Recensione – “Inferno” di Dan Brown

Pensavate fosse il recap di Game of Thrones, eh? E invece no, bitches, è la reccy del nuovo romanzo di quello sbarazzino di Dan Brown.

Nel caso abbiate vissuto sotto a una roccia per gli scorsi sei anni, Dan Brown è il peggior scrittore del mondo.

Tutto quello che scrive è orribile, volgare, disgustoso, pressapochista e offensivo. Scrive del papa che si paracaduta giù da un elicottero. Il papa. Si paracaduta. Da un elicottero. Oppure scrive dei simboli fallici nell’iconografia cristiana. Simboli fallici. Iconografia cristiana. Disgustoso.

Non c’è verso che a un lettore colto e superiore quale io sono, spazzatura del genere possa piacere. Se volessi leggere un romanzo in cui il papa si paracaduta da un elicottero, di certo non leggerei Angeli e Demoni. Sapete cosa leggerei? Niente. Perché il papa che si paracaduta da un romanzo è un’idea fottutamente stupida, e tutti noi sappiamo che l’arte della buona scrittura richiede l’assoluta serietà.

E, nonostante tutto, complice una popolazione culturalmente inferiore, plagiata dai mezzi di comunicazione asserviti a una certa parte politica, quell’essere privo di qualsivoglia talento che è Dan Brown ha spopolato e continua a spopolare.

Tanto che, Inferno, il suo ultimo romanzo, è già un successo. O almeno suppongo. Voglio dire, Dan Brown è parte di una ka$ta letteraria, per cui è ovvio che la gente sia corsa a comprare il suo libretto da due soldi. EDIT: sì, è un successo.

Per cui, mosso da pura curiosità intellettuale, ho voluto abbassarmi al livello delle masse acritche e inacculturate e toccare con mano la tragedia che, senza dubbio, Inferno di Dan Brown sarebbe stato. Così mi sono procurato il romanzo e l’ho letto. Dall’inizio alla fine.

Ed è stato meraviglioso.

La scheda del libro

Inferno di Dan Brown
Pubblicato in Italia da Mondadori, in USA da Doubleday
Anno 2013
600 pagine
Prezzo di copertina 25€
Prezzo ebook 9.99€
Il libro su Amazon, anche in edizione digitale

Che cosa succede

Inferno riprende la serie di avventure del professore di simbologia Robert Langdon, già protagonista di Angeli e Demoni, Il codice Da Vinci e Il simbolo perduto. Dopo aver svelato cospirazioni a Roma, Parigi e Washington, questa volta Robert Langdon si trova a Firenze, a fare luce sull’ennesimo intricato mistero.

Langdon si risveglia in un ospedale fiorentino con un’amnesia. Scopre di avere una ferita alla testa e non si ricorda nemmeno cos’è venuto a fare in Italia. Tre secondi dopo, la persona che ha tentato senza successo di farlo fuori torna alla carica, e Langdon, aiutato da una dottoressa inglese, deve scappare per salvarsi la vita, e contemporaneamente fare luce su una cospirazione di portata globale i cui indizi sono nascosti nella vita e nelle opere del più famoso cittadino di Firenze. No, non Matteo Renzi, capre, intendo Dante Alighieri, il tizio della Divina Commedia.

Che cosa ne penso

Inferno è un romanzo spettacolare, se partite dai dovuti presupposti. Intanto dovete accettare il fatto che non leggerete un capolavoro di stile. Dan Brown scrive piuttosto maluccio, in effetti, ma in fin dei conti poco importa. Perché non stai leggendo il romanzo che ti cambierà la vita o ti farà rivedere il modo in cui percepisci il mondo. Stai leggendo un guilty pleasure.

I guilty pleasure sono quei prodotti di intrattenimento che, scadenti come sono, dovrebbero intristirci senza fine, e invece riescono a intrattenere chi ne usufruisce in maniera sorprendente. I libri di Terry Goodkind sarebbero dei guilty pleasure se fossero trecento-quattrocento pagine più corti, mentre quelli di Dan Brown lo sono senza se e senza ma. Sì, mi sento un pochino in colpa quando dico che Angeli e Demoni è uno dei miei romanzi preferiti, lo stesso senso di colpa che mi prenderà quando scriverò la sezione “Voto finale” su questa recensione. Ma alla fine, chissenefrega, perché al di là dello stile e dei personaggi/sagome di cartone sia A&D che questo libro qua si leggono praticamente da soli, sono dei cosiddetti page-turner. Intrattengono e, soprattutto, divertono nel senso più grezzo del termine.

Voglio dire, il papa che si paracaduta da un elicottero, cosa c’è di più epico?

In Inferno, piaccia o meno, ho rivisto gli echi dei feuilleton e dei romanzi d’appendice di fine ottocento, così come dei pulp della prima metà del novecento. C’è azione, più o meno improbabile, più o meno oltraggiosa. C’è ritmo, cadenzato in capitoli brevissimi, ognuno dei quali termina con un colpo di scena o un cliffhanger. Ci sono aneddoti che aiutano a contestualizzare la storia e, nel contempo, a renderla accattivante per il lettore. Avrei pagato per avere Robert Langdon a spiegarmi la Divina Commedia anziché quell’inetta senz’arte né parte della mia prof d’italiano. E, sì, nel romanzo ci sono alcune inesattezze, del tipo che la maschera funeraria di Dante esposta a Firenze non è affatto originale, o che la tomba di Enrico Dandolo a Santa Sofia è solo un cenotafio perché l’originale è stata distrutta da quei puzzoni dei musulmani. Ma, anche qui, sono storture della realtà che servono alla trama, e in più suonano verosimili, quindi, per me, vanno bene. Andrebbero bene in qualsiasi romanzo, figuriamoci in uno che leggo al solo scopo di essere intrattenuto per un paio d’ore.

In conclusione

Non si può giudicare Inferno prescindendo dalla sua esistenza in quanto guilty pleasure. Non ha senso dire “Ah, ma Dan Brown scrive malissimo, le sue storie sono illogiche e irreali” e poi sdegnarsi e dargli un buuuu, zero stelline.

Lo scopo di Dan Brown non è quello di educare il pubblico dei lettori o proporre morale in chiave metaforica. E, sì, non criticare la società contemporanea per certa critica equivale ad aver scritto qualcosa di non degno (io già me lo vedo un certo scrittore e critico letterario che sbuffa sfogliando distrattamente il libro e borbotta: “Non c’è nemmeno una riga sul precariato, il PRECARIATOOOOOOOOH!”). Lo scopo principale di Dan Brown è, invece, quello di scrivere qualcosa che la gente abbia il piacere di leggere in spiaggia o sui mezzi pubblici o prima di andare a dormire. Qualcosa che diverta e intrighi a tal punto, magari, di saltare dieci minuti di bagno, perdere la fermata della metro o andare a letto mezz’ora più tardi perché, diamine, si voleva vedere come andava a finire. Questo era il vero obiettivo di Dan Brown. Obiettivo perfettamente centrato.

Anzi, vi dirò di più, non vedo l’ora che esca il successivo romanzo con Robert Langdon. E non perché frema all’idea di un’avventura ambientata tra le piramidi Maya o, chessò, nel cuore del Sacro Romano Impero alla ricerca delle reliquie di Federico II, ma perché, sul finire di questo romanzo, Dan Brown ha rotto una regola che sembrava essersi autoimposto, ovvero: gli eventi dei romanzi precedenti non hanno effetti su quelli successivi. Nonostante Langdon abbia in pratica rivoluzionato la storia del mondo in Il codice Da Vinci, nei romanzi successivi non se ne fa alcun riferimento diretto. Ebbene, alla fine di Inferno succede qualcosa che non gli sarà possibile non menzionare in un eventuale seguito, e c’è anche quasi il rischio di passare dal thriller cospirazionista alla fantascienza.

Quindi, riassumendo: buon libro, ottimo se non lo si prende troppo sul serio e lo si legge per puro e semplice svago. Non mancano le sbavature, ma, sul serio, passano in secondo piano grazie al ritmo incalzante e all’azione serrata.

Ah, i guilty pleasure, sempre siano lodati.

Voto finale

Recensione – “Nascita di un ribelle (I regni di Nashira 1.5)” di Licia Troisi

Dato che Scrittevolmente non ha vinto il Macchianera Award come miglior blog letterario, sono svincolato dal mio voto di leggermi tutta la bibliografia di Terry Goodkind per sbeffeggiarne i personaggi cliché, le situazioni insensate e lo stile scadente. Ma soprattutto ciò significa che posso riprendere a leggere fantasy di qualità come… il nuovo racconto di Licia Troisi ambientato a Nashira.

Proprio così, esiste un I regni di Nashira 1.5, un racconto disponibile esclusivamente in formato digitale che la Mondadori sta usando per promuovere la sua collana di raccontini e anteprime in ebook a un prezzo che oscilla tra gli 0.99 e gli 1,99€, dimostrando di fatto che la Mondadori di editoria digitale non ha ancora capito un cazzo.

Nascita di un ribelle, questo il meraviglioso titolo, non è un racconto che vede protagonista Talitha, ma racconta una storia ambientata su Talaria dal punto di vista di uno schiavo Femtita che si ritrova di punto in bianco a dover vivere senza padrone.

Sarà riuscita la Liciona nazionale a colmare le millemila lacune e insensatezze di world building del primo libro? Che rapporto ci sarà tra Eshar, il Femtita liberato, e Talitha, la Talarita ribelle? Sarà un passo avanti o uno indietro nello sviluppo della storia di Talaria?

Lo sapete cosa si dice dei libri di Licia Troisi, che di solito la cosa migliore è la copertina di Paolo Barbieri. Ecco, scrollate un po’ in basso e guardate la copertina di questo libro. E ora ditemi, può essere veramente qualcosa di buono?

La scheda del libro

Nascita di un ribelle (I regni di Nashira #1.5) di Licia Troisi
Pubblicato da XS Mondadori
Anno 2012
78 pagine (che poi sul mio ereader erano 46, ma riporto i dati della Mondy)
Prezzo di copertina 0,99€
L’ebook su Amazon

Che cosa succede

Cominciamo subito con un tratto distintivo delle storie della Troisi: uno stupido prologo in cui il protagonista sta disperatamente fuggendo da qualcosa di non meglio definito e, invece di concentrarsi sull’avere salva la pellaccia decide, di punto in bianco, di rivivere a beneficio del lettore gli eventi che lo hanno portato a quel punto.

Il nostro protagonista si chiama Eshar ed è uno schiavo Femtita. I Femtiti, lo menziono a beneficio dei fortunati che non conoscono I regni di Nashira o hanno resettato la memoria del primo libro della serie, sono schiavi dei Talariti e non possono sentire il dolore – anche se, curiosamente, Eshar sente, nell’ordine, la fatica e il freddo gelido della pioggia.

Dunque, la situazione è la seguente: c’è una piena causata dalle piogge abbondanti e gli argini del fiume stanno straripando, minacciando la fattoria. Eshar e altri schiavi stanno tentando di arrestare le acque ma sono sopraffatti e la fattoria viene inondata. Eshar evita di annegare per miracolo, e scopre che il suo padrone ha preso moglie e figli e sta scappando.

La Troisi è bravissima a caratterizzare personaggi. Con un’accetta.

Salì a bordo, ma Eshar lo afferrò per un braccio per impedirgli di chiudere lo sportello. Rabbrividì quando si accorse di quello che aveva fatto: toccare il padrone era proibito. «Padrone, nella casa ci sono ancora decine di donne e bambini, e solo voi avete la chiave…» insistette.
Molteno si divincolò: «Cosa vuoi che mi interessi? Tanto non avrò più una terra in cui possano lavorare, morirebbero comunque! E ora non farmi perdere altro tempo!»

E la scatola di cucciolotti! Non dimentichiamoci la scatola di cucciolotti, altrimenti i nazisti li uccideranno!

I cucciolotti. Michael Chabon non è riuscito a salvarli, saprà la Liciona nazionale fare meglio?

Il padrone di Eshar è essenzialmente identico al conte Megassa e alle suore dell’altro romanzo, perché la Troisi non ci prova neanche più a scrivere un antagonista che non sia solo la caricatura di un antagonista ma abbia, chessò, delle motivazioni. Tra parentesi, vi ricordate l’articolo sulle 10 cose che più mi fanno incazzare quando leggo un romanzo? Ecco, andate a rivedervi il punto tre. Sì, stavo pensando anche alla Troisi.

Eshar allungò piano la mano. Aveva creduto che la vergogna sarebbe svanita dopo i primi giorni, ma ben presto si rese conto che non era così: mendicare gli costava esattamente come la prima volta. Un Talarita di passaggio gettò uno sguardo disgustato alla sua mano tremante: uno schiavo rimasto senza padrone rappresentava la forma di vita più ignobile, era considerato ancora meno di un animale. Gli gettò comunque un paio di spiccioli.

Due due punti in due frasi. E anche il numero 10 della classifica ce l’abbiamo. Continua così, Licia!

Ah, e anche due volte il verbo gettare, perché a fare l’editing pesa il culo.

Comunque, dopo essere sopravvissuto all’inondazione, Eshar si mantiene facendo il mendicante.

Era sovrappensiero, lo sguardo chino, quando un passante alto e massiccio lo urtò, scivolando subito via senza neppure guardarlo. Aveva il capo coperto da un cappuccio nero che gli mascherava anche il volto. D’istinto, Eshar controllò subito la cintura cui teneva legata la sacchetta con le monete: non c’era più. Era stato derubato.

Oh, no! Ma ora Varric prenderà Bianca, incoccherà un quadrello e colpirà lo scippatore alla spalle, infilzandolo nel muro del vic… ah, no, mi dicono dalla regia che quella è un’altra storia. Deludente, ma comunque più interessante.

No, in realtà lo scippatore è un Talarita di nome Almodio che offre a Eshar di diventare il suo schiavo, perché Eshar non sa che fare della sua vita ora che il suo primo padrone lo ha abbandonato.

Per cui Eshar diventa un apprendista ladro sotto l’ala protettiva di Almodio, e pare che se la cavi pure bene. Un paio di paginette dopo lo vediamo assistere Almodio nel furto di gioielli e monete d’oro a un ricco commerciante di profumi. Ma allora scusate, Almodio dovrebbe essere un ladro esperto, no? Un ladro esperto in grado di mettere a segno colpi di alto profilo, come il sopracitato furto di gioielli e monete. E allora perché cacchio si è preso la briga di scippare Eshar, un misero mendicante? Ah, già, perché la trama dice così.

Tuttavia il colpo non fila liscio come previsto e i due vengono riconosciuti da un Guardiano, che estrae il suo spadone a due mani e si prepara ad affrontare Eshar.

Eshar decise in un istante. Senza dire niente ad Almodio, corse verso il Guardiano sguainando il pugnale.
Questi, un Talarita di mezz’età dalla faccia truce e un ridicolo ciuffo nero che gli ricadeva sulla fronte, estrasse immediatamente lo spadone. «Tu… avevo visto bene, quindi!» Poi menò un fendente a due mani che il ragazzo parò col pugnale.

Come cosa come? Un pugnale che para un fendente menato con tutta forza da uno spadone a due mani? Cos’è, le braccia del Guardiano sono fatte di pongo?

Dopo l’improbabile scontro che vede Eshar vittorioso, lui e Almodio si godono un momento di pace. Un momento di pace che pare uscito da una fan fiction di bassa lega:

«Eshar, perché mi hai seguito? Eri un uomo libero, avresti potuto fare quel che volevi.»
Eshar sentì una fitta al cuore. «Non mi vuoi più con te?» chiese con voce tremante.
Almodio scosse ancora la testa. «No, non è questo. Mi piace come lavori, e sei un’ottima compagnia.» Eshar sorrise rassicurato. «Solo che non capisco perché ti ostini a sentirti inferiore a me.»
«Padrone…» disse Eshar, confuso. «Questa è la religione che mi hanno insegnato.»
«Combatti come me, sei diventato persino abile come me nel furto…»
«Questo non è vero.»
«Diciamo quasi abile come me. E sei meglio della maggior parte delle persone che io abbia mai incontrato in vita mia. Tu sei il mio schiavo solo di nome. Ormai sei il mio complice. Il mio socio. Il mio amico…»

Ho una mente veramente zozza…

Torniamo alla trama. Durante uno scippo, Eshar viene battuto in astuzia e velocità da un’altra ladruncola. E lo shock è tale da fargli dimenticare le buone maniere e tirare fuori il gangsta da ghetto che c’è in lui.

Brutta ladra! pensò Eshar

West side, bitch!

Eshar raggiunge la ladra, che si chiama Lajke, e scopre che fa parte della Resistenza. Eshar ovviamente non comprende il concetto di resistenza e Lajke glielo mostra. La Resistenza è una comunità di Femtiti liberi che vive nelle fogne. Come faccia una città edificata su un albero a essere munita di rete fognaria è una domanda che non sto neanche a pormi, perché tanto è fantasy!

Sì, sono contrattualmente obbligato a usare questa immagine almeno una volta a recensione.

Grazie a Lajke scopriamo anche un po’ di retroscena sulla storia dei Femtiti, che si vanno a raggiungere alle poche (e a volte contraddittorie) informazioni prese da Il sogno di Talitha.

Gli avevano raccontato che un tempo i Femtiti vivano liberi, prima di essere puniti dagli dei per aver ucciso un drago ed essersene cibati, nonostante fosse stato loro proibito. Il castigo era stato terribile: avevano perso la percezione del dolore ed erano stati ridotti in schiavitù dai Talariti. Un giorno, però, sarebbero tornati liberi, quando il messia inviato dagli dei li avrebbe ricondotti al Bosco del Ritorno.

Ma, un momento… se i Femtiti stanno aspettando il ritorno di un leggendario messia che li liberi, a che scopo formare una resistenza per liberarsi da sé? Non è un controsenso? Secondo la leggenda, i Femtiti sono predestinati a essere liberati, perché non accettano passivamente il loro destino in accordo con il loro credo religioso? E, soprattutto, perché un semplice paragrafo in un racconto di quaranta pagine riesce a incasinare il world building più di quanto non abbia fatto un terribile romanzo di trecento e passa pagine? Mistero glorioso.

Mentre io cerco di raccapezzarmi, Lajke conduce Eshar al rifugio della Resistenza Femtita.

Il ragazzo sospirò e la seguì. Cadde con i piedi a mollo, in un tunnel sotterraneo alto poco più un braccio e mezzo. Era scavato nella roccia e sul terreno scorreva un ruscello maleodorante.
«Che puzza» disse Eshar tappandosi il naso.
«È il profumo della libertà, fratello»

Oh, Licia Troisi, vuoi proprio utilizzare tutte le frasi cliché del manuale, vero?

E nel capitolo successivo Eshar ha completamente accettato la missione della Resistenza e vinto tutte le sue laceranti remore sull’innaturalità del non avere un padrone e ora sta rubando a un Talarita assieme a Lajke.

Lajke gli strinse le mani guardandolo con i suoi occhi d’oro, che a Eshar non erano mai sembrati così belli. «Grazie. È stata una fortuna averti incontrato» disse.
Il cuore del giovane prese a galoppare. «Io… devo andare adesso. Almodio…»
Non riuscì a terminare. Lajke si alzò sulle punte dei piedi e lo baciò. Eshar le mise le mani sui fianchi e la tirò a sé, rispondendo con passione. E per qualche istante esistette solo quel bacio, mentre il mondo svaniva e nulla aveva più significato. Fu lei a staccarsi. Gli sorrise maliziosa e seguì il contorno delle sue labbra con un dito.

Ed ecco la prova definitiva che siamo davvero in una storia della Troisi: la stucchevole love story tra i protagonisti solo perché la trama dice così.

Dopo un breve e – devo ammettere – quasi toccante addio ad Almodio, Eshar si unisce alla Resistenza, il cui prossimo piano consiste nel mettere a segno un colpo niente meno che al Palazzo della Guardia.

Ma ovviamente le cose non filano lisce come previsto, i Guardiani intervengono e Eshar e compagnia vengono catturati e portati in prigione. Perché un Femtita anche solo sospettato di aver rubato un tozzo di pane viene bastonato a morte, ma non sia mai che con dei cospiratori che vogliono sovvertire l’ordine istituzionale si usino le maniere forti, sarebbe scortese!

Non avrebbe saputo dire da quanto tempo era imprigionato lì dentro, quando sentì che la serratura della cella veniva aperta. Lo stavano venendo a prendere. Non appena la porta accennò a girare sui cardini, d’istinto Eshar scattò in avanti urlando, nonostante avesse mani e piedi legati. L’esplosione di luce lo ferì come un colpo di Bastone, ebbe la sensazione che il cervello si perdesse in tutto quel bianco.

Oh, no, stanno venendo a prenderlo! Di sicuro i Talariti lo hanno tenuto in vita per torturarlo ed estorcergli le informazioni necessarie per smantellare la Res…

I suoi occhi ripresero a vedere, e nella luce accecante andò a disegnarsi un volto noto. Almodio. Per un istante Eshar pensò di essere morto. Forse nel regno sotterraneo degli dei, le Essenze che accoglievano i defunti avevano le sembianze delle persone amate.
Almodio gli prese il viso tra le mani, e quel tocco gli trasmise una sensazione così intensa che Eshar iniziò a convincersi di essere vivo.
«Almodio…» mormorò. Stentò a riconoscere la propria voce, arrochita dalle urla e disperata.

Oh, ciao Almodio. È bello rivederti. No, petta un momento, come hai fatto a intrufolarti nella prigione e liberare quello che senza dubbio è il prigioniero più sorvegliato della città?

Il Talarita gli sorrise. «Forza, non abbiamo troppo tempo» e si mise ad aprire i ceppi che lo tenevano legato. «Mi dispiace, ma vi è andata proprio male. Hanno preso tutta la tua gente nelle fogne.»
«Come?»
«Uno di voi ha tradito. Dicono sia stato un vecchio che non sopportava più di vivere senza padroni.»

Non… non fornirai una spiegazione per la tua comparsa, vero?

Almodio sospirò. «Eshar, ho dato tutto quello che avevo a uno dei Guardiani per portati fuori. Lui ha fatto uscire i suoi compagni con una scusa. Ma fra poco torneranno, e se ci trovano qui, per noi è finita. Hai capito?»

Tutto qui? Oh, vabbè, suppongo di dover essere lieto che, per lo meno, una spiegazione ci sia.

Poi tutto va come è lecito immaginarsi in una storia infarcita di cliché e situazioni già viste. Eshar e Almodio liberano Lajke, vengono raggiunti dai Guardiani e Almodio si sacrifica per salvare i due ragazzi, ma Lajke viene colpita da una freccia e muore poco dopo, quando lei ed Eshar sono in fuga nel Bosco del Ritorno. Sarebbe un finale triste e sconvolgente SE NON FOSSE GIÀ STATO SPOILERATO NEL PROLOGO!

Che cosa ne penso

Beh, per essere un racconto di neanche cinquanta pagine, Nascita di un ribelle contiene un numero eccessivo di cliché, situazioni senza senso e addirittura due buchi logici grandi come una casa. Ci vuole impegno per una cosa del genere.

Ma il racconto fa schifo? In realtà sì, però non tanto quanto Il sogno di Talitha.

Ad esempio, io non odio questo racconto. Certo, è prevedibile e banaluccio, ma, a onor del vero, la Troisi qui per lo meno ci ha provato a dare un minimo di personalità al protagonista (cadendo miseramente nella trappola della stereotipizzazione per quanto riguarda gli altri personaggi, comunque). Inoltre, in questo racconto il tema dello schiavismo e dell’identità Femtita è affrontato molto meglio di quanto non lo sia stato in Talitha, dove era solo un pretesto per far apparire la protagonista virtuosa e il resto dei personaggi kattivi senza kuore. Qui, seppure ingenuamente, le differenze di opinione tra Lajke, che non ha un padrone, ed Eshar, che di un padrone ha un bisogno quasi patologico, offrono addirittura spunti interessanti di riflessione.

Certo, poi il tutto è affogato in un mare di cretinerie, ma dalla Troisi, ormai, che cosa si può pretendere?

Voto finale

Gente con gli occhiali che parla di libri

Un po’ post generato dal senso di colpa per l’eccessivo silenzio estivo, un po’ mero spottone amykettistico.

È sul tubo il primo episodio di Booksclub – Quelli con gli occhiali, creato con la collaborazione degli hangouts di Google Plus (che mi dicono dalla regia essere una specie di social network, non so…) e modellato sul format del Vaginal Fantasy hangout di Felicia Day. Solo un po’ meno vaginal.

Il primo episodio è incentrato su Multiversum di Leonardo Patrignani. A dire la loro, tra gli altri, anche l’eminentissima ac reverendissima Queenseptienna di Scrittevolmente e Dazed di House of Books. Viene citata anche la mia reccy, che potete recuperare qui.

Enjoy.

Cito questo video anche perché, col tempo, ho avuto modo di ripensare al romanzo che viene recensito e, in effetti, devo ammettere che sono stato troppo buono ad assegnargli tre stelline. Alla fine della fiera di Multiversum mi è rimasta solo la sovracoperta cazzuta che copriva il 60% scarso della copertina e il fatto che la Mondadori mi ha inculato alla grande omettendo il fatto che il romanzo è solo il primo volume di una trilogia.

Recensione – “Multiversum” di Leonardo Patrignani

Prima di cominciare, è giunta l’ora di svelare un mistero che, ne sono certo, vi attanagliava giorno e notte spesso levandovi il sonno: come reperisco i libri da recensire?

Essendo, per citare Zweil (e la realtà dei fatti) un povero squattrinato anche un po’ tirchio, molti li scarico dal mulo. Oh, sì, sono un bambino cattivo. Però quando si tratta di romanzi italiani, la soluzione è più semplice: li cerco e li compro su Amazon sfogliando il catalogo dei romanzi di speculative fiction. Poi, se vedo qualcosa che mi interessa, mi leggo le recensioni su aNobii. Con il dovuto distacco, giacché è noto che gli anobiani siano soliti assegnare cinque stelline come se piovesse.

Multiversum di Leonardo Patrignani l’ho trovato così. Non ho seguito l’hype che, mi dicono, si è generato sui social network, non ho letto preview e, men che meno, recensioni in anteprima sui blog letterari. Perché mi ha colpito proprio questo titolo? Dunno, forse per la copertina particolarmente colorata (sì, ho lo span di attenzione di una cocorita), forse perché, sì, è un romanzo tendenzialmente young adult, ma non sembrano esserci vampiri – il che, oggigiorno, è una cosa buona. Also, dimensioni parallele. Le dimensioni parallele sono fighe. Ok, lo compro, tenga il resto. Anzi, no, il resto me lo dia.

La scheda del libro

Multiversum di Leonardo Patrignani
Pubblicato da Mondadori
Anno 2012
342 pagine
Il libro su Amazon


Cosa succede

Protagonista del romanzo è Alex, un ragazzo di Milano, che ogni tanto ha dei momenti di vuoto cosmico in cui sviene e riesce a comunicare con una ragazza di nome Jenny. La Jenny in questione abita a Melburne e soffre anche lei degli stessi svenimenti/momenti di incoscienza di cui è vittima Alex. Un giorno Alex ha un colpo di testa e, per cercare di mantenere un minimo di sanità mentale, si decide ad andare a trovare Jenny in Australia, salvo scoprire qualcosa di sconvolgente che sto per spoiler are. Se non volete saperlo, beh, mi dispiace per voi, non è una di quelle recensioni spoiler-free. Jenny è morta da bambina. Eppure la Jenny con cui Alex è in contatto è un’adolescente viva e vegeta.

Il fatto è che Alex e Jenny si trovano in due universi paralleli. Entrambi sembrano avere, sin da piccoli, la capacità di spostarsi, dapprima col pensiero, poi anche fisicamente, tra le molteplici dimensioni del multiverso.

Ma non è finita qui, perché le realtà parallele sembra siano fuori controllo, mentre qualcuno cerca decisamente di mettere i bastoni tra le ruote ad Alex e Jenny e un enorme asteroide minaccia di distruggere la Terra. Condite il tutto con po’ di romance e daddy issues, ed ecco Multiversum.

Che cosa ne penso

La storia non è male. Parte col piede giusto ed è sostenuta da uno stile asciutto, diretto e senza troppi fronzoli. Per tutta la prima parte è un susseguirsi di domande che sono state in grado di suscitare il mio interesse, anche se, va detto, non mancano i buchi logici. Dai più banali, tipo come fa Alex a viaggiare in aereo se è minorenne, perché i suoi genitori non lo tampinano al cellulare dopo che è scappato e perché hanno aspettato due giorni per chiamare la polizia, a quelli un attimino più seri, del tipo Marco, l’amico nerd di Alex, che ha sviluppato un programma di ricerca migliore di quello di Google, ma che non ha pensato di usarlo per ricercare informazioni su Jenny e anche la storia dell’asteroide tenuto segreto dal governo. L’astronomia non funziona così.

Che poi, se ci si pensa un attimo, tutta la trama di Multiversum è risolvibile in più o meno due minuti. State a vedere.

ALEX: Ehi, ragazza che mi appare durante i vuoti cosmici, come ti chiami?
JENNY: Jenny Graver
ALEX: Ok, ti ho aggiunto su Facebook, quando sei online mandami un PM con il tuo contatto su Skype così ci chiamiamo.

Visto? È quello che io avrei fatto fossi stato in Alex, e mi è parso estremamente strano che non ci abbia pensato lui stesso, dato che, sì, nel libro si fa menzione del fatto che è digiuno di informatica e tecnologia, ma Facebook lo sa usare perfino mia nonna. Per questo sono convinto che Multiversum avrebbe dovuto essere ambientato negli anni ’90 o addirittura ’80, quando la diffusione dei computer era minore rispetto a oggi e la comunicazione non era così globalizzata. In quel periodo non sarebbe sembrato strano, per non dire ingenuo, che un ragazzo in contatto con una ragazza che sta all’altro capo del mondo non vada per prima cosa a chiederle l’amicizia su Facebook.

Ho innalzato spesso il vessillo della sospensione dell’incredulità, ma la storia di Facebook mi ha lasciato perplesso e parecchio.

Rispetto alla prima, la seconda parte del romanzo si presenta molto più confusa. Accade un sorprendente quantitativo di eventi provenienti dal reame del WTF che personalmente mi hanno spiazzato. Quando ho visto che, a poche pagine dal finale, veniva messa ancora carne al fuoco e venivano sollevati altri interrogativi, ho cominciato a sentire puzza di bruciato.

A libro finito ho realizzato che Multiversum è il primo volume di una serie, come mi ha confermato lo stesso Patrignani su Twitter. E mi è partita la ciabatta. Non perché sono uno di quelli che “ah, ma è una delle solite trilogie, buuuuu, zero stelline!”, frega niente, anzi, le serie non mi dispiacciono. Ma ditelo, per lo meno, accipuffa!

Ho comprato il romanzo sulla fiducia, basandomi sulla sinossi di Amazon e uno sguardo veloce alla copertina. Ora, per amor di cagacazzismo, controlliamo la scheda di Multiversum e confrontiamola con quella di Il sogno di Talitha di Licia Troisi. Sono pubblicati dallo stesso editore, nella stessa collana, e sono entrambi il primo volume di una trilogia. Ma allora perché di uno lo si vede chiaramente e dell’altro no?

Qui non è colpa dell’autore, è proprio l’editore che è un paraculo industriale e che ha messo in secondo piano la cosa. Cos’è, le trilogie non vendono? La Troisi ha floppato? Quest’ultima sarebbe una bella notizia, ma, da lettore, non posso che rivolgere alla Mondadori un sentito vaffanculo (che ritirerò e negherò di aver mai pronunciato nel momento in cui mi pubblicheranno, per inciso). Perché se so di stare leggendo una trilogia, mi aspetto che alcune cose vengano risolte nei volumi successivi, se invece mi si lascia intendere che il romanzo sia stand-alone, il frame mentale con cui lo affronto è nettamente diverso, non so se mi spiego.

In conclusione

A parte la storia della trilogia non dichiarata – che imputo all’editore e non all’autore o al romanzo – Multiversum è stata una lettura piacevole. Patrignani è un autore da tenere d’occhio. Al di là di Multiversum, che può piacere come può non piacere, dopotutto è un romanzo per ragazzi, penso che sia dotato di una buona prosa. È stato un po’ come un ottovolante: alla fine ne sono uscito un po’ rintronato e confuso, ma con la sensazione di essermi divertito durante il viaggio. Il libro ha alcuni problemi, primo fra tutti quello di ignorare il potenziale dei mezzi di comunicazione nel periodo in cui è ambientato (che è il 2014, ma a conti fatti poco è cambiato rispetto a oggi), ma si fa leggere, intrattiene e a tratti è divertente. Non è un grande capolavoro che rivoluzionerà per sempre il modo in cui guardate alla fantascienza o alla letteratura di genere italiana, ma a me è piaciuto.

Voto finale


Una postilla

Multiversum mette in scena alcune situazioni, dimensioni oniriche/parallele, un segreto dimenticato nell’infanzia del protagonista, che sono molto simili a quelle presenti in un mio manoscritto. La cosa mi ha un po’ depresso, perché io di quel romanzo ho scritto 41.500 parole e poi l’ho lasciato a fare muffa cibernetica dentro l’hard disk esterno, mentre Patrignani ha pubblicato con e non con la Sperindio Editore, ma con Mondadori.

Poi mi sono ricordato che nel mio romanzo c’è un serial killer e in quello di Patrignani no, e quindi il mio è migliore, pappappero. Mi sono sentito meglio all’istante.

Che vi serva da lezione, giovini scrittori emergenti: quando siete nel dubbio, un serial killer è la soluzione che porta alla felicità.

Recensione – “Hunger Games” di Suzanne Collins

È la sindrome del bastian contrario ad avermi spinto a leggere Hunger Games, il romanzo di Suzanne Collins che ora, grazie all’adattamento cinematografico campione d’incassi, si appresta a diventare ancora più popolare di quanto già non fosse. In particolare a spingermi all’azione è stata la promozione a pieni voti che l’emintentissima ac reverendissima webmistress Queenseptienna ha assegnato al libro.

Doveva esserci un errore. Voglio dire, è un romanzo che rientra nella categoria young adult, il che significa che non può essere assolutamente una buona lettura. In più è popolare, e tutto ciò che è mainstream è anche meritevole del mio sdegno, perché lo sappiamo tutti che l’Arte e la Letteratura sono di nicchia. Hunger Games è un best seller, e sapete chi altro scriveva best seller? Hitler.

Come se tutto ciò non bastasse, la trama è anche copiata da Battle Royale di Koushun Takami, e Battle Royale di Koushun Takami è uno dei libri che disprezzo di più in assoluto.

Young adult, mainstream e plagio di Battle Royale, cinque stelline un par di palle, suvvia!

Non mi restava che prendere il romanzo in questione, leggiucchiarlo con la dovuta spocchia e dire a tutti che era un’altra schifezza per il pubblico di poveri illetterati che campa a pane e Fabio Volo.

Poi, facendo le ricerche sull’unica fonte di sapere legittima per un intellettuale come me, ossia Wikipedia Italia, scopro questo:

E, seguendo un paio di link, sono arrivato a questo:

The Hunger Games […] is a violent, jarring speed-rap of a novel that generates nearly constant suspense and may also generate a fair amount of controversy. I couldn’t stop reading
[…]
Reading The Hunger Games is as addictive (and as violently simple) as playing one of those shoot-it-if-it-moves videogames in the lobby of the local eightplex; you know it’s not real, but you keep plugging in quarters anyway

Dannazione, Stephen King! Perché devi metterti in mezzo e complicare le cose? Ora mi toccherà leggere il libro con attenzione e senza saltare le pagine!

Ok, d’accordo, tagliamo corto e vediamo com’è andata.

La scheda del libro

Hunger Games di Suzanne Collins
Pubblicato in Italia da Mondadori
Anno 2008
369 pagine
Il libro su Amazon

Reality killed the video stars

La trama penso la conosciate a grandi linee più o meno tutti, anche perché non mette niente di nuovo sotto il sole. Il romanzo è ambientato a Panem, una nazione sorta dopo il crollo degli Stati Uniti. Il potere è accentrato nella capitale e il resto del territorio è suddiviso in dodici distretti. A seguito di una fallita rivolta, i distretti sono costretti a inviare, con cadenza annuale, un ragazzo e una ragazza per partecipare agli Hunger Games, un reality show in cui i 24 ragazzi, i tributi, si affrontano in un’enorme arena finché non resta un solo sopravvissuto.

Katniss Everdeen vive nel distretto 12, uno dei più poveri, e si ritrova a offrirsi volontaria per gli Hunger Games al posto di sua sorella Prim quando questa viene sorteggiata come tributo. Assieme a Katniss viene scelto anche il secondo tributo, Peeta, che sembra essere il ragazzo più buono sulla faccia del pianeta.

E il resto va esattamente come ve lo immaginate: Katniss viene spedita nella capitale e prende parte agli Hunger Games, dove dovrà uccidere o essere uccisa. Riuscirà a sopravvivere? Vi do un indizio: il libro è narrato in prima persona.

Per cui, sì, ci ritroviamo davanti a un “reality mortale”, che se fosse un genere letterario, avrebbe i suoi capostipite in La lunga marcia e L’uomo in fuga, entrambi scritti da un tizio poco famoso che si chiama Richard Bachman rispettivamente nel 1979 e nel 1982, e probabilmente affonderebbe le radici nelle suggestioni del racconto La lotteria di Shirley Jackson (1948). L’opera più di spicco di questo genere immaginario potrebbe essere Battle Royale di Koushun Takami, storia di una classe di ragazzi giapponesi che viene sequestrata, segregata su un’isola e costretta a massacrarsi fino a che non resta in vita un solo studente. E poi, nel 2008, ecco che arriva Hunger Games. Nel mentre, anche il sottoscritto se ne è uscito con una storia con una trama simile, ma è venuto fuori che era una schifezza e quindi non ne parleremo mai più.

Tutto questo per dire che l’idea che sta alla base di Hunger Games non è né innovativa, né rivoluzionaria. Però una differenza fondamentale tra Hunger Games e Battle Royale c’è e merita di essere rimarcata: la storia di Takami pone l’enfasi sulla violenza. È la brutalità della storia che sciocca il lettore, e i protagonisti non accettano passivamente il loro destino, difatti hanno il collare esplosivo che li monitora costantemente. Viceversa, nel romanzo della Collins permane sì la brutalità del reality show, ma lo shock deriva dalla reazione del resto della società al programma. Gli Hunger Games sono presentati come un gioco, una spettacolare festa, gli autori e i produttori si divertono a creare love story e rivalità tra i partecipanti, stimolano i ragazzi all’azione durante i periodi di protratta inattività, gli sponsor possono acquistare oggetti d’aiuto per il tributo che fa loro un’impressione migliore. Inoltre i tributi accettano passivamente il loro destino, senza bisogno di collari, perché non possono fare altrimenti, essendo cresciuti in una società in cui gli Hunger Games sono la norma.

Ogni romanzo è figlio del proprio tempo, e il modo in cui Hunger Games pone l’accento sulla strumentalizzazione della violenza e della sofferenza realizzata dalla società per mero intrattenimento è in un certo senso un elemento innovativo. Parzialmente era presente in L’uomo in fuga (e posso affermare con certezza che quello sì che è un libro profetico – se avete in mente l’immagine che chiude il romanzo sapete senz’altro a cosa mi riferisco), ma direi che con il libro della Collins l’effetto è migliore perché il romanzo stesso è stato generato nell’era del reality selvaggio, nell’era delle barbara d’urso e dei “suo figlio è appena morto investito da un’auto, lei come si sente?”.

Insomma, c’è abbastanza critica sociale in Hunger Games per far bagnare le mutande di una dozzina di scrittori fantasy italiani. Il che non significa che Hunger Games sia tutto critica sociale e niente arrosto. La parte relativa al reality, cioè tutto il secondo atto e tre quarti del terzo, è un concentrato di azione e suspense che si legge tutta d’un fiato perché è letteralmente impossibile staccarsene. E poi abbiamo un abbozzo di love story e lo spettro futuro di un triangolo d’ammmmoreH, perché siamo pur sempre in un romanzo young adult.

Non che la storia sia perfetta, va precisato. Ho personalmente trovato tutto il terzo atto un po’ sottotono rispetto ai due precedenti. Ma in generale la storia è promossa a pieni voti.

Lo stile

Mi è piaciuto. Non ho molto da aggiungere, la Collins scrive bene e la traduzione non aveva note stonate – o, per lo meno, io non ne ho notate.

C’è un buon senso del ritmo e una buona gestione dei tempi narrativi. Sono stato molto soddisfatto dalla caratterizzazione dei personaggi, Katniss in particolare. Forse perché mi aspettavo un’eroina disneyana o qualcosa che piacesse alle ragazzette, in stile Bella di Twilight, non nutrivo molte speranze in lei. Sì, sapevo che doveva partecipare a un programma che prevedeva l’uccidere o l’essere uccisi, ma continuavo a ripetermi che la Collins non le avrebbe mai fatto uccidere qualcuno in maniera diretta, con l’intenzione di uccidere. E invece, alla faccia del politically correct, mi sono dovuto ricredere. Impressionante. Tanto di cappello.

Sì, ci sono alcuni buchi logici. Tipo le telecamere che ci sono eppure non si vedono mai. Però non mi hanno dato più di tanto fastidio.

In conclusione

Per me, dal punto di vista delle letture, il 2012 è stato finora un anno di magra. Non avevo ancora incontrato un libro che mi convincesse e che mi entusiasmasse e non pensavo che proprio Hunger Games sarebbe stato quel libro. Mi sbagliavo, ma sono contento di essermi sbagliato.

Hunger Games è un buon romanzo d’avventura con un sottotesto non banale e che guarda con occhio critico alla società contemporanea. È divertente e nello stesso tempo angosciante, spietato ma anche dolce (ok, a tratti zuccheroso, ma in almeno un punto è di una dolcezza quasi commuovente), indicato per i giovani lettori ma anche per noi snobboni che schifiamo gli young adult.

Insomma, diffido ancora dei libri che mi consiglia Stephen King, ma almeno questa volta ci ha beccato. E visto che Hunger Games sembra essere destinato a fare la stessa fine di Twilight, pur essendo dieci milioni di volte meglio dell’obbrobrio vampiresco di Stephenie Meyer, non posso che felicitarmene e riacquistare un briciolo di fiducia nelle nuove generazioni e nella razza umana.

Fino al sequel, La ragazza di fuoco, ovviamente. Che, lo ammetto, ho un po’ paura di leggere.

E ora beccatevi Abraham’s Daughter degli Arcade Fire, che fa da colonna sonora al film e mi garba assai.

Voto finale

Recensione – “Il sogno di Talitha (I regni di Nashira vol. 1)” di Licia Troisi

Un anno fa, giorno più giorno meno, recensivo sulle pagine di questo stesso blog Abel di Claudia Salvatori, definendolo non a torto “il libro più brutto di tutti i tempi”. Per qualche strano motivo – deve essere la magia del Natale – mi ritrovo, un anno dopo, in una situazione molto simile. Ho letto un romanzo osceno e questa ne è la recensione.

Se avete seguito il blog e avete letto il mio rant su Licia Troisi sapete di cosa parlo: Il sogno di Talitha, primo volume della nuova serie della più nota autrice fantasy italiana.

Il rant è stato scritto dopo la lettura delle prime ottanta pagine e, a romanzo finito, posso dire che il mio giudizio non è cambiato di una virgola. Il sogno di Talitha fa schifo, senza mezzi termini o possibilità di redenzione.

Vediamo perché.

La scheda del libro

Il sogno di Talitha di Licia Troisi
Pubblicato da Mondadori
Anno 2011
Pagine 428
Il libro su Amazon. Ma, datemi retta, non compratelo.

La trama

Appena dopo il prologo, il romanzo si apre con una finta citazione, questa:

DA I DONI DI MIRA, INTRODUZIONE, DI SORELLA DENEA DEL MONASTERO DI GALATA.

Molti credono che prima del tempo dello Scontro, su Nashira l’aria fosse abbondante e ovunque diffusa. Se questo sia vero o meno, non possiamo dirlo. I Primi, che vissero in quel periodo di beatitudine, non ci hanno lasciato cronache né altre tracce di sé. Quel che possiamo dire, è che, contrariamente a quanto creduto dagli incolti, non è l’aria a difettare su Nashira, ma la sua componente respirabile. È quest’ultima ad essere da millenni rarefatta, impalpabile, diafana.
Solo la potenza della Pietra dell’Aria riesce a radunare la poca prodotta dai Talareth sotto le loro immense chiome, in porzione tale da consentire la vita ai Talariti. Per questo notte e giorno non dobbiamo mai cessare di lodare e ringraziare Mira, per averci dato la Pietra e i Talareth, l’uno custode, l’altro padre di Talaria.

Prima di tutto lasciatemi dire che è un modo atroce di fare infodump. Lo sanno tutti che, se proprio devi inserire una spiegazione su come funziona il mondo in cui è ambientata la tua storia, come minimo lo devi fare in una scena di sexposition. Ma poi, è anche uno stratagemma che non ha senso logico: perché la fittizia sorella Denea si sente in dovere di spiegare come funziona la respirabilità dell’aria, se nel mondo in cui vive è la normalità? Rispetto a cosa la sta confrontando?

La storia vera e propria comincia con la presentazione della protagonista, Talitha, che è la figlia del ricco conte Megassa, uno talmente cattivo che, nel tempo libero, taglia le orecchie ai coniglietti e ci fa collanine e poi le dona agli orfanotrofi. Talitha è ovviamente una guerriera più che capace e ha uno schiavo, Saiph, per amico perché è troppo anticonformista!

È talmente anticonformista che, anziché essere a casa a scodellare pupetti, visto che è la figlia di un importante nobile in pole position per diventare re quando l’attuale regina avrà tirato le cuoia, può permettersi di fare parte della Guardia – qualsiasi cosa sia, visto che il libro non si prende la briga di precisarlo.

Al contrario del resto degli abitanti di Nashira, Talitha sembra avere un buon rapporto con il suo schiavo. Anzi, è straordinariamente empatica.

Talitha intravide Saiph, che li avrebbe seguiti sul carro degli schiavi. A volte quasi lo invidiava, tanto la condizione di schiavitù le sembrava preferibile alla propria.

Voglio dire, non è fantastico? Talitha è invidiosa del suo schiavo personale! E tenete conto che questa uscita spunta fuori a poche pagine di distanza da questa scena:

Una piccola folla di servitori si era riunita di fronte alla grande scalinata, e davanti a tutti si ergeva con le braccia conserte il conte Megassa. […]
Al centro della piccola folla [sì, l’ho notato anch’io, ma non ho voglia di segnare tutte le brutture stilistiche, ci sono altri reviewer che lo fanno meglio di me], il famiglio addetto alla disciplina degli schiavi teneva in mano il Bastone. Era nulla più che un ciocco di legno, sulla cui sommità era incastonato un minuscolo frammento di Pietra dell’Aria. Lo si vedeva a malapena brillare di una debole luce azzurrina. La Pietra, fonte di ogni magia, sorgente di vita per tutta Talaria e di dolore per i Femtiti. Lo schiavo ai suoi piedi era poco più di un ragazzino. Piagnucolava disperato, levando il viso alternativamente verso il famiglio e il conte.
«Non ho rubato, ve lo giuro… non lo farei mai… non violerei mai la vostra proprietà!» Intorno a lui, i suoi compagni tenevano ostinatamente gli occhi abbassati, qualcuno volgeva la testa dall’altra parte. Il famiglio guardò il conte. Megassa non cambiò espressione e si limitò a un breve cenno del capo.
«No, vi prego, no!» urlò il ragazzino.
Il famiglio alzò il Bastone e colpì. Non appena la Pietra toccò la schiena dello schiavo, si accese di un’intensa luce viola. Il volto del Femtita si deformò in un’espressione di terrore puro. Non era semplice paura: era un orrore profondo, che sembrava dilaniarlo da dentro. Il Bastone si alzò di nuovo, ancora e ancora, e a ogni colpo i lineamenti del ragazzino sembravano risucchiati in un vortice di dolore. Le sue grida si fecero altissime, ma Megassa non si scompose. Guardò fino alla fine, assaporò impassibile ogni istante di quell’agonia.
Ci vollero molti colpi prima che le urla dello schiavo si facessero meno intense e il suo corpo smettesse di divincolarsi. Cadde a terra, i muscoli che si contraevano a ogni percossa. Al quarantesimo colpo i suoi lamenti si spensero. Un silenzio gelido calò sulla platea.
Il conte la percorse con lo sguardo.
«Chiunque verrà sorpreso a rubare subirà la stessa sorte» disse senza alcuna emozione. Quindi si rivolse al famiglio: «Fa’ portare via il corpo, che lo gettino fuori dalla città, nella fossa comune.»

Capito? Talitha è invidiosa del suo schiavo! Santa banana, chi non vorrebbe essere privato della libertà, della dignità e torturato a morte a discrezione del proprio padrone? Povera Talitha che è costretta ad avere un’educazione, tutti i lussi di cui ha bisogno, gente pronta a servirla e riverirla e preziosi vestiti pagati con le ingenti finanze di famiglia. Schiavi… cosa ne sanno loro della vera sofferenza?

Tra l’altro avete notato che il libro fin qui è caratterizzato dalla netta contrapposizione tra uomini e schiavi. Giustamente lo schiavismo è dipinto in modo negativo (in maniera peraltro discutibilmente barbara). Però Talitha, pur avendo uno schiavo come miglior amykettixximo4ever non si è ancora capito da che parte stia in realtà. Cioè, ogni tanto si indigna per il trattamento riservato a Saiph, ma del resto delle palesi ingiustizie (e fidatevi, quando dico palesi intendo proprio “delicate come un omicidio perpetrato con un ascia”) che colpiscono gli altri schiavi non sembra fregargliene molto. Insomma, accetta tutto molto passivamente, fintanto che viene servita e riverita.

Torniamo alla storia. Talitha si reca con la famiglia nel Regno della Primavera (sul serio, si chiama così) per assistere a un matrimonio e lì incontra la sorella Lebitha, che è una sacerdotessa in procinto di diventare Piccola Madre, che è una carica tipo vescovo ma con il potere di eleggere il nuovo re dopo la morte del precedente. Durante un banchetto, Lebitha tossisce sangue e sviene e, nonostante suo padre l’abbia affidata alle cure dei migliori guaritori dei quattro regni, muore.

Malattia o avvelenamento? Plot convenience!

Talitha è sotto shock. Talmente sotto shock che comincia a fare cose inquietanti, tipo:

si strappò le lacrime dalle guance

Ma il peggio deve ancora venire. Dopo il funerale di Lebitha, il conte Megassa convoca Talitha nel suo studio e Talitha non riesce a spiegarsi il perché. Un lettore con due sinapsi funzionanti ha già intuito che le vuol far prendere il posto della sorella al monastero in modo da avere il suo voto per essere incoronato re… immagino che il conflitto d’interessi non sia un problema a Nashira, o il segretario della sezione locale del PD sia peggio di quello italiano. Megassa le mostra anche la Pietra dell’Aria appartenuta a Lebitha, simbolo del suo potere sacerdotale, e Talitha ancora non connette. Allora glielo dice diretto e la figlia casca dalle nuvole… Ecco cosa succede quando non fai la mappatura cromosomica dopo il parto.

Insomma, Megassa comunica alla figlia che deve prendere il posto della sorella al monastero per far sì che lui diventi re. Il motivo è semplice:

[…] è in gioco il futuro del nostro casato.

Cosa come cosa? No! Stronzate! Se Megassa diventa re grazie al voto di Talitha – che è solo un elettore tra tanti e non è comunque detto che diventi Piccola Madre come la sorella – non avrà comunque alcun erede diretto a cui passare le redini del casato, visto che una figlia è morta e l’altra è monaca. Avrebbe avuto senso se la Troisi avesse inserito, chessò, un fratello minore a cui sarebbe andato il potere una volta morto Megassa, ma così è semplicemente cretino.

Talitha si ribella al padre, che inizia a somministrarle una lezione in stile anni ’50, ma interviene Saiph che prende le botte al posto suo. Vedendo che Megassa è in preda a una furia cieca (scusate il gioco di parole), Talitha, pur di fermarlo, accetta di prendere i voti. Talitha si ritira con Saiph e fa il punto della situazione. Con frasi come questa:

[…] dovrò vivere per sempre lassù, avrò il dominio su una corte di schiave come me.

Ehm, Talitha, sei sicura di voler paragonare la tua condizione di futura monaca privilegiata a quella di uno schiavo quando il tuo schiavo ti siede di fronte?

Saiph, per nulla colpito dall’assenza di empatia della sua padrona, le annuncia che andrà con lei. Così, i due struggenti eroi passano un’ultima notte a palazzo a sbronzarsi e ballare. Date rape? Ma no, questo è un fantasy, e come tutti sanno, il fantasy è un genere letterario per bambini, quindi certe cose brutte non succedono. Ai protagonisti.

Tra i fumi dell’alcol e di qualsiasi cosa i folletti che popolano Nashira siano soliti pippare durante le feste, Talitha domanda a Saiph:

«Saiph, sei sicuro di voler venire con me?»

Sì, Saiph, sei sicuro di voler abbandonare la casa dove sei nato e cresciuto e dove mio padre esercita potere di vita e di morte su di te per venire con me al monastero dove sarò io, la tua amykettixxima4ever a essere in posizione di potere? Scelta ardua, eh?

Il giorno successivo, Talitha ascende al tempio e la prima parte del romanzo finisce senza che nulla di rilevante per gli sviluppi futuri sia realmente successo.

Al tempio, tempo tre petosecondi, e si capisce che nessuno tratterà Talitha decentemente. Ma dai. Poteva l’eroina di un romanzo della Licia nazionale non essere una povera anima tormentata? Ovvio che no! Anzi, quasi subito Talitha viene sottoposta a ogni genere di torture psicologiche dalle sorelle, tipo saltare i pasti o imparare cento inni a memoria nel corso di una notte. E a Saiph va ancora peggio:

Gli schiavi furono fatti allineare sul piazzale, poi la sacerdotessa disse il nome di quello da punire. Era un ragazzo più o meno dell’età di Saiph, che nel sentirsi chiamare si lasciò cadere a terra, tremante di terrore. Le Combattenti lo trascinarono fuori dalle fila, poi due di esse lo legarono mani e piedi a un ceppo. «Dieci bastonate» proclamò la sacerdotessa.
Lo schiavo cercò di protestare, ma la prima bastonata gli mozzò la parole in bocca. Poi non poté fare altro che gridare, mentre le bastonate si susseguivano. Saiph non aveva mai visto nessuno colpire con tale foga, né con una simile impassibilità. Le punizioni a palazzo, in confronto, erano carezze. Dovette distogliere lo sguardo. Non ce la faceva.
Quando la Combattente ebbe finito, e lo schiavo rimase a terra a gemere, la sacerdotessa si fece avanti. Era giovane, persino bella, ma il suo sguardo non tradiva un’ombra di pietà.
«Così trattiamo gli schiavi che disobbediscono. Così verrà trattato ognuno di voi, se mancherà.
E ora, tornate a dormire.» Rientrarono nella baracca. «Che cos’aveva fatto?» chiese piano Saiph al vecchio che gli si sdraiò accanto.
Quello lo guardò con triste rassegnazione. «Niente. Ogni tanto prendono a caso uno di noi e lo bastonano, giusto per ricordarci come funziona qui.»

Si tratta di uno stratagemma ridicolo che la Troisi – in evidente difficoltà – adopera per far risultare simpatico il protagonista agli occhi del lettore non tanto per delle qualità intrinseche alla personalità del personaggio, ma perché fa pena e i lettori (mentecatti) adorano simpatizzare con il più patetico del gruppo. Provate a pensare a Walter Nudo all’isola dei famosi, o alla ballerina obesa di Amici di Maria De Filippi che, nonostante balli con la leggiadria di un termosifone preso a sprangate da un hooligan, è sempre prima in classifica perché lei ha un sogno e riuscirà a realizzarlo anche se tutti le dicono che è troppo grassa per il balletto.

Lei ce l'ha fatta!

Le motivazioni degli “antagonisti”, in questo caso le monache, sono inesistenti. Non c’è ragione per cui debbano avercela con Talitha o con gli schiavi. Anzi, se io fossi circondato da una moltitudine di individui che non sono in grado di sentire dolore fisico e quindi virtualmente inarrestabili, mi farei due o tre scrupoli prima di seviziarli solo per il gusto di esercitare il mio potere dispotico. E allora le cose sono due: o la Troisi è un’inetta e, all’alba del suo quindicesimo libro ancora non ha capito come si gestisce un conflitto, oppure prende deliberatamente per il culo i suoi lettori trattandoli come una manica di decerebrati. E il fatto che nessuno dei suoi lettori affezionati abbia mai detto “bè”, mi porta a pensare che siano in effetti una manica di decerebrati. Potrei anche sbagliarmi. Potrebbero essere anche dei leccaculo, chissà…

Ma mi sto di nuovo lasciando andare all’invettiva contro l’autrice inetta e i suoi seguaci.

Torniamo alla storia. Talitha incontra una novizia di nome Kora che finora è l’unica persona gentile in tutto il monastero e… oh snap, c’è anche Grele la stronzetta bionda!

«Allora, Talitha di Messe, anche stasera ci allieterai con qualche bella lettura?» Era la ragazza bionda che l’aveva spintonata ad aver parlato. Le si era fatta da presso, accompagnata da un altro paio di ragazzine che ridacchiavano.
«Basta, Grele, sai che è nuova» intervenne Kora.
«Nessuno ha chiesto il tuo parere» replicò l’altra, brusca. Poi fissò di nuovo Talitha. «Credo tu abbia raggiunto un primato: farsi punire dopo nemmeno un giorno.»

Scusate, ma sto leggendo un fantasy o la trascrizione di un episodio di La vita segreta di una teenager americana per ritardati mentali? Quand’è che il romanzo è diventato una brutta fan fiction? Ah, sì. Nel prologo.

Ma aspettate, c’è di più. Perché Grele odia Talitha? Perché, ci dice la Licia nazionale, era destinata a essere Piccola Madre prima che Talitha prendesse i voti. No, aspetta. No. Era Labitha destinata a essere Piccola Madre e, dopo la sua morte, Talitha ha preso il suo posto. È successo tutto nell’arco di pochi giorni e anche ammettendo che Grele abbia saputo della morte di Labitha, cosa che il libro comunque non dice, deve aver avuto davvero poco tempo per coltivare i suoi sogni di gloria. Ma a che pro lamentarsi? Un plot hole in più o in meno a ‘sto punto che cambia?

Dopo aver scontato un’altra dose di punizioni, Talitha trova un messaggio di sua sorella che dice: Uniscile e le separerai. In seguito viene spedita da sorella Pelei a imparare la magia, anche se viene stabilito all’inizio che la sua Risonanza, a differenza di quella di Labitha, è bassa. E, per prenderci gioco ancora un po’ della povera struggente Talitha, la classe di magia in cui viene inserita è composta da bambine sotto i nove anni.. Perché LOL!

Segue scena di infodump mascherata da lezione:

«Sai dirmi cos’è la Risonanza?»
«Be’, sì… È la capacità di attivare le proprietà magiche della Pietra dell’Aria. La Risonanza è la condizione fondamentale per riuscire a formulare incantesimi; minore è la Risonanza, minori sono le capacità magiche. Chi non la possiede non può usare la magia.»

Sorella Pelei quindi porta Talitha a combattere. Pelei oltre a essere una monaca attempata ma con le poppe giganti (e con quello che la Licia nazionale definisce un decolté indecoroso per una sacerdotessa) è anche una specie di maga guerriera badass e così Talitha scopre che è possibile usare la risonanza per combattere. Cosa che a Nashira nessuno fa perché… tanto è fantasy?

Saiph intato è messo a lavorare in lavanderia ed è distrutto dalla fatica. Peccato che gli schiavi non possano sentire il dolore e quindi non dovrebbero nemmeno sentire la fatica. Altrimenti sarebbe stupido, no? Habemus plot hole! Cos’è, il quarto? Dite che devo cominciare a tenere il conto?

Talitha viene punita per… qualcosa e costretta al digiuno, ma ruba un tozzo di pane e lo affida a una schiava affinché lo consegni a Saiph. La schiava non vuole rischiare di essere scoperta e picchiata presumibilmente a morte (visto che è stato stabilito che gli schiavi sorpresi a rubare vengono bastonati fino alla morte) e la risposta di Talitha è esilarante:

«Portaglielo e basta» ringhiò lei.

Cioè, Talitha rischia la vita di una schiava per nutrirne un altro, che però è il suo schiavo personale. Non ha veramente a cuore il problema dello schiavismo, vero?

La sera successiva Talitha e Saiph si incontrano di nascosto e cominciano a elaborare un piano per fuggire. Piccolo problema: non ci sono vie di fuga praticabili.

In seguito, grazie a sorella Pelei, Talitha ottiene il permesso di entrare nella stanza di Labitha e riesce a trovare una chiave e un rotolo di carta che contiene un disegno e dei riferimenti a dei libri. Saiph intanto scopre che nel monastero c’è una zona proibita e che chi ci si avvicina troppo, schiavo o monaco che sia, si ammala di un brutto caso di mortostecchite, e Talitha collega ciò alla morte di Labitha. Ha scoperto qualcosa che non doveva e le sorelle l’hanno ammazzata!

Quindi le monache erano cattive fin dall’inizio! Non mi avevano mai dato il minimo indizio per sospettarlo…

Prima di passare all’azione, Talitha e Saiph parlano con un vecchio schiavo che è incaricato di fare le pulizie nell’anticamera del Nucleo, dove si trova la zona proibita. Perché è ovvio che le monache lascino fare le pulizie nella loro zona proibita a uno schiavo qualsiasi, con il rischio che spifferi tutto al primo venuto. Mica hanno niente da nascondere!

Talitha chiede allo schiavo di disegnarle una mappa; lo schiavo è riluttante ma Talitha non demorde. «Diccelo.» «No!» «Diccelo.» «No!» «Ti diamo cibo extra.» «No!» «E se te lo chiedo per piacere?» «Oh, allora ok…»

Dopo l’ennesima punizione, Talitha e Saiph decidono di andare a perlustrare la zona proibita e possibilmente anche di fuggire. E Saiph sceglie proprio quei delicati momenti per farsi salire l’ormone. Che sia un preludio alla love story che vedremo più avanti nel libro? Oh, non siate prevedibili, sono sicuro che la Licia nazionale ci sorprenderà come sempre.

Saiph annuì, ma si sorprese distratto da altri pensieri. Il profumo del corpo di lei era così intenso da dargli il capogiro. Era un profumo nuovo, diverso. Un profumo di donna.

Eww, Talitha è in quei giorni del mese…

Comunque, i due struggenti eroi si infiltrano nella zona proibita e scoprono che in essa sono contenuti diari delle sacerdotesse eretiche che sono state bruciate sul rogo. Momento, in tutti questi anni nessuno ha mai sospettato che nei templi si praticassero esecuzioni degli eretici? Ma soprattutto: nessun eretico ha mai diffuso le sue convinzioni al di fuori del tempio? Le monache possono usufruire di giorni di licenza per vedere la propria famiglia, il libro questo lo stabilisce un paio di volte, quindi perché nessuno ha aspettato la licenza, è tornato a casa e ha diffuso la notizia? Perché…

Ecco perché!

E vi starete chiedendo qual è la scoperta che è cosata cara agli eretici. Ebbene, su Nashira ci sono due soli, Miraval, grande e arancione, che si crede essere alimentato dal potere della dea Mira, e Cretus, una nana bianca, che rappresenta il potere malvagio in contrapposizione a Mira. Il problema? Cretus, che secondo le leggende dovrebbe essere tenuto sotto controllo da Miraval per poi esserne inglobato alla fine dei tempi, sta invece crescendo a dismisura, una realtà evidenziata dagli eretici che le monache preferiscono ignorare.

Ora, non è un plot hole ma quasi. Da quanti anni va avanti questa “eresia”? Se non si fidano delle eretiche – che sono monache che per lavoro contemplano Miraval e Cretus – perché non controllano da sole invece di tapparsi le orecchie e canticchiare “Lalalalalalalala”? Insomma, se lo dice una è anche probabile che sia un’eretica, se lo dicono in decine e decine, può darsi che qualcosa di vero ci sia, no?

Fun fact: una stella di nome Mira esiste veramente ed è una stella binaria, il che significa che ha una compagna. Ma non è tutto: Mira A è una gigante rossa e la sua compagna Mira B è una nana bianca. In più, la nomenclatura alternativa per definire Mira è Omicron Ceti, perché si trova nella costellazione della Balena, in latino… Cetus.

Quindi la Licia nazionale si è documentata? Chissenefrega, il libro fa schifo lo stesso. Torniamo a Talitha, che ormai è convinta che Labitha sia stata uccisa perché ha scoperto troppo (del resto le monache del Grande Complotto Stellare non si sono premurate di, chessò, eliminare i diari delle eretiche, ma hanno preferito lasciare tutto in bella vista, dove Labitha poteva agilmente trovarli e leggerli). Prima che gli struggenti eroi possano fare qualcosa, però, vengono sorpresi dalle monache ninja. Saiph riesce a mettere in salvo Talitha ma viene scoperto e catturato e, il giorno successivo, le monache annunciano che sarà giustiziato pubblicamente con cento bastonate. Oh, noooooo!

Ma niente paura, perché la notte prima dell’esecuzione, Talitha cerca di liberare Saiph e fuggire dal monastero. Appiccando un gigantesco incendio. Già. In monastero costruito attorno a un albero gigante, un albero da cui dipende la sopravvivenza stessa degli abitanti di Nashira, la cosa logica da fare è appiccare un incendio. A quanto pare sì, perché scopriamo che:

I Talareth erano refrattari al fuoco, una proprietà che il loro legno, una volta staccato dalla pianta, perdeva.

Comunque, Talitha e Saiph vengono attaccati da una Combattente, ma arriva dal nulla sorella Pelei e li salva, i tre si arrampicano fino alla sommità del Talareth, ma rispunta la combattente e uccide sorella Pelei. Bai Baaaai!

Talitha e Saiph sono da soli sulla cima dell’albero e decidono che la loro prossima mossa sarà seguire il piano di Lebitha, ossia rintracciare un eretico imprigionato nel deserto che forse conosce il modo per impedire che la stella Cretus continui a crescere. Sapete, la scelta logica!

Ma i nostri eroi non possono rimanere sull’albero, per cui, grazie a un incantesimo di levitazione lanciato da Talitha, si calano dalla sommità del Talareth. Tutto questo senza che il lettore avesse mai ricevuto un indizio sul fatto che Talitha fosse in grado di servirsi della magia a tal punto di permetterle l’utilizzo di un incantesimo abbastanza impegnativo. Continuità logica, a chi cazzo serve quando hai la Troisi?

Torniamo alla storia. I due si rifugiano presso un cartografo dove scoprono che le guardie del conte Megassa stanno dando loro la caccia. Inoltre ci sono le prime avvisaglie di una potenziale ribellione degli schiavi Femiti:

«[…]Ieri c’è stata una ribellione nella parte sud della città, un assalto a una carrozza che trasportava viveri. I Femtiti erano combattenti, un tempo, e non hanno dimenticato le arti della guerra.»

Cosa? Non solo i Femiti sono in maggioranza numerica e immuni al dolore fisico, ma sono anche potenti guerrieri e non hanno dimenticato l’arte della guerra che è parte del loro retaggio. E allora come hanno fatto i Talariti a schiavizzarli? Con tre bastoni del menga? Ma cosa sono, una razza di deficienti?

Dopo aver dormito e fatto colazione, Saiph e Talitha scambiano la casa del cartografo per il Grand Hotel e… oh, no, le guardie arrivano per perquisire il quartiere, che colpo di scena inaspettato! Talitha e Saiph scappano ma vengono bloccati da due guardie, ricevono però l’aiuto inaspettato di un mendicante Femita, attirando una folla di suoi simili. Le guardie uccidono il mendicante, ma gli altri schiavi insorgono e riescono a sopraffare con facilità le guardie, massacrandole. Una cosa piuttosto facile per un popolo che È STATO SCHIAVIZZATO PER GENERAZIONI DA GUARDIE SIMILI A QUELLE CHE HANNO UCCISO IN UN PETOSECONDO!

(Immaginatemi mentre urlo e sbatto con violenza la testa contro la tastiera del PC.)

Va bene, quindi siamo in fuga e, mano a mano, la Troisi snocciola tutti i cliché del caso. Incluso questo:

«Dovremo procurarci dei mantelli prima o poi» osservò Talitha quando ebbero ripreso il viaggio. «Potrebbero servirci per camuffarci, quando arriveremo in un centro abitato più grande. Quanto ci vorrà per raggiungere Alepha?»

Ma… ma… ma… PERCHÉ? Andare in giro coperti da un cappuccio (magari nero) quando si vive su un pianeta minacciato da una stella che si sta ingigantendo e sta surriscaldando l’atmosfera è la cosa più idiota che un fuggitivo possa fare. Usa. Il. Cervello. Stupido libro.

Bla bla bla, un po’ di scene con gli amyketti in viaggio dopo, Talitha e Saiph vengono raggiunti da una Combattente perché la trama dice così. Segue scontro su una specie di ponte sospeso che la Combattente taglia con un pezzo di vetro trovato da qualche parte. Non chiedetemi come. Oh, no, Talitha sta per cadere nell’abisso e il capitolo si interrompe. Che cliffhangerone, eh? Specialmente visto che il libro ha già stabilito che Talitha è in grado non si sa come di praticare magie di levitazione.

Dopo un salto temporale più che benvenuto visto che la trama si sta allungando a sproposito, ritroviamo Talitha e Saiph nel Regno dell’Autunno, dove sono ancora ricercati. Cacchio, Megassa deve essere davvero potente se la sua giurisdizione si estende anche oltre i confini del suo dominio… ma forse sto mettendo troppo cervello in un romanzo in cui è palese che l’autrice non ne abbia messo affatto.

Ancora bla bla bla, Talitha e Saiph vengono scovati da un cacciatore di taglie e da una specie di bambino Femita Ninja di nome Grif. Grazie, Licia Troisi, ora sto pensando al Griff di un altro romanzo centomila volte migliore di questo.

Il cacciatore di taglie li fa prigionieri con l’intenzione di riportarli da Megassa, ma una sera Saiph riesce a liberarsi dalle manette usando il proprio sangue come lubrificante per sfilare le mani. Che scena splatter, sembra proprio qualcosa che scriverebbe Stephen King.

Talitha e Saiph scappano, si imbattono in un ragazzo che guida un carro e gli intimano di scendere, per impossessarsi del drago che lo traina.

Quello alzò le mani, tremando sotto la sua presa. «Non ho niente, non ho niente!» balbettò.
«Non vogliamo derubarti, scendi e basta!»

Sì, non vogliamo derubarti! Vogliamo solo privarti dei tuoi beni materiali senza il tuo consenso e senza darti niente in cambio!

Saiph è però ferito per via del numero con le manette, Talitha lo cura perché, oltra a saper levitare, ha anche poteri di guarigione, insieme rubano un altro drago, questa volta in grado di volare, e speriamo che si diano una mossa a fare quello che devono perché tanto si è capito benissimo che questo libro non sarà per niente autoconclusivo, perché probabilmente la Troisi ha un contratto che la vincola a sfornare altri due romanzi deficienti come questo con i quali appestare ulteriormente il mercato del fantasy italiano.

Infine, arrivano alla fortezza dove è rinchiuso l’eretico. Oh, no! La fortezza sembra essere stata attaccata! Chissenefrega, facciamola finita e in fretta, mancano trenta pagine, orsù!

La fortezza è stata teatro di un’insurrezione di Femiti (vedi nota precedente sui Femiti deficienti che sopportano pacifici la schiavitù per generazioni e si liberano dal controllo dei Talariti in una settimana) e l’eretico che Talitha e Saiph cercano se ne è andato a mord verso Skyrim i Monti di Ghiaccio. Oh, yeah! Sembra che ci sia tempo per un altro fantastico viaggio, dopotutto!

E infatti Talitha e Saiph si mettono in viaggio, ma si camuffano per non essere riconosciuti.

Adesso il volto di Saiph era deturpato da un’enorme voglia, una macchia scura che risaltava sul candore della sua pelle e alterava i lineamenti.

Giusto! Perché il modo migliore per passare inosservati è senza dubbio dipingersi una voglia gigante sulla faccia, no?

Ma ovviamente in un mondo di deficienti il minus habens è re e il travestimento funziona. Sembra quasi che Licia Troisi abbia raggiunto il numero di caratteri richiesto dall’editore e quindi non abbia più bisogno di aggiungere scene allungabrodo e possa finalmente far arrivare il libro alla sua conclusione.

O no?

No, ovviamente! Grazie al brillante travestimento di Talitha (mascherata da mezz’elfa), lei e Saiph vengono catturati da degli schiavisti che li scambiano per due Femiti ribelli e li conducono alle miniere. Chissenefotte! CONCLUDI, LIBRO, CONCLUDI!

Al villaggio dei Femiti minatori (sì, i Femiti schiavi vivono ammassati in casermoni dormitorio in città, ma hanno villaggi con villette di proprietà nelle miniere, di che vi stupite?) Saiph incontra i nonni senza nemmeno bisogno dell’aiuto di Maria De Filippi, ma tempo un minuto e vengono riconosciuti, gli schiavi però intervengono in loro sostegno e scoppia una rivolta.

Saiph viene ferito e nemmeno i Magici Poteri Convenienti per l’Avanzamento della Trama (o, in forma di acronimo MPCAT) di Talitha sembrano poterlo curare. Alla fine, però, grazie alla Pietra dell’Aria, ce la fa. Sarebbe stata una scena drammatica, se la stessa cosa non fosse già successa poco prima!

Va bene, tagliamo. Trovano l’eretico, anzi, è l’eretico che trova loro, e… IL LIBRO FINISCE. Senza nemmeno uno schifo di finale degno di tale nome. Ma tanto si era capito a pagina 1 che questo libro era una presa per il culo.

In conclusione

Mi prendete in giro? Che cosa volete sentirvi dire d’altro su questo libro che non abbia già espresso nella reccy e nel rant? Guardate, è tutto esprimibile benissimo con una battuta di un famoso sketch dei Monty Python.

Non vi basta? E d’accordo, ma siete dei sadici.

Questo libro è talmente brutto che ti causa dolore fisico. Talmente osceno che in Texas un detenuto nel braccio della morte su tre lo sceglie in luogo dell’iniezione letale. Talmente offensivo che centinaia e centinaia di coniglietti sono caduti in depressione per causa sua.

È stupido, inconsistente, scritto male e pensato peggio, non ha una sola qualità che possa redimerlo e spero che floppi alla grande perché è indegno che una roba del genere sia stata pubblicata da un editore che non sia Il Filo. Ma ovviamente non flopperà, perché Licia Troisi è attorniata da una schiera di bimbeminkia ignoranti che si bevono qualsiasi schifezza la loro beneamina pubblichi. Contente loro…

La parte di me che si intende di scrittura è ancora scossa dalla lettura di questo aborto. Gli ci vorrà un po’ per riprendersi. Viceversa, la parte di me che scrive reccy sta orgasmando da giorni perché ha trovato il romanzo perfetto da massacrare. Eccolo il succo di Il sogno di Talitha: è un romanzo orribile, ma qualcosa di fantastico da prendere per il culo.

Voto finale

Ciononostante

Sono sempre stato diffidente nei confronti degli ebook per tre motivi. In primo luogo amo i libri in formato cartaceo, quelli che puoi sfogliarli, toccarli, annusarli e ho sempre pensato che una schermata con pixel anziché caratteri stampati mi avrebbe privato della gioia di leggere, che in parte deriva proprio dall’avere pagine e pagine di carta in mano.

 

L'editoria vista dall'autore di questo blog.

Il secondo motivo è la paraculaggine. Sono ancora convinto che un giorno un libro lo pubblicherò anch’io e quindi non mi va che esistano su eMule copie piratate che per forza di cosa non si tradurranno in ricavi economici per il sottoscritto. Sì, lo so, sono un illuso.

Terzo e ultimo, non possiedo un lettore e-book, ma solo un netbook scalcinato dell’Acer, da cui leggere file .pdf mi risulta un po’ ostico. Dopo Natale forse provvederò, se la voglia di giocare a Cataclysm non avrà il sopravvento.

Ciononostante

Ieri ho scaricato questo:

 

Ken Follett, La caduta dei giganti

Che cavolo,  25€ sono troppi per un libro, e poi il romanzo è già un bestseller mondiale, Follett mi perdonerà se questa volta non gli lascio la mancia.

Ciononostante

Ieri ho scaricato questo:

 

China Miéville, Perdido Street Station

 

Perché, porca la miseria, l’edizione italiana non è più in vendita, né la si trova usata su ebay. E io volevo leggerlo.

Ecco, per questi e altri motivi, sono veramente una brutta persona.