Recensione – “La ragazza dei miei sogni” di Francesco Dimitri

A quanto ho capito, Alice nel paese della Vaporità è stato, per il suo autore Francesco Dimitri, una specie di salto nel vuoto, un esperimento con un nuovo genere. Come sia andato lo sappiamo tutti. Il punto è che Dimitri nasce con ben altri interessi, e basta leggersi una qualsiasi biografia, scorrere il suo blog o dare un’occhiata ai suoi tweet per capire quali: è fissato con paranormale e magia. Pardon, incanto.

Alla luce di questo – e del nuovo romanzo, L’età sottile, in uscita da qualche parte nella seconda metà dell’anno, che parla proprio di magia e incanto – ho pensato di leggere non il Dimitri che si improvvisa scrittore new weird, ma il Dimitri che scrive qualcosa sul quale è ferrato. Senza cattiveria, ma lo “scrivi ciò che sai” è innegabilmente un caposaldo della scrittura e pertanto quando si segue questa semplice regoletta, è anche probabile che quello che si scrive esca fuori meglio. Citerei Esbat di Lara Manni, ma mi sta sulle palle la Lipperini, quindi prendetela così, senza esempi di sorta.

La scheda del libro

La ragazza dei miei sogni di Francesco Dimitri
Pubblicato da Gargoyle Books
Anno 2007
195 pagine
Prezzo di copertina 10,50€
Il libro su Amazon

Che cosa succede

Il protagonista del romanzo – senza nome perché il tutto è narrato in prima persona, ma che da qui in avanti chiameremo Ruggiero – è uno sfigato, uno di quelli che non ci prova nemmeno più, uno di quelli che sta consciamente sull’anello più infimo della catena alimentare e non fa niente per muoversi verso l’alto. È un ventiseienne vergine mai stato baciato che fa cascare le braccia solo a vederlo. Perennemente nella friendzone, non ha veri e propri amici, e la sua famiglia è un crogiolo di stronzi passivi aggressivi che al loro confronto mia madre impallidirebbe. E mia madre è ebrea.

Comunque, Ruggiero ha bisogno di una scopata, e questo è chiaro a tutti, perfino a Dagon, l’amico darkettone dei tempi della scuola. Ne ha bisogno perché, ultimamente, ha cominciato a fare strani sogni in cui viene più o meno stuprato da una ragazza, una specie di Lisbeth Salander (versione cinematografica di Fincher), però bionda e con più tatuaggi.

In effetti Ruggiero è intrappolato in una specie di amicizia-che-vorrei-fosse-qualcosa-di-più-ma-a-lei-non-passa-nemmeno-per-l’anticamera-del-cervello con Margherita, una a cui, per l’appunto, non passa nemmeno per l’anticamera del cervello. E pure un po’ zoccola. C’è poco da stupirsi, quindi, che Margherita decida di collaudare il materasso del coinquilino di Ruggiero, lasciando il nostro eroe patetico protagonista con le proverbiali pive nel sacco.

Ruggiero passa la nottata a girovagare per la città, finché non incontra proprio la ragazza dei suoi sogni. Con cui scopre di avere un feeling impressionante. E che piano piano diventa la sua prima vera ragazza.

E che, ovviamente, cela dietro di sé orrori inimmaginabili che cambieranno per sempre la vita di Ruggiero.

Che cosa ne penso

Messa giù così sembra la trama di un paranormal romance che farebbe vomitare zucchero filato perfino alla Gabaldon. In realtà c’è molto di più, e la love story serve a introdurre la componente orrorifica e soprannaturale del racconto.

La prima parte del romanzo è sostanzialmente questa. Assistiamo prima alle miserie di Ruggiero e poi alla storia d’amore che lo lega a Sofia, la ragazza dei suoi sogni. È un po’ come arrivare alla fine della salita di un ottovolante, la seconda parte è tutta in discesa.

In realtà, però, è una salita non molto bassa. E non siamo sul Blue Tornado. Uno dei difetti principali che ho riscontrato nel libro è la poca suspense, e i colpi di scena praticamente assenti, il che non è bene, se si scrive di horror. Già leggendo la sinossi in quarta di copertina si capiva che in Sofia c’era qualcosa che non andava. In più il romanzo è narrato in prima persona da Ruggiero. Nella primissima pagina del romanzo, perfino Dimitri, per bocca di Ruggiero, riconosce che “l’uso che faccio dell’“Io narrante” [è] un cliché abusato”. Ma in realtà non si tratta di cliché – che sono comunque presenti nel romanzo, ma non in questo caso. In realtà si tratta di una tecnica che ammazza la suspense. Se Ruggiero ci sta facendo un resoconto di quello che gli è accaduto, significa che alla fine della fiera è sopravvissuto. Quindi, per quanto possa trovarsi in pericolo, chessò, affrontando entità soprannaturali bramose di sangue, si sa comunque che sopravvivrà. Sì, c’è sempre il rischio che sia come Kevin Spacey in American Beauty. Ho addirittura pensato che finisse come in Dagon di H.P. Lovecraft, visto e considerato che uno dei personaggi si fa chiamare proprio Dagon, ma invece niente di tutto ciò.

Un’altra cosa stridente sono i due personaggi principali. Chiarimento: i personaggi sembrano i protagonisti di un film di Rob Zombie – e con ciò intendo dire che nemmeno uno riesce a risultare simpatico al lettore. Il che, a ben pensarci, è anche legittimo, dopotutto è la storia di come la vita di Ruggiero sia circondata di stronzi. Il problema è che nemmeno Ruggiero è poi così simpatico. È patetico, questo sì, ma non un patetico che suscita sentimenti di compassione, è solo un caso disperato senza possibilità di redenzione.

D’accordo che non sta scritto da nessuna parte che i protagonisti debbano essere interessanti, però dovrebbero per lo meno entrare in sintonia con il lettore. Per le quasi duecento pagine del libro, invece, non sono riuscito a farmi andare a genio Ruggiero. E credetemi, ci ho provato. Sono riuscito a farmi andare a genio Harry Potter (il personaggio, intendo), per cui sono uno che ci prova.

E va ancora peggio quando Ruggiero incontra Sofia. Sofia per certi versi è la ragazza perfetta per Ruggiero. Piccolo problema: è un crogiolo di cliché e frasi fatte. È la rebbbel da manuale che prende Ruggiero e lo trasforma completamente. Una volta arrivati al finale tutto acquista senso, va detto. Sofia è sostanzialmente una fantasia masturbatoria all’ennesima potenza e con un pizzico di demonologia, è perfettamente normale, quindi, che parli nel modo in cui parla e si comporti nel modo in cui si comporta. È la ragazza perfetta per Ruggiero perché è come Ruggiero si immagina una ragazza perfetta. E non avendo Ruggiero praticamente alcuna esperienza nel campo, è ovvio che la ragazza perfetta della sua fantasia sia un cumulo di cliché.

Il che non significa che leggerlo non risulti stridente per qualcuno che non sia Ruggiero. Tante volte mi sono trovato ad alzare gli occhi dal libro con un “Bah!”.

Il libro ha, innegabilmente, anche aspetti positivi. Il primo che mi salta in mente è l’attenzione con cui Dimitri ha curato la parte magico/soprannaturale. Essendo lui per primo un… come definirlo?… supernatural geek, era anche lecito aspettarselo. Quella parte è fatta bene, è interessante e si vede che Dimitri trasuda passione per l’argomento. Forse perfino troppa, a giudicare da tutti gli spiegoni che fa Dagon, ma non è male.

Mi è piaciuto lo stile, una prosa diretta, colloquiale, semplice e senza fronzoli o baggianate di sorta. Dimitri è uno scrittore onesto e – so già che qualcuno storcerà il naso – in ultima analisi è pure un bravo scrittore. Forse, e dico forse, uno dei migliori cinque-dieci autori italiani del fantastico in attività. So che di solito concludo frasi come queste con un “e questo la dice lunga”, ma questa voleva essere più un complimento, per cui ciccia.

In conclusione

La ragazza dei miei sogni va a collocarsi nella terra di nessuno tra i libri che mi hanno convinto e quelli di cui non sono sicuro al 100%. Rimane una prova più che sufficiente, specialmente visto che è la prima opera narrativa di Dimitri, precedendo Pan e l’Alice. Per cui letta come l’opera di un esordiente è una buona opera prima, migliore di tante altre che mi è capitato di leggere.

Ha i suoi difetti, come la poca suspense e l’abbondante numero di frasi fatte, i personaggi miserabili e le situazioni a volte un po’ grottesche. Ma è scritto bene, si fa leggere, ed è evidente la passione con cui è stato scritto.

So che sembra una cosa facile da dire, ma, anche se non è perfetto, La ragazza dei miei sogni è molto, molto meglio di Alice nel paese della Vaoprità.

Voto finale

Recensione – “Alice nel paese della Vaporità” di Francesco Dimitri

Alice nel paese della Vaporità di Francesco Dimitri è uno di quei libri che gli internet reviewer italiani amano odiare. Certo, non tanto quando Le cronache del Mondo Emerso della Troisi o Wunderkind dell’affabile GL, ma occupa comunque un posticino di tutto rispetto negli annali dei brutti fantasy italiani. È brutto, è confuso, è una cagata, è scritto male e a Dimitri gli puzzano pure un po’ i piedi.

Nel mio piccolo sono entrato in possesso del libro prima della celebre non-recensione/rant-natalizio su Gamberi Fantasy, quando ancora il romanzo era marketizzato come uno dei primi tentativi di portare il genere steampunk in Italia e, soprattutto, come il “terzo romanzo di Francesco Dimitri”, già autore del celebratissimo Pan (che io ancora non ho letto). Tra l’altro, in quel periodo stavo lavorando a un giallo classico all’inglese con ambientazione tipicamente steampunk, per cui il mio interesse per il genere era altissimo, cercavo avidamente qualcosa su cui documentarmi.

E, niente, ho comprato il libro, ho letto le recensioni e ho deciso di lasciarlo a prendere polvere infilato in libreria tra Lara Manni e gli steampunk di Lansdale.

Fino a oggi.

La settimana scorsa, in un impeto di follia, ho preso il romanzo e me lo sono portato sul pullman. L’ho letto, perfino.

E devo dire che, pur non concordando, se non in minima parte, con le molte recensioni negative che ho letto in giro, Alice nel paese della Vaporità non è un bel libro, ma non è nemmeno privo di aspetti in grado di redimerlo dalla dannazione eterna nell’Inferno dei Brutti Libri Fantasy.

Vediamo un po’ più nel dettaglio perché.

La scheda del libro

Alice nel paese della Vaporità di Francesco Dimitri
Pubblicato da Salani
Anno 2010
Pagine 277
Prezzo di copertina 16,80€
Il libro su Amazon

Ben nel paese di Alice nel paese della Vaporità

Intanto, Alice nel paese della Vaporità non è una rilettura del classico di Lewis Carrol, così come non ne è il rifacimento peggiore. L’Alice di Dimitri parte come la storia di Ben, londinese, afflitto dalla sindrome di Alice nel Paese delle Meraviglie, una condizione clinica che in sostanza gli altera le percezioni sensoriali. Ben è reduce da un trauma giovanile, in un incidente d’auto ha causato la morte di sua sorella, e si mantiene leggendo testi di autori emergenti per un’agenzia letteraria (e già da questo si capisce che è un fantasy).

Uno dei romanzi che gli capitano in visione è appunto Alice nel paese della Vaporità, quella che a prima vista gli sembra una rivisitazione in chiave steampunk dell’Alice di Carrol, scritto da un autore anonimo e irrintracciabile.

Durante una lunga notte, Ben legge la storia di Alice, un’antropologa di una Londra futuristica e postapocalittica in cui è risorta una tecnologia che potremmo definire steampunk, che decide di intraprendere un viaggio scientifico nella coltre di Vaporità che circonda la città e in cui si celano orrori inimmaginabili.

Ora, detto così non suona per niente male. E la cosa che mi fa girare le cosiddette è che per le prime cento-centocinquanta pagine non è per niente male davvero. È ciò che accade una volta che le due storie, quella di Alice e quella di Ben, si congiungono che fa piangere i coniglietti.

Provo a spiegarmi meglio. Mentre la storia di Alice è una Ricerca nel senso più classico del termine, una ricerca che converge addirittura nello scontro finale tra il Bene e il Male supremo, incarnato nella perfida Regina dello Steamland, la storia di Ben è centellinata (saranno sì e no quattromila parole ogni ventimila di Alice), ma offre tanti spunti interessanti: la malattia, l’incidente, l’autore misterioso che invia un romanzo a puntate, il romanzo stesso che sembra fare riferimento a lui che legge. C’è un’abile costruzione della suspense per tutta la prima parte della storia di Ben, un grande build-up. Che purtroppo deraglia in una conclusione deludente, ma tanto.

Che poi, essendo fan di King, un po' dovrei esserci abituato...

Steamscrittore

Quindi, il primo problema è il classico “tanto fumo e niente arrosto”. Il secondo è di natura meramente tecnica. Come già ho detto all’inizio, l’Alice di Dimitri era inteso da chi lo ha pubblicato come un tentativo di far esplodere la moda steampunk anche qui da noi. Ora, non che vi sia un proliferare di romanzi steampunk anche all’estero – e quindi non parlerei di “moda” vera e propria, impallidirebbe al confronto dei vampiri gay e degli elfi yaoi –, ma va detto che gli unici tentativi di diffondere la narrativa steampunk in Italia si devono al Duca e a Edizioni Scudo, con fortune peraltro nemmeno paragonabili a quelle degli altri trend letterari.

Quindi la Salani aveva a) un gran bravo autore italiano che era anche b) autore di un piccolo caso letterario per cui poteva considerarsi c) lanciato verso il successo. Orbene che si fa? Suoniamo la fanfara e importiamo lo steampunk nel Bel Paese.

Piccolo problema: Alice nel paese della Vaporità è un pessimo, pessimo, pessimo, pessimo, pessimo-per-dieci-alla-nona romanzo steampunk. È il peggiore romanzo steampunk che io abbia mai letto, e io leggo fantatrash. Non lo so che gli è preso, a Dimitri. Forse voleva sovvertire i canoni del genere perché, accipigna, fa figo sovvertire le cose, fattostà che il risultato è stato penoso.

Non basta aggiungere il prefisso “steam-” alle parole per far sì che diventino magicamente steampunk. Steamcarrozza, steamcomputer e roba del genere non sono sufficienti. I nomi degli oggetti nella letteratura steampunk sono pomposi, altisonanti, qualcosa tipo “Sistema di Computazione e Ottimizzazione di Calcolo a Vapore” o “Tecnologia a Vapore di Scansione e Osservazione Intelligibile per Algoritmi Operativi di Moduli Robotici” (questa è roba mia, l’ho usata in un racconto). Il punto è che non basta buttare a caso le parole “vapore”, “ingranaggi” e “bulloni” per creare l’atmosfera del genere. Senza contare che nemmeno l’ambientazione storica è rispettata, e manca anche quell’idealismo che, di solito, fa da sfondo alle storie steampunk, in contrapposizione al cinismo tipico del cyberpunk.

Per questo ho arbitrariamente deciso che Alice nel paese della Vaporità è un romanzo new weird. Perché come new weird funziona molto meglio. Dimitri ha una buona immaginazione e una fantasia alquanto perversa – in senso buono – tanto che in alcuni punti è in grado di rivaleggiare perfino con Il sentiero di legno e sangue di Luca Tarenzi.

Ah, e ovviamente non lo farei rientrare nemmeno nel genere fantasy, più che altro nell’horror, ma so bene che i confini tra il new weird e l’horror sono parecchio fumosi.

Steamverdure!

Show don’t chissene

La terza grande critica che l’Alice di Dimitri ha ricevuto era che era scritto male. È vero? Secondo me no. O meglio, sì, ho riscontrato in prima persona un utilizzo infantile dei caratteri per scrivere parole quali “vampiro” e “mostro”, ho assistito a quello che alcuni chiamerebbero “uso improprio di show don’t tell” e, oh perbacco, c’erano anche due o tre cliché ma di quelli belli grossi.

Però calma, contestualizziamo. Il punto focale del romanzo è che Ben sta leggendo una storia nella storia, le avventure di Alice sono un romanzo che Ben sta leggendo, un romanzo scritto da quello che Ben crede sia un esordiente e inviato via mail a un’agenzia letteraria. È normale che contenga bizzarrie tipografiche, errori di show don’t tell e qualche cliché, è fatto apposta. Cavoli, Ben lo dice pure:

La storia di Alice lo stava catturando e lui non capiva perché. Non era perfetta. C’erano dei problemi tecnici: dialoghi che potevano essere migliori, situazioni e personaggi un po’ forzati. Eppure, leggeva.

E, sebbene io sia d’accordo che alcune cose avrebbero potuto essere gestite meglio, sono d’accordo con Ben, perché la storia che stiamo leggendo è la sua, non quella di Alice.

In conclusione

Il romanzo non è quell’oscenità che dipingevano tutti, ma non è neanche un bel romanzo. Avrebbe potuto essere centomila volte meglio dando più spazio a Ben e meno ad Alice e avrebbe potuto essere un fantagigabazingagliardo di volte meglio ancora con un finale meno ad cazzum come quello che mi è toccato leggere.

Lo stile non è affatto pessimo come si diceva, tenuto conto della storia del romanzo dentro il romanzo. Si vede che a Dimitri piace sovvertire i topòi di genere. A tratti ci riesce, ad esempio con la profezia, che qui c’è, ma tutti sanno che è fuffa inventata dalla Regina per rabbonire il popolo, a tratti un po’ meno quando, come detto sopra, per giocare con gli stilemi dello steampunk ci pasticcia e basta.

L’unico personaggio davvero ben riuscito è Ben, che mi è stato simpatico da subito. Gli altri sono a malapena abbozzati e Alice, che è caratterizzata un pochino meglio rispetto alla media, non fosse altro che la seguiamo per buona parte del libro, non risulta né simpatetica né accattivante.

In buona sostanza un romanzo dimenticabile, con qualità redimibili che lo salvano dalla dannazione imperitura, ma che sono insufficienti per farne una lettura passabile.

Voto finale

WWW Wednesday #4

Giuro, non vedevo l’ora che arrivasse mercoledì. Per una serie di ragioni, prima tra tutte perché è l’ultimo giorno di lezione e poi posso starmene a casa a poltrire tutto il giorno (che è molto meglio di stare in università a poltrire per mezza giornata scroccando il wi-fi). E poi perché c’è il WWW Wednesday, no? Come come come? “Cos’è il WWW Wednesday?” È la risposta alle domande fondamentali che ogni essere umano si pone, ammesso e non concesso che tali domande siano:

  • What are you currently reading? Che cosa stai leggendo in questo momento?
  • What did you recently finish reading? Che cosa hai appena finito di leggere?
  • What do you think you’ll read next? Che cosa pensi di leggere dopo?

Ed ecco, anche questa settimana, le mie risposte.

Che cosa stai leggendo in questo momento? Nientepopodimenoché Alice nel paese della Vaporità di Francesco Dimitri, un libro che ho acquistato e subito evitato per quasi un anno perché tutte le recensioni lo bollavano come illeggibile. E invece? Mi sta piacendo. È molto weird e per niente steampunk, a riprova che chi marketizza i libri in italia dovrebbe dedicarsi alla coltivazione di begonie in Turkmenistan, ma è anche la dimostrazione che le filippiche che gli internet reviewer italiani scodellano ogni tre per due sullo show don’t tell sono tanto fuffose quanto quelle dei vuminghi sul New Italian Epic.

Che cosa hai appena finito di leggere? Boy Meets Boy di David Levithan e l’ho anche brevemente recensito su aNobii (c’è il link alla libreria qui a destra). Il succo della minireccy: non è per niente  il mio genere, ma è stata una lettura gradevolissima.

Che cosa pensi di leggere dopo? Sa Dio Lady Gaga. So di per certo che tra un po’ leggerò il nuovo libro di Stephen King, 22/11/’63 (che stando a IBS dovrebbe uscire l’8 novembre in contemporanea con gli USA, con stessa copertina e stesso titolo, anche se opportunamente tradotti in italiano). Wu Ming 1 ha detto che è bello, ma Wu Ming 1 ha anche partorito il New Italian Epic. Ma prima? Ah, è un bel mistero… deciderò d’impulso alla fine di Alice.

Libri comprati e mai cominciati

Ultimamente compro libri solo su Amazon e Ibs, perché c’è più scelta, perché (nonostante il signor Riccardo Franco Levi tenti di legiferare altrimenti) è conveniente, e perché posso comprare quello che voglio all’ora che voglio standomene bellamente seduto in poltrona. L’unica magagna è che, ordinando libri per meno di – vado a memoria – 25 Euro, tocca pagare due euro di spese di spedizione. E a me per principio la cosa non piace. Allora che si fa? Visto che i libri non vanno a male, di solito non ordino un romanzo alla volta, ma due o tre. Anche quando, magari, ne voglio solo uno.

Oggi, dopo l’arrivo dell’ennesimo corriere (mi ha portato The Blade Itself di Joe Abercrombie, un bel libro che recensirò quanto prima), mi sono messo a fare la conta di tutti i libri che ho comprato online e, per un motivo o per un altro, non ho ancora letto.

Ecco il risultato:


(Prego notare la magnificenza della foto fatta col cellulare e i numerini inseriti col Paint)

Un totale di sedici libri comprati e mai letti. Che ovviamente saranno anche le mie prossime letture, in un indefinito futuro anteriore che gli scienziati indicano con “Tra un po’” e che, partendo dal momento “Adesso” si protrae fino al momento “Fine dei Tempi”. Ma basta scempiaggini, diamine! Vediamo che cosa mi aspetta nel mio futuro da lettore.

  1. La scatola a forma di cuore di Joe Hill. Joe Hill altri non è che il figliolo di Nostro Signore di Tutto ciò che è Horror, Santo Protettore di Noi Scribacchini Tutti, il Sempre Sia Lodato (inchino) Stephen King. E ovviamente scrive horror. Ha anche delle gran belle idee, tipo in Horns, dove il protagonista si accorge di punto in bianco di avere delle corna demoniache in presenza delle quali la gente mostra il suo lato più malvagio e subdolo. Qui forse mi trattiene dalla lettura il fatto che il protagonista sia un metallaro e io non ho mai avuto molta simpatia per la categoria. Lo so, sono una persona orrenda.
  2. Il figlio del cimitero di Neil Gaiman. Oh, è una vita che voglio leggere Gaiman, lo giuro. E questo libro è anche pluripremiato e celebratissimo. Davvero, non so perché ancora non l’ho letto, forse perché ultimamente sono preso con l’high fantasy, ma rimedierò, giurin giurella.
  3. Stardust di Neil Gaiman. Ancora Gaiman, ma questa volta c’è una storia. Volevo leggere Stardust perché avevo visto il film, quello con Robert De Niro che interpreta il serial killer psicopatico che si diverte a torturare le sue vittime tagliando loro piccoli pezzi di carne e costringendole a mangiarli, e mi era piaciuto. Ho scaricato acquistato attraverso una trasazione economica legale e riconosciuta dal diritto commerciale internazionale una copia digitale del romanzo, l’ho letto e… ma cos’è ‘sta roba? Sembrava peggio della peggiore favoletta per bambini scemi. Ovviamente mi sono rifiutato di credere che il tanto celebrato Gaiman potesse scrivere così male e ho cercato maggiori informazioni. Scavando un po’, è venuto fuori che la Mondadori ha sostanzialmente istupidito il romanzo (eliminando anche una scena di sesso, mi pare di aver capito) per renderlo più appetibile a un pubblico di bambini. BAMBINI! Dannati bambini. Se mai avrò dei figli li crescerò a pane e Stephen King, porca paletta. Comunque, viste le gravi deficienze della traduzione italiana, sono stato costretto a comprare l’edizione inglese. Che costava pure la miseria di 5 Euro, pappappero.
  4. Lost Boy, Lost Girl di Peter Straub. Non ho mai letto qualcosa di Peter Straub che non fosse stato scritto in collaborazione con Stephen King, mi riferisco al prolisso Il talismano e all’ommioddio-cosa-gli-è-saltato-in-mente La casa de buio. Comunque, sentivo che era arrivato il momento di colmare questa lacuna. Poi è cominciato il mio già citato periodo leggo-solo-high-fantasy e il libro è rimasto intonso.
  5. L’incendiaria di Stephen King. Un giorno ho deciso di piazzare un ordine su Amazon di tutti i libri di Stephen King che non avevo ancora comprato. Alla fine erano due, L’occhio del male e questo qui. L’occhio del male l’ho letto e mi è piaciuto, questo ancora no. Ma l’importante è possederlo, giusto?
  6. Meridiano di sangue di Cormac McCarthy. Definito da molti uno dei capolavori di McC (migliore della Strada? Staremo a vedere…), non l’ho ancora letto perché quando leggo McCarthy mi succede una cosa strana: comincio a scrivere come lui. Con frasi Brevi. Brevissime. Senza subordinate. Sincopato. E questa è una cosa che, per il momento, preferirei evitare…
  7. Le creature selvagge di Dave Eggers. Sarebbe la versione romanzata di Where the Wild Things Are di Maurice Sendak, ma romanzato per appaiarsi al film di Spike Jonze. Non ho ancora visto il film perché volevo leggere il libro prima, non ho ancora letto il libro perché… non lo so mica…
  8. La spada della verità volume 4 di Terry Goodkind. Perché al fantatrash non c’è mai fine, ma un po’ di pausa quella me la potrò prendere, no?
  9. L’occhio del mondo di Robert Jordan. La saga della Ruota del Tempo è una di quelle che mi era stato consigliato di leggere se cercavo del buon fantasy. Ho comprato il primo romanzo, ma poi la HBO ha avuto la sfavillante idea di mandare in onda il primo episodio di quella gemma di televisione di qualità che è Game of Thrones e non ho avuto occhi che per Martin e le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco.
  10. Temeraire: il drago di sua maestà di Naomi Novik. Un altro di quei libri che leggerò molto presto perché è ottimo materiale per una recensione, salvo poi trovare ogni volta una lettura che mi interessa di più.
  11. Orlando Furioso di Luciano Corona. Ho sempre voluto leggere l’Orlando Furioso, ma mi ha sempre fatto piuttosto ribrezzo la poesia. Per cui quando ho scoperto che Luciano Corona aveva riscritto in prosa il poemone dell’Ariosto, non me lo sono lasciato scappare. Non l’ho ancora letto perché… beh, mi è appena arrivato, datemi tempo!
  12. Come addestrare un drago di Cressida Cowell. Il libro da cui è stato tratto il film d’animazione più bello di sempre, ossia How To Train Your Dragon della Dreamworks. Sì, è un libro per bambini, ma l’ho comprato perché ho una mezza idea di usarlo per un esperimento blogghistico che coinvolge anche il suo derivato di celluloide…
  13. La principessa sposa di William Goldman. Non l’ho ancora letto perché… questo libro ha ucciso mio padre, preparati a morire!
  14. Molto forte, incredibilmente vicino di Jonathan Foer. L’ho scoperto per caso, perché tra un po’ esce il film, così l’ho comprato per fare l’intellettuale che dice “so già come va a finire: ho letto il libro, io!”. Poi l’ho aperto e, sinceramente mi sembra un’altra versione di Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte di Mark Haldon, che era carino, ma mi è bastato.
  15. Unwind. La divisione di Neil Shusterman. Si tratta di uno young adult che parte da una premessa originalissma (nel futuro l’aborto sarà illegale prima della nascita, ma non dopo) ma che non sono ancora riuscito a tirare giù dalla libreria.
  16. Alice nel paese della Vaporità di Francesco Dimitri. Non l’ho ancora letto perché quasi tutte le campane che sento, dai basher ai recensori moderati, lo dipingono come un’emerita schifezza. So che non è carino giudicare senza farsi un’opinione propria, ma, in tutta onestà, voi sprechereste del tempo prezioso per guardare, chessò, un film di Uwe Boll?

 
Mi piacerebbe sapere: sono l’unico a fare una cosa del genere?

Ma ora scusatemi, devo andare su Amazon a piazzare un ordine per altri tre-quattro libri…