza del romanzo. Famoso per la sua attitudine a ribaltare i topói letterari del fantasy e non solo, qui Joe Abercrombie si adatta alla perfezione a quelli che sono gli stilemi della storia di vendetta, nel senso che, salvo i cinquecentomila tradimenti, che sono tuttavia delle diramazioni marginali del plot, la storia che Best Served Cold mette in scena si svolge esattamente come è lecito supporre. Monza subisce un torto, decide di vendicarsi, ottiene la sua vendetta. The End.

E va da sé che quando una trama è così lineare, quasi scolastica, diventa anche noiosa. Arrivato al momento in cui Monza e compagnia hanno fatto fuori il terzo nome sulla kill-list nell’elaborata scena del bordello (che vede, per la cronaca, anche la comparsata di uno dei personaggi principali della First Law), ne avevo già avuto abbastanza.

D’accordo, è il primo romanzo dopo la trilogia di debutto, e quindi il confronto rischiava già di partire impari, ma cosa è successo al Joe Abercrombie che reinventava i cliché del fantasy con cui avevo familiarizzato? Già nella recensione di Last Argument of Kings – una recensione a quattro stelle, come non sarà questa – avevo avanzato il dubbio che Abercrombie si fosse adagiato un pochino troppo sugli allori. Qui, in Best Served Cold, l’impressione è ancora più forte. Perché non solo manca il creativo capovolgimento dello stereotipo. Quello che mi ha lasciato ancora più perplesso e, in ultima analisi, ha contribuito maggiormente alla valutazione negativa del libro, è il tono cupo e miserevole della storia. Che è eccessivo e fuori posto, perfino per Abercrombie.

Recentemente, Joe Abercrombie è stato tra i protagonisti di un dibattito tra scrittori, blogger e scrittori/blogger anglofoni avente come argomento il “grimdark”, ovvero la deriva dark e spietata del fantasy moderno. Bello, vero? Mentre noi si parla dei lit-blog brutti e cattivi perché vogliono sapere se hanno o meno la capacità di influenzare gli editori, negli States e non solo parlano di cose interessanti. Ma torniamo al grimdark. Cercare di definire l’inizio del dibattito è quasi impossibile, perché è qualcosa che ciclicamente si ripropone. Ne ho parlato anch’io qualche post fa commentando proprio il post di Abercrombie sul perché scrive gritty fantasy. Se volete farvi un’idea, seguite il link al suo blog e poi da lì ai vari trackback. Oppure Google. Google è vostro amico.

Comunque sia, nel mio commento a The Value of Grit, il post di Abercrombie, mi ero detto tutto sommato concorde con le sue mi pare dieci motivazioni per cui il gritty fantasy è figo. Se avessi letto Best Served Cold, probabilmente avrei avuto da ridire. Perché quello di Best Served Cold è cinismo fine a sé stesso, e le cose fini a loro stesse a me non piacciono. Un po’ come gli stupri nei libri di Goodkind, che non mi dispiacerebbero (al di là di quanto male suona la frase messa così – chiedo perdono, non mi sovviene una perifrasi da utilizzare al suo posto) se fossero utili a uno sviluppo psicologico del personaggio (posto che, comunque, usare lo stupro come strumento di caratterizzazione per i personaggi femminili è qualcosa di non solo becero ma anche, e soprattutto, abusato – ancora una volta, scusate se il termine suona male).

La verità è che Best Served Cold, avendo una trama che non brilla per innovatività e che non definirei esattamente “un viaggio sulle montagne russe”, pone molta enfasi su toni cupi e opprimenti. I personaggi sono sempre in bilico tra l’essere miserevoli e il gratuitamente spietati, le situazioni non sono da meno e, in concordanza con tutto ciò, lo stesso dicasi con il tema generale della storia, ossia che “il sangue chiama a sé altro sangue”.

E non è tutto. Ricordate l’Abercrombie che caratterizzava le nevrosi dei suoi personaggi con una serie di frasi ricorrenti? I Why do I do this di Glokta o i Say one thing di Logen Ninefinger? Ai tempi l’ho trovato un efficace strumento di caratterizzazione, in grado di rendere il personaggio speciale, o per lo meno particolare. In Best Served Cold, invece, suona addirittura ridicolo. Se Friendly, l’ex prigioniero ossessivo compulsivo che trova ordine nel mondo grazie ai suoi dadi, non mi è in effetti dispiaciuto, lo stesso non può dirsi per il vezzo di Nicomo Cosca di ripetere “a drink, a drink, a drink” – vezzo che viene però dimenticato a partire dalla metà del libro.

Inoltre, Monza non è un personaggio così riuscito da poter sostenere sulle sue spalle un intero romanzo. È la sua estrema sgradevolezza a fregarla. E voi direte: è stata massacrata e quasi uccisa assieme al fratello/amante, perché dovrebbe saltellare per i prati intrecciando ghirlande di fiorellini? La risposta è, semplicemente, che dovrebbe risultare per lo meno simpatica perché si suppone che il lettore segua la sua vendetta.

In tanti hanno paragonato Best Served Cold a Kill Bill di Tarantino, ma questo libro non è Kill Bill (o qualsiasi film di vendetta abbia girato Tarantino dopo il 2001 – il che significa TUTTI). Né è simile ai tanto celebri quanto scioccanti rape-and-revenge d’exploitation, uno su tutti I Spit On Your Grave, dove una donzella passa la prima metà del film a essere stuprata e la seconda a lordarsi le mani del sangue dei suoi stupratori. Nelle pellicole citate, così come in Best Served Cold, il focus è su colei che cerca vendetta. La differenza sta nel fatto che la Sposa di Kill Bill o Jennifer di I Spit On Your Grave sono personaggi per i quali è facile provare empatia. Monza Murcatto no. Forse questo è proprio il punto della storia, forse Abercrombie voleva saggiare se fosse possibile scrivere una storia di vendetta avente per protagonista qualcuno di così sgradevole che il lettore sarebbe stato portato a fare il tifo per il suo fallimento. Oppure forse sono io che sto leggendo troppo nelle cose.

In conclusione

Best Served Cold è un romanzo di Joe Abercrombie che, per citare Tenger, sembra scritto dal cugino tredicenne ritardato di Joe Abercrombie, che tenta di emularne le caratteristiche trasformandole però in qualcosa di grottesco.

La storia è ripetitiva e, in ultima analisi, non così interessante. Per di più è guidata da una protagonista disprezzabile. Alcuni dei personaggi di contorno non sono male, ma ben pochi (su tutti, Nicomo Cosca) restano impressi e, anche in questo caso, non sono memorabili come quelli della trilogia precedente. C’è poi un’atmosfera opprimente di miseria non solo fisica ma soprattutto umana che appesantisce la lettura fino quasi al renderla insopportabile.

Ho inoltre appurato oltre ogni ragionevole dubbio che Abercrombie è un altro degli autori fantasy che non sanno scrivere storie d’amore.

Insomma, non è un mostro deforme che ti supplica di essere abbattuto, ma quasi.

Voto finale

Recensione – “A Natural History of Dragons” di Marie Brennan

Alle volte l’unica cosa da fare è guardare fisso Amazon e sibilare un “vaffanculo” carico di disappunto. Perché sa essere proprio rincoglionito. Tipo quando ti propone cose del genere:

anhod amazon

Un Euro e poco più di differenza tra romanzo rilegato e romanzo digitale è qualcosa che va al di là del cretino. Soprattutto perché, a parità di prezzi, mi costringe a comprare il cartaceo. E un ebook a quel prezzo lì è una truffa bella e buona, punto.

Non tutto il male viene per nuocere, visto che ne ho approfittato per mettere le mani anche su Bestiario di Julio Cortázar, perché a noi il fantastico ci piace impegnato. Lasciamo però in pace l’amico Julio, parcheggiato in libreria accanto a Borges, e concentriamoci sull’altro libro, A Natural History of Dragons di Marie Brennan, romanzo, peraltro, inserito nel listone di quelli da tenere d’occhio per il 2013.

La scheda del libro

A Natural History of Dragons. A Memoir by Lady Trent di Marie Brennan
Pubblicato da Tor Books, inedito in Italia
Anno 2013
334 pagine
Prezzo di copertina 25.99$
Prezzo ebook 14.08€
Il libro su Amazon, anche in formato digitale

Che cosa succede

Lady Isabella Trent è un’attempata nobildonna di stampo molto vittoriano che, nel corso della sua lunga e produttiva vita è stata una stimata studiosa e ricercatrice nel campo della storia naturale, in particolare specializzandosi nello studio dei draghi (e ti credo, potendo scegliere tra, chessò, cavalli, mucche e draghi chi non sceglierebbe i draghi?). In questo primo volume, lady Trent ci narra della sua infanzia e della sua prima spedizione scientifica.

La prima parte del romanzo è dedicata all’infanzia e alla gioventù della protagonista che da subito coltiva non solo una smodata passione per i draghi, ma anche e soprattutto per il metodo scientifico che le consente uno studio puntuale della materia. Tuttavia il suo interesse, nonostante sia capito e anche, di nascosto, accettato dal padre, è ben presto smorzato dalla madre, il cui primo obiettivo è che la figlia, logicamente, trovi un buon marito.

Solo dopo il matrimonio con Jacob Camherst, che trova in lei una compagna intellettuale e non solo una moglie trofeo, in Isabella si riaccende la passione per i draghi, ed è a quel punto che comincia ad adoperarsi per fare qualcosa che nessuna nobildonna prima di lei aveva mai fatto: partecipare ad una vera spedizione scientifica.

La conoscenza con l’anticonformista lord Hilford sembra fare al caso suo, perché il nobiluomo sta preparando proprio una spedizione di ricerca tra le gelide montagne di Vystrana – spedizione, con tutte le avventure e gli intrighi del caso, whodunit incluso, alla quale è dedicato il resto del libro.

Che cosa ne penso

Va da sé che in A Natural Histry of Dragons, essendo un memoriale, la voce della protagonista/narratrice Isabella Trent si impone su quella di tutti gli altri personaggi, visto che, dopotutto, la storia è vista attraverso i suoi occhi. Ciò detto, mi sembra opportuno sottolineare che, nel libro, ci sono non meno di due lady Trent, ossia la giovane Isabella di cui seguiamo le avventure in Vystrana, e la ben più matura e celebre lady Trent che delle avventure è la voce narrante.

Ora, che io abbia un debole per le argute nobildonne inglesi è risaputo, visto che sono cresciuto a pane e Agatha Christie e un annetto e mezzo fa mi sono letteralmente divorato Downton Abbey, e la lady Trent narratrice rientra precisamente in questa categoria, per cui non ho nulla di cui lamentarmi. La giovane lady Trent, invece, è un personaggio ancora un po’ acerbo, vuoi perché non è ancora passata attraverso le avventure che la trasformeranno nella Isabella Trent narratrice, vuoi perché il romanzo stesso è mandato avanti più dal susseguirsi di avvenimenti che dallo studio del personaggio.

Ma Marie Brennan almeno un merito nella caratterizzazione della protagonista ce l’ha. Lady Trent, donna in una società maschilista e fallocentrica (cit.), è, per forza di cosa, un’anticonformista. Ma è anche una donna in una società profondamente conservatrice, con tutte le implicazioni del caso. Ora, un’autrice meno in gamba avrebbe fatto di lady Trent una dozzinale teenager ribelle ante litteram, una che “Io voglio studiare i draghi e tu non puoi impedirmelo!!!!11one!”. Marie Brennan, invece, pare ben conscia del periodo storico in cui è ambientata la sua storia e della mentalità che da esso, fisiologicamente, deriva. Lady Trent è sì un’anticonformista, ma è anche e prima di tutto una giovane donna di buoni natali e, in quanto tale, sa qual è il suo destino e conosce i margini entro i quali è appropriato che vada a muoversi. Solo una volta, da bambina, rompe decisamente con i limiti che il suo genere le impone, e in quel caso si tratta di un episodio pivotale per la formazione del suo carattere. Per il resto, lady Trent ha ben chiaro quale sia il suo posto nel mondo, e quindi accetta, seppure con un minimo di rassegnazione, di diventare una “moglie di” e di poter vivere la sua passione solo attraverso il marito (certezza che, come è facile intuire, sarà ribaltata in fretta). Il fatto che lady Trent non sia una generica rybellina antikonformista ma una giovane donna che accetta e fa proprie le aspettative e le norme della società in cui vive la rende in automatico un personaggio molto più genuino e credibile di tanti altri.

Al di là della azzeccata caratterizzazione della protagonista, che, a mio avviso, è l’elemento più riuscito del romanzo, A Natural History of Dragons presenta purtroppo alcune magagne che, pur non guastando il romanzo in sé, alla fin della fiera, hanno un po’ fatto a pugni con le aspettative medio-alte che per esso nutrivo.

Intanto la storia ci viene presentata come A Memoir by Lady Trent, ma ci viene narrato solo un episodio della vita di un personaggio che, senza dubbio, ne ha fatte e viste di ogni genere. Anche perché, alla fine del libro, Isabella non è ancora lady Trent, ma solo Mrs. Camherst, il che significa che di storie da raccontare ce ne sono ancora parecchie. Il che da una parte è un po’ una delusione – non voletemene, speravo in un romanzo autoconclusivo una volta tanto e non nell’ennesimo inizio di saga – ma dall’altra è un bene perché sull’argomento draghi c’è ancora molto da dire.

Anche perché in questo primo romanzo di draghi veri e propri non se ne vedono molti, seconda delusione. Ma, volendo spezzare una lancia in favore di lady Trent e del suo memoriale, le (pur poche) parti relative allo studio vero e proprio dei draghi sono ben fatte e non mi dispiacerebbe venissero riprese e approfondite negli inevitabili seguiti.

Un altro aspetto del romanzo che non dico non mi sia piaciuto ma mi ha dato per lo meno qualche grattacapo è il world building. Per tutta la reccy ho genericamente parlato di “periodo vittoriano” che, lo sapete, fa riferimento al regno della regina Vittoria. In realtà A Natural History of Dragons non solo non è ambientato nel periodo vittoriano, ma nemmeno nel nostro mondo. Non so esattamente perché, ma Marie Brennan ha ritenuto di dover ambientare il romanzo in un mondo alternativo di nome Anthiope in cui Scirland, la patria di lady Trent, è identica all’Inghilterra vittoriana e Vystana è la Russia imperiale. Inoltre c’è un personaggio che si chiama Gaetano Rossi e che, no, non proviene dal regno Sabaudo né dalle Due Sicilie.

Insomma, l’unica cosa che sembra esserci di diverso, rispetto al nostro mondo, è la presenza dei draghi – non come creature mitologiche, ma come vera e propria specie animale. Ma a questo punto io dovrei prendere per buono che la società di un intero continente si sia evoluta in maniera identica alla nostra, con gli stessi tempi e la stessa continuità, di modo da ricalcare alla perfezione il nostro Ottocento? E questo senza contare l’elemento di differenza, i draghi, che, apparentemente, non hanno avuto nessuna ripercussione sullo sviluppo della società in cui il romanzo è ambientato.

In conclusione

A Natural History of Dragons è qualcosa di diverso all’interno del panorama del fantasy degli ultimi anni. Non è decisamente né un high né un urban fantasy, pur essendo ambientato nel periodo vittoriano non vi è traccia di ingranaggi e vapore, ci sono dei draghi ma non parlano o interagiscono in altro modo che non sia proprio delle bestie, c’è una storia d’amore ma non è né forzata né il centro focale del romanzo (tutt’altro).

Certo, non basta essere speciale per essere migliore – e questo, purtroppo, il romanzo non lo è – ma alla Brennan va dato atto di aver scritto un buon romanzo con una protagonista ben caratterizzata e con la quale, tutto sommato, è piacevole trascorrere un po’ di tempo, e che ha buone prospettive per gli inevitabili seguiti. Con, si spera, più draghi e più scienza.

In aggiunta, le illustrazioni di Todd Lockwood sono davvero notevoli e la copertina è una delle più belle di sempre.

Voto finale

OMGWTFAWESOME!!!!1!1!!

Signori, signore, indecisi, il mondo come noi lo conosciamo sta per cambiare in maniera definitiva e inarrestabile. Ma invece di spiegarvi in maniera diretta e comprensibile il motivo, facciamo il giro largo creando false aspettative sulla grande rivelazione.

Dunque, come ogni bravo blogger che si occupa di libri e speculative fiction è mio compito essere sempre informato sul mondo della letteratura. Così stavo leggendo un’intervista all’autrice italiana più venduta degli ultimi anni. Esatto, Benedetta Parodi.

E già vi sento dire: ma Benedetta Parodi scrive libri di ricette, perché dovrebbe interessarmi? Aspettate e vedrete.

Tra le domande scomode e inquisitorie (“Mentre cucina tiene d’occhio le calorie?” – domanda la cui unica riposta ammissibile, a mio avviso, è: “Stai forse insinuando che sono grassa?”), si parla anche del futuro artistico e non della scrittrice di punta del nostro panorama letterario.

Anni di conduzione del tg e poi questa svolta professionale: le piacerebbe occuparsi di un ristorante o di un catering?
Sinceramente no, penso sia troppo faticoso. Spero piuttosto che lo spazio del sabato mattina, nel quale cucino con un personaggio famoso, sia ampliato e abbia una posizione più visibile. E mi interessa l’aspetto editoriale: dal 18 marzo le ricette del libro saranno pubblicate dalla Rti in quattro fascicoli con i passaggi illustrati. A Natale uscirà un diario quotidiano di cucina con piccoli racconti personali a corredo.

Sto scrivendo anche una favola fantasy con protagoniste le mie figlie.

È una storia ecologica: un’entità malvagia, l’inquinamento, distrugge tutto. Il mondo della magia non riesce più a nutrirsi ma due bambine, grazie a un libro di ricette, riusciranno a combattere il male.

Assjhjfdhgklhgjkjhhghdjksgjjj…

Benedetta Parodi che scrive un fantasy. Sì, avete capito bene. Il mondo del fantastico italiano e forse anche mondiale non sarà più lo stesso.

Elettrizzato, sono andato a cercare una seconda fonte a sostegno di questa dichiarazione che, se confermata, cambierebbe il destino dell’umanità per sempre.

E ho trovato questo:

“In primavera avremo una sorpresa di Benedetta Parodi, prima del nuovo ricettario natalizio. ‘Il salvataggio di Fata Lunetta’, il primo romanzo di una saga fantasy per bambini nata come fiaba della buonanotte per le due figlie, e diventata per lei una passione sincera paragonabile a quella per la cucina. E le ricette saranno anche l’ingrediente magico per questa nuova avventura editoriale, su cui investiremo con decisione…”.

Non ci sono parole per esprimere la mia estatica meraviglia. Solo vomito arcobaleno.

Inutile dire che Il salvataggio di Fata Lunetta si è già piazzato in cima alla mia classifica di letture obbligatorie dell’anno, superando Doctor Sleep di Stephen King, il nuovo romanzo di Claudio Vergnani e pure il potenziale fantatrash/steampunktrash Il sogno della Bella Addormentata del sempre meritevole Luca Centi.

Also, la storia di come ho reperito la notizia è un work of fiction. Semplicemente, l’ho letto nel feed di Twitter.

Brutto, sporco e cattivo

Qualche giorno fa, Joe Abercrombie, autore della First Law Trilogy e da queste parti particolarmente apprezzato, ha pubblicato sul suo blog personale un lungo intervento intitolato “The Value of Grit”. Nel post, l’autore britannico, che in pratica è il più famoso esponente di quel fantasy che io chiamo brutto-sporco-e-cattivo, a partire da un’analisi delle critiche più comuni al fenomeno dei romanzi fantasy molto dark, cinici e violenti, offre una lista delle motivazioni per le quali la violenza e l’attenzione al macabro che contraddistingue questi stessi romanzi non sia, in realtà, solo una forma di voyeurismo messa lì per titillare il lettore.

Abercrombie individua una prima motivazione nel passaggio del fantasy tolkeniano, in cui ampia attenzione era destinata alla costruzione e descrizione del mondo, a quello incentrato sul personaggio. Narrativamente, aggiungo io, ciò corrisponde al passaggio dal narratore onnisciente al narratore a focalizzazione interna. Se l’epic fantasy parla di guerre e battaglie, è normale che abbassando il punto di vista sul personaggio, la guerra e la battaglia mostrino i loro lati meno piacevoli. Parafrasando il compagno Stalin, vedere dall’alto una battaglia è statistica, ma trovarcisi in mezzo e sentire l’odore del sangue è tutta un’altra cosa.

Seconda motivazione, nel fantasy moderno scompare la classica dicotomia tra hero e villain. Abercrombie domanda, retoricamente, quante cose negative debba fare a fin di bene un protagonista. È un’ambivalenza affrontata già nel medioevo da Machiavelli, per cui, a grandi linee, il fine giustificava i mezzi, e ripresa da molti autori di speculative fiction che hanno popolato i loro romanzi di antieroi.

Si prosegue con l’onestà narrativa. “La gente caga. La gente dice parolacce. La gente si ammala. La gente muore in maniera anticlimatica. La gente si ubriaca e si droga. La gente fa e dice cose spregevoli. La gente può comportarsi in maniera orribile,” scrive Abercrombie. E non mi sembra ci sia molto altro da aggiungere.

Quarto punto, e forse più importante, il gritty fantasy nasce come risposta all’epicità idealizzata dell’high fantasy, in cui tutto è nobile e pulito. Nel gritty fantasy, invece la vita a volte fa schifo, perché il più delle volte è logico che sia così.

Il quinto e sesto motivo sono legati al rapporto con il lettore. Intanto la modernità: il fantasy moderno viene letto nel presente e quindi il linguaggio che ha più senso utilizzare è quello del presente. Inoltre il gritty fantasy è perfetto per scioccare efficacemente il lettore e tenerlo incollato alla pagina.

Abercrombie conclude dicendo che il brutto-sporco-e-cattivo è solo un altro arnese alla portata dello scrittore per cui, fa notare, i libri che preferiscono essere puliti e virtuosi, si privano della possibilità di rappresentar una parte del mondo (contemporaneo) che in ogni caso esiste. E dei millemila modi di usare la parola fuck.

Ora, a me personalmente il discorso di Abercrombie sembra tanto figlio del suo contesto. Abercrombie sarà anche la next best thing del fantasy, ma da noi è un signor nessuno. Purtroppo.

La vera questione che io, da lettore e osservatore del mercato del fantastico italiano, mi pongo è: nel mio Paese il gritty fantasy esiste?

La risposta è: non proprio. Però servirebbe.

Del resto, da noi, la più famosa e letta scrittrice fantasy, ha ammesso di non aver mai letto le Cronache di Martin oltre a un certo punto, un po’ per la trama eccessivamente bizantina (critica che non mi sembra, in tutta onestà, così campata per aria), un po’ proprio a causa dell’eccessiva enfasi sulla violenza. Fermo restando che la Troisi può leggersi quello che le pare (ci mancherebbe), mi sembra un messaggio di una tristezza unica. Perché la Troisi non è la sola a pensarla in questo modo. E così il fantasy in Italia è bollato come un genere per bambini, ma non solo: quando un romanzo viene marketizzato come “un fantasy maturo” quel “maturo” si riferisce a un linguaggio più complesso e a una trama che si discosta appena da “eroina adolescente + love interest + spade”. Non è realmente un fantasy adulto, è solo un libro più complesso da leggere. Ad esempio Il trono delle ombre di Pagogna, che tolto lo stile (maturo e ricco quanto volete) resta un cumulo di fuffa poco interessante.

In Italia abbiamo bisogno del fantasy brutto-sporco-e-cattivo, per superare la recente definizione di fantasy uguale narrativa per ragazzini che ci viene imposta dalle case editrici. Un po’ come quando ai tempi, sulle copertine della fantacollana c’era la donnina con le tette grosse e l’abito succinto, proprio per far capire al lettore che quello che si trovava tra le mani non era un libro per bambini.

Da noi, mi direte, un vero e proprio gritty fantasy italiano non esiste perché se non sei Martin non vendi neanche mezza copia. Sì e no. Sì nel senso che è vero. No nel senso che il mercato è talmente abituato alla definizione che va per la maggiore di fantasy che qualsiasi romanzo che si discosti da essa è percepito come un rischio commerciale per la casa editrice. Ed è per questo motivo che due post fa sostenevo – a costo di beccarmi del “pretenzioso” – che ci fosse la necessità di educare il pubblico italiano e di mostrargli che, se si cerca bene, un’alternativa esiste e forse vale perfino la pena di provarla.

Note estemporanee

  • Paolo Barbieri sarebbe il disegnatore ideale di donnine poppute per gritty fantasy; nonostante alcuni lo trattino da zimbello per le copertine della Troisi, a me i suoi disegni strapiacciono.)
  • Questo mese esce, finalmente, Il richiamo delle spade, ossia l’edizione italiana di The Blade Itself. L’ho già detto cinquanta milioni di volte: è un libro che vale la pena leggere, compratelo.

Recensione – “Fortress Frontier (Shadow Ops #2)” di Myke Cole

Affrontato il gelido inverno per recarmi al seggio e sbrogliati i miei doveri da elettore, posso finalmente dedicarmi alla recensione di Fortress Frontier, il nuovo romanzo del nerboruto Myke Cole e sequel del già recensito Control Point.

Per cui, mentre aspettiamo di sapere quale pagliaccio governerà l’Italia per i prossimi due anni e mezzo su cinque di legislatura, cogliamo l’occasione per rifugiarci in un universo fantasy in cui la magia è reale e l’esercito la adopera, di nascosto dalla popolazione, a proprio uso e consumo – insomma, un universo politicamente meno ridicolo di quello in cui ci troviamo a vivere.

 

La scheda del libro

Fortress Frontier (Shadow Ops #2) di Myke Cole
Pubblicato da Ace, inedito in Italia
Anno 2013
368 pagine
Prezzo di copertina 9,53€
Prezzo ebook 4,22€
Il libro su Amazon, anche in formato digitale

Che cosa succede

Fortress Frontier non si apre quando finisce il volume precedente, ossia con [spoiler, duh!] la fuga di Oscar Britton e la chiusura del portale che unisce la Fonte alla nostra dimensione, ma svariati mesi prima. Qui incontriamo Adam Bookbinder, un ufficiale dell’esercito che ha fatto carriera dietro a una scrivania anziché in un campo di battaglia. All’improvviso, proprio come era capitato a Oscar in Control Point, la magia si risveglia in Bookbinder e il colonnello diventa Latente. Eppure, diversamente da Oscar, Bookbinder, che non fugge ma si consegna, da bravo burocrate, ai Supernatural Operation Corps, non sembra eccellere in nessuna delle discipline sino a quel momento conosciute e, anzi, la sua “specializzazione magica” resta un mistero.

Bookbinder viene promosso e spedito alla Forward Operating Base all’interno della Fonte con la quale abbiamo familiarizzato nel romanzo precedente. Lì, nonostante la situazione radicalmente mutata, Bookbinder si ritrova a svolgere lo stesso incarico che svolgeva in precedenza, il passacarte, solo in un’altra dimensione.

E proprio quando Bookbinder sembra venire a patti con il suo non contare niente in qualsiasi dimensione si ritrovi, ecco che le due storyline, questa e quella di Control Point, vengono a collimare: la Forward Operating Base viene separata in maniera definitiva dalla Terra e i soldati sono posti sotto il costante attacco dei Goblin che vivono nella Fonte. Bookbinder si ritrova ben presto al comando della base e l’unico barlume di speranza si trova al termine di un viaggio di centinaia di miglia, attraverso territori della Fonte inesplorati e pericolosi. In più, potrebbe esserci bisogno di allearsi con Oscar Britton, ora nemico pubblico numero uno.

Che cosa ne penso

Control Point era un romanzo che di sicuro non avrebbe cambiato il modo di scrivere speculative fiction, ma era un urban fantasy piacevole e di intrattenimento. Non era perfetto, certo. Come avevo detto ai tempi della reccy, il punto debole del romanzo era di sicuro il suo protagonista, Oscar Britton, troppo cliché, troppo idealista e troppo lamentoso.

La mossa vincente che Myke Cole ha azzardato in Fortress Frontier è stata prendere Oscar Britton e relegarlo a un ruolo di coprimario, affidando il peso della storia alle spalle di un nuovo protagonista, Adam Bookbinder, che di certo è meglio caratterizzato e più piacevole da seguire – non si ha più, nel bene o nel male, quella sensazione di stare leggendo la novellizzazione di un film con Vin Diesel, ad esempio.

Inoltre, come mi auguravo nella reccy precedente, Fortress Frontier allarga ed espande l’universo di Control Point, mostrandoci, ad esempio, la controparte indiana della Forward Operating Base statunitense e i naga. Fun fact: per documentarsi sulla cultura e l’esercito indiano, Myke Cole ha chiesto aiuto a Mihir Wanchoo, blogger e redattore di Fantasy Book Critic, uno dei book blog di speculative fiction più influenti d’oltreoceano. Il che significa che la prossima volte che, diciamo, Luca Tarenzi scriverà un libro su un sociologo, pretendo di essere contattato.

In ogni caso, lo stile di Myke Cole è ancora un po’ acerbo. Ad esempio c’è qualche ripetizione di troppo qua e là, come nel capitolo in cui Bookbinder arriva alla Forward Operating Base e riconosce di sentirsi “overwhelmed” per tre volte in tre pagine. Ci sono comunque, mi sembra, ampi margini di miglioramento.

Insomma, Fortress Frontier è un sequel migliore di Control Point, che comunque resta una buona storia, agile e divertente. È un romanzo di puro intrattenimento che però lascia la porta aperta per future disamine sociopolitiche in cui la premessa da cui partiva il primo volume viene espansa e valorizzata. Se con Control Point mi ero detto “devo leggere il secondo”, con Fortress Frontier non posso fare a meno di dirmi “devo continuare a seguire la serie”.

E, ovviamente, ve lo consiglio. È leggibile anche in inglese, proprio in virtù della prosa semplice e diretta di Cole. Se cercate azione, avventura e magia, dateci una chance.

Voto finale

Lo scopriremo la prossima puntata!

Consentitemi per un attimo di fare quello che ha appena scoperto l’acqua calda.

Da neanche un mesetto sono proprietario di un Samsung tablet che ora è mio figlio. Dal punto di vista del blogger è comodissimo: la recensione dell’ultimo romanzo di Goodkind, ad esempio, è stata scritta interamente da tablet (ed è per questo che è zeppa di refusi, ebbene sì, ho le dita grosse e i tastini sono piccoli) sui mezzi pubblici milanesi. Inoltre, il tablet ha mandato in pensione il vecchio ereader e da dicembre ho letto in pratica solo libri digitali piratati o, non di rado, con mia grande sorpresa, acquistati legalmente su Amazon o altri store online.

La comodità è impressionante. Il livello qualitativo dell’esperienza di lettura idem. In effetti confesso che solo ora comincio a capire sul serio chi parlava di rivoluzione digitale e degli ebook che manderanno in pensione i libri cartacei.

Il futuro dell’editoria è digitale.

Piccolo problema: il futuro dell’editoria, pur avviandosi verso una crescente digitalizzazione, resta ancora nelle mani di quei figuri ingombranti chiamati editori.

L’editore per sua natura è conservatore e quindi resistente al cambiamento. L’ebook è un nuovo, vastissimo mercato e l’editore conservatore, che cerca di mantenere la sua nicchia di mercato cartaceo che si è creato pubblicando paranormal romance per minus habens o harmony finti BDSM per casalinghe disperate, sulla falsariga di quelli che, ahimè, sono i più recenti casi letterari, difficilmente cercherà di innovare. Davanti a una nuova realtà di mercato tenderà – e tende, come possiamo osservare, banalmente, facendo un giro su Amazon – a conservare e riproporre le vecchie logiche dell’editoria cartacea.

Solo che il digitale non è la carta. L’ebook non è il romanzo. Cosa che alla quasi totalità degli editori italiani sfugge.

Ad esempio si veda l’annosa questione dei prezzi. L’ebook non è un oggetto fisico, è un file – o, nella più deprecabile delle sue forme, una licenza per utilizzare un file – per cui va da sé che il prezzo dell’ebook-bene-di-consumo si calcola diversamente rispetto a quello di un libro cartaceo. Non bisognerà, ad esempio, pagare tipografia e legatoria, né la carta e i costi di trasporto e logistica. In un mondo che risponde alla logica della teoria economica, i soldi se li dovrebbero spartire l’autore, l’editor, chi ha impaginato l’ebook, l’illustratore, l’eventuale traduttore e l’editore – perché qui non siamo dei sozzi comunisti e crediamo nel valore economico dell’imprenditorialità.

Invece come ragiona una casa editrice italiana quando si tratta di convertire il proprio catalogo in formato digitale? Cito dal blog della Fanucci:

dopo la recente fiera di Francoforte in cui ho dialogato con i principali agenti letterari che rappresentano il 90% dei nostri autori sulle questioni relative alla pubblicazione dei nostri titoli in formato e-book, possiamo finalmente rispondere a quanti di voi ci chiedevano aggiornamenti.
Circa i tempi di pubblicazione in formato e-book delle varie novità rispetto alla pubblicazione in formato libro, ci sono diverse situazioni; c’è chi ha acconsentito alla pubblicazione simultanea (pochissimi), chi dopo un periodo minimo di sei mesi (la maggioranza), e chi oltre sei mesi. Quindi procederemo alla realizzazione immediata degli e-book attenendoci alla volontà dell’autrice/autore. Circa i titoli di catalogo, li stiamo lavorando e, man mano che saranno pronte le versioni e-book, li metteremo in vendita. Per quanto riguarda il prezzo invece, tutti sono d’accordo nell’applicare una riduzione del 30% sul prezzo dell’edizione più economica in commercio

Il che significa che, ad esempio, Londra tra le fiamme di Joe R. Lansdale, prezzo di listino 9,90 €, in versione digitale verrebbe a costare poco più di 6 €. Che non sono moltissimi, ma per un ebook sono già troppi. Pensate poi a una nuova uscita che costa magari 21 €, il prezzo digitale si assesterebbe intorno alla mitica cifra dei 14,90 €, che è proprio una presa per il culo, scusate la brutalità. Tra poco esce un libro che mi interessa parecchio e che si chiama A Natural History of Dragons (già l’ho menzionato nel post sui libri da tenere d’occhio nel 2013), ma su Amazon il prezzo di listino dell’edizione digitale è 14,43 € e quindi potete scordarvi che lo compri per vie legali.

Come rivela il post della Fanucci, la responsabilità di questa magagna è un po’ dell’editore, un po’ del publisher internazionale, un po’ dell’agente letterario. Insomma, del sistema che circonda il libro.

Ma soprattutto si cerca di traslare logiche obsolete in un mercato a cui non appartengono. E, no, non è un discorso di prezzi. Sto parlando anche del libro digitale in quanto tale.

Per il mercato editoriale esiste una corrispondenza biunivoca tra ebook e libro e questi due oggetti non si legano a null’altro. L’ebook è solo la forma digitalizzata di un romanzo.

Ebbene, non è così. L’ebook è un file, qualcosa che, sì, da un lato si presta a molte critiche per il suo essere intangibile, ma dall’altro può fare di questa sua intangibilità la sua forza. Per esempio puoi sceglierlo, comprarlo e cominciare a leggerlo in meno di un minuto. Puoi evidenziarlo, appiccicarci segnalibri virtuali e scriverci su note senza per questo rischiare di essere gettato nel pozzo senza fondo dell’angoscia e del tormento a cui sono destinati tutti coloro che spiegazzano o rovinano in qualsiasi altro modo un libro cartaceo. Puoi autopubblicarlo con agilità (a volte, a dire il vero, un po’ troppa agilità) e venderlo a 90 centesimi.

L’ebook consente una libertà che non era prevista nel vecchio mercato incentrato sul libro cartaceo. Si possono sperimentare nuove forme di narrazione, di scrittura, di pubblicazione. Basta quel minimo di coraggio che le case editrici non hanno ancora mostrato di possedere, ma che già molti scrittori, per lo più indipendenti, hanno già saputo trovare.

Un esempio di questa maggiore “libertà digitale” che trovo personalmente stimolante deriva, pensate un po’, dal passato remoto della letteratura. Nel senso che era già vecchiotto ai tempi di Charles Dickens, ma che ora, grazie agli ebook, potrebbe (me lo auguro) rinascere in modalità simili ma rinnovate.

Sto parlando, udite udite, della narrativa serializzata a episodi.

Non si tratta di un concetto nuovo. Tralasciando Sherlock Holmes, Rocambole e i romanzi di appendice dell’Ottocento, la strada della narrativa episodica era stata intrapresa anche in tempi più recenti. Era il 2000 quando Stephen King (scrittore da sempre amante delle sperimentazioni in digitale – e ricco abbastanza da potersele permettere) scriveva, auto pubblicava sul suo sito web e vendeva a 1$ gli episodi della sua novella epistolare The Plant. Nei progetti dell’autore, questa “nuova” forma di editoria sarebbe diventata l’incubo incubo delle grandi case editrici. I tempi però non erano ancora maturi, come si dice, le vendite decrebbero, i profitti crollarono e la novella rimase incompiuta. Se lo zio Steve avesse aspettato una decina d’anni, magari a quest’ora il romanzo sarebbe stato completato.

Ci sono stati dei casi più recenti, e su tre di essi vorrei puntare un attimo il riflettore – era l’idea alla base di questo articolo ma, come sempre, ho divagato.

Il primo è The Human Division di John Scalzi.

John Scalzi, per chi non lo conosce – e in Italia non avremmo motivo di farlo, visto che di suo è stato tradotto solo Old Man’s War per la Gargoyle e poi penso sia finito nel dimenticatoio – è uno scrittore statunitense e presidente della Science Fiction and Fantasy Writers Association of America. inoltre blogga con costanza dal 1998 e ama fare foto con facce strane.

Il suo ultimo lavoro è la serie di tredici ebook a puntate The Human Division, ambientata all’interno dell’universo di Old Man’s War, che viene pubblicata con regolarità ogni martedì sui principali negozi online a 0,76 € per episodio. Si tratta di racconti autoconclusivi che, presi nel loro insieme, raccontano una storia comune. Personalmente ho letto il primo, mi è piaciuto, e ho acquistato il secondo.

The Human Division, pur essendo l’esempio che la pubblicazione digitale episodica interessa ancora i grandi autori e non solo i piccoli scrittori indipendenti, presenta un grande limite: è una storia già scritta, già conclusa, e che sta solo venendo pubblicata a pezzi come un racconto di Lovecraft su Weird Tales.

Per me, invece, il vero punto di forza di un romanzo episodico pubblicato nell’era di internet è il feedback immediato che l’autore può avere con il lettore. Un po’ come per le serie televisive statunitensi che, diversamente da quelle trashate senza speranza e cervello che prendono il nome di fiction italiana, vengono prodotte un tot di episodi alla volta e modificate per integrare nella storia le reazioni del pubblico. Ad esempio, in Breaking Bad (che se non avete visto, FATELO NAU), Jesse Pinkman doveva venire ucciso nel climax della terza stagione. Il problema è che Jesse è uno dei personaggi preferiti dell’intera serie e il rapporto che lo lega a Walter è, per i fan, più importante di un climax sconcertante. Allora gli autori di Breaking Bad hanno deciso di tenere in vita Jesse e tutti sono stati contenti.

E se i puritani della Scrittura come Unica forma d’Arte che riflette l’Io e l’Intimità dell’Autore che dell’Opera è il Padrone Assoluto in questo momento stanno avendo dei conati di vomito alla sola idea che un Autore debba modificare la sua Opera Perfetta per assecondare gli inutili plebei che hanno speso soldi per leggerla… beh, lo sapete come la penso. Il pubblico in molti casi avrà delle opinioni su ciò che legge, e in gran parte dei casi queste opinioni saranno più intelligenti di gran parte delle recensioni su aNobii. A volte, perfino, il lettore riesce a vedere qualcosa in una storia che all’autore, ormai abituato alla sua voce di narratore, può essere sfuggito. Ad esempio, il personaggio X che per l’autore è un ribelle, al lettore suona solo come un cafone lamentoso. Oppure il personaggio minore Y è molto più interessante del protagonista. Oppure ancora se il personaggio Z avesse una relazione con Gina anziché con Bernarda la storia non solo più interessante, ma anche psicologicamente plausibile. Tutte cose che possono capitare. Magari l’autore ama a tal punto X da non rendersi conto di quanto suoni arrogante anziché anticonformista, magari Y è stato creato per puro caso e l’autore non ha realizzato di avere tra le mani un piccolo tesoro, magari Z ama Bernarda perché l’autore ha deciso così e ha dato in seguito per scontata tale decisione.

Il feedback immediato del pubblico e anche della critica può essere molto utile per creare una storia migliore. Certo, stando ben attenti a non snaturalizzare la storia per compiacere i propri lettori.

Attualmente sto seguendo due serie di romanzi episodici autopubblicati di autori italiani che, a differenza di The Human Division, non sono già belli che terminati e aspettano solo di essere caricati su Amazon e che quindi, potenzialmente, rientrano nella categoria di quelle opere che potrebbero essere influenzate dal feedback dei lettori.

Si tratta di Canti di sangue e amore di Gianni Falconieri e Deserto rosso di Carla Monticelli.

Di Canti di sangue e amore è disponibile da qualche mese su Amazon a 0,89€ il primo volume, intitolato Alba di guerra. Si tratta di un fantasy di quelli che piacciono a me, molto tetri e violenti e poco eroici. Devo ammettere in tutta onestà che avrebbe potuto essere meglio, specialmente per una cura non proprio impeccabile nel reparto editing (d eufoniche, d eufoniche everywhere) e un tentativo un po’ impacciato di forzare il world building nel primo dei tre capitoli che si è trasformato, come era logico immaginare, in una buona dose di infodump. E, elephant in the room, il progetto grafico di copertina è ad andar bene questionabile. Ripeto, in tutta onestà non si avvicina neanche lontanamente a essere perfetto, tuttavia, sarà forse per il genere che è anche il mio preferito, sarà perché ha destato la mia curiosità, penso che la storia abbia delle potenzialità e, dopo averne avuto un assaggio, sono interessato a continuare nella lettura.

Gianni Falconieri è il proprietario di fantasy-italiano.com e scrive per Finzioni. Alba di guerra – Canti di sangue e amore #1 è uscito nel dicembre 2012. Non ho idea se il resto sia già stato scritto o se si tratti di un work in progress.

Deserto Rosso di Carla Monticelli, invece non è, al contrario di quanto il titolo possa far supporre, un romanzo che parla del Partito Democratico, ma uno sci-fa che narra le vicende dell’equipaggio della seconda missione spaziale umana su Marte che, dopo un incidente, attende che dalla Terra si sbrighino a riportarli a casa. Sono stati pubblicati due dei quattro episodi che compongono la serie, uno, Punto di non ritorno, a giugno 2012 e l’altro, Abitanti di Marte, a novembre sempre del 2012, mentre un terzo è previsto per la primavera di quest’anno. La ragione per cui ci sono circa cinque mesi di distanza tra una puntata e l’altra è che le quattro parti che compongono Deserto Rosso sono lunghe, in entrambi i casi si va oltre le 20.000 parole. A 0,89 €. e con cliffhanger di fine episodio.

Punto di non ritorno è stato il primo romanzo autopubblicato che ho acquistato attraverso transazioni economiche legali e riconosciute dal commercio internazionale e dalle normative UE. Prima ero convinto che tutti i romanzi autopubblicati fossero spazzatura. Ora, dopo averlo letto, penso che solo l’80% dei romanzi autopubblicati siano spazzatura. E Deserto Rosso in questo 80% decisamente non ci rientra. Come ho già avuto modo di twittare all’autrice (perché mi piace far sapere che apprezzo il lavoro di chi se lo merita) Punto di non ritorno è come penso debba essere ogni romanzo indipendente: curato nella forma e nello stile, buona trama, eccellente caratterizzazione, prezzo competitivo.

Ciò detto, per la questione del feedback, che dovrebbe essere il punto focale di questo articolo, c’è da notare che, con solo quattro episodi (anche se quattro corposi episodi), forse Deserto Rosso non si presta a essere modificato a seconda della risposta del pubblico. Tuttavia leggo sul sito della Monticelli

Le quattro puntate saranno poi riunite e riorganizzate in un unico romanzo, che sarà disponibile anche in versione cartacea e che potrebbe in parte differire dalle novelle originali, in base al feedback degli stessi lettori.

Commento che trovo decisamente incoraggiante.

Per cui, rivoluzione digitale. Cominciamo un po’ a pensare al di fuori degli schemi triti, ritriti e putrefatti dell’editoria tradizionale, ok?

E, certo, rimane sempre il problema dei lettori, che in Italia non solo leggono pochi ebook (perché il profumo della carta rulla sovrano – e perché, seriamente, l’editoria tradizionale sta facendo tutto il possibile per uccidere un mercato che comunque e in ogni caso è in crescita inarrestabile) ma sono anche per natura diffidenti nei confronti delle nuove forme di pubblicazione. Che poi tanto nuove non sono, perché anche Arthur Conan Doyle fu costretto a “modificare” la storia di Sherlock Holmes a seguito del feedback dei lettori. Ma siamo già a 2.500 parole, ed è sabato mattina. Direi che questa è un’altra storia, per un altro giorno.