I ragazzini che ascoltano musica questionabile, sono preponderanti sui social media e si comportano, in genere, da deficienti si chiamano bimbiminkia.
I deputati del Movimento 5 Stelle che stanno in Parlamento ma non hanno idea di come funzioni la faccenda – o di come si scriva un decreto legge o un emendamento – si chiamano deputatiminkia.
Seguendo la scia, lo steampunkminkia è un genere letterario, di solito opera di giovani autori italiani dal dubbio talento, che in apparenza si rifà allo steampunk vittoriano, senza però di tale sottogenere possedere alcuna conoscenza, né articolata né basilare. Il risultato è quindi un romanzo pastrocchiato la cui lettura causerà più risa isteriche e facepalm che senso di meraviglia.
Se esistesse un canone dello steampunkminkia, Il sogno della Bella Addormentata di Luca Centi sarebbe un romanzo fondamentale, in quanto incarna tutti gli elementi propri del sotto-sottogenere. Ma proprio tutti, eh. Tanto è vero che ho letto da qualche parte l’autore che lo definiva: “un misto tra fantasy, fantascienza e steampunk”. Che è la definizione più figa dell’universo, ammettetelo.
Anyway, se il nome Luca Centi vi fa suonare una campanella è perché, nel 2009 ha pubblicato con Piemme Il silenzio di Lenth (ebbene sì, è munito di pagina su Wikipedia italiana, perché noi non ci facciamo mancare niente), romanzo cardine del fantatrash italiano famoso più che altro per una delle ultime recensioni decenti di Gamberi Fantasy. Nella recensione, che vi invito a recuperare, l’autore veniva accusato di non saper scrivere molto bene e il suo editor di essere un criceto, o qualcosa del genere. Sebbene non abbia personalmente letto il romanzo in questione, posso ugualmente affermare due cose: a) Luca Centa non scrive molto bene e, b) il suo editor è ANCORA un criceto.
La scheda del libro
Il sogno della Bella Addormentata di Luca Centi
Pubblicato da Piemme Freeway
Anno 2013
252 pagine
Prezzo di copertina 16.50€
Prezzo ebook 9.99€
Il libro su Amazon, anche in formato digitale
Che cosa succede
Incontriamo la nostra protagonista, Talia, durante una festa in cui, con somma creatività:
Gli uomini se ne stavano in disparte a discorrere di politica, impettiti e rigidi, con un bicchiere sempre pieno in mano, mentre le donne preferivano parlare del tempo o di come la casa fosse stata addobbata, con tende di velluto, tappeti pregiati e tavoli colmi di vivande
Ma appare subito ovvio che Talia non si trova alla festa di… ehm… Sir Hamilton… Infatti la seguiamo mentre agguanta un tizio a caso dalla folla, ci balla un po’ assieme e poi, attraversata la stanza, lo sbologna, aggiungendo informazioni date alla cazzo di cane:
Ed era certa che quel ragazzo non l’avrebbe seguita per assicurarsi che stesse bene, così come non le aveva chiesto nulla a proposito dei suoi occhi: uno era verde e l’altro color ambra.
Grazie. Sapere della sua eterocromia degli occhi era proprio necessario per immergermi nell’azione. Inoltre, non è che una tizia con gli occhi di due colori diversi veniva additata da tutti e derisa.
Ma, vabbè. Talia si imbosca nelle stanze private di… ehm Sir Hamilton… e gli sottrae un oggetto che si chiama Meriggio di Mercurio, e poi decide di svignarsela, ma senza attirare l’attenzione su di sé. Umh, ma come, mi domando? Scappando dalla finestra. Sì, perché un ospite che si smaterializza nel nulla e non viene più visto dai padroni di casa desterà molta meno attenzione di, chessò, qualcuno che resta alla festa fino a un orario conveniente per poi andare a casa. No, Talia deve avere ragione. D’altra parte lei è una ladra esperta.
Il suo cocchiere, Archie, la riporta a casa, dove ad attenderla c’è anche la governante francese, Madame Vivienne. Che è un’esperta nella gestione della casa. Un po’ come Talia è un’esperta ladra.
«Ha guidato la carrozza per tutta la notte» le spiegò Talia. «È stanco e potrebbe farsi male con i suoi attrezzi.»
Finalmente Madame Vivienne perse la sua solita compostezza.
«Lo pensate davvero?»
«Spesso i domestici si fanno male per il troppo lavoro […]»
“Voglio dire, sono il membro della servitù di livello più alto nella vostra dimora, ma ho davvero bisogno che mi spieghiate come funzionano le cose che dovrebbero essere di mia competenza, Miss Talia!”
Ok, tagliamola corta che non ho voglia di sprecare diecimila parole per ‘sto libraccio. Quelle sono solo per Goodkind. In sostanza, Talia deve recuperare degli artefatti con gli ingranaggi (e quindi chiaramente steampunk), chiamati Peccati, che suo padre, inventore, aveva prima creato e poi, per chissà quale motivo, non distrutto ma dato via. Per fortuna Talia è in possesso di una bussola trova Peccati che a) funziona solo in estrema prossimità al peccato stesso; b) nessuno si degna di spiegare come funziona, e quindi è una puttanata colossale.
Un giorno, Talia riceve una lettera da un certo Cornelius Cobbald che le dice di sapere dove si trova un peccato, ma Madame Vivienne è allarmata (l’unico tratto di personalità di Madame Vivienne è che è SEMPRE preoccupata per qualcosa, qualsiasi cosa) perché circola voce che l’uomo sia un Nubilante. Cosa sono i Nubilanti? Ma ovviamente i membri di una setta segreta che vuole dominare il mondo da dietro le quinte, no?
Così Talia si reca a casa di Cobbald per sentire quello che l’uomo ha da rivelarle.
Superò il cancello, che trovò aperto, e percorse il breve vialetto.
Ma certo! Non lo sapevate che nell’Ottocento le visite sociali funzionavano esattamente come quando vostra nonna viene a trovarvi? Il padrone di casa lasciava l’ospite libero di entrare quando voleva, senza nessuno a riceverlo, e l’ospite, soprattutto se era una giovane donna nubile in visita a un uomo non sposato, era sempre da sola e non si accompagnava mai e poi mai a uno chaperon o a un cicisbeo.
Cobbald rivela a Talia che l’ultimo dei Peccati è nascosto a Londra, recentemente acquistato da una ricca vedova che viene identificata come nobildonna ma mai chiamata con un titolo nobiliare, di nome Irene Cavendish. E allora Talia decide di partire per Londra e recuperare il manufatto. Assieme all’allegra combriccola di governante e cocchiere.
«Madame Vivienne, che avete?» le domandò.
«Io… io non so se me la sento di viaggiare, mademoiselle» confessò l’altra, con voce tremante. «Non ho mai lasciato Windsor […]»
Oh, stronzate. Sei una fottuta cameriera francese che lavora in Inghilterra.
Ma, spezziamo una lancia in favore di Madame Vivienne (che è zitella e che pertanto dovrebbe essere Mademoiselle, ma non stiamo a sottilizzare, magari è vedova): Londra è una città pericolosa. E non per i big alien-gorilla-wolf-motherfuckers, purtroppo, ma perché, nella continuità di questo romanzo, la successione a Guglielmo IV – che nel nostro continuum, come tutte le successioni al trono britannico, è pacificamente regolata dall’Act of Settlement della regina Anna – è piuttosto turbolenta, con due fazioni che si affrontano in una specie di guerra civile tra supporter di Vittoria e di Ernesto Augusto (che nella vita vera divenne re di Hanover). Eppure, nonostante tutto, bisogna partire. All’avventura!
Certo, non prima di essersi assicurati che la casa sia in ordine.
«Spero che Linda abbia compreso bene le mie istruzioni» borbottò Madame Vivienne, dopo neanche due minuti. «Non so se quella ragazza è sorda o se semplicemente non capisce la nostra lingua. Forse è davvero sorda e ha annuito per cortesia. Oh cielo, se così fosse…»
Ancora? Ma santo dio, sei il capo della servitù, Madame Vivienne, che lavoro di merda stai facendo se non sai se una tua sottoposta è sorda o meno?
Ma Talia ha compiti più pressanti da affrontare.
L’ultimo peccato era a portata di mano, e lei non se lo sarebbe lasciato scappare. E questa volta senza sensi di colpa. Da come l’aveva descritta Cornelius Cobbald, Irene Cavendish era tutto fuorché una donna gentile.
Perché, ricordatevi, bambini, rubare è ok se la vostra vittima è antipatica.
A Londra Tlaia & Co. saranno ospiti di… ehm… Sir Lummer, amico di faiglia e tutore di Talia dopo la morte del padre. E, tramite a una visita più o meno programmata con una certa Margot Chantall, amica di famiglia del padre di Talia, la nostra eroina tutta vapore e goggles riesce a intrufolarsi nella cerchia di Irene Cavendish.
Durante l’incontro con Miss Chantall, Talia ci delizia con le sue abilità deduttive:
Talia notò che non portava la fede, il che significava che non si era mai sposata.
Un’affermazione idiota per due motivi: primo perché non indossare la fede non equivale univocamente a non essere sposate; e secondo, se per tutto il capitolo si parla di MISS Chantal significa che la donna in questione è signorina. Miss è una parola con un senso, non un’abbreviazione pucciosa da usare intercambiabilmente con Mrs. e Ms.
Segue chiacchericcio, in cui Talia e Margot Chantal parlando dell’infanzia di Talia e di suo padre. Alla fine, il giudizio che la ragazza ha della donna è categorico:
Una volta fuori, Talia avanzò a passo spedito fino alla carrozza e si lasciò cadere sul sedile, sospirando.
«Cos’è successo?» le chiese Madame Vivienne, mentre bussava sul tettuccio della carrozza per avvertire Archie di partire.
«Quella donna è insopportabile!» esclamò Talia dando finalmente sfogo ai suoi pensieri.
«Chi, Miss Chantall?»
«Chi altri sennò? All’inizio ho creduto che avessimo molto in comune, invece mi sbagliavo. Non c’è da stupirsi se nessuno l’ha voluta per moglie!»
Oh, sì. Miss Chantall è un orribile, orribile essere umano. Rea di aver detto cose tipo:
«Quando ho letto la lettera della vostra governante stentavo a crederle. Siete davvero voi?»
E:
«Oh, ma posso aiutarvi io! Credetemi, non faticherete affatto ad ambientarvi e a entrare nella mia cerchia di amici. Amici importanti, se capite cosa intendo.»
E ancora:
«Sono parecchi! Una volta [il padre di Talia] si è intestardito a volervi costruire un pianoforte speciale. Rammento ancora le sue parole. Quelli in circolazione erano troppo “limitati” per voi.»
«Limitati?»
«Proprio così. Vostro padre voleva a tutti i costi costruirvene uno dotato di tasti speciali, che si potessero riconoscere al solo tocco delle dita. Come se foste cieca e ne aveste bisogno!»
E non è finita qui:
«Cara, state bene?»
L’oltraggio non ha fine:
«Piccola cara, penserò io a voi. Domani pomeriggio verrò a prendervi e vi presenterò alcuni miei amici. Lasciate alla mia governante il vostro indirizzo.»
Insomma, bastano queste poche righe per accorgersi che Miss Chantall è davvero una persona orribile, turpe, oscena, disgustosa, e che l’antipatia che Talia prova nei suoi confronti è saldamente evincibile dall’unica scena di cui la donna è stata protagonista. È, come si dice, sotto gli occhi di tutti.
Also:
Le sue parole vennero inghiottite dal rombo di una carrozza a vapore. Incuriosita da quella strana invenzione, Talia si sporse dal finestrino e la guardò estasiata. Era più alta e più larga di una carrozza normale, con ruote più grandi e una grossa scatola nera sul lato posteriore.
Il rumore proveniva proprio da quella scatola – dove con ogni probabilità si trovavano gli ingranaggi – che era collegata a due tubi da cui sbuffavano bianche nuvolette di vapore.
No, è ok, non devi spiegare come funziona, perché tanto… è STEAMPUNK!
Comunque, la nobildonna chiamata Mrs invita Talia a una mostra d’arte. Che, una volta che Luca Centi ce la descrive, ricorda più una scena moderna presa da Sex and the City che non un’occasione sociale pre-vittoriana.
La sala era enorme e le pareti erano ricoperte dai dipinti in esposizione. Nel mezzo, era stato allestito un buffet, ma erano in pochi quelli che si avvicinavano. Preferivano prendere tartine e champagne dai vassoi che i camerieri porgevano loro. Un altro codice di comportamento che Talia faticava a comprendere. Cercavano forse in quel modo di mostrare la loro superiorità? O forse era solo abitudine?
Questa, nel caso ce ne fosse ulteriore bisogno, è un’altra riconferma del fatto che Luca Centi non ha la più pallida idea di come funzionasse la società che lui stesso ha eletto ad ambientazione del suo romanzo, e che ha preferito lasciarsi guidare dal luogo comune che non fare un minimo di ricerca. E sì che sarebbe bastato, anche solo per far suonare il romanzo un minimo più in sintonia con il tempo storico in cui è ambientato, guardare una puntata di Downton Abbey (che è ambientato cento anni dopo, ma per lo meno chi lo ha sceneggiato aveva idea di come funzionassero i rapporti sociali). E non ditemi che siccome è fantasy le norme culturali pre-vittoriane non si applicano perché è un universo alternativo. Non ditemelo che sennò vi prendo a pizze in faccia.
È una situazione stressante:
Pazienza, devo avere pazienza, si ripromise Talia
Peccato che non ti stai ripromettendo una beata fava. Ripromettere significa fare un patto con sé stessi, non qualsiasi cosa Luca Centi e la sua competente editor pensino significhi.
Ma torniamo alla storia. Alle castronerie grammaticali ho dedicato una sezione alla fine della reccy.
Alla mostra, Talia incontra il tizio con cui aveva ballato durante la festa di… ehm… Sir Hamilton, che qui è l’accompagnatore della figlia di Irene Cavendish, Felicity.
«Lasciate allora che mi presenti di nuovo. Mi chiamo Nicholas Gray. E qual è il vostro nome?»
«Talia Rosamond.»
«Talia. Un nome bizzarro.»
«Mai quanto siete bizzarro voi.»
Il giovane le restituì uno sguardo confuso. «Cosa intendete?»
«La vostra innamorata vi sta aspettando, non vedete?» gli fece notare Talia, indicando la ragazza bionda che non gli staccava gli occhi di dosso.
«Siete forse gelosa?» rise Nicholas, con una punta di malizia.
Al loro primo appuntamento le era parso un ragazzo riservato che detestava i convenevoli dell’alta società tanto quanto lei, ma ora… ora le sembrava perfettamente a suo agio nella parte del giovane bell’imbusto.
Solo due piccole considerazioni. Uno: non c’è stato nessun appuntamento, e trovo assurdo che Talia lo descriva in questo modo solo perché si vede lontano un chilometro che Nicholas è il love interest del romanzo. Due: NON È COSÌ CHE INTERAGIVANO I MEMBRI DELL’ALTA SOCIETÀ. Cazzo.
E, sempre con questo spirito, Felicity invita Nicholas a una festa in casa Cavendish la sera successiva, e Nicholas, di rimando, invita Talia. Un invito così diretto in casa Cavendish è per Talia un’occasione unica di trovare l’ultimo dei Peccati. In più, l’autista Archie le propone di incontrarsi con un ex commilitone, un tipo losco, che ha delle informazioni su Irene Cavendish. E Talia gli risponde:
«Lo raggiungeremo questa sera, dopo la festa a casa Cavendish. Anche se spero che, per allora, avrò recuperato il manufatto».
Già da qui si capisce che Talia non troverà il Peccato in casa Cavendish, e che la scena della festa sarà completamente inutile. Ma anche se fosse: perché incontrare un informatore DOPO aver compiuto l’azione per cui eventuali informazioni sarebbero state utili? «Capitano, ci infiltreremo nel covo dei terroristi paraguayani questa notte a mezzanotte. Domani mattina alle otto terremo un debriefing illustrativo su come strutturare l’assalto. Ci saranno delle ciambelle.»
Comunque, Talia si reca alla festa di Irene Cavendish.
«Miss Rosamond, che piacere vedervi!» esclamò. «La mia adorata Felicity mi aveva informato della vostra presenza, ma non immaginavo che avreste accettato.»
«E perché mai?» chiese Talia, sbottonandosi il soprabito e porgendolo al maggiordomo apparso alle sue spalle.
«Vi credevo impegnata. Sapete, siete così amica di Miss Chantall che già vi vedevo a bere un tè con le sue noiose amiche.»
Talia non annoverava certo Margot Chantall tra le sue conoscenze più interessanti, ma il commento della donna la infastidì comunque. C’era superiorità nella sua voce e una punta di disprezzo.
Dalle parole che aveva usato dedusse inoltre che le due si erano frequentate.
Ehi, Luca Centi, mi sa che la deduzione non funziona nel modo che credi tu. Dedurre arrivare a una conclusione basandosi su fatti e ragionamenti logici, non sparare cose a caso. Per amore di tutto ciò che è coniglioso, non scrivere mai un giallo.
Talia si intrufola nelle stanze private della Cavendish e lì viene sorpresa da Nicholas, i due si scambiano qualche battuta che dovrebbe essere una sorta di battibecco con sottotoni romantici (del tutto inadatto alla situazione e alle tempistiche, ma vabbè, che vi aspettavate), poi Talia se ne va all’appuntamento con la spia. Che, ovviamente, vuole essere pagata per scucire informazioni.
«Avete portato la mia ricompensa?»
«E voi? Avete le informazioni che desidero?»
Una breve pausa. «Sì, ma prima il denaro.»
Talia frugò nella veste e ne estrasse un piccolo sacchetto tintinnante.
Really? Sacchetto tintinnante? Cos’è, Luca Centi cercava un’immagine old fashioned o non sa che le banconote erano già in circolazione da parecchio, nel 1836?
Comunque, la spia la informa che la Cavendish è proprietaria di una villa poco fuori Londra, la Magione di Brunilde. E siccome Talia lo ha saputo per vie traverse, il climax della storia si svolgerà lì.
È ora di interrompere l’incontro, ma la spia è in ansia. Già, perché il coprifuoco a Londra è scattato da un pezzo, e in giro potrebbero esserci gli Epuratori a far sì che l’ordine venga rispettato. E gli Epuratori hanno un’arma cazzutissima:
«Strane pistole a vapore. Un vapore che, a detta di molti, infligge indicibili pene. Ma nessuno è sopravvissuto per testimoniarlo.»
Esatto, pistole a vapore. Pistole. A. Vapore. Vi lascio qualche secondo per far sedimentare l’immagine nella vostra testa. E non osate obiettare: sono a vapore, per cui è steampunk. Anzi, STEAMPUNKMINKIA!!
Bla bla bla, dopo un po’ di scene riempitive in cui Talia esplora i suoi sentimenti per Nicholas (che ha incontrato tre volte e con cui ha scambiato in totale meno di una cinquantina di parole), finalmente ci decidiamo ad andare alla Magione di Brunilde. Una volta lì… OH, NO! Viene sorpresa dagli Epuratori. Dagli Epuratori e dalle loro terribili pistole a vapore.
Perfino più steampunk dell’Alice di Dimitri
Risvegliatasi, Talia scopre di trovarsi… a casa di Nicholas! Dun dun duuuun! Nicholas le rivela di essere un agente di Scotland Yard che sta indagando su una serie di furti (quelli dei Peccati) di cui Talia sembra essere la responsabile. Potrei spezzare il capello in quattro e dire che Scotland Yard è la polizia Metropolitana di Londra e non una sorta di servizio segreto, e pertanto crimini avvenuti fuori Londra (Cambridge, Brighton, ecc.) non ricadrebbero sotto la sua giurisdizione (e lo so perché c’è scritto su Wikipedia, non è un’informazione che ho estorto con la tortura al commissario capo). Potrei, ma a che scopo farlo? Per sottolineare che Luca Centi non ha svolto la minima ricerca sul periodo storico di cui andava scrivendo? A che pro, visto che la testi è già stata ampiamente dimostrata?
Comunque, Talia riesce a intortare Nicholas, e solo allora scopriamo che in realtà Nicholas non sta indagando su un semplice furto, ma sulla cospirazione dei Nubilanti. Ma allora perché sono tre quarti di libro che divaga seguendo Talia, un topo d’appartamento, per mezza Inghilterra? Mistero!
Ed è ora che i nostri eroi si uniscano per sconfiggere la cospirazione dei Nubilanti!
Poi, prima che Talia potesse fare o dire qualcosa, si avvicinò al divano e la liberò dalle manette. La ragazza si massaggiò il polso arrossato e lo osservò imbarazzata.
«Grazie» mormorò, confusa. «Che cosa vi ha fatto cambiare idea?»
«I vostri occhi. Vi ho scorto tristezza.»
Ohibò, Nicholas dev’essere un gran bravo poliziotto. “L’ho rapita, torturata, stuprata e uccisa! Ma ora sono triste.” “Ok, sei libero di andare.”
«Vorrei sapere a cosa servono i Sette Peccati, come mai sono così pericolosi» disse. «Sono sicura che la chiave sia nascosta nel loro funzionamento.»
Io invece vorrei sapere com’è che una potentissima organizzazione criminale con tentacoli ovunque si sia fatta bagnare il naso per ben tre volte da una ladra diciannovenne. Suonano temibilissimi, ‘sti Nubilanti.
Ma siccome siamo quasi vicini alla risoluzione del plot, è bene che ci fermiamo e facciamo un po’ di ricerche. Talia si reca quindi in una piccola biblioteca alla ricerca di un libro sull’alchimia che potrebbe spiegarle che cosa sono i Peccati e a quale scopo suo padre li aveva prima costruiti e poi dati via.
«Desiderate?»
La voce arrivava da qualche centimetro più in giù. Quando Talia abbassò lo sguardo vide un ometto con un paio di occhiali enormi che la fissava perplesso.
WTF? Talia è priva della visione periferica, tanto da non vedere un uomo che si trova qualche centimetro più in basso di lei, o è un T-Rex e la sua visione è basata sul movimento?
Ma ritorniamo all’azione principale. Talia e Nicholas vanno alla ricerca dell’ultimo peccato e Talia origlia per caso una conversazione tra Irene Cavendish e un individuo misteriooooooso. I due stanno parlando di un rito che si officerà la notte successiva. E Talia recupera l’ultimo Peccato.
Fine del romanzo, direte voi. E invece no.
Il giorno successivo, Talia riceve la visita di ehm… Sir Lummer… che all’improvviso si rivela come parte della cospirazione dei Nubilanti e la rapisce. I sette Peccati costruiti dal padre di Talia sono in realtà ingranaggi di una macchina in grado di scambiare le menti dei due individui. I Nubilanti hanno rapito la futura regina Vittoria con l’intenzione di sostituire la sua mente con quella di Felicity, la figlia di Irene Cavendish, che è parte dell’organizzazione e quindi da essa facilmente manovrabile. Si tratta però di un piano inutilmente complicato i cui esiti non sono affatto certi come ehm… Sir Lummer li fa apparire, intanto perché si basa sull’assoluta fedeltà di Felicity. Cosa ne sanno i Nubilanti che Felicity, una volta diventata regina sotto le mentite spoglie di Vittoria, non si farà inebriare dal potere e tradirà la causa? A questo punto, perché non sostituire lo stesso ehm… Sir Lummer con la regina Vittoria? O Irene Cavendish? Anzi, ancora meglio, perché non infiltrare la corte senza ricorrere all’alchimia? Dopotutto Vittoria è salita al potere a diciassette anni, evitando di poco una reggenza, è giovane e tutto sommato inesperta. Perché non piazzare degli uomini fidati nelle posizioni di potere? Perché il romanzo non sarebbe stato abbastanza steampunkminkia, ecco perché.
Tutto va come è lecito immaginarsi, o forse no. Già perché il libro ha un colpo di scena finale che prende tutta un’altra direzione, molto più cupa e matura, rispetto all’andazzo della storia, e che riguarda non la situazione politica britannica, ma la vita della stessa Talia. Si tratta in realtà di un buon colpo di scena, per quanto poco in sintonia con il resto della storia, che si rifà, presumo, alla fiaba che Luca Centi ha più volte individuato come ispirazione principale del suo romanzo. Ho letto molte recensioni che salvavano Il Sogno della Bella Addormentata proprio in virtù di questo colpo di scena. Veniva definito inaspettato, ma inaspettato non è – io l’avevo intuito leggendo gli indizi disseminati nella storia, e i costanti flashback di Talia. Ciò non toglie che non sia male. Ma basta a salvare il resto del romanzo? No, proprio per niente. Intanto perché sono solo due capitoli stiracchiati su ventisette, e poi perché il resto è così pieno di merda e approssimazione che Il Sogno della Bella Addormentata non si sarebbe potuto redimere nemmeno con un editing a cura di H.P. Lovecraft.
Che cosa ne penso
E sa il cristo redentore se chi ha editato questo romanzo non è un incapace totale. È pieno zeppo di errori, schifezze e sciatteria varia. Volete qualche esempio?
In ordine di cose che mi hanno fatto più incazzare.
I pensieri sono scritti in corsivo. Scrivere in corsivo è generalmente accettato in luogo dell’uso delle virgolette. Stephen King scrive i pensieri in corsivo. George R.R. Martin (nell’edizione originale) scrive i pensieri in corsivo. Serve per non avere quindici tipi di virgolette nella pagina. È una convenzione accettata.
Anche Luca Centi scrive i pensieri in corsivo. Ma o lui o il suo editor sono capre. Perché usa i tempi verbali al passato. E la terza persona anziché la prima.
Era come se quella parte della casa non fosse di competenza della servitù, pensò Talia, a giudicare almeno dalla polvere che sollevò al suo passaggio.
“È come”, “non sia”.
Che cosa aveva fatto suo padre di così terribile da arrivare a disfarsi di quei manufatti per poi tornare dalla donna che aveva ferito?
“Mio padre”.
Forse, si disse, avrebbe dovuto mettere da parte la sua ricerca.
“Dovrei”, “la mia ricerca”.
E questi sono solo alcuni esempi. La cosa bella è che, avendo un’edizione digitale, non mi ci vuole molto a evidenziare tutte le volte che ciò accade. E lo sapete quanto è frequente? TUTTI i pensieri sono scritti in corsivo con il tempo verbale al passato. Lo ripeto per l’ultima volta, nella remota ipotesi che Luca Centi o il suo editor leggano questa reccy: il corsivo sostituisce le virgolette, è come un dialogo, solo scritto storto. Quindi il tempo da usare è il presente, non il passato. Uno scrittore con già due libri alle spalle roba del genere non può non saperla. Un editor professionista non può permettersi di non correggerla.
La seconda cosa che mi ha infastidito è l’approssimazione. Come ho già avuto modo di segnalare, Luca Centi ha solo una conoscenza stereotipata dell’universo in cui ha scelto di ambientare la sua storia. E non si è preso la briga di svolgere la minima ricerca. E non sto parlando dello steampunk – per quanto anche quell’elemento sia atroce.
Altrimenti avrebbe scoperto che la sua idea della società pre-vittoriana non funziona proprio per niente come lui se la immagina. E non si tratta soltanto della completa ignoranza delle norme sociali, che potrebbero anche essere state semplificate per venire incontro alle ridotte capacità intellettuali delle lettrici abituali Piemme Freeway, ma anche di elementi più generali. L’inesistente guerra di successione tra Vittoria ed Ernesto Augusto non è un problema, a mio avviso. Si tratta di un elemento di conflitto immaginario, ma la storia si svolge pur sempre in un altro universo. Il problema è che, ad esempio, Luca Centi parla di nobildonne e poi le chiama Miss. Oppure per tutto il romanzo si riferisce a Sir Lummer e Sir Hamilton senza sapere che il titolo Sir (che non è indice di nobiltà – anzi, in Inghilterra si definisce Sir un uomo di rango appena inferiore a un pari del regno, ossia a un nobile) si usa accostato al nome della persona, non al cognome. È Sir Alex, non Sir Ferguson; Sir Paul, non Sir McCartney; Ser Jaime, non Ser Lannister. Ancora una volta, sta tutto su Wikipedia. Che non è propriamente una fonte di informazioni di nicchia.
Scrittore, cazzo, fai le tue ricerche!
Poi ci sono delle gustosissime frasi che sono, semplicemente, sbagliate. Andavano corrette in fase di editing ma qualcuno se ne è dimenticato (o non ne è stato in grado). Una è il già citato “pazienza, devo avere pazienza”. Ecco una manciata di altre.
Al contrario di Sir Hamilton, che aveva cercato in ogni luogo il Meriggio di Mercurio prima di trovarlo – come le aveva confidato – in un piccolo emporio di Dublino.
Questa frase, per come è messa nel testo, è incompleta: se si premette che X ha fatto qualcosa al contrario di Y, devi anche spiegare che cosa ha fatto Y.
«A dire il vero è solo una conoscenza» precisò subito Talia.
«Ma le conoscenze sono intriganti» intervenne Irene Cavendish.
«Si può apprendere moltissimo in poco tempo.»
Un ragionamento razionale, freddo, che lasciò Talia interdetta.
La reazione di Talia è esagerata (interdetta?). E, trattandosi di un botta e risposta tra Talia e la Cavendish che va avanti da un po’, dire che Irene Cavendish interviene è sbagliato. Non può intervenire in qualcosa di cui è già stato stabilito essere parte.
Le stanze erano enormi e dalle volte altissime, con una scalinata di marmo che conduceva ai tre piani superiori, dove si trovavano le camere della servitù e dei padroni di casa.
Dalla descrizione si capisce che c’è una scalinata in ogni stanza. Il che non ha senso e immagino non sia il caso.
Esile ma scattante, a giudicare dai movimenti fluidi.
Movimento scattante e fluido di solito sono mutualmente esclusivi.
Chiudo con alcune frasi non sbagliate, ma che a mio avviso sono tanto banali da essere patetiche.
Talia adorava cavalcare. Sin da bambina, era l’unico momento in cui poteva essere se stessa. Sentire il vento tra i capelli, respirare l’aria fresca del mattino, avere la sensazione di essere forte, e non una bambina gracile e cagionevole.
Stando però alla descrizione che ne aveva avuto da quelle donne, Mrs Cavendish non era di certo un’amabile vedova annoiata.
Fuori dalla finestra poteva scorgere il cielo che a mano a mano si tingeva del colore del sorgere del sole.
Un ultimissima nota: non perdonerò mai a Luca Centi di non aver inserito, in una storia che riguarda una cospirazione ai danni della regina Vittoria, la duchessa di Kent e John Conroy. Ci sarebbero stati a pennello, ma LC non saprà manco chi sono. Cercali su Google, e pentiti.
In conclusione
Romanzi come Il sogno della Bella Addormentata la dicono lunga sullo stato del fantastico in Italia, e soprattutto su cosa pensano del genere gli editori. Qui, la Piemme – non la Sperindio Editore – dimostra di sbattersene allegramente della qualità, perché tanto sa che il prodotto è inserito in una collana per giovani lettori. E quindi per rincoglioniti, per come la vedono loro.
Non ci vuole molto per rendersi conto che il romanzo è un banalissimo collage di schifezze e luoghi comuni, piagato da una prosa sciapa e da svariati errori di forma, contenuto e logica interna. Ma tanto i nostri lettori sono stupidi, vero Piemme? Ci mettiamo una bella copertina e nessuno si accorgerà di niente.
Ebbene, dopo anni Luca Centi ancora scrive maluccio. A onor del vero nel finale si intravede una maturità che potrebbe quasi far sperare per il meglio riguardo alle prospettive future dell’autore. Ma il resto del libro è pura e semplice spazzatura. È mancata la ricerca sul periodo storico o sul genere steampunk. È mancato, fatto gravissimo, un editing consapevole. Insomma, mancano proprio le basi. Probabilmente ai tizi della Piemme non importa, data la bassissima considerazione che hanno dei loro lettori. A me un pochino sì, però.
È arrivato il momento di parlare di nuovo di Joe Abercrombie. Di Joe Abercrombie e del suo quarto romanzo, Best Served Cold, il primo che, pur essendo ambientato nello stesso universo e condividendone alcuni personaggi non fa parte della trilogia della First Law.
Questa recensione, notate bene, potrebbe essere composta solo da un’immagine. Questa:
Ma poiché, dopotutto, il mio lavoro consiste nel recensire libri fantasy nella maniera più approfondita (e sarcastica) possibile, rimbocchiamoci le maniche e andiamo a vedere cosa c’è che non va in Best Served Cold.
La scheda del libro
Best Served Cold di Joe Abercrombie
Pubblicato da Gollancz, inedito in Italia
Anno 2010
664 pagine
Prezzo di copertina 8.99£
Prezzo ebook 6.49€
Il libro su Amazon, anche in formato digitale
Che cosa succede
Non bisogna essere dei geni per indovinare, anche a un’occhiata superficiale, di cosa parla Best Served Cold. La citazione completa è “Revenge is a dish best served cold” ovvero “La Viennetta vendetta è un piatto che va servito freddo” e non deriva, come abbiamo tutti erroneamente imparato da Kill Bill, da un proverbio Klingon, ma dal romanzo epistolare Le relazioni pericolose di Pierre Choderlos de Laclos. E siccome Abercrombie è un nerd delle citazioni, mi fido ciecamente di lui. A proposito, tenete in un angolino della vostra mente il riferimento a Kill Bill perché ci toccherà riprenderlo in seguito.
Quindi Best Served Cold è un romanzo che parla di vendetta.
La vendetta in questione è quella di Monzcarro Murcatto, detta Monza, mercenaria tanto faiga quanto spietata. Al picco della sua carriera come comandante delle Mille Spade, Monza inizia a essere percepita come una minaccia dal duca Orso, che decide di fare fuori sia lei che suo fratello Benna. Solo che Monza miracolosamente sopravvive e giura vendetta nei confronti di Orso e delle altre sei persone che hanno partecipato alla congiura per sbarazzarsi dei fratelli Murcatto.
Così Monza mette insieme un gruppo di anti-eroi – un avvelenatore e la sua apprendista, un veterano da tempo creduto morto, un’ex inquisitrice, un ex prigioniero, e un Northman in cerca di un nuovo inizio – ben disposti, in cambio di una cospicua ricompensa, a sporcarsi le mani e aiutarla nella sua vendetta.
Che cosa ne penso
Se non sono entrato nei dettagli della trama non è per scongiurare il rischio di spoiler. In realtà la trama stessa è la prima e più evidente debolezza del romanzo. Famoso per la sua attitudine a ribaltare i topói letterari del fantasy e non solo, qui Joe Abercrombie si adatta alla perfezione a quelli che sono gli stilemi della storia di vendetta, nel senso che, salvo i cinquecentomila tradimenti, che sono tuttavia delle diramazioni marginali del plot, la storia che Best Served Cold mette in scena si svolge esattamente come è lecito supporre. Monza subisce un torto, decide di vendicarsi, ottiene la sua vendetta. The End.
E va da sé che quando una trama è così lineare, quasi scolastica, diventa anche noiosa. Arrivato al momento in cui Monza e compagnia hanno fatto fuori il terzo nome sulla kill-list nell’elaborata scena del bordello (che vede, per la cronaca, anche la comparsata di uno dei personaggi principali della First Law), ne avevo già avuto abbastanza.
D’accordo, è il primo romanzo dopo la trilogia di debutto, e quindi il confronto rischiava già di partire impari, ma cosa è successo al Joe Abercrombie che reinventava i cliché del fantasy con cui avevo familiarizzato? Già nella recensione di Last Argument of Kings – una recensione a quattro stelle, come non sarà questa – avevo avanzato il dubbio che Abercrombie si fosse adagiato un pochino troppo sugli allori. Qui, in Best Served Cold, l’impressione è ancora più forte. Perché non solo manca il creativo capovolgimento dello stereotipo. Quello che mi ha lasciato ancora più perplesso e, in ultima analisi, ha contribuito maggiormente alla valutazione negativa del libro, è il tono cupo e miserevole della storia. Che è eccessivo e fuori posto, perfino per Abercrombie.
Recentemente, Joe Abercrombie è stato tra i protagonisti di un dibattito tra scrittori, blogger e scrittori/blogger anglofoni avente come argomento il “grimdark”, ovvero la deriva dark e spietata del fantasy moderno. Bello, vero? Mentre noi si parla dei lit-blog brutti e cattivi perché vogliono sapere se hanno o meno la capacità di influenzare gli editori, negli States e non solo parlano di cose interessanti. Ma torniamo al grimdark. Cercare di definire l’inizio del dibattito è quasi impossibile, perché è qualcosa che ciclicamente si ripropone. Ne ho parlato anch’io qualche post fa commentando proprio il post di Abercrombie sul perché scrive gritty fantasy. Se volete farvi un’idea, seguite il link al suo blog e poi da lì ai vari trackback. Oppure Google. Google è vostro amico.
Comunque sia, nel mio commento a The Value of Grit, il post di Abercrombie, mi ero detto tutto sommato concorde con le sue mi pare dieci motivazioni per cui il gritty fantasy è figo. Se avessi letto Best Served Cold, probabilmente avrei avuto da ridire. Perché quello di Best Served Cold è cinismo fine a sé stesso, e le cose fini a loro stesse a me non piacciono. Un po’ come gli stupri nei libri di Goodkind, che non mi dispiacerebbero (al di là di quanto male suona la frase messa così – chiedo perdono, non mi sovviene una perifrasi da utilizzare al suo posto) se fossero utili a uno sviluppo psicologico del personaggio (posto che, comunque, usare lo stupro come strumento di caratterizzazione per i personaggi femminili è qualcosa di non solo becero ma anche, e soprattutto, abusato – ancora una volta, scusate se il termine suona male).
La verità è che Best Served Cold, avendo una trama che non brilla per innovatività e che non definirei esattamente “un viaggio sulle montagne russe”, pone molta enfasi su toni cupi e opprimenti. I personaggi sono sempre in bilico tra l’essere miserevoli e il gratuitamente spietati, le situazioni non sono da meno e, in concordanza con tutto ciò, lo stesso dicasi con il tema generale della storia, ossia che “il sangue chiama a sé altro sangue”.
E non è tutto. Ricordate l’Abercrombie che caratterizzava le nevrosi dei suoi personaggi con una serie di frasi ricorrenti? I Why do I do this di Glokta o i Say one thing di Logen Ninefinger? Ai tempi l’ho trovato un efficace strumento di caratterizzazione, in grado di rendere il personaggio speciale, o per lo meno particolare. In Best Served Cold, invece, suona addirittura ridicolo. Se Friendly, l’ex prigioniero ossessivo compulsivo che trova ordine nel mondo grazie ai suoi dadi, non mi è in effetti dispiaciuto, lo stesso non può dirsi per il vezzo di Nicomo Cosca di ripetere “a drink, a drink, a drink” – vezzo che viene però dimenticato a partire dalla metà del libro.
Inoltre, Monza non è un personaggio così riuscito da poter sostenere sulle sue spalle un intero romanzo. È la sua estrema sgradevolezza a fregarla. E voi direte: è stata massacrata e quasi uccisa assieme al fratello/amante, perché dovrebbe saltellare per i prati intrecciando ghirlande di fiorellini? La risposta è, semplicemente, che dovrebbe risultare per lo meno simpatica perché si suppone che il lettore segua la sua vendetta.
In tanti hanno paragonato Best Served Cold a Kill Bill di Tarantino, ma questo libro non è Kill Bill (o qualsiasi film di vendetta abbia girato Tarantino dopo il 2001 – il che significa TUTTI). Né è simile ai tanto celebri quanto scioccanti rape-and-revenge d’exploitation, uno su tutti I Spit On Your Grave, dove una donzella passa la prima metà del film a essere stuprata e la seconda a lordarsi le mani del sangue dei suoi stupratori. Nelle pellicole citate, così come in Best Served Cold, il focus è su colei che cerca vendetta. La differenza sta nel fatto che la Sposa di Kill Bill o Jennifer di I Spit On Your Grave sono personaggi per i quali è facile provare empatia. Monza Murcatto no. Forse questo è proprio il punto della storia, forse Abercrombie voleva saggiare se fosse possibile scrivere una storia di vendetta avente per protagonista qualcuno di così sgradevole che il lettore sarebbe stato portato a fare il tifo per il suo fallimento. Oppure forse sono io che sto leggendo troppo nelle cose.
In conclusione
Best Served Cold è un romanzo di Joe Abercrombie che, per citare Tenger, sembra scritto dal cugino tredicenne ritardato di Joe Abercrombie, che tenta di emularne le caratteristiche trasformandole però in qualcosa di grottesco.
La storia è ripetitiva e, in ultima analisi, non così interessante. Per di più è guidata da una protagonista disprezzabile. Alcuni dei personaggi di contorno non sono male, ma ben pochi (su tutti, Nicomo Cosca) restano impressi e, anche in questo caso, non sono memorabili come quelli della trilogia precedente. C’è poi un’atmosfera opprimente di miseria non solo fisica ma soprattutto umana che appesantisce la lettura fino quasi al renderla insopportabile.
Ho inoltre appurato oltre ogni ragionevole dubbio che Abercrombie è un altro degli autori fantasy che non sanno scrivere storie d’amore.
Insomma, non è un mostro deforme che ti supplica di essere abbattuto, ma quasi.
Evviva, bambini!! Oggi parliamo di Ayn Rand e oggettivismo!!
Sì perché dovete sapere che, arrivato al sesto volume della serie della Spada della Verità, Terry Goodkind ha deciso di gettare la maschera e di rivelarsi per quello che è: un telepredicatore. La citazione di Goodkind che, con la solita spocchia che lo contraddistingue, afferma che i suoi libri non sono fantasy ma studi psicologici e manifesti filosofici la si trova un po’ dappertutto su internet, googolatevela da voi se volete saperne di più. Ciò che a noi interessa, nella nostra carrellata all’interno del magico mondo di Richard e Kahlan (carrellata entrata ormai nel suo secondo anno, visto che la prima storica recensione risale al giugno del 2011), è che il volume sei della Spada della Verità è proprio un brutto libro.
Trovo stupefacente come ogni romanzo di Terry Goodkind riesca a essere peggiore di quello che l’ha preceduto. Questo è, nello specifico, il caso con il presente volume. Un romanzo che è un insulto sia per il fantasy in generale, sia per i tre fan in corce che la serie ancora si ritrova.
Un insulto perché non solo prende tutto il brutto che è tipico trovare in un romanzo di Goodkind e lo amplifica, ma anche e soprattutto perché, in un colpo solo, distrugge la già tenue continuità della serie e utilizza il libro come un goffo modo di fare critica sociale e politica. Goffo perché è Goodkind, e Goodkind, lo si è già visto nel volume precedente, se c’è una cosa che è impedito a fare è la critica sociale.
La fratellanza dell’Ordine è, fin’ora, il peggiore libro della serie. Vediamo insieme perché.
La scheda del libro
La Fratellanza dell’Ordine (La Spada della Verità #6) di Terry Goodkind
Pubblicato in Italia da Fanucci
Anno 2000
704 pagine
Prezzo di copertina 16,90€
Il libro su Amazon (non disponibile in formato digitale)
Che cosa succede
Il romanzo si apre all’interno della testa di Kahlan (lo si capisce per via dell’eco), ancora semi-incosciente dopo l’aggressione subita al termine del volume precedente.
Non ricordava di essere morta.
Preda di un cupo senso di apprensione si chiese se le voci arrabbiate che udiva in lontananza significavano che stava per sperimentare la fine trascendente: la morte.
Se era così, non poteva farci nulla.
Non ricordava di essere morta, ma rammentava a un certo punto di aver udito qualcuno sussurrarlo, quindi aveva sentito le labbra premute contro le sue e i polmoni che si riempivano dell’aria dell’uomo permettendo all’ultima scintilla vitale di tornare ad ardere in lei. La donna non sapeva chi fosse stato l’autore di quell’impresa.
In pratica, non si ricordava di essere morta, ma sapeva di non esserlo. Un pensiero un po’ contorto, ma vabbè, non perdiamoci d’animo. Infatti, perché stare a ciacolare con la semantica quando possiamo goderci un po’ di Gary Stu?
In seguito, a occhi chiusi, rivide quelli dell’uomo e si accorse che, oltre alla sofferenza nata dall’impotenza, in essi brillava anche una luce che poteva essere alimentata solo da un amore incrollabile. Quella certezza le permise, nonostante l’oscurità che le ammantava la mente, di non morire, perché non poteva permettere che quella luce si spegnesse a causa di un suo fallimento.
Dopo il finale di L’anima del fuoco, Richard ha lasciato Anderith ed è tornato nel Nuovo Mondo, ma non tutto è rose e fiori come aveva previsto. Gli abitanti di Heartland non sono affatto felici di averlo lì e vogliono addirittura cacciarlo con la violenza.
Beh, posso capirli. Richard è la persona prescelta per proteggere il nuovo mondo dall’orda barbarica dell’Ordine Imperiale, è normale che vivano come un tradimento la sua rinuncia a combattere e la scelta di ritirarsi a…
«Non sto chiedendo niente a nessuno» continuò Richard, invece di estrarre la spada. «Voglio solo essere lasciato in pace in un luogo tranquillo dove possa prendermi cura di lei. Voglio esser vicino a Hartland nel caso in cui avesse bisogno di qualcosa.» Fece una pausa. «Vi prego… solo fino a quando non sarà migliorata.»
Kahlan avrebbe voluto urlare: No! Non provare neanche a implorarli, Richard! Non hanno il diritto di farti questo. No. Non potrebbero mai capire i sacrifici che hai fatto.
Il massimo che riuscì a fare fu sussurrare il nome del marito.
«Non metterci alla prova… Ti bruceremo se necessario! Non puoi combattere contro tutti noi… abbiamo la ragione dalla nostra parte.»
Gli uomini cominciarono a pronunciare giuramenti sinistri e Kahlan si aspettò di sentire da un momento all’altro il suono tipico della spada, invece Richard continuava a rispondere tranquillo alle minacce, ma lei non riusciva a distinguere le parole. Dopo qualche attimo calò una calma densa d’attesa.
«Non ci piace comportarci in questo modo, Richard» disse infine una voce mite. «Ma non abbiamo scelta. Dobbiamo pensare alle nostre famiglie.»
«Inoltre sembra che tu sia diventato improvvisamente una persona importante» disse un altro uomo con il tono di voce indignato di chi pensa d’essere nel giusto. «Vestiti eleganti, la spada, non sei più la guida dei boschi di un tempo.»
«Giusto» si intromise un terzo interlocutore. «Solo perché sei andato in giro per il mondo non significa che puoi tornare qua credendo di essere migliore di noi.»
«Secondo voi non mi sarei attenuto a quello che avevate già deciso riguardo alla mia vita?» chiese Richard.
«Per come la vedo io, hai voltato le spalle alla tua comunità e alle tue radici. Pensi che le nostre donne non vadano abbastanza bene per il grande Richard Cypher. No, lui doveva sposare una straniera. Adesso torni qua e pensi di poterti pavoneggiare di fronte a noi.»
Ma no, come non detto. Sono arrabbiati perché sono gelosi di Kahlan. Dimenticavo che questo è un romanzo di Goodkind e quindi tutti sono fottutamente stupidi.
Orbene, ora che Richard si è andato a nascondere sui monti con Annette, cos’è che si sarà inventato Goodkind per mandare avanti quel poco di plot che da qualche parte si cela nel romanzo?
«Una visione?» gli chiese Kahlan. Gli uomini che erano andati via potevano anche essere un problema, ma in quel momento non rappresentavano la più grande delle sue preoccupazioni. «Hai avuto una visione?»
«È stato tutto così improvviso che ho avuto l’impressione che fosse una visione, ma a dire il vero era più una rivelazione.»
«Rivelazione?» Kahlan desiderò di riuscire a parlare con un tono di voce più alto. «E cosa ti ha portato questa visione rivelatrice?»
«Comprensione.»
Kahlan lo fissò. «Di cosa?»
Richard cominciò ad abbottonarsi la maglia. «È tramite quella rivelazione che sono arrivato a comprendere un disegno più grande e ho capito cosa devo fare.»
Una visione. E poco importa che siano cinque libri che ci menano il torrone con la storia che il mondo senza magia sarebbe un posto bellissimo, pieno di gente felice, arcobaleni e coniglietti batuffolosi, non c’è niente come un po’ di intervento divino per fare andare avanti la storia.
E qual è la visione in questione?
«Se guiderò questa guerra, la perderemo» esordì Richard, rivolto a Kahlan «e una moltitudine di gente morirà per niente. Il mondo cadrà sotto il giogo dell’Ordine Imperiale. Se non guiderò il nostro esercito in battaglia, il mondo cadrà lo stesso sotto l’ombra dell’Ordine, ma moriranno molte meno persone. Questa è la nostra unica possibilità.»
Beh, è uno scenario più negativo di quello che mi ero aspettato. Inoltre, Richard ha finalmente capito una cosa che gli sto urlando contro dal volume 2:
«Costringere la gente a combattere per la libertà è la peggiore delle contraddizioni.»
F – I – N – A – L – M – E – N – T – E !!!
Ma non temete, se ne sarà già scordato ora della fine del libro.
C’è però un problema, rivelazione o meno: ormai Richard ha schiavizzato intere nazioni nel giogo del suo regime dittatoriale, che cosa vorrebbe farne ora?
«Devo fare quello che ritengo meglio per noi. Devo essere egoista: la vita è troppo preziosa per essere buttata via per una causa inutile. È il peccato più grande che si possa commettere. La gente si potrà salvare dall’oscura era di schiavitù che sta per abbattersi su di loro, solo se comincerà a capire il significato delle proprie vite, a prendersi cura di se stessa e della propria vita cominciando a voler agire nel proprio interesse. Noi dobbiamo cercare di rimanere vivi nella speranza che arrivi quel giorno.»
Insomma, cazzi loro.
Immaginatevi Hitler che annette l’Austria, occupa la Polonia, l’Olanda e il Belgio, costruisce i campi di concentramento, arma i supercannoni, predispone la costruzione della colonia sul lato oscuro della luna, poi va da Joseph Goebbels e gli fa: “Meh, mi sono stufato, arrangiati tu”.
La situazione di Richard preoccupa perfino l’unico personaggio che non risulta intollerabile in tutta la saga, ossia Cara, che si confida con Kahlan.
«Madre Depositaria, credo che forse lord Rahl ha perso il senno.»
Richard avrà anche perso il senno, ma di sicuro Cara ha perso i congiuntivi.
Grammatica assassinata a parte, il succo è che Richard vuole che la gente sia libera, ma quando la gente non sceglie ciò che Richard vuole, fa l’offeso. La conclusione è che Richard è un cretino, Goodkind è uno scrittore di merda, questo libro è una puttanata.
Fine della reccy.
E va bene, la recensione non è veramente finita perché per contratto sono costretto a leggere e recensire tutti i libri fino al volume undici. Proseguitiamo, anche perché Goodkind ha in serbo per noi tante altre sorprese.
Tipo che tempo dieci secondi e Kahlan viene rapita dagli abitanti di Heartland e le viene fatto credere che Richard sia morto. Questo sì che è qualcosa di inedito!
Uno dei rapitori, Tommy Lancaster, peraltro, oltre ad avere un nome tipicamente fantasy, è anche un esempio da manuale dell’Equazione dello Scrittore Idiota, ovvero bello uguale buono, brutto uguale cattivo.
La maglia dell’uomo era ricoperta da una patina di sporcizia che sembrava non essere mai stata rimossa. Il volto butterato era coperto da uno strato di peluria sulle guance carnose e la barbetta sul mento ricordava ciuffi di erbacce. Il labbro superiore era bagnato dal muco che colava dal naso. I denti di sotto non c’erano e la punta della lingua spuntava parzialmente dalla bocca atteggiata in una smorfia irriverente.
Non solo è brutto, è anche irriverente! Teresino, sei un genio della caratterizzazione!
Però ovviamente Richard non è morto sul serio e Cara si precipita al salvataggio di Kahlan. Whatever.
Segue luuuuuuuuuuuuuungo riassunto di quanto avvenuto nei primi libri. Ed è incredibilmente noioso. Era noioso in forma di romanzo fantasy e lo è ancora di più sotto forma di spiegone.
Il terzetto delle meraviglie viene poi raggiunto dal capitano Meiffert, venuto apposta fino alla baita del nonno di Heidi dove Richard si sta nascondendo apposta per ricevere ordini per l’esercito d’hariano. Solo che Richard in questo libro è una fighetta e non ha ordini da dare.
«Non vorrei sembrare uno sputasentenze, e spero di non dire cose fuori luogo, ma posso porre a entrambe una… domanda delicata?»
«Potete, capitano» concesse Kahlan. «Ma non vi posso promettere che riceverete una risposta.»
Quell’ultima parte della frase lo lasciò interdetto per qualche secondo, poi continuò. «Il generale Reibisch e alcuni degli altri ufficiali… be’, erano piuttosto preoccupati per lord Rahl. Abbiamo sempre fiducia in lui, questo è fuori discussione» si affrettò ad aggiungere. «Solo che…»
«Cosa vi preoccupa, capitano?» si intromise Cara, aggrottando la fronte. «Se vi fidate di lui…»
L’ufficiale rimestò il cibo con il cucchiaio. «Sono stato ad Anderith con voi. So che lui, come voi Madre Depositaria, ha lavorato duramente. Nessun lord Rahl prima d’ora si era mai preoccupato di quello che potesse volere il popolo.
Ehm, ci sono stato pure io ad Anderith, e mi ricordo benissimo che non era Richard quello a preoccuparsi del volere del popolo, era Bertrand Chanboor. Sapete, il cattivo. Quello che doveva essere una parodia di Bill Clinton e che invece ha finito per essere il politico virtuoso contrapposto al fasci stello frignone-barra-mago guerriero del D’hara.
Kahlan, comunque, tranquillizza Meiffert dicendogli che Richard non sta affatto facendo il bambino viziato che porta via il pallone quando non gli sta bene quello che la squadra ha deciso, come potrebbe sembrare a una prima, seconda e terza occhiata, bensì sta solo aspettando il momento giusto per andare all’attacco. Che poi è la spiegazione più stupida del mondo, ma Meiffert se la beve perché… ehm, boh… inserite voi una battuta su Comunione e Liberazione che a me non viene in mente nulla.
Infine Meiffert, riferendo a Richard di come se la sta passando Anderith dopo l’invasione dell’Ordine Imperiale, nomina per la prima volta un personaggio che sarà pivotale nel corso non solo di questo libro, ma di tutta la serie, ossia Nicci, potente Sorella dell’Oscurità e amante dell’imperatore Jagang.
E, sì, con pivotale intendo che verrà stuprata.
Tre volte nei primi tre capitoli in cui compare, ed è solo l’antipasto.
Ma vediamola, per l’appunto, questa Nicci. Che è molto, molto cattiva. è cattiva perché…
Il vento spinse i ciuffi di capelli grigi sulla testa pelata. L’uomo teneva il capo piegato in avanti fissando il terreno. «Non abbiamo nulla da offrire, Amante. Siamo una comunità povera. Non possediamo nulla.»
«Menti. Avevate due maiali e avete pensato bene di banchettare da ingordi quali siete, invece di aiutare coloro che hanno bisogno.»
«Ma dovevamo mangiare.» Non era una scusa, l’uomo stava implorando.
«Anche quelli meno fortunati di voi devono mangiare. L’unica cosa che quelle persone conoscono sono i morsi della fame che attanaglia i loro stomaci ogni notte. È una tragedia spaventosa che ogni giorno migliaia di bambini muoiano a causa della denutrizioni e milioni di altri provino i crampi della fame… mentre gente come voi, che vive in un regno ricco, non ha altro da offrire che scuse egoiste. Hanno diritto ad avere ciò di cui hanno bisogno per vivere e tale bisogno deve essere soddisfatto da coloro che sono in grado di aiutarli.
«Anche i nostri soldati hanno bisogno di mangiare. Pensate che la lotta per il bene della gente sia facile? Questi uomini rischiano la vita ogni giorno affinché possiate crescere i vostri figli in una società civilizzata. Come potete guardarli negli occhi? Come possiamo nutrire le nostre truppe, se nessuno aiuta la nostra causa?»
SOCIALISMO!
Nicci è in contatto telepatico con Jagang, ma è anche in grado di chiudere il legame che la lega all’imperatore quando le pare e questo la rende speciale. Carne da stupro resta, ma è speciale. Nel senso che il lettore è costretto a subirsi, più avanti nel libro, un INTERO capitolo in cui Jagang non fa altro che stuprare Nicci. Ma lei è tutta “Meh”, quindi non è peccato.
Ma torniamo a Nicci emissaria di morte e distruzione ad Anderith per conto dell’Ordine Imperiale. È lì nel mezzo della piazza, con tutta la popolazione della città alla sua mercé e, invece di uccidere la bambina che sta spupazzando (come un qualsiasi villain goodkindiano avrebbe fatto) le lava via i pidocchi. Magari non è così generica come sembrerebbe, magari alla fine Goodkind è riuscito a metterci un po’ di caratterizzazione psicolog…
«E allora?» urlò il comandante Kardeef piantando i pugni sui fianchi. «Hai finito di giocare? È ora che questa gente impari il vero significato della parola spietato!»
Nicci lo fissò nelle profondità di quegli occhi scuri. Occhi colmi di sfida, arrabbiati e determinati… tuttavia non avevano nulla a che vedere con quelli di Richard.
La Sorella dell’Oscurità si girò verso i soldati.
«Voi due. Prendete il comandante» ordinò.
[…]
«Cosa pensi di fare?» tuonò Kadar Kardeef, mentre gli uomini lo facevano alzare.
Nicci si avvicinò all’ufficiale.
«Sto semplicemente eseguendo i tuoi ordini, comandante.»
«Di cosa stai parlando?»
Nicci sorrise pur non essendo divertita perché sapeva che così facendo l’ufficiale si sarebbe infuriato ancora di più.
«Cosa volete che ne facciamo?» chiese un soldato.
«Non fategli del male… voglio che sia bello sveglio. Spogliatelo e legatelo al palo.»
[…]
Nicci si girò verso la folla che osservava la scena attonita. «Il comandante Kardeef desidera che voi vi rendiate conto quanto possiamo essere spietati. Sto per eseguire i suoi ordini e dimostrarvelo.» Si girò verso i soldati. «Mettetelo sul fuoco ad arrostire come un maiale.»
Giusto! Perché spercare tempo a fare character development quando si può bruciare vivo un generale senza nessuna fottuta ragione?
PERCHÉ FANTASY, ECCO PERCHÉ!
Inoltre, abbiamo cose più importanti a cui pensare. Tipo i flashback dei libri precedenti!
Nicci tornò verso la folla costringendo la piccola a seguirla con il collare. In quel momento rammentò un fatto: la prima volta che aveva visto Richard.
Quasi tutte le Sorelle del Palazzo dei Profeti si erano riunite nella sala principale per vedere il nuovo ragazzo portato da Sorella Verna. Nicci aspettava appoggiata alla balaustra di mogano arrotolando […]
No! Non di nuovo quell’agonia di Richard piagnone al palazzo delle streghe MILF!
Sul serio, segue – riportata per intero solo da un differente POV – tutta la scena dell’arrivo di Richard al palazzo dei profeti. Frignine incluse.
E, qualora ci fosse bisogno di ulteriori conferme, sappiate che Nicci è una donna con una missione:
Ogni volta che come in quel momento si soffermava a pensare a Richard, sentiva che in lei cominciava ad ardere un ossessionante desiderio di distruggerlo.
Anch’io, Nicci… Anch’io…
Segue lungo flashback (sì, un altro, ma questa volta per lo meno non è una ripetizione di cose già note) sull’infanzia di Nicci allevata da una madre fanatica che l’ha iniziata al “socialismo” della Fratellanza dell’Ordine.
Ma può anche andare, ne riparleremo comunque in seguito e più approfonditamente. Per ora l’unica cosa che per me proprio non ha senso è il motivo per cui Jagang tenga Nicci con sé. Nel senso che non solo dà prova di essere insubordinata (per capriccio uccide il generale Carnedamacello) ma soprattutto, è l’unica persona non affiliata a Richard a essere immune al potere di Jagang, il che la rende un pericolo. In più ci viene detto che Jagang è paranoico, e quindi perché la tiene con sé, visto che non è in grado di piegarne del tutto la lealtà?
Jagang aveva già ucciso diverse Sorelle che lo avevano contrariato. Nicci era al sicuro con lui perché non si preoccupava affatto della sua vita. Ed era proprio quel disinteresse più totale che affascinava l’imperatore, il quale era perfettamente conscio del fatto che la donna non stava fingendo.
Sebbene questa sembri un tentativo di spiegazione, non lo è affatto. Il fatto che Nicci sia apatica non la rende affatto meno pericolosa per Jagang, e che l’imperatore non la faccia uccidere seduta stante continua a essere qualcosa che trovo priva di senso.
Ma basta con i plot hole, abbiamo una donna da stuprare!
L’imperatore la baciò: per quanto le stesse facendo male, Jagang si stava comportando in maniera dolce con lei. Le aveva detto più di una volta che era l’unica donna che si preoccupava di baciare. Sembrava credere che esprimendo tali emozioni lei si concedesse spontaneamente, come se il palesare un sentimento fosse la valuta con la quale comprare l’affetto.
Era solo l’inizio di una lunga notte… di un’ordalia… e lei lo sapeva. Avrebbe dovuto subire diverse violazioni prima dell’alba.
E va bene così – anche se si vede lontano un miglio che i continui stupri di Nicci servono solo a Goodkind per raggiungere l’erezione e non aggiungono niente di nuovo alla trama e alla caratterizzazione. Ormai ci abbiamo fatto il callo, no?
E intanto ci imbattiamo nuovamente in Zedd che…
«Zedd! Vecchio pazzo! Tu essere vivo!»
Oh no, non Adie…
Zedd ha raggiunto l’esercito del D’hara per portare tanto buon umore e consigli costruttivi.
«Generale Reibisch, comandante del contingente d’hariano al Sud» si presentò l’uomo, stringendo la mando di Zedd, dopo che Warren si decise a lasciarla e a tornare al fianco di Verna. «Il nonno di lord Rahl! Che fortuna incontrarvi, signore.» La presa era ferma, ma non dolorosa. «È proprio una fortuna.»
«Già» borbottò Zedd. «nonostante le circostanze siano sfortunate, generale Reibisch.»
«Sfortunate…?»
«Non fateci caso per il momento» lasciò correre Zedd. «Ditemi, generale, avete cominciato a far scavare le fosse comuni?» chiese. «O intendete lasciare che i pochi sopravvissuti abbandonino i cadaveri?»
«Cadaveri?»
«Certo… i cadaveri dei soldati che stanno per morire.»
Segue scena dolcissima in cui Verna e il generale tentano di ottenere maggiori informazioni ma Zedd li ignora perché è intento a mangiare del prosciutto. Ahahah migliaia di innocenti moriranno e zedd pensa solo a mangiare, che buffo tipetto !
Da Richard e Kahlan Teresino stabilisce che Richard è un grande e sensibile scultore grazie al dono.
L’immagine della donna che aveva scolpito per lei le suscitò molte emozioni. Richard aveva battezzato quella piccola statua alta una decina di centimetri intagliata in un pezzo di noce profumato con il nome di Spirito. La femminilità del corpo, la schiena arcuata e forte come se si stesse opponendo a una forza che cercava inutilmente di soggiogarla, ispirava appunto una grande spiritualità.
La statua non voleva essere un effigie di Kahlan, tuttavia si sentiva toccare in profondità da quell’immagine. C’era qualcosa in quella figura, qualcosa che spingeva Kahlan a voler stare bene.
Se non era magia, non sapeva come chiamarla.
Kahlan aveva vissuto in palazzi colmi di opere d’arte di fattura squisita concepite dai migliori artisti delle Terre Centrali, ma nessuna le aveva mai mozzato il fiato come quella statua di legno nella quale vibrava un senso di nobiltà individuale e orgoglio. La vitalità e la forza dell’opera le fecero venire un nodo alla gola e Kahlan non poté fare altro che abbracciare Richard, rimanendo senza parole per l’emozione.
Vi ricordate nei libri precedenti tutte le volte che Richard ha intagliato con maestria il legno? Nemmeno io, ma Goodkind più di una volta ha dimostrato che improvvisa il world building così come gli viene, per cui tutto ok. Tenerlo bene a mente, comunque, perché questo talento spuntato per magia ci sarà utile in seguito.
A un certo punto Kahlan si rompe le balle di vivere nella casa del nonno di Heidi e comincia a pensare di ritornare tra le truppe, ma se lo tiene per sé perché teme che Richard possa alternarsi. Perché non sia mai che in un libro di Goodkind succeda qualcosa di logico che avanzi la trama, no, Richard deve essere rapito e mostrare al mondo gli orrori del socialismo!
E a proposito di socialismo…
Kahlan alzò lo sguardo e si trovò faccia a faccia con una donna dagli occhi azzurri.
La sconosciuta era ferma a un paio di metri da lei e la stava osservando con attenzione. Kahlan sentì la gola che si stringeva e si accorse che le era venuta la pelle d’oca sulle braccia. La donna sembrava comparsa dal nulla in quel luogo dimenticato dal Creatore.
Oh, buongiorno Nicci!
Richard sapeva che doveva rimanere calmo se voleva salvare Kahlan. Ardeva dal desiderio di abbattere Nicci, ma sapeva che la soluzione non era tanto semplice. Zedd era solito ripetere che ‘non c’è mai niente di facile’ e in quel momento, Richard comprese a pieno il significato di quelle parole.
Pensò a tutto ciò che sapeva della magia, ma niente di quello che conosceva poteva dirgli cosa fare. La vita di Kahlan era appesa a un filo.
In quel momento Cara uscì di corsa dalla casa. Era completamente nuda. La vista non colpì particolarmente Richard, perché il vestito che indossavano tutte le Mord-Sith era molto aderente. L’unica cosa diversa era il colore della pelle. Cara era bagnata fradicia. Aveva i capelli sciolti e a Richard sembrò che quel fatto fosse molto più indecente della nudità, perché era solito vederla con la treccia.
La Mord-Sith si acquattò pronta a balzare con l’Agiel stretta in pugno.
«Cara, no!» urlò Richard.
Stava già correndo per il prato quando Cara saltò piantando l’Agiel nel collo di Nicci.
La Sorella dell’Oscurità gridò dal dolore e crollò in ginocchio. Anche Kahlan urlò e cadde in una posizione simile a quella di Nicci.
No, momento, se il POV è interno a Richard, come fa a sapere che Nicci è Nicci. Perché irradia l’aura di socialismo? Also boobies!
Nicci cattura Kahlan (che strano) e la lega a sé con un incantesimo grazie al quale, ogni volta che prova dolore, Kahlan ne proverà il doppio. Grazie al’incantesimo, obbliga Richard a seguirla… anziché ucciderlo. Ripeto, Nicci trova il suo acerrimo nemico, l’uomo che da solo rappresenta una minaccia a tutto quello che l’Ordine simboleggia, nonché alla sua espansione nei territori centrali, e decide di non ucciderlo all’istante.
E così Kahlan e Richard sono di nuovo divisi. Wow, proprio come IN OGNI ALTRO LIBRO!
«Ti porterò nel Vecchio Mondo, nel cuore dell’Ordine, per mostrarti contro cosa stai combattendo… la vera natura di ciò che credi sia il tuo nemico.»
In sostanza questo sarebbe il piano di Nicci: prendere Richard, fargli fare un tour del Vecchio mondo e convertirlo al socialismo, perché Nicci lo trova affascinante e vuole dargli la libertà di…
No, un cazzo, nel primo flashback sul’infanzia di Nicci, Goodkind ha fatto i salti mortali per mostrarci (o meglio ribadirci pigliandoci a mazzata sulla testa) quanto sia illiberale e odioso il socialismo, e ora, solo perché fa comodo a lui, il socialismo diventa la culla della libertà di scelta e conversione. Tutto questo, ovviamente, per portare Richard in un contesto in cui il socialismo è dipinto come virtuoso e mostrare a noi (o meglio ribadire pigliandoci a mazzate sulla testa) attraverso gli occhi del Gesù dell’oggettivismo randiano che il socialismo e in realtà brutto e kattivo.
Richard sentì un brivido lungo la schiena. «Ti aspetti di portare me, Richard Rahl, nel cuore del territorio nemico? Dubito che vivremo a lungo come ‘moglie e marito’.»
«Infatti non userai la magia e dovrai usare il cognome con il quale sei cresciuto: Cypher. Senza la tua magia e il tuo cognome sarai solo un uomo semplice che viaggia insieme alla moglie.»
Già perché è impensabile che qualcuno possieda una descrizione di Lord Rahl o conosca per sentito dire l’aspetto del capo supremo del D’hara.
«Be’, nel caso il nemico dovesse scoprire che sono qualcosa di più, credo che una Sorella dell’Oscurità possa esercitare… una certa influenza.»
«Non posso.»
Richard alzò lo sguardo. «Cosa vuoi dire?»
«Non posso usare il mio potere.»
A Richard venne la pelle d’oca. «Cosa?»
«Tutto il mio potere è riversato nel legame e serve per tenere Kahlan in vita. L’incantesimo di maternità funziona in questo modo. C’è bisogno di moltissimo potere sia per invocarlo che per mantenerlo. Il mio è investito nel mantenere vivo il legame ora. Un incantesimo di maternità non lascia neanche un briciolo di potere per il resto. Credo che non riuscirei neanche a far scaturire una scintilla
Questa roba non ha un fottuto senso, come tutte le volte che Goodkind entra nei cavilli della magia nel suo universo. Cos’è, Nicci non può nemmeno più dormire o distrarsi perché deve stare concentrata sul legame che la unisce a Kahlan altrimenti l’incantesimo la uccide? Oh, no, basta che non usi i suoi poteri, per il resto può distrarsi come le pare. Come vuoi, Goodkind, tanto è fantasy.
Fant… ehi, aspetta un momento…
Lasciato Richard, Kahlan e Cara si imbattono in Ann assieme a una sorella che era scappata con lei dal’accampamento di Jagang nel libro precedente. Normalmente non mi ci soffermarsi e andrei oltre, ma succede una cosa troppo lol :
«La Priora è venuta nel campo di Jagang e mi ha salvata, non solo dall’imperatore, ma anche dal Guardiano. Sono tornata a servire la Luce.» Un sorriso luminoso trasformò nuovamente il volto di Alessandra. «Ann mi ha riportata al Creatore.»
Per quello che riguardava Kahlan quell’affermazione non valeva neanche la pena di essere confermata. «Come ci avete trovate?»
Ann ignorò la domanda. «Dobbiamo sbrigarci. Dobbiamo sottrarre Richard dalle grinfie di Nicci, prima che lo consegni a Jagang.»
Non è bellissimo come Goodkind evidenzi i suoi stessi plot hole? Kahlan e Cara sono nel nuovo mondo e Ann era vicino ad Anderith, nel’accampamento di Jagang, come caspio hanno fatto a incontrarsi? E anche se poi una spiegazione c’è (glielo’ha detto Verna tramite libro di viaggio magico) ciò non toglie che la presenza di Ann è solo un ennesimo buttare personaggi alla rinfusa, arte di cui Teresino è maestro.
Intanto l’esercito dell’Ordine fa la sua comparsa contro quello del D’hara.
Il piano era quello di attirare il nemico a nord rimanendo fuori dalla sua portata… abbastanza vicini da farli sbavare, ma non troppo per permettere loro di mordere. Un esercito di quelle dimensioni non sarebbe riuscito ad attraversare il fiume in quel periodo dell’anno. Il fiume da una parte e le montagne dall’altra impedivano all’Ordine Imperiale di circondare facilmente e sopraffare i soldati dell’impero d’hariano, che erano in svantaggio di dieci o venti a uno.
Cioè mi stai dicendo che in un mondo in cui con la magia si possono fare le cose più assurde, basta un rigagnolo d’acqua a fermare l’esercito del’Ordine?
Torniamo da Richard e Nicci giusto in tempo per un succulento esempio di cos’è il socialismo per Goodkind.
«No» disse Nicci, torva e determinata. «Dobbiamo vendere i cavalli.»
«Cosa?» Richard batté le palpebre stupito. «Posso almeno chiedere perché?»
«Per condividere quello che possediamo con chi non ha nulla.»
Richard non sapeva cosa dire e si limitò a fissarla. Come viaggeremo? si chiese. Ci rifletté ancora per qualche secondo poi giunse alla conclusione che non era poi così ansioso di arrivare nel luogo dove Nicci aveva intenzione di condurlo. Avrebbero dovuto portare tutto a spalla. Era una guida, quindi era abituato a camminare con lo zaino in spalle. Sospirò e si avviò verso le stalle.
«Dobbiamo vendere i cavalli» spiegò Richard al padrone della stalla.
L’uomo corrugò la fronte, guardò i cavalli nelle scuderie, poi tornò a concentrarsi su Richard. Sembrava che fosse stato colpito da un fulmine.
«Sono bestie stupende, signore. Non ci sono cavalli così belli in questa zona.»
«Adesso si» dichiarò Nicci.
L’uomo guardò Nicci visibilmente a disagio. Succedeva molto spesso e quella reazione era dovuta in parte alla stupefacente bellezza della donna, ma anche al suo atteggiamento freddo e spesso inquisitorio.
«Non posso darvi il giusto prezzo per bestie simili.»
«Non vi abbiamo chiesto il giusto prezzo» ribadì Nicci, in tono piatto. «Abbiamo detto che vogliamo venderli a voi. Prenderemo quello che potrete darci.»
L’uomo fissò Richard, poi Nicci, poi di nuovo Richard. Richard capiva che l’uomo fosse a disagio all’idea di truffarli in quella maniera, ma sembrava non riuscire a trovare un modo per rifiutare l’offerta.
«Tutto quello che posso pagare sono quattro monete d’argento per tutti e due.»
Richard sapeva che valevano almeno dieci volte tanto.
«E i finimenti?» chiese Nicci.
L’uomo si grattò la guancia. «Penso di poter aggiungere un’altra moneta d’argento, ma è tutto quello che posso pagare. Mi dispiace, lo so che valgono molto di più, ma questo è il massimo che vi posso dare.»
«C’è qualcun altro in città che potrebbe comprarli a un prezzo più elevato?» domandò Richard.
«Non credo ma, se volete, potete andare a chiedere, non mi offenderò, figliolo. Non mi piace truffare le persone e so che cinque monete per i cavalli e i finimenti sono una truffa.»
L’uomo continuava a fissare Nicci. Sembrava che cominciasse a sospettare che Richard non aveva voce in capitolo nella transazione. Lo sguardo intenso di Nicci poteva far tremare chiunque.
«Accettiamo la vostra offerta» rispose Nicci, senza un’ombra d’incertezza o esitazione. «Sono sicura che è equa.»
In pratica, essere socialisti significa essere idioti privi delle basilari nozioni di economia politica. O logica se è per questo. Esattamente come ci tramanda la storia. Ora, io sono il primo a dire che lo stato sociale deresponsabilizza l’individuo, però questo non è il modo di mettere su una critica e tanto meno una satira. Esattamente come è stato per NonBillClinton e NonHillaryClinton nel libro precedente, Goodkind si mostra ancora una volta incapace di muovere una critica organica a qualcuno o qualcosa con cui non è d’accordo
Richard sentì un urlo di donna provenire dall’esterno e corse fuori. Non vide nessuno. Corse dietro l’angolo del granaio da dove aveva sentito provenire i suoni ovattati di un trambusto.
Una mezza dozzina di uomini avevano buttato a terra Nicci che cercava di difendersi dai pugni agitando le mani. Alcuni degli assalitori le tiravano i vestiti in cerca del borsellino. Stavano combattendo per qualcosa che non si meritavano. Intorno agli aggressori c’era un cerchio di donne, uomini e bambini: avvoltoi che non aspettavano altro che di impadronirsi dei resti.
Non riesco a capire se si tratta di una sorta di allegoria o se Teresino si era stufato perché era un po’ che nessuno abusava di una donna
Dopo una prima sconfitta contro l’ordine, Zedd sta facendo il punto della situazione con i generali d’hariani quando ecco sopraggiungere un maestoso esercito:
Zedd osservò i ranghi di cavalieri che si avvicinavano. Le fiamme degli incendi si riflettevano sulle corazze, sulle armi e sugli stivali lucidi. La colonna non rallentava, erano gli altri a doversi scansare. I pennoni si elevavano come aste, gli stendardi e le bandiere sventolavano. Il terreno imbevuto di sangue tremava al passaggio di migliaia di cavalli al galoppo. Sembrava una compagnia di fantasmi uscita dalla tomba.
I fumi arancioni e verdi, illuminati dalla luce spettrale dei fuochi, si aprivano arricciandosi mentre la colonna attraversava il campo al piccolo galoppo.
Zedd vide chi li stava guidando.
«Dolci spiriti…» sussurrò.
In groppa al cavallo di testa c’era una donna che indossava un piastrone di cuoio con un mantello di pelliccia che sventolava dietro di lei come se fosse uno stendardo infuriato.
Kahlan.
[...]
Kahlan valutò la scena con un’occhiata attenta. Gli uomini si stavano radunando da tutte le direzioni. I nuovi arrivati erano Galeani.
No. Un grande e fottuto no. La Galea fa parte dell’impero del d’ahara e quindi le sue truppe dovrebbero già fare parte del’esercito regolare, visto che Richard ha passato i 5 libri precedenti a sottomettere piccole nazioni privandole della loro libertà (nel nome della libertà, ironicamente) in base alla logica dell’“o con me o contro di me”.
La luce dei fuochi illuminava le rughe sul volto del generale Leiden facendole sembrare ferite. L’ufficiale premette le labbra, fece un inchino alla sua sovrana, ma quando si drizzò disse: «Mia regina, Madre Depositaria, non potete aspettarvi che compiamo un attacco notturno. Non c’è luna e le nuvole nascondono le stelle. Un simile attacco compiuto al buio sarebbe un disastro. Una follia!»
Kahlan si guardò intorno. «Dov’è il generale Reibisch?»
Zedd deglutì. «Temo sia lui.»
Kahlan fissò il cadavere indicato da Zedd. Era quello sul quale il mago si era addormentato mentre cercava di guarirlo. La barba colore della ruggine del generale era incrostata di sangue e gli occhi grigi erano vacui e privi di dolore. Zedd sapeva che sarebbe stato un tentativo folle. Non poteva guarire l’inguaribile, ma ci aveva provato lo stesso.
«Chi è il prossimo in comando?» domandò Kahlan.
«Sarei io, mia regina» rispose il generale Leiden facendo un passo avanti. «Ma, in quanto ufficiale in comando, non posso permettere ai miei uomini di…»
Kahlan alzò una mano. «È tutto, tenente Leiden.»
L’ufficiale si schiarì la gola. «Generale Leiden, mia regina.»
Kahlan lo inchiodò con uno sguardo implacabile. «Contraddirmi una volta è un errore e basta, tenente. Due, è tradimento e i traditori vengono giustiziati.»
Oh buono, Kahlan è tornata a essere una stronza arrogante senz’arte né parte… Proprio quello che serviva per rendere questo romanzo più piacevole.
Per cui Kahlan ha intenzionati mandare l’esercito d’hariano che è esausto dopo giorni di battaglia e fiaccato dalla sconfitta in un incursione suicida contro l’Ordine e contemporaneamente tenere l’esercito bello fresco della Galea a riposo. Non fa una piega. TORNATENE IN CUCINA CRETINA !
Ma vedrete che alla fine avrà ragione lei in barba ball’insensatezza del suo piano, perché Kahlan è una dei buoni e i buoni hanno sempre ragione.
E lasciatemi mettere in chiaro una cosa, l’idea di Khan assestata di vendetta che guida un esercito e massacra i nemici senza pietà non è affatto male. Se avesse un minimo di senso logico. Cosa che queste scene non hanno, servono solo a mettere in mostra le enormi lacune di Goodkind.
Ok, fast forward, Kahlan guida con discreto successo le truppe d’hariane contro l’Ordine e, nelle battaglie successive, riesce perfino a mettere a segno alcune vittorie grazie anche all’impiego di armi di distruzione di massa (vetro tritato dalle sorelle della luce e che sollevato dal vento va ad accecare i soldati dell’ordine). Tempi duri scelte dure, immagino. Fossi stato nei suoi panni anch’io avrei deciso di usare armi di distruzione di massa per uccidere centocinquantamila uomini, però, a differenza di Kahlan, Zedd, Verna e tutti gli altri, avrei provato un minimo di rimorso per l’enorme spreco di vite umane. Loro invece no, perché in questo libro – come in tutti gli altri libri di Goodkind – il nemico è completamente deumanizzato e quindi… risulta più facile accettarne lo sterminio? La gente parla tanto di Ender’s Game, ma questo mi pare un caso più palese di giustificazione delle atrocità della guerra. Va’ a sapere. Forse la Spada della Verità è adombrato da Ender perché non è famoso quanto la quadrilogia di Scot Card – e questo, credetemi, non è che un bene.
Anyway, a un certo punto Kahlan viene raggiunta dal fratello Harold, che le comunica che la sorella, legittima regina di galea che nel libro due era rimasta vittima di un selvaggio gangrape (lo so, inusuale, eh?) è tornata in possesso delle sue facoltà mentali.
«Regina…?» Kahlan si alzò dalla sedia. «Cyrilla si è ripresa? Harold, è una notizia bellissima. E ha ripreso la corona? Ancora meglio!»
Kahlan era molto contenta che le avessero tolto l’incombenza di essere anche la regina di Galea. Non era un dovere che si addiceva alla Madre Depositaria, ma, più di tutto, era contenta che la sorellastra si fosse ristabilita. Anche se non erano state mai molto vicine, le due donne avevano sempre condiviso un mutuo rispetto.
Oltre la gioia per il recupero di Cyrilla, c’era anche la felicità per le truppe che sicuramente Harold aveva portato con sé. Sperava che fosse stato in grado di radunare i centomila uomini di cui avevano parlato in precedenza: sarebbe stato un buon inizio per l’esercito che Kahlan aveva intenzione di creare.
Harold si umettò le labbra spaccate dal vento. A giudicare dalla curva delle spalle, Kahlan era sicura che lo sforzo di radunare l’esercito e portarlo fin lassù doveva essere stato arduo. Il principe aveva quello sguardo vacuo che le ricordava il padre.
Kahlan sorrise, esuberante, determinata a dimostrare il suo apprezzamento. «Quanti soldati hai portato? Possiamo sicuramente impiegare tutti e centomila gli uomini. Sarebbe il doppio di quello che è accampato là sotto. Gli spiriti sanno quanto ne abbiamo bisogno.»
Se ne stavano tutti in silenzio. Kahlan fissò i presenti e sentì la sensazione di sollievo che scompariva lentamente.
«Quanti soldati hai portato, Harold?»
Il principe si passò le dita tra i capelliscuri e lunghi. «Circa un migliaio.»
Kahlan lo fissò abbandonandosi sulla sedia. «Un migliaio?»
Harold annuì senza fissarla. «Il capitano Bradley e i suoi uomini. Quelli che hai già guidato in battaglia.»
Kahlan sentì il volto che si scaldava. «Abbiamo bisogno di tutte le tue truppe. Cosa sta succedendo, Harold?»
Il principe si decise a fissarla.
«La regina Cyrilla ha rifiutato il mio piano che prevedeva di portare i soldati a sud. Poco dopo la tua visita, nostra sorella si è ripresa. È tornata in sé… piena di ambizioni e fuoco. Ricordi com’era, vero? Lavorava in maniera instancabile per il benessere della Galea.» Tamburellò pigramente con un dito sul tavolo. «Ma temo che la sua infermità l’abbia cambiata. Ha paura dell’Ordine Imperiale.»
Dun dun duuuuuuuun!!
Ma ovviamente Kahlan nonsi arrenderà senza combattere. E con senza combattere intendo senza fare predicozzi oggettivisti.
«Madre Depositaria, sono stato incaricato dalla mia regina di proteggere la gente di Galea. Conosco il mio dovere.»
«Dovere?» Kahlan si passò una mano sul viso. «Harold com’è possibile che tu segua in maniera tanto cieca i capricci di quella donna? La strada della libertà e della vita esistono solo attraverso la ragione. Può anche essere la regina, ma devi farti governare solo dalla tua facoltà di pensare. Il fatto di non usare l’intelletto in tutto questo, non pensare, è anarchia intellettuale.»
Disse la donna che da tre libri sta privando i regni delle terre centrali della loro sovranità nazionale per formare il reich del D’hara in cui solo lei e Richard hanno potere decisionale. Ma con Kahlan e Richard è diverso, perché loro sono i protagonisti in un romanzo di Goodkind e quindi hanno sempre ragione, anche quando agiscono in barba alla logica.
Sapete cosa mi piacerebbe. Che Kahlan in preda all’ira urlasse: “Sarebbe stato meglio se il branco che ha stuprato mia sorella l’avesse anche uccisaH!”
«Di’ a Cyrilla che sarà meglio se subirà il destino che ho appena descritto, perché se l’Ordine non passa per la Galea, allora lo farò io. Ho promesso nessuna pietà per l’Ordine e il tradimento della Galea la condanna allo stesso destino del mio nemico. Se l’Ordine non prenderà Cyrilla, allora giuro che lo farò io e quando le avrò messo le mani addosso, la riporterò ad Aydindril e la butterò nel pozzo dal quale l’hai salvata. La lascerò là sotto in compagnia di ogni bruto criminale che troverò, per tutta la sua vita.»
Eh, close enough.., stay classy Kahlan, mi raccomando.
Kahlan estrasse la spada galeana, l’afferrò con entrambe le mani digrignando i denti, la posò sopra il ginocchio. Il metallo si fletté e dopo qualche attimo si spezzò accompagnato da un rumore secco. Kahlan buttò i due monconi sul pavimento ai piedi del fratellastro. «Adesso sparisci.»
Seeeeeee, vabbè…
E a questo va ad aggiungersi la notizia che un quarto di milione di soldati provenienti dal vecchio mondo stanno andando a ingrossare le fila dell’Ordine Imperiale. Così, per temprare il morale delle truppe, Kahlan decide di rinfrancare i loro animi spossati con un evento che li coinvolgerà, distrarrà e rallegrerà. Un torneo con in palio un ricco premio al cavaliere più valoroso? Nah, il matrimonio di Warren e Verna. Perché cosa può rallegrare una macchina da guerra d’hariana se non il matrimonio di un mago nerd e di una suora con la sindrome premestruale?
Ma invece tutti si fanno prendere dallo spirito festoso, anche Cara:
«Dove hai trovato tutti questi fiocchi?» chiese Kahlan stringendo tra le labbra degli aghi.
«È stato Benjamin a darmeli.» Cara rise mentre legava un fiocco a un cordino. «Ci credete? Mi ha fatto promettere di non chiedergli da dove venivano.»
Kahlan si tolse gli aghi di bocca. «Chi?»
«Chi cosa?» borbottò Cara prima di far uscire un pezzo di lingua da un angolo della bocca mentre infilava un ago.
«Chi hai detto che ti ha dato i fiocchi?»
Cara sollevò un altro pezzo di seta blu verso il soffitto. «Il generale Meiffert. Non saprei proprio dove lui…»
«Hai detto Benjamin.»
Cara abbassò il fiocco e fissò Kahlan. «No.»
«Invece, sì. Hai detto Benjamin.»
Non ci posso credere… Per la seconda volta questo libro mi ha strappato un sorriso genuino, e sempre grazie a Cara (la prima volta è stato quando Kahlan le ha sgamato la collezione di pietre e Cara per difendersi le ha ribattuto che erano oggetti contundenti che le piaceva avere a portata di mano da usare come armi). Sul serio, Cara rulla. Perché non sto leggendo un chick-lit su di lei anziché questo pseudo fantasy?
E ritorniamo da Richard e Nicci in viaggio nell’Unione Soviet… voglio dire, Vecchio Mondo.
Richard e Nicci sono senza dimora perché per avere un alloggio bisogna essere in lista e per salire in cima alla lista bisogna avere un lavoro, a quanto pare. Terry, mi spiace romperti le uova nel paniere, ma questo non è socialismo, è burocrazia.
«L’Ordine ha portato una grande abbondanza di lavoro» si intromise un uomo alle spalle di Nicci, attirando l’attenzione di Richard. Lo sconosciuto indossava una cerata chiusa alla gola e i grossi occhi castani ricordavano un bovino che ruminava. Il modo in cui la mascella si muoveva di lato, non faceva altro che rafforzare quell’impressione. «L’Ordine da il benvenuto a tutti i lavoratori che si uniscono alla nostra lotta, ma devi stare attento ai bisogni degli altri… proprio come il Creatore in persona desidera e ottenere il lavoro nel modo giusto.»
Richard, che sentiva lo stomaco brontolare, ascoltò l’uomo. «Prima di tutto devi iscriverti a un gruppo di cittadini lavoratori: servono a proteggere i diritti di coloro che lavorano per l’Ordine. Devi partecipare a un’assemblea d’esame per l’approvazione e a un comitato per far sì che un oratore del gruppo di lavoro possa garantire per te. Devi fare tutto questo per avere un lavoro.»
Lol, certo che Teresino è proprio etereo, quando traccia paralleli col mondo reale…
Dopo giorni, Richard e Nicci riescono a trovare un alloggio, che devono però condividere con tre bulletti.
Il pensiero dei tre ragazzi lo preoccupava. Ricordava bene quello che era successo a Kahlan quando Cara aveva colpito Nicci con l’Agiel. Se quei tre avessero stuprato Nicci, Kahlan avrebbe vissuto l’esperienza come se lo stessero facendo a lei. Il solo pensiero lo faceva star male.
Perché è scontato che i tre bulli siano anche stupratori, no? Del resto sono kattivi. E comunque se Kahlan venisse stuprata a distanza sarebbe una pietra miliare del fantatrash [NDR: giuro che ho scritto questo commento in corso di lettura, non avevo idea di ciò che sarebbe successo dopo.]
La cosa che mi irrita di più è l’immagine distorta che Goodkind crea del socialismo al solo scopo di portare l’acqua al suo mulino oggettivista. Io non sono affatto un simpatizzante del socialismo, ma distorcere una realtà per becera propaganda è un comportamento ridicolo e scorretto a prescindere da chi va a colpire. Il socialismo dell’Ordine è, ad esempio, del tutto privo di solidarietà, deumanizzato allo scopo di apparire il peggiore dei mondi possibili, ma così facendo goodkind lo rende anche qualcosa che non è il socialismo che questo libro vuole criticare. Il che significa che la cosiddetta parte filosofico-politica di questo romanzo é completamente vanificata dall’inettitudine del suo autore, e non avendo il romanzo una storia che vada al di là della critica sociale, il tutto si riduce a un cumulo di inutile merda.
E per inciso in un mondo in cui l’enfasi sull’uguaglianza a discapito della libertà è portata al ridicolo e alla follia, come è possibile che esista un imperatore che, per sua natura è migliore del popolo che comanda? Per lo meno nella Russia comunista esisteva una democrazia di facciata che dava al popolo l’illusione dell’uguaglianza, qui, ovviamente, no. Perché, per l’ennesima volta, Goodkind è uno scrittore inetto che non ha idea di come si faccia critica sociale.
Nel Vecchio Mondo, Richard comincia a smettere i panni del Gary Stu e a trasfigurare sempre più in una figura cristologica che potremmo chiamare San Gary Stu da Pietralcina. O Nostro Signore Gesù Crichard. Del resto, se ci fate caso, la salvezza dal male (l’Ordine) passa solo attraverso di lui – e l’unico modo per essere sicuri che Jagang non abbia potere su qualcuno è che questo qualcuno giuri fedeltà a Richard… vi suona familiare? In più, nell’arco di neanche tre capitoli San Richard Martire passa 48 ore filate a lavorare ininterrottamente per l’onore e la gloria del libero mercato, ci regala non uno ma ben due sermoni sulla supremazia della libertà razionale nei confronti dell’assistenzialismo solidale, riesce a convertire i bulli di prima alla sua dottrina e non ne sono sicuro al 100% ma mi pare che a un certo punto moltiplichi pure i pani e i pesci – ma senza darli via, perché sennò sarebbe socialismo.
Nicci mise i panni in uno dei cesti che Richard aveva insegnato a fare alle donne della casa usando scarti di legno. Aveva dovuto ammettere che il cesto era abbastanza facile da fare e molto comodo per trasportare la biancheria
Ma WTF? Mi stai dicendo che nel vm non sanno confezionare utensili di base? WTF!
Aveva portato Richard nel peggior posto del Vecchio Mondo, nel peggiore palazzo che avesse trovato e in qualche modo lui era riuscito a migliorarlo… proprio come lei aveva insistito più di una volta che fosse un suo dovere
SIMBOLISMO!
Nicci raggiunse le scale. Gadi, fermo a metà della scalinata, scese lentamente verso di lei senza toglierle gli occhi di dosso. Nicci pensò che avesse un bel corpo. Il ragazzo era abbastanza vicino da sentirne il calore.
Nicci lo fissò negli occhi. Erano alti uguali.
«Voglio che tu faccia sesso con me.»
«Cosa?»
«Mio marito non è in grado di soddisfare in maniera adeguata i miei bisogni. Voglio che lo faccia tu.»
STUPRO MAGICO A DISTANZA PER KAHLAN!! No, Sul serio, Nicci si fa venire la fregola per Richard ma Richard la rifiuta, allora Nicci chiama uno dei bulletti stupratori di prima (l’unico che casualmente Richard non era riuscito a convertire) e si fa scopare.
Questa roba è lo zenit del fantatrash, sul serio.
E se vi state chiedendo com’è strutturato uno stupro magico wireless, eccovi accontentati:
Kahlan sussultò e aprì gli occhi. Era così buio che poteva distinguere solo alcune forme indistinte. Sussultò di nuovo.
Sentì una sensazione inspiegabile alla quale non riusciva a dare un’interpretazione crescere in lei. Era qualcosa di totalmente sconosciuto, ma allo stesso tempo era anche ammaliante in maniera familiare. Qualcosa di fuori luogo, ma desiderato. Si sentì riempire da una forma di terrore appassionato che ondulava in maniera seducente in un piacere indecente, spingendo in avanti un senso di paura informe.
Sentì il peso delle ombre gravare su di lei.
Fu pervasa da un’ondata di sensazioni e sentimenti che non riusciva a controllare. Niente più sembrò reale e sussultò nuovamente per la crudezza di quella sensazione. Era confusa. Le faceva male, ma allo stesso tempo sentì una sorta di fame selvaggia che si risvegliava.
Era come se Richard fosse nel letto con lei. Era così bello. Stava ansimando e la bocca era secca come la polvere.
Ogni volta che Kahlan si era trovata tra le braccia di Richard aveva sentito quella sorta di deliziosa aspettativa sul fatto che il loro desiderio fisico non sarebbe mai stato appagato… che ci sarebbe sempre stato qualcosa da esplorare, da raggiungere, da definire. Lei si era sempre esaltata all’idea di quella ricerca senza fine per raggiungere ciò che era irraggiungibile.
Aveva il fiato corto. Le sembrava di essere in una corsa.
Ma quello era qualcosa che non aveva mai immaginato. Strinse le lenzuola con la bocca aperta in un urlo silenzioso contro il dolore.
Non c’era niente di umano in quanto stava succedendo. Non aveva senso. Sussultò di nuovo in preda al panico, mentre le sensazioni peggiori ribollivano in lei. Emise un gemito di orrore per quanto stava succedendo e alla traccia di piacere contenuta in quella sensazione e per la confusione dovuta al fatto che sentiva, in un certo senso, di godere della situazione.
In quel momento capì tutto. Sapeva cosa stava succedendo.
Le lacrime le bruciarono gli occhi. Si girò su un lato lacerata tra la sensazione di gioia di sentire Richard e il dolore per il fatto di sapere che anche Nicci lo stava sentendo in quella maniera. Fu spinta di forza sulla schiena.
Urlò dal dolore. Si contorse e lottò coprendosi il seno con le braccia. Gli occhi si riempirono di lacrime a causa di un’agonia che non riusciva a capire.
Richard le mancava molto e lo desiderava tantissimo, fino a stare male.
Si arrese a lui, nonostante le condizioni, e un gemito basso le sfuggì dalla gola.
I muscoli erano legati come le radici di una quercia e fu squassata da ondate successive di dolore misto a un desiderio insoddisfatto che si era trasformato in repulsione. Non riusciva a prendere fiato.
L’ordalia cessò. Kahlan sentì che poteva tornare a muoversi, ma era troppo esausta per farlo. Scoppiò a piangere odiando ogni istante di quanto era successo, dispiaciuta al tempo stesso che fosse finita, perché almeno era riuscita a sentire il suo amato.
Provava un misto di gioia e rabbia. Strinse le lenzuola e pianse in maniera inconsolabile
Visto? È stata stuprata, però le è piaciuto! Ah, queste donne, sempre a godersi i loro stupri…
Tra l’altro la scena dello stupro a distanza mi ha fatto venire in mente una cosa: ma quando Nicci fa la cacca, Kahlan lo sente? Ed è sollevata quando Nicci si libera l’intestino? Sono domande di un certo peso alle quali il libro dimentica di dare una risposta.
Cara si inginocchiò a fianco di Kahlan e la prese per le spalle. «Cosa succede?»
Kahlan respirava a stento.
«Cosa c’è che non va? Cosa posso fare? State male?»
«Oh, Cara… è stato con Nicci.»
E ovviamente per Kahlan il tradimento è l’unica spiegazione… Ok, ritratto, è pur sempre più verosimile del magico stupro wireless. E poi volete mettere tutto quel succoso angst?
«Se lo ha fatto, lo ha fatto per salvarvi la vita. Deve averlo minacciato» insisté Cara.
Kahlan scosse il capo. «No, no. Si stava divertendo. Era come un animale. Non si è mai comportato così con me. Non ha mai… Oh, Cara, si è innamorato di lei. Non le ha resistito. Lui è…»
E Kahlan come fa a saperlo? Lei è collegata con Nicci mica con Richard… O mi state dicendo che le donne riescono a sentire cosa pensa l’uomo che le sta penetrando? Oh cazzo…
Kahlan si rese conto che Cara era avvolta in una coperta che si era parzialmente aperta rivelando il corpo nudo. C’era un segno scuro sulla metà superiore del seno e ce n’erano anche altri, ma meno evidenti. Kahlan aveva già visto Cara nuda e non ricordava quei segni, a parte le cicatrici il corpo della Mord-Sith era perfetto al punto di essere esasperante.
«E quello cos’è?» chiese Kahlan, indicando.
Cara diede un’occhiata e chiuse la coperta.
«È… voglio dire… un’escoriazione.»
Un’escoriazione… provocata dalla bocca di un uomo.
«Benjamin è nella tenda con te?»
Cara si alzò in piedi. «Madre Depositaria è ovvio che siete ancora mezza addormentata. Tornate a dormire.»
Kahlan osservò che andava via sorridendo.
Sì, sono appena stata stuprata, ma niente di serio, parliamo pure della tua vita amorosa, Cara.
In seguito, arriva la notizia che Jahang sta marciando in direzione di Aydindril e Warren sembra convinto che, tempo un anno, la capitale del reich del D’hara cadrà nelle mani dell’Ordine.
Kahlan sentiva il sangue che le scaldava il viso. «Parli come se fosse tutto stabilito… come se tutto fosse deciso dal destino e noi non potessimo fare nulla al riguardo. Non possiamo vincere se manteniamo un’attitudine tanto disfattista.»
Warren sorrise e il suo modo di fare timido tornò a galla. «Mi dispiace, Madre Depositaria. Non volevo darvi quest’impressione. Vi sto solo offrendo la mia analisi dei fatti. Non possiamo fermarli e non ha senso nutrire illusioni su questo. Il loro numero aumenta con il passare dei giorni. Inoltre dobbiamo tenere conto che ci saranno regni come Anderith e Galea che temono l’Ordine e che si uniranno a esso piuttosto che patire il destino terribile di chi si rifiuta di arrendersi.
«Ho vissuto nel Vecchio Mondo proprio mentre cadeva pezzo dopo pezzo nelle mani dell’Ordine Imperiale. Ho studiato i metodi di Jagang. So quanto è paziente quell’uomo. Ha conquistato in maniera metodica il Vecchio Mondo quando tutti pensavano che si trattasse di un’impresa inconcepibile. Ha passato anni a far costruire strade al solo fine di portare a compimento i suoi piani. Ha sempre bene in mente quali sono i suoi obiettivi. Ci sono momenti in cui si riesce a umiliarlo e a farlo agire in maniera avventata, ma si riprende molto rapidamente.
«Questo succede perché crede in una causa.
«Dovete comprendere qualcosa di molto importante su Jagang. È la cosa più importante che posso dirvi su quell’uomo: crede fermamente che tutto ciò che sta facendo sia giusto. Gode della gloria e delle vittoria, ma il suo piacere più intimo è quello di essere colui che porta il suo concetto di giustizia a coloro che vede come pagani. Crede che l’umanità potrebbe migliorare dal punto di vista etico solo se sottomessa all’autorità dell’Ordine.»
«È una follia» disse Kahlan.
«Potete anche pensarla in questo modo, ma è fermamente convinto di fare il bene dell’umanità. È molto pio in questo suo credo. La considera una verità morale.»
Non è vero per un cazzo, Goodkind, e lo sai benissimo. In sei libri non riesco a pensare a un personaggio che non abbia palesato le proprie verità morali. Tranne Jagang. La verità è che, in origine, Jagang era un generico kattivo barra macchina da stupro che a Teresino piacciono tanto. L’evil overlord che sostituiva Cattivik Rahl, se vogliamo. Poi Goodkind ha deciso che i suoi libracci dozzinali in realtà erano un compendio filosofico di oggettivismo randiano, e allora l’Ordine è diventato il terribile esercito socialista e Jagang una sorta di messia dell’anticapitalismo. E poco importa se la filosofia che muove Jagang e l’Ordine, che in questo libro sembra essere fondamentale, nei volumi precedenti non era MAI stata menzionata (perché ancora Goodkind non sapeva esistesse), ora è così ed è un dato di fatto, come Nicci e il suo rapporto con Richard durante la permanenza nel palazzo dei profeti o il fatto che Richard sia un eccellente intagliatore. IT’S CONTINUITÀ RETROATTIVA, BITCHES!
«Pensa che lo stupro, gli omicidi e la schiavitù siano giuste?» chiese il generale Meiffert. «Deve essere impazzito.»
«È cresciuto ai piedi dei preti della Fratellanza dell’Ordine.»
Stupro, preti… libro, sono io che devo scrivere le battute, non tu.
Nel Vecchio Mondo, Richard viene arrestato dall’Ordine con l’accusa di tradimento, perché la trama dice così. Nicci, che ora ama di nuovo Richard, si reca assieme a uno degli ex bulli convertiti alla caserma in soccorso di Nostro Signore Gesù Crichard.
«Posso chiedervi chi è il responsabile?»
Il soldato squadrò la donna, sembrava che la stesse giudicando visto che da lì a poco sarebbe rimasta vedova.
«Quello al tavolo. Il Protettore del Popolo Muksin.»
Il vecchio sedeva nascosto dietro una pila di documenti. Sotto il mento che ricadeva verso il petto, il corpo largo sembrava fondersi con il calore dell’estate. La grossa maglia bianca era macchiata dal sudore dell’uomo che contribuiva notevolmente ad aumentare il lezzo che pervadeva la stanza
È brutto, per cui è decisamente…. kattivo!
Nicci spostò una ciocca di capelli sudati dalla fronte. «Non ti piaccio, vero?»
Il ragazzo evitò di guardarla negli occhi. «No.»
«Ti dispiace se ti chiedo perché?»
Kamil si guardò rapidamente intorno per vedere se qualcuno stava spiando, ma tutti erano troppo immersi nei loro problemi.
«Sei la moglie di Richard però l’hai tradito. Hai portato Gadi nella tua stanza. Sei una puttana.»
Nicci batté le palpebre sorpresa da quanto aveva sentito
«Non capisci la situazione» sussurrò Nicci.
Vide con la coda dell’occhio Kamil che scrollava le spalle. «Hai ragione. Non capisco. Non capisco come una donna possa fare una cosa tanto brutta a un marito come Richard, che lavora duro e si prende cura di lei. Per fare una cosa simile devi essere una persona cattiva che non si preoccupa del marito.»
Voglio dire, fosse stato un altro uomo ok, ma lui è Richard Rahl, il più perfetto degli esseri umani!
Il giorno dopo, il protettore Muskin comunica a Nicci che Richard sta venendo torturato. Ma questo non è un problema per il nostro eroe, fintanto che c’è nei pressi qualche bambina da prendere a calci.
«Richard Cypher» disse Nicci rispondendo alla guardia con il cuore che batteva all’impazzata.
Il soldato diede una rapida occhiata alla lista e le fece cenno di passare. «Quest’uomo ti porterà da lui.»
Oh. Tempo due secondi e la stuprano.
La guardia non aprì subito la porta, girò Nicci e la prese per il seno. Lei rimase ferma. L’uomo la perquisì come se stesse tastando dei meloni al mercato. Aveva troppa paura di dire qualcosa, perché temeva di non poter vedere Richard. L’uomo si fece ancora più vicino le infilò una mano nella scollatura toccandole i capezzoli
Visto?
Allora, Richard può venire liberato su cauzione solo se si dichiara colpevole di un’infrazione minore. Il problema sono i soldi che Nicci non ha, la soluzione? Il capitalismo!
Ok, dopo che Nicci si è convinta che in questo frangente il capitalismo è il male minore, va alla caserma con i soldi che Richard ha guadagnato lavorando nottetempo (buuuu concorrenza sleale, zero Mario Monti) ma lì scopre che la vile pecunia non basta, per liberare Richard occorre che si metta al servizio dell’Odine usando un suo talento speciale… E che fortuna che Goodkind abbia in precedenza stabilito che il divino Richard è dieci volte meglio di Donatello!
La pena di Richard consiste nel lavorare come schiavo nel cantiere del palazzo di Jagang, incaricato di scolpire nientemeno che la statua principale dell’intero palazzo, una statua che raffiguri la turpitudine della razza umana e presumibilmente l’incubo del conservatorismo fiscale reaganianiano.
Perche intagliare il legno e scolpire la pietra sono la stessa cosa, giusto?
Ma per fortuna Gesù Crichard ha un piano:
«Cosa vorresti scolpire? Cosa vedresti prima di morire? Cosa può valere la tua vita?»
«La nobiltà dell’uomo… la forma più sublime di bellezza.»
In pratica Goodkind ha appena spoilerato il colpo di scena finale del suo libro. Che è peraltro una cagata.
Intanto, da Kahlan un assassino infiltrato dall’Ordine fa fuori Warren, e Kahlan su consiglio di Verna ordina che sia torturato da Cara fino all’alba, per poi essere ucciso.
L’uomo in ginocchio sogghignò in direzione di Verna. «Il Creatore mi darà un premio nell’aldilà. Non ho paura di morire. Ho guadagnato il diritto di passare l’eternità nella Sua luce eterna.»
Verna fece scivolare lo sguardo sui presenti.
«Non mi importa cosa ne farete di lui» disse «ma voglio sentirlo urlare per tutta la notte. Voglio che tutte le persone del campo sentano le sue urla per tutta la notte. Voglio che gli esploratori dell’Ordine le sentano. Sarà il mio tributo a Warren.»
Il ragazzo si umettò le labbra. Le cose non stavano andando come si era aspettato.
«Non è giusto!» gridò l’assassino
Beh, questo è un cambio di atteggiamento quantomeno repentino…
«Giusto? Quello che non è giusto» disse Verna con una calma terribile «è che tua madre abbia aperto le gambe a tuo padre. Ora noi, seppure in ritardo, correggeremo un errore. Quello che non è giusto che un persona buona e gentile sia morta per mano di un piccolo codardo così stupido da non riconoscere le menzogne che ci sputa addosso.
«Desideri scambiare la tua vita con quella che hai preso? Desideri morire per la folle causa che credi nobile? Sarai accontentato, ragazzo, ma prima di morire, capirai a pieno cosa stai cedendo, quanto sia preziosa una vita e come tu l’abbia sprecata. Arriverai a rimpiangere che tua madre ti abbia messo al mondo almeno quanto noi.»
Verna fissò nuovamente i presenti. «Questo è quanto desidero. Vi prego di esaudire la mia volontà.»
Cara fece un passo avanti. «Lasciatelo a me.» Il viso torvo indicava che non si divertiva. «Sono la più indicata a portare a compimento la tua volontà, Verna.»
Il ragazzo rise istericamente. «Una donna? Pensate veramente che una grossa puttana bionda e vestita di rosso possa darmi una lezione? Allora siete matti come mi hanno detto.»
E questo è un secondo cambio di atteggiamento piuttosto repentino. Sapete, per essere uno che se la mena di non scrivere fantasy ma studi psicologici sui personaggi, Goodkind è veramente carente nel reparto caratterizzazione.
E poco dopo succede questo:
Kahlan udì un trambusto fuori dalla tenda e un attimo dopo la testa di Cara fece capolino dall’entrata. Gli occhi azzurri della Mord-Sith erano pervasi da una furia letale. Entrò nella tenda trascinando il ragazzo per i capelli che batteva le palpebre freneticamente accecato dal sangue negli occhi.
Ringhiando, Cara lo gettò a terra ai piedi di Kahlan.
«Cosa succede?» chiese Kahlan.
Lo sguardo negli occhi di Cara rivelava una donna che stava per perdere totalmente il controllo e raggiungere quegli stadi dove era quasi impossibile definire una persona come umana. Stava camminando in un altro mondo: quello della follia.
Cara si inginocchiò, afferrò il giovane per i capelli, gli tirò indietro la testa e gli premette l’Agiel sulla gola. Uno spruzzo di sangue uscì dalla bocca del ragazzo.
«Diglielo» ringhiò Cara.
Il ragazzo lasciò penzolare le mani lungo i fianchi. «Lo conosco! Lo conosco!»
Kahlan aggrottò la fronte. «Chi?»
«Richard Cypher! Conosco Richard Cypher!… E sua moglie, Nicci.»
Colpo di scenaaaaaaaH
E come lo sa?
«Come ti chiami?»
«Gadi! Gadi!
Che poi sarebbe il bulletto coinquilino di Richard che ha stuprato Kahlan a distanza! Dopo qualche libro di latitanza, ecco che le celebri Coincidenze Goodkindiane fanno il loro ritorno! UIIIIII!!!
«Richard cominciò ad aiutare le persone a mettere a posto l’edificio. Lavorava per Ishaq alla compagnia di trasporti e quando la sera tornava a casa sistemava le cose. Lo ha insegnato anche a Kamil e a Nabbi.
«Lo odiavo.»
«Lo odiavi perché sistemava le cose?»
«Aveva indotto Kamil e Nabbi e gli altri a pensare che potevano farsi le cose da soli, quando non è così… la gente non può farlo. Era un inganno crudele. La gente deve essere aiutata da quelli che sanno fare le cose. È il loro dovere
Non è adorabile Goodkind quando cerca di fare critica sociale ma poi si ingarbuglia? Se la gente deve essere aiutata a fare le cose anziché improvvisarsi esperti e Richard ha aiutato i due bulli redenti perché sa fare le cose, il problema non sussiste. Ma c’è qualcuno che è troppo demente per comprenderlo.
«Cara, io… sto partendo.»
«Bene, anch’io penso che sia ora. Non ci impiegherò molto a radunare le mie cose. Prendete i cavalli e ci incontreremo…»
«No, vado da sola. Tu rimarrai qua.»
Cara carezzò la lunga treccia che le ricadeva sul petto. «Perché partite?»
«Non posso più fare nulla. Ho intenzione di piantare la mia spada nel cuore dell’Ordine: Fratello Narev e i suoi discepoli. È l’unica cosa che penso di poter fare per reagire.»
Ma per dio, i personaggi di questo libro la vogliono smettere di partire abbandonando i loro eserciti?
Kahlan uscì dalla tenda e vide che tutto era ricoperto di neve, come se il mondo fosse stato scolpito da un blocco di marmo.
SIMBOLISMO!
E, a proposito di marmo… back to Richard.
Ogni volta che un Fratello lo interrogava sulla statua, Richard era molto attento a nascondere la propria soddisfazione e ci riusciva bene ricordando il modello che gli avevano ordinato di scolpire. Chinava sempre la testa in maniera rispettosa e riferiva i progressi della sua penitenza, assicurando loro che il lavoro sarebbe stato pronto per il giorno previsto in modo che potesse essere installato sulla piazza in tempo per la cerimonia di consacrazione.
Il fatto di sottolineare la parola ‘penitenza’ faceva sì che i Fratelli distogliessero il pensiero dalla statua. I religiosi erano molto più interessati a vederlo stanco morto per il lavoro che stava svolgendo come punizione che alla statua
Ovvio, mica sta scolpendo, chessò, la fottuta statua principale del fottuto palazzo
Nicci osservò Richard che usciva dall’officina del fabbro, appostata dietro un angolo di una costruzione lungo la collina. Era molto probabile che andasse a prendere accordi con le persone che dovevano trasportare la sua statua. Chiuse la porta, ma non mise il catenaccio, non c’erano dubbi sul fatto che non stesse via molto.
C’erano molti uomini che lavoravano lungo la collina in una miriade di officine. Artigiani del cuoio e orafi contribuivano all’orchestra di lime, raspe, seghe e martelli. Il baccano era snervante. Gli uomini che passavano fissavano Nicci in maniera gentile, ma lei li guardava in cagnesco.
Appena vide Richard sparire dietro il laboratorio del fabbro, si incamminò lungo la strada. Gli aveva detto che avrebbe visto il lavoro solo una volta finito e aveva mantenuto la parola.
Si sentiva a disagio. Non sapeva dire perché, ma aveva l’impressione di profanare un luogo sacro. Richard non l’aveva invitata a vedere la statua, le aveva chiesto di aspettare che fosse finita. Era finita e lei non avrebbe aspettato oltre.
Nicci non voleva vederla sulla piazza insieme a tutti gli altri. Voleva rimanere da sola con quell’opera. A lei non importava nulla dell’Ordine e del suo interesse per la statua. Non voleva stare con gli altri, con gente che non ne avrebbe riconosciuto il significato. Quello era qualcosa di personale che voleva vedere in privato
Raggiunse la porta senza problemi, si guardò intorno ed entrò.
L’interno della stanza era buio, le pareti erano nere, ma la statua era illuminata dalla luce che arrivava dal soffitto. Nicci non fissò direttamente la scultura, ma tenne gli occhi bassi mentre girava intorno al basamento per poterla vedere di fronte.
Una volta giunta in posizione, si girò.
Il suo sguardo sfilò su per le gambe, i vestiti, le braccia delle due persone fino ai volti e sentì come se il cuore fosse stato fermato da un pugno gigante.
Quella era la materializzazione della luce che ardeva negli occhi di Richard riprodotta nel marmo. Nicci ebbe l’impressione di essere stata colpita da un fulmine.
In quell’istante tutta la sua vita, tutto quello che le era successo, ogni cosa che aveva sentito, sembrò unirsi in un lampo di violente emozioni. La vista di tanta bellezza la fece urlare dal dolore.
I suoi occhi caddero sulla parola incisa alla base.
VITA.
Nicci crollò a terra in lacrime, provando una vergogna abietta, una repulsione che derivava dall’aver compreso tutto improvvisamente.
… In piena gioia.
MA CERTO! Nostro signore Gesù Crichard è riuscito a convertire Nicci semplicemente facendo sì che guardasse la statua.
Ora, seriamente, questo plot point è ridicolo. Non per il fatto in sé della conversione mediante statua (ok, un po’ anche per quello), ma perché Goodkind ci dice che la statua è colma di significati senza tuttavia essere in grado di mostrarcene uno che sia uno. Del resto, questa è la descrizione della statua:
Le due figure posavano in un’armonia equilibrata. Il corpo dell’uomo mostrava una mascolinità orgogliosa e anche se la donna era vestita, non c’erano dubbi sulla sua femminilità. Entrambe le figure riflettevano un amore per la forma umana sensuale, pura e nobile. Sembrava che il male intorno a loro arretrasse terrorizzato di fronte a quella nobiltà pura.
Inoltre e soprattutto, la statua di Richard esisteva senza il bisogno del conflitto: le figure dimostravano consapevolezza, razionalità e decisione. Erano una dimostrazione del potere umano, della sua abilità. Quella era una vita che viveva da sola. Quelli erano un uomo e una donna orgogliosi della loro libertà di scelta
Una descrizione che farebbe vomitare merda perfino a Giulio Carlo Argan.
Inoltre, anche ammesso che la statua rivesta dei significati simbolici, essi varrebbero solo per Richard e la sua cultura, non per altri, e quindi non avrebbero effetto sull’Ordine… ma ‘MURICA! FUCK YEAH! giusto? I valori di Richard non possono che essere universali, right?
Nicci allora chiama il carpentiere amico di Richard e lo conduce alla statua, ma ci sono delle guardie. Curioso che il palazzo sia sorvegliato solo quando torna comodo, eh…
«Non possiamo andare lassù. Ci sono le guardie.»
«Io posso» rispose Nicci, asciugandosi le lacrime con un gesto rabbioso. La sua voce aveva assunto nuovamente quel tono di grande autorità e quel tono cupo con il quale aveva pronunciato la sentenza di morte di molte persone. «Aspettate qua.»
[...]
«Cosa ci fate qua?» sibilò Nicci, precedendoli.
«Cosa ci facciamo qua?» chiese uno. «Stiamo sorvegliando il palazzo dell’imperatore e tu cosa stai facendo…»
«Come osi replicare! Sai chi sono?»
«Be’… io non penso di…»
«L’Amante della Morte. Forse hai sentito parlare di me?»
Le guardie divennero improvvisamente attente. Nicci li vide squadrare il suo abito nero, i lunghi capelli biondi e gli occhi azzurri e a giudicare dalla reazione a Nicci sembrò ovvio che la sua reputazione l’avesse preceduta.
Sì cero, le barbare macchine da stupro dell’ordine, quelle che per tutto il libro sono state caratterizzate solo e soltanto dalla loro assoluta arroganza, si fanno impressionare in due secondi da una che potrebbe essere l’ultima delle contadinotte.
Comunque, Nicci entra, mostra la statua e una folla adorante vi si raduna in lacrime, convertita sulla retta via dell’oggettivismo randiano.
Il titolo sul piedistallo riassumeva tutti quei concetti in una sola parola.
VITA.
Il fatto che esistesse era una prova della validità di tale concetto.
La vita doveva essere vissuta in quel modo… orgogliosa, ragionata e libera da ogni forma di schiavitù nei confronti degli altri uomini. Quella era la giusta esaltazione dell’individuo e della nobiltà dello spirito umano.
L’unica risposta che giungeva dalle mura circostanti era la morte.
L’opera di Richard offriva la vita.
La gente saliva gli scalini sempre più numerosa radunandosi intorno alla statua colma di meraviglia. Molti caddero in ginocchio, piangendo dalla gioia. Tanti, come il fabbro, ridevano mentre le lacrime scendevano sui loro volti felici. Solo in pochi si coprirono gli occhi spaventati.
A mano a mano che la gente vedeva, correva a chiamare gli altri. Molto presto cominciarono ad arrivare anche i lavoratori dei laboratori sulle colline. Gli uomini e le donne che erano andati per visitare la costruzione correvano a casa per chiamare i loro cari e dire di recarsi al palazzo dell’imperatore.
La maggior parte di loro non aveva mai visto nulla di simile.
Era la vista per il cieco.
L’acqua per l’assetato.
La vita per il moribondo.
Lo stupro per il kattiv… No, wait…
Meanwhile, Kahlan e Cara si sono magicamente teletrasportate nel Vecchio Mondo e assistono allo spettacolo della folla adorante convertita dalla statua magica dell’oggettivismo e, dall’altra parte della città Richard viene catturato da fratello Narev (che poi sarebbe il capo della Fratellanza dell’Ordine nonché main villain del romanzo, un main villain talmente impressionante che mi sa che non l’ho mai nominato nella reccy)
«Fratelli cittadini dell’Ordine» intonò Fratello Narev con un tono di voce che Nicci pensò potesse crepare le mura «oggi vedremo cosa succede al male quando si confronta con la virtù dell’Ordine.»
Indicò nuovamente con il dito scheletrico e le guardie portarono avanti Richard. Nicci urlò, ma la sua voce si perse nello strepito che si levò dalla folla.
Fratello Neal arrivò con una mazza.
OH NO NED STARK NOOOO! Oh, già, quello era un altro romanzo.
Segue la scena per cui questo libro é famoso: il monologo oggettivista di Richard:
«La vita appartiene per diritto a ogni persona. La vita di un individuo può e deve appartenere solo a lui stesso, non a una società o comunità, altrimenti non è altro che uno schiavo. Nessuno può negare a un’altra persona il diritto di vivere o privarlo con la forza di quello che produce, perché questo significa rubare i suoi mezzi di sostentamento. Puntare un coltello alla gola di una persona e dirgli quello che deve fare è un tradimento nei confronti della razza umana. Nessuna società può essere più importante degli individui che la compongono, altrimenti voi darete importanza non all’uomo, ma a ogni idea o capriccio che passa per la testa di questa società al costo di un numero infinito di vite. La ragione e la realtà sono gli unici mezzi che portano a leggi giuste; se diamo il potere ai desideri insensati, essi possono diventare signori letali.
«Cedere la ragione in cambio della fede, permette a questi uomini di schiavizzarvi… di uccidervi. Avete il potere di decidere come vivere la vostra vita. Questo significa che gli uomini molto piccoli che sono quassù non sono altro che scarafaggi, se dite che lo sono. L’unico potere che hanno di controllarvi è quello che voi concedete loro!»
E fu così che Richard Rahl inventò il No Cav Day. No, seriamente. Gesù Crichard ha cambiato completamente la visione del mondo di centinaia di persone grazie a una statua e a un monologo noioso.
Quindi fratello Narev ordina a Richard di distruggere la statua, Richard esegue e si scatena una sommossa popolare. Durante gli scontri, Kahlan estrae la Spada della Verità e viene presa dal cieco furore che la pervade, così, scambiandolo per un fratello dell’Ordine, trafigge Richard.. Wow, è quasi shakespeariano. Se Shakespeare fosse stato demente. Richard chiede non si sa perché a Nicci di salvarlo solo che qualcuno la afferra e la strangola, mettendo così ko anche Kahlan. Ed ecco arrivare Neal, il tirapiedi di Narev, e Richard fa quello che un qualsiasi uomo trafitto da parte a parte farebbe nella sua situazione: si estrae la spada dal petto e lo infilza. Perché infilzare un uomo è esattamente come piantare un coltello in un panetto di burro il tre di agosto a Cagliari, no?
Bla bla bla, confronto finale così e cosà, potete immaginare benissimo cm va a finire.
Che cosa ne penso
Prendiamoci un po’ di tempo per analizzare perché questo romanzo fa schifo sotto ogni punto di vista e chiunque pensi il contrario non solo ha torto marcio, ma dovrebbe anche smetterla di esprimere opinioni su qualsivoglia argomento forever.
Da un lato posso concedere che questo libro in apparenza sembra migliore per lo meno di quello che l’ha preceduto – e probabilmente di quello che lo seguirà -, per il semplice motivo che il focus dell’azione è incentrato su Richard e Kahlan. Ma non solo: la trama è più articolata, c’è più azione, sembra perfino che la storia cominci a ingranare non solo perché l’Ordine Imperiale, che prima era stato solo un mezzuccio narrativo utile per far fare a Richard discorsi ispirati, ha cominciato la sua invasione in larga scala delle Terre Centrali arrivando perfino alle porte della città delle Depositarie, ma anche perché avanzano anche le storie personali dei personaggi secondari. Ed è una cosa notevole, se si pensa che Richard e Kahlam, innamorati per volere divino sin dal primo capitolo del primo libro, ci hanno messo due volumi per scopare e quattro per sposarsi. Insomma, l’universo pare allargarsi e svilupparsi, ma non è abbastanza.
Ci sono sempre i soliti problemi che caratterizzano lo stile di Goodkind. Intanto il livello di scrittura è basso, rasente allo zero assoluto. Goodkind ha tra le mani dei personaggi più o meno stereotiopati, sa che a un certo punto Richard dovrà fare un bel monologo sulle virtù dell’individualismo, della responsabilità fiscale, del capitalismo o quant’altro, ma per il resto non sa bene come gestirli. Difatti, se ci fate caso, quando non sono presi a dialogare sull’oggettivismo randiano, i personaggi di Goodkind fanno solo tre cose: si passano le mani tra i capelli, si grattano la barba se sono uomini o stuprano se sono kattivi. I protagonisti, per giunta, sono sempre – e dico sempre – stanchi per volontaria deprivazione del sonno. Può non sembrare nulla di grave, ma è sciapo ed è un indice di come Goodkind abbia ancora molta, molta strada davanti prima di considerarsi uno scrittore per lo meno decente.
Poi ci sono i problemi di caratterizzazione, come al solito. E non mi sto riferendo ai kattivi stupratori – anche se ce ne sono a iosa. La caratterizzazione dei personaggi di questo romanzo come dei percedenti è appena abbozzata, goffa, categorica. I cattivi sono talmente cattivi da risultare caricaturali e i buoni sono stucchevoli, eppure risultano buoni solo perché i cattivi sono troppo cattivi. Zedd, Kahlan, Richard compiuono terribili nefandezze nel corso della serie, non da ultimo il genocidio dei soldati dell’Ordine Imperiale, ma non mostrano nessun tipo di rimorso perché, si giustificano, fanno quello che fanno per un supposto “bene superiore” (escludo Cara dal ragionamento perché mi sta simpatica e perché è stata educata così). In loro soccorso arriva Goodkind stesso, che deumanizza l’antagonista in una maniera ai limiti del ridicolo. E non mi piace affatto, perché mi ricorda le strisce satiriche antisemite che dipingono gli ebrei come personaggi meschini dal naso adunco intenti a fregarsi le mani sotto a un ghigno mefistofelico.
E questi appena elencati sono solo i difetti che Goodkind già aveva mostrato di possedere nei precedenti romanzi. In questo sesto volume, inoltre, abbiamo l’ingombrante presenza della continuità retroattiva: Goodkind che cambia non una piccola cosa, ma l’intera motivazione del main villain. Quando Jagang è stato presentato nel libro tre assieme alla Stirpe dei Fedeli, non era l’araldo del socialismo venuto a invadere le Terre Centrali, era un semplice Evil Overlord il cui obiettivo era diminuire l’influenza del Creatore e del Guardiano sul mondo eliminando la magia. Di quel personaggio non c’è più traccia in questo libro. Cavoli, nemmeno il Guardiano viene quasi più menzionato – e lui è la fonte originaria di tutto ciò che è malvagio.
No, ora Jagang è un veicolo di propaganda politica. Fatta col culo, peraltro, perché il socialismo descritto da Goodkind non è socialismo.
E a questo punto, concedetemi di fare il figo.
SALVARE IL SALVABILE Ovvero: Come Goodkind avrebbe dovuto gestire la storyline dell’Ordine Imperiale per rimanere coerente all’interno della continuità della serie e nello stesso tempo muovere una critica ideologica al socialismo.
Due elementi devono rimanere costanti:
CONTINUITÀ: l’obiettivo di jagang è l’eliminazione della magia e non l’utopia/distopia socialista
CRITICA: è insensato porre l’uguaglianza al di sopra della libertà individuale
Svolgimento:
Il Vecchio Mondo era in origine una magicrazia in cui l’uso e l’abuso della magia erano la norma. La società magica era caratterizzata dall’abuso del potente sul debole, in una costante lotta individualista che aveva ridotto il paese in ginocchio.
Jagang è il leader che ha deciso di porre fine a questo mondo di sfrenata libertà e volontà di potenza nel solo modo che ritiene possibile: eliminando per sempre la magia, causa di tutti i mali. In breve tempo riesce a radunare a sé decine di migliaia di persone prive di magia, dà voce cioè a ql che erano considerati i reietti della società. Dopo aver fomentato la rivolta e aver dato vita all’Ordine Imperiale, prendendo il potere nelle sue mani e tuttavia giurando di amministrarlo per il popolo, Jagang instaura una sorta di regime del terrore in cui l’uguaglianza è lo strumento usato per assicurarsi che nessuno possa ergersi al di sopra degli altri, giustificando il proprio regime con lo spettro del regime precedente.
Quando la barriera che separa il vecchio mondo dal nuovo cade,l’ordine si ritrova a dover attaccare il D’hara e le terre centrali dopo aver fomentato nel popolo la paura di un ritorno al passato.
Ecco, Goodkind, ti ho sistemato il plot. You’re welcome.
In conclusione
Anche il volume sei è un pessimo fantasy. Carente dal punto di vista della caratterizzazione, della coerenza interna e perfino della trama, che si lascia “influenzare” a piene mani da un romanzo di Ayn Rand, La fonte meravigliosa, misogeno e, in ultima analisi, scritto male, non offre niente di rilevante. Ma a questo punto da Goodkind non è una sorpresa.
Ciò che lascia basiti è l’assenza di fantatrash. Si, è vero, lo stupro magico wireless è talmente offensivo da essere ridicolo (e viceversa), ma volete mettere con l’Evil Chicken of Doom? In effetti in questo volume il rapporto plot hole/stupri pende decisamente in favore dei primi.
Ricapitolando: non è un romanzo interessante dal punto di vista della storia, che non è originale, non è un romanzo interessante dal punto di vista dell’analisi politico-filosofica, che è imbecille, non è un romanzo interessante nemmeno dal punto di vista del fantatrash, perché ce n’è poco e quel poco che c’è è di cattivo gusto. Ma la cosa peggiore è che, con le sue settecento e passa pagine, La spada della fuffosità volume 6 non è nemmeno buono per pareggiare la gamba traballante del divano.
Bocciato su ogni possibile linea, in ogni possibile universo.
Gente, questa è roba seria. Michael Chabon è uno dei maggiori autori contemporanei, famoso per Il sindacato dei poliziotti yiddish, che ha vinto la tripletta di premi letterari del fantastico, ossia Hugo Nebula e Locus, e per quello che è unanimemente definito il suo magnum opus, il romanzo vincitore del premio Pulitzer Le fantastiche avventure di Kavalier & Clay.
Kavalier & Clay era da parecchio nella mia lista dei libri da leggere (assieme ai poliziotti yiddish), e sembra ora quasi ironico che, dopo tutto questo tempo e a lettura ultimata, il romanzo si sia rivelato una pessima lettura. Non perché sia scritto male – diamo a Chabon quello che è di Chabon: scrive come è lecito aspettarsi da un vincitore di premio Pulitzer – ma perché si tratta proprio di un brutto romanzo.
Anzi, blando più che brutto. Ecco, sì.
Com’è Le avventure di Kavalier & Clay? Blando. Non c’è molto altro da aggiungere.
Ma, per amore di reccy, aggiungiamocelo lo stesso.
La scheda del libro
Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay di Michael Chabon
Titolo originale: The Amazing Adventures of Kavalier and Clay
Pubblicato in Italia da Rizzoli
Anno 2000
821 pagine
Prezzo 11,90€
Il libro su Amazon
Che cosa succede
Nel 1939, l’ebreo americano Sam Clay incontra per la prima volta il cugino Joe Kavalier, che è fuggito da Praga in una bara assieme al Golem e si è lasciato dietro tutta la sua famiglia. Joe è un escapista dilettante e un disegnatore più che in gamba. A Sam piacciono i fumetti, quindi il passo logicamente successivo è che Sam e Joe prendono accordi con un editore per pubblicare la loro serie a fumetti, sulla falsariga di Superman, che ha per protagonista un supereroe chiamato l’Escapista. E naturalmente è un successo.
In tutta onestà mi viene anche un po’ difficile spiegare per filo e per segno la trama, non perché sia astrusa o incomprensibile, ma perché, piuttosto, è estremamente dispersiva. E a un certo punto anche un po’ ridicola.
Si parte con il primo incontro tra Sam e Joe e a questa scena segue un lungo racconto non di come Joe sia arrivato dalla Cecoslovacchia agli Stati Uniti passando per il Giappone, ma di come abbia imparato l’escapismo, e poi – e solo poi – si parla della sua fuga. Che uno può anche dire: “Ok, ma l’escapismo è parte integrante non solo della storia, perché è dall’esperienza di Joe che Kavalier & Clay si ispireranno per creare l’Escapista”. Ok, però c’è bisogno di tediarmi per infiniti capitoli con minuziose descrizioni di sessioni d’allenamento e peripezie che, messe come sono, suonano solo come un lungo inciso? Ovviamente no, ma ovviamente a Chabon non interessa, perché Chabon deve vincere il Pulitzer, e il Pulitzer lo si vince coi virtuosismi stilistici.
Ok, dopo aver messo i suoi sogni di escapista nel cassetto, Joe deve vedersela con il fastidio di un’incombente invasione nazista. La famiglia Kavalier decide di utilizzare gran parte delle loro ricchezze (sono ebrei, quindi benestanti) per far espatriare il figlio negli Stati Uniti – che poi era la storia che questo flashback doveva mostrare, prima che l’annacquasse con quella luuuunga parentesi sull’escapismo – e separarlo, però, dal fratellino Thomas. Il (melo)dramma. Solo che – ovviamente – le cose non vanno per il verso giusto e – ovviamente – Joe deve trovare un nuovo modo per uscire dalla Cecoslovacchia. Lo fa grazie all’aiuto del suo maestro di escapismo, che lo chiude in una bara assieme, niente meno, che al Golem di Praga. Proprio così, dal niente spunta un elemento mitologico che non solo non avrà alcun peso nello svolgimento successivo della storia, ma che non sarà, se non incidentalmente e in un paio di casi, più nominato in seguito.
E il resto non è che sia da meno.
Finalmente negli USA, Joe si unisce a Sam nel realizzare una serie a fumetti – la grande passione del cugino. E realizzare le proprie passioni tramutandole in una fonte di reddito è difficoltoso, per cui ora la storia ci porterà a seguire le mille peripezie che i due ragazzi dovranno affrontare prima di vedere la loro storia pubblicata, vero? Nope! Sam parla con l’editore, l’editore dice yes e l’Escapista vede la luce. Oh, il realismo…
Poi abbiamo Joe che si innamora di Rosa, ma ovviamente è troppo tormentato dal destino della sua famiglia per potersi impegnare al cento percento in questa relazione e poi – questa è da raccontare per bene perché è il punto in cui ho realizzato che Chabon mi stava allegramente prendendo per il culo, me e il resto dei lettori, inclusa la giuria del Pulitzer – c’è tutto il sottoplot del fratellino che deve espatriare. All’inizio Joe investe tutte le sue energie (e i soldi guadagnati con l’Escapista) per far tornare a casa Thomas, ma quando la guerra scoppia le sue speranze si assottigliano. A un certo punto, grazie a Rosa, Joe riesce ad accordarsi affinché il fratello venga trasferito negli USA a bordo di una nave che trasporta bambini e quindi si deve aspettare che Thomas, da Praga, arrivi in Portogallo, dove la nave partirà. Poi però nell’orfanotrofio portoghese in cui Thomas è momentaneamente alloggiato scoppia un’epidemia di non mi ricordo che malattia contagiosa e l’orfanotrofio viene messo in quarantena. Passa ancora un fottio di tempo e alla fine, grazie all’intervento di Elanor Roosevelt, niente meno, Thomas riesce a partire, ma è a quel punto che Joe viene raggiunto dalla notizia che la nave è stata affondata dai nazisti. Ripeto: i nazisti hanno affondato una nave carica di bambini uccidendo tutti i passeggeri. Immagino che ciò sia successo perché avevano mancato la nave che trasportava coniglietti e cagnolini batuffolosi. Cattivi nazisti, cattivi!
Una scatola di cagnolini, il nemico giurato di ogni nazista.
Intanto abbiamo Sam che cerca di venire a patti con la sua identità sessuale. Perché in un libro popolato di minoranze e outgroup un ebreo immigrato omosessuale è tipo una gallina dalle uova d’oro. Insomma, Sam conosce Tracy Bacon, che interpreta l’Escapista nell’adattamento radiofonico e se ne innamora, con tutti i conflitti del caso (e anche un luuuuuungo flashback sul suo rapporto con il padre, perché sì). Vorrei soffermarmi su questa relazione: un autore che letteralmente si fotte la rappresentazione del proprio personaggio. È l’unica cosa in tutto il romanzo che ho adorato – e che probabilmente non andava interpretata nel modo in cui io l’ho interpretata. Comunque, proprio quando Sam e Tracy pianificano di andare a vivere in California, la polizia fa irruzione nella villa in cui si stava tenendo una gayfesta a cui i nostri due struggenti e melodrammatici eroi stavano partecipando e li arresta tutti, tranne Sam che si salva facendo un soffocotto a un agente dell’FBI. Per inciso, sì, è questo lo “scioccante stupro ghei” si cui internet parlava. Non dirò che non è stato uno stupro, perché sarei nel torto, ma… scioccante? Really? Lo stupro in The Girl With the Dragon Tattoo è scioccante, internet, quello in Kavalier & Clay è l’equivalente di una recita natalizia dell’asilo delle suore. (Ironico, per altro, che su internet si possa accedere con la medesima facilità, da una parte, a recensioni che definiscono “scioccante” lo stupro gay di Kavalier & Clay e, dall’altra, a porno zoofilo con nani e clown.) Comunque sia – e scusate i mille incisi, manco fossi Chabon – Sam decide di non essere più gay e… smette di essere gay. E Tracy muore, perché la trama dice così.
Scoppia la guerra, Joe decide di arruolarsi per combattere i nazisti che gli hanno ammazzato il fratello (e i cagnolini e i coniglietti, non scordiamoci i cagnolini e i coniglietti!). Segue subplot #375782. È noioso e non ho voglia di addentrarmici. La guerra poi finisce e viene fuori che Rosa era incinta di Joe, ma poi Joe è partito per andare a combattere i Big Bad Nazi e lei è rimasta con le pive nel sacco. Ovviamente non si abortisce perché l’aborto è peccato anche se tecnicamente il Talmud dice che un feto non è una persona fino al momento del parto. E allora qual è l’unica cosa sensata da fare? Sposare il cugino nongay e mettere su famiglia, crescere il figlio mentendogli sul padre e sperare per il meglio. Poi Joe si fa vivo, a Rosa non sembra importare poi molto di essere stata impregnata e abbandonata come una vacca da monta e Sam è felice perché a) il suo socio è tornato, b) ora che c’è un altro personaggio eterosessuale nella vita di Rosa alla trama non serve più che lui rinneghi la sua identità sessuale e può tornare a essere gay!
E, bon, il libro finisce. Blandamente come era iniziato.
C’è chi ha amato questo romanzo. La motivazione che ho letto più di frequente è “se sei uno che ama i fumetti, questo è il romanzo che fa per te”.
Ora, io non sono affatto un affezionato dei comics, ma sono tutte stronzate. Kavalier & Clay non è affatto un romanzo che rende omaggio al mondo dei fumetti. Il picco di autoindulgenza in tal senso è il momento in cui Sam stesso denigra il fumetto – lo ricordo: la sua grande passione – come forma letteraria perché, sostiene, “è un genere inferiore”. E, in ogni caso, se questo è veramente un romanzo che parla di una passione, perché allora Joe e Sam riescono a pubblicare l’Escapista e a raggiungere il successo in un lasso di tempo addirittura inferiore ai flashback dei primi capitoli? Che storia di passione è se il successo è lì a portata di mano? Dov’è il conflitto?
Che cosa ne penso
Sapete che vi dico, cari miei? Questo non è un omaggio ai fumetti. Infatti, ora che ci penso, è più simile a un altro genere narrativo che ha avuto grande successo quasi contemporaneamente alla golden age dei fumetti e che ha retto bene fino agli anni Ottanta-Novanta.
Stando al romanzo, l’Escapista ha visto la luce nel 1939, per riflettere la creazione di Superman, risalente al 1938. Ebbene, un altro prodotto di intrattenimento rivolto alle grandi masse e caratterizzato da una struttura narrativa aperta e di ampio respiro, nasceva proprio in quegli anni, non a opera di giovani disegnatori, ma di un’attrice fallita che si manteneva insegnando storia del teatro di nome Irna Phillips. Un giorno, una compagnia radiofonica chiese alla Phillips di creare un dramma della durata di quindici minuti da mandare in onda dal lunedì al sabato che parlasse dei problemi di una normale famiglia americana. Il programma, Painted Dreams, andò in onda dal 1930 al 1932. Non fu l’ultima volta che il mondo sentì parlare di lei. Nel 1937, due anni prima che Kavalier & Clay se ne uscissero con l’Escapista, Irna Phillips creò e sceneggiò un altro radiodramma intitolato The Guiding Light. The Guiding Light ebbe un successo stratosferico e andò in onda, in radio, fino al 1956, mentre si trasferì in televisione nel 1952 per restarci fino al 2009. Ha fatto anche una capatina da noi in Italia, su Rete 4. Forse vostra nonna lo guardava (la mia sì), forse lo conoscete con il titolo tradotto, Sentieri. Forse vi ricordate perfino la stucchevole sigla.
Esatto, Le Fantastiche Avventure di Kavalier & Clay non è un omaggio al fumetto, è un omaggio alla soap opera. Solo così si spiega il melodramma che permea le 821 pagine del libro.
Michael Chabon non voleva scrivere un tributo al mondo dei fumetti, voleva vincere il Pulitzer, ecco perché ha sfornato un romanzo sornione, piacione, che tenta sfacciatamente di accontentare tutti. Vuoi delle minoranze? Abbiamo ebrei, immigrati e perfino qualche gay. Vuoi del dramma? Abbiamo la struggente storia del fratellino che deve arrivare negli Stati Uniti e anche i nazisti, perché ogni romanzo è migliore (e immediatamente gradito alla critica) se ci metti dei nazisti. Vuoi una travagliata storia d’ammmoreH? Abbiamo pure quella. Vuoi del fantasy (ma non troppo che i romanzi di genere puzzano e non vincono premi letterari)? Ecco che il Golem di Praga fa un inutile comparsata. Vuoi l’atmosfera dei magici anni Trenta? Eccoti un po’ di name dropping: Salvador Dalì, Elanor Roosevelt, Stan Lee, Orson Welles. Sì, sono solo nomi messi così a caso, ma vuoi mettere quanta atmosfera fanno? Cioè, Joe e Sam vanno a una festa e alla festa c’è Dalì! Poco importa che la scena non avrà alcun impatto sul futuro della storia e sullo sviluppo dei personaggi, c’è un VIP, e quindi è automaticamente una figata, giusto?
In conclusione
Gente, io questo romanzo l’ho detestato più di un fantasy scritto col culo da una tredicenne italiana in overdose da Licia Troisi. Ho trovato ridicolo il modo in cui tentava disperatamente di farsi amare e lo stile inutilmente prolisso di Chabon ha fatto da colpo di grazia.
Ultimo chiodo sulla bara, la traduzione italiana. Che dire che è fatta con il culo è farle un complimento. Dico solo una cosa, perché mi è rimasta impressa: “football” diventa “calcio americano”.
Quindi, a mo’ di commento finale, riprendendo la quarta di copertina dell’edizione italiana:
Che rapporti ci sono tra il Golem di Praga, il Mago Houdini e un eroe dei fumetti di nome Escapista?
Assolutamente nessuno, se non la smania di un autore di vincere il Pulitzer.
State alla larga da questo romanzo, lo dico per voi.
Ho recentemente letto Mondi in divenire, una raccolta di racconti di Andrea Zanotti, e non mi è piaciuta per niente per una serie di motivi.
Non sono un fan delle recensioni-autopsia (sono lunghe da scrivere e sa dio se ho voglia e tempo di mettermi lì a sviscerare un testo che non mi è piaciuto per convincere qualcuno), ma visto che di recente mi è stato detto che le mie recensioni negative sono negative perché SONOSOLOINVIDIOSO™, ho deciso di specificare per filo e per segno che cosa c’è che non va nella presente raccolta di racconti. Per dimostrare cosa? Niente, in effetti – ho sempre detto che le mie recensioni sono opinioni e, in quanto tali, insindacabili – ma visto che in questo caso è stato l’autore a chiedermi di recensire qualcosa che non mi è piaciuta, un po’ di spiegazioni in più suonano d’obbligo (ma non abituatevici, è solo una particolare concorrenza d’eventi, non ho intenzione di fare ulteriori autopsie letterarie).
La recensione che segue, quindi, farà parecchio le pulci, per lo meno, parecchio per i miei standard. Se non siete amanti di questo genere di reccy, saltate subito alla parte finale. Also, spoiler. Poi non dite che non ve l’avevo detto.
La scheda del libro
Mondi in divenire di Andrea Zanotti
Autopubblicato
Anno 2012
123 pagine
Prezzo 0,99€
Il libro su Bookrepublic
La prima parte della raccolta è intitolata “Sezione infiniti mondi – fantasy” e racchiude… wait for it… racconti fantasy!
IL TRAGHETTATORE DEI MONDI è il primo racconto, quello che di fatto presenta l’antologia al lettore, ed è irrilevante, confuso, pomposo e banaluccio. Di certo non una partenza col botto. Vediamo perché.
Il rollio della nave mi infastidisce.
Sono settimane che navighiamo e non si vedono più lembi di terra in nessuna direzione. Solo infinite distese d’acqua il cui colore nero denota una profondità abissale, inquietante. Noi della Centuria non siamo gente di mare, eppure sulla nave di cristallo siamo tranquilli.
Le parole del Templare ci hanno rassicurato: «È opera del Dio Bianco, non può affondare!»
Da ore Enoc, il Templare che ci accompagnerà nella missione, e i suoi confratelli, stanno celebrando un rito in onore del loro Dio.
L’ennesimo.
Ok, cominciamo col dire che l’incipit non mi dispiace. Parte in medias res senza dare spiegazioni su cosa sia la Centuria o il Dio Bianco – qualcosa che il protagonista, ossia la voce narrante, non ha bisogno di spiegare a sé stesso, perché ovviamente è già una sua conoscenza pregressa.
Non mi garba, viceversa, la frase esclamativa, perché pone un’enfasi non necessaria. Così com’è messa, l’immagine che contribuisce a creare nella mia testa è quella di un templare (Alistair di Dragon Age: Origins dopo la quest al Circolo dei Maghi, ovviamente) che mi guarda con occhi invasati e mi strilla: «È OPERA DEL DIO BIANCO!!!!!!! NON PUÒ AFFONDARE!!!!!». Ok, forse così è un po’ troppo enfatica, ma in quella frase, comunque non ci andava l’esclamativa. Ci marcio sopra perché è una cosa che si ripete nel corso di tutto il libro, ed è parecchio fastidiosa, così è meglio levarsi ora il sassolino dalla scarpa. Gente, riducete le esclamative al minimo indispensabile, la vita non è il gioco dei Pokémon per Game Boy.
Inoltre c’è una virgola tra soggetto e verbo. Se proprio si vogliono scrivere frasi con settordicimila subordinate, almeno non perdiamo di vista dove sta la principale, ok?
Dunque, la trama è quanto segue: il protagonista e la sua compagnia, la Centuria, di non ho capito bene se mercenari, delinquenti, gruppo paramilitare o “insieme generico di personaggi che l’autore si è inventato dopo una sessione di D&D di troppo” (sul serio, Dungeons & Dragons ha fatto più danni al fantasy di quanti ne abbia fatti il baby boom del 2005-2010), sono al soldo di questi templari e stanno raggiungendo via mare il punto d’incontro con un non meglio definito traghettatore dei mondi, che a sua volta li porterà da qualche parte di non meglio definito. Sì, il traghettatore dei mondi. Con un nome così, ho il forte sospetto che la meta misteriosa sia Ibiza.
In seguito facciamo conoscenza con la compagnia. “Conoscenza” è un termine un po’ vago perché, in realtà, nessun personaggio è più di un abbozzo. Ci sono Jitara e Leila, due assassine definite dal loro essere lesbiche, e Deifobo, definito dal fatto di essere il membro di una banda di delinquenti che oggettivizza le donne salvo poi finire comicamente vittima del suo stesso comportamento. L’originalità.
E questo è molto importante perché, in seguito, c’è una scena in cui i membri della Centuria si ritrovano ad affrontare le loro paure ataviche.
«Saranno qui a momenti, stringetevi a me!» urla il Templare. Rok sembra riaversi. «Chi sta arrivando?»
Prima che quello possa articolare una risposta, sono qui. Enoc brandisce la sua spada disegnando un arco al suolo. Una luce fuoriesce dal ventre della terra, andando a frapporsi fra noi e gli incubi. Non serve più che ci illumini con le sue sagge profezie, tutti ci rendiamo conto di cosa ci è piombato addosso: gli spettri delle nostre peggiori paure.
Il punto è che quando i coprotagonisti non hanno spessore o personalità, non si crea un legame con il lettore e quindi al sopracitato lettore non frega niente del loro destino. Leila per me non è niente, quindi quando viene impalata la mia reazione è più o meno un sonoro ‘sticazzi.
Capisco che le regole del racconto impongano una restrizione degli spazi, ma allora l’autore deve fare a meno di creare il dramma a partire da personaggi che non hanno caratterizzazione psicologica e nei quali, a causa di ciò, il lettore non ha alcun investimento emotivo.
Poi abbiamo un altro enorme problema, che forse avete già riscontrato nei due branetti.
Sfioro il confine e in quell’istante il volto del pargolo si deforma: zanne esplodono dalla bocca, mentre questa si espande andando a occupare buona parte del volto del piccolo. Si scaglia contro la barriera con foga belluina, emettendo mugghii spaventosi. Balzo indietro sgomento, il cuore che mi batte all’impazzata.
Il tono è inutilmente pomposo, che è del tutto fuori luogo nel momento in cui la voce narrante è un delinquente magari anche di bassa levatura sociale. Sarebbe stato lecito aspettarsi un lessico colloquiale – anche se, va detto, un’aggettivazione un po’ più impegnata contribuisce a rendere meglio l’ambientazione. Io personalmente sono Team-Lessico-Semplice-E-Lineare, ma poi ognuno è libero di fare come gli pare.
Ma, seriamente, cazzo sono i mugghii spaventosi?
Poi abbiamo il finale che è esattamente quello che era lecito aspettarsi da un racconto titolato in quel modo. La mia unica reazione una volta finita la storia è stata un sonoro: «Embè?»
Il racconto in questione non ha personalità perché i personaggi che lo popolano ne sono privi, non esiste attaccamento emotivo e quindi il loro fato è per il lettore di poca importanza. A peggiorare la situazione abbiamo anche un tono inutilmente pomposo, macchiato qua e là da un po’ troppe incertezze stilistiche e orrori di sintassi, e una trama tutto sommato scontata e priva di sorprese.
Si prosegue con RIVOLTA, che è una sorta di prequel alla saga di Corvo Rosso, che mi pare di aver capito sia il principale lavoro dell’autore. Il primo volume, Forze ancestrali, è disponibile in download gratuito (purtroppo solo nell’esecrabile formato pidieffe) sul sito dell’autore.
Il racconto in questione è, se possibile, addirittura peggio del precedente. Sembra uno di quei prologhi da romanzo fantasy: non si capisce niente e si preferirebbe passare in fretta a qualcosa di più succoso.
Il Mago, figlio mezzosangue del Dio Ohlmet, osservava l’afflusso continuo delle anime. Spiriti che avrebbero suscitato il rispetto, e forse l’ammirazione, di tutti i mortali. Sciamani, druidi e sacerdotesse si accompagnavano a demiurghi, sapienti, aeromanti e aeromastri. Fra loro c’erano anche cerusici, stregoni, veggenti e incantatori. Non mancavano negromanti e divinatori.
Personaggi di spicco, carismatici, dotati di sensibilità e poteri superiori alla media.
Il Semidio li osservava sciamare ordinatamente all’interno del recinto sacro da lui predisposto, nel cuore del bastione.
Questo è l’incipit. No, sul serio, che accipigna sta succedendo? Va bene partire in medias res quando si parla di qualcosa riguardo cui il lettore può raccapezzarsi e fare da solo due più due, ma così è un po’ troppo. Dove ci troviamo? Cosa sta succedendo? E, soprattutto: che cazzo è un cerusico?
Quello che ho capito è che c’è una specie di incontro tra questo semidio-barra-mago e una serie di spiriti dotati di grandi poteri magici, c’è un rito da eseguire e devono fare in fretta perché c’è una sorta di assedio. Non lo so, forse è più chiaro per chi ha letto Forze ancestrali – o se si sta nella testa dell’autore – ma per chi, come me, non l’ha fatto né ha intenzione di farlo, non c’è veramente alcun indizio riguardo a cosa stia succedendo.
Il mezzo-dio iniziò a cantilenare una litania che avrebbe dovuto smuovere le creature degli abissi del Tartaro. Aveva bisogno di loro per forzare la guardia degli Antichi e distrarli il tempo necessario a far progredire il rito.
I maestri lì riuniti seguirono le istruzioni come discepoli modello. Le loro voci si unirono a formare un cantico blasfemo e proibito, le cui note non erano mai state composte in millenni di esistenza.
Non appena proferirono le prime frasi, dai loro occhi iniziò a sgorgare sangue. I rivoletti colavano prima sul volto, per poi percorrere l’intera loro figura, andando a depositarsi nei solchi aperti sul nudo pavimento di pietra. Da qui proseguivano irruenti verso il Mago.
Ha chiamato GL, ha detto che rivuole la sua aggettivazione strabordante. Sul serio, il racconto è tutto così, se non peggio.
Inoltra tantissimo è raccontato e pochissimo è mostrato. Ad esempio qui:
Assorbite le ultime stille di sangue, il Mago generò dal nulla i quattro elementi: Aria, Acqua, Terra e Fuoco iniziarono a vorticare fra le sue mani, parodiando uno spettacolo da guitto. A questi, mano a mano che la rotazione aumentava di velocità, si andò ad unire una quinta sostanza: un vortice filamentoso e oscuro che avviluppò gli elementi della natura, generando qualcosa di nuovo. Un ampio sorriso affiorò sulle labbra del Mago: stringeva fra le mani l’embrione della sua più grande creazione. Secoli di ricerche nei meandri tenebrosi dello scibile, dove nessuno aveva mai azzardato a inoltrarsi, sarebbero presto stati ripagati. Le sofferenze indicibili cui si era sottoposto, le rinunce folli cui aveva dovuto acconsentire… ora avrebbe riscosso quanto gli spettava di diritto!
Il mago dice che l’incantesimo che ha appena compiuto è qualcosa di straordinario, e che erano addirittura secoli che ci tentava. Il brano dovrebbe trasmettere qualcosa, non dico soddisfazione, ma per lo meno il senso della grandiosità di quello che sta avvenendo, e invece no, perché i secoli di ricerche sono qualcosa che il lettore è costretto a prendere come un dato di fatto. Diverso sarebbe stato mostrare le sofferenze e le folli rinunce per permettere al lettore di entrare in sintonia con il protagonista. Invece no. E l’esclamativa finale così tanto per.
Insomma, anche questo racconto non mi è piaciuto. La prosa è troppo pomposa e distaccata per riuscire a coinvolgere il lettore, succedono ottomila cose ma sono tutte raccontate e non mostrate, aumentando la distanza tra gli eventi descritti nel testo e chi sta leggendo, la storia in sé non va da nessuna parte e, ancora una volta, il protagonista non coinvolge neanche per un secondo, perché lo stile è troppo distaccato e tutto ciò che il mago fa “piove” addosso al lettore come un dato di fatto da prendere senza obiezioni o coinvolgimento emotivo.
Segue AGONIA, che, come i precedenti, è un cumulo di «Embè?». Sembra più un esercizio di stile che un racconto vero e proprio, e a dirla tutta come esercizio di stile non è neanche ben riuscito.
Il racconto parte così:
La sua colpa era stata veramente così grave?
Una frase messa in corsivo in questo modo di convenzione indica un pensiero, con il corsivo che sostituisce le virgolette (è pratica comune, ad esempio, nei romanzi di Stephen King, di George R.R. Martin e moltissimi altri), però la frase è in terza persona, “la sua colpa” e non “la mia”, quindi non è un pensiero. O si tratta di un modo innovativo per porre enfasi sulla condizione di disperazione del protagonista, o è un errore stilistico – e io propendo per la seconda ipotesi.
Il protagonista senza nome è prigioniero, in una situazione che ricorda Il pozzo e il pendolo di Poe, ma con un’aggiunta di “creature” – insetti? – che gli divorano le membra. Il prigioniero non riesce più a sostenere la prigionia e decide di uccidersi, ma i suoi carcerieri intervengono:
«Il bastardo ci ha provato ancora. Povero stolto, i chierici ti rimetteranno in sesto e ritornerai qui dentro ancor prima di aver assaporato l’aria pulita. Devi scontare tutta la tua pena!» Disse aspramente il carceriere.
«Pensavi veramente di poter mancare di rispetto al Re senza subirne le conseguenze? Non inchinarsi innanzi al proprio Sovrano? Maledirai il tuo orgoglio!» Lo accusò con disprezzo l’altro, sollevandolo e portandolo da coloro che lo avrebbero curato, strappandolo dall’abbraccio salvifico della morte.
E poi basta, finisce così. Come dicevo prima, esercizio di stile.
Sì, beh, lo stile. Abbiamo ancora gli aggettivi sbrodolanti che ci hanno accompagnato sin dall’inizio della raccolta:
Una luce nefasta filtrava stancamente dal piccolo abbaino che costituiva il suo unico contatto con l’esterno. Il disco della luna pareva schernirlo, facendo capolino da grasse nubi temporalesche.
Assimilò quel terrore ingiustificato, trasformandolo in sublime aspettativa, in puerile speranza: il suo carnefice era giunto e con lui la fine della sofferenza.
In aggiunta, forse lo avete notato nel brano precedente, c’è il verbo fraseologico del discorso diretto che è in maiuscolo, come se fosse un’altra cosa rispetto alla frase tra virgolette. È brutto, molto brutto, ma in realtà non è sbagliato. Di sbagliato c’è che questo modo di gestire il discorso diretto non è lo stesso che è stato usato, ad esempio, nel primo racconto (andate a rivedere i quotes più sopra) e continua ad altalenare nel corso dell’intera raccolta. Questa è sciatteria, significa che chi ha messo insieme l’antologia non si è preso la briga di rileggere il prodotto finito per vedere se le norme sintattiche erano coerenti all’interno del testo.
Passiamo a QUATTRO QUARTI, il racconto più complesso e corposo della raccolta. Una complessità che, contrariamente a quanto mi augurassi, non si è concretizzata in una storia più coerente o di piacevole lettura.
La prima parte della storia, ambientata nel Quarto dell’Aria, vede protagonista l’aeromante Remiel, intenta a sopprimere un’insurrezione nelle baronie che si suppone fomentata dai seguaci del Quarto della Terra. Assieme a lei c’è Falco, warrior livello 85 veterano di mille battaglie.
Toh, altra roba raccontata anziché mostrata:
Purtroppo per lui presentava evidenti limiti nella sfera nonordinaria. Non era mai stato in grado di apprendere e applicare le arcane leggi che consentivano agli iniziati di entrare in contatto con gli altri Mondi. Questo sua lacuna gli aveva precluso una carriera nell’esercito che sarebbe stata altrimenti ben più brillante. Remiel era comunque soddisfatta di averlo al suo fianco anche in questa missione. La sua rude pragmaticità le era sempre tornata comoda, e le concedeva di concentrarsi maggiormente sulla sua arte: l’Aeromanzia.
Tra parentesi, l’aeromanzia è una figata che non sapevo nemmeno esistesse prima di leggere questa antologia. Limite mio. I pochi paragrafi in cui quest’arte divinatoria viene utilizzata da Remiel, però, presentano due o tre brutture che mi hanno fatto storcere il naso:
Una leggera brezza iniziava a spirare, portando con sé informazioni preziose.
Remiel non perse l’occasione di coglierle. La sua arte le permetteva di interpretare le parole del vento. Il sibilo delle masse d’aria in movimento non preannunciava nulla di buono. Parlava di massacri, di sacrifici umani, di innocenti immolati a entità indegne.
Falco notò l’espressione dell’Aeromastra e volle sapere cosa avesse percepito.
«Che vi succede, mia Signora?»
Remiel, intenta com’era a fiutare l’aria e a decodificarne i significati, si era allontanata dalla realtà circostante.
«Non lo so ancora con certezza, Falco, ma è meglio procedere con cautela. Invia degli uomini in avanscoperta.»
«Certo, Signora.» Rispose prontamente il veterano, abbaiando ordini a un paio di soldati che lo affiancavano.
Nel secondo paragrafo c’è un pochino di roba mostrata anziché raccontata, ma in realtà mi sta anche bene – sarebbe stato meglio qualcosa di più vivido di un “massacri, sacrifici umani e innocenti immolati”, ma, insomma, era quello che c’era da aspettarsi, dilungarsi in descrizioni in questo caso non è fondamentale. I problemi sorgono, invece, nel pezzo successivo. Non solo il POV fa un breve saltino all’interno di Falco, ma soprattutto la frase “volle sapere cosa avesse percepito” è del tutto inutile e ripetitivo alla luce di ciò che viene dopo, ossia Falco che chiede informazioni in proposito. (Giosualdo andò dal salumiere per comprare due etti di coppa e uno salame: «Buongiorno, vorrei comprare due etti di coppa e uno di salame».) Meglio sarebbe stato tagliare tutto e ridurre la frase a un: Falco si accigliò. «Che cosa vi succede, mia signora?».
Poi abbiamo quel “rispose il veterano abbaiando ordini”. Che è fisicamente impossibile. Provateci. Il fatto è che il verbo al gerundio indica contemporaneità, mentre dal contesto (e dall’uso della logica) si intuisce che le due azioni, quella di rispondere e quella di reagire abbaiando ordini, non sono contemporanee ma consequenziali. Era un errore che andava corretto in fase di editing, assieme a molti altri. Ma del resto il rischio con gli autopubblicati è sempre quello.
Remiel viene contattata da un entità soprannaturale e scopre che ciò che sta accadendo nel Quarto dell’Aria è causato da un dio/demone/whatever di nome Negrar, mentre Falco e il resto degli uomini devono proteggerla mentre è in trance. Suona come una quest di un generico RPG, ma in realtà l’esecuzione non mi è dispiaciuta. E poi la storia finisce, ma non prima che Remiel trovi una bacchetta da rabdomante.
Passiamo al Quarto della Terra, dove un geomastro di nome Sariel si è infiltrato nella città di Kash per spiare gli adepti di Marduk, l’Unico Dio per volere del re Dorik.
Sariel deve avere una bella storia alle spalle, peccato che tutto ciò che ci viene raccontato (e, sì, non mostrato, tanto per cambiare) è questo:
Aveva predicato con loro, aveva celebrato riti sacri e quando non aveva potuto evitarlo, aveva purificato eretici che si ostinavano a concedere la loro fedeltà a Re Dorik. Era stato proprio quest’ultimo a dirgli che il suo fine veniva prima di qualsiasi dettame della sua coscienza.
Così Sariel si era conquistato la fiducia di quei pazzi invasati, rinunciando al rispetto verso sé stesso e forse alla sua anima.
Ancora una volta, un elemento che potrebbe essere fondamentale per la caratterizzazione del personaggio viene buttato in faccia al lettore, che è costretto a prenderlo così come viene. Un’occasione perfetta per permettere al lettore e al protagonista di entrare in sintonia buttata nel cesso.
Sariel sta discutendo di teologia con gli altri tre sapienti che, assieme a lui, detengono il potere temporale.
Il vecchio barbuto e dal volto incartapecorito, argomentava l’impossibilità da parte del Dio Unico di governare a suo piacimento il Fato. Quest’affermazione non era condivisa dagli altri due chierici, che formavano con Sariel il quartetto che in concreto aveva assunto il comando della Baronia.
L’anziano Matuzay, sostenitore di quell’audace tesi, era venerato dalla gente, da lui stessa definita Popolo Eletto, come l’unico portavoce di Marduk.
«Se quello che dici corrispondesse al vero, allora Marduk non potrebbe essere definito né onnisciente, né onnipotente.» Lo accusò uno dei chierici.
…naturale che sia così, altrimenti perché sarebbe chiuso in una prigione di cristallo? Pensò fra sé il vecchio, rammaricato.
«Non voglio ascoltare simili bestemmie in questo consesso!» lo ammonì il vegliardo che era il solo a possedere la visione globale della questione. Il solo a sapere chi in realtà fosse il Dio Unico.
«È una Sua scelta ben precisa quella di non governare il Fato, di lasciarsi stupire, di far sì che accadimenti imprevisti possano arricchire la Sua esistenza eterna!» Mentì concitato Matuzay, ben sapendo quanto invece il suo padrone bramasse quel potere totale
che gli avrebbe concesso di avere l’universo alla sua mercé.
Cosa c’è che non va in questo branetto? Tralasciamo che il lessico è inutilmente pomposo, tralasciamo che nessuno parla così nella vita vera, tralasciamo anche che nell’ultimo paragrafo il POV lascia Sariel e si sposta all’interno di Matuzay. Il vero problema – e indice di una pigrizia sconcertante – è che lo spostamento del punto di vista è uno stratagemma per mettere il lettore al corrente non solo che Matuzay è l’antagonista, ma anche e soprattutto di quali sono le sue motivazioni. Va bene che lo spazio è limitato, ma ci sono altri diecimila modi per dare al lettore le stesse informazioni senza servirsi di un trucchetto atroce come questo.
Grazie a Mr. Exposition veniamo a sapere che il piano di Marduk è di inviare i suoi quattro discepoli nei quattro quarti per convertire le popolazioni alla fede nell’unico dio con il terrore.
Da qui arriviamo al Quarto del Fuoco, dove incontriamo Uriel Septim, piromante incaricato di fermare la furia distruttrice di Nehrer, emissario di Marduk. Quindi il punto focale del capitoletto è lo scontro tra Uriel e il demone del fuoco, giusto? Ebbene, ecco come ce lo racconta l’autore.
La battaglia titanica che ne scaturì fu capace di attirare tutti gli sguardi dei sopravvissuti del villaggio. Creature sovrannaturali si davano battaglia utilizzando le proprie malie per avere la meglio. Turbini di fiamme avvilupparono il mostro cornuto. Si dibatteva e scalciava tentando di colpire l’Elementale di Fuoco con le sue zampe belluine dotate di zoccoli massicci e affilati. Quello che appariva agli stolti come un combattimento fisico, avveniva in realtà sul piano della dimensione non-ordinaria, e ciò che osservavano era solo l’immagine riflessa in questo mondo. Uriel lo sapeva. Erano le loro menti a dare forma e corpo a quelle creature sovrannaturali, per non impazzire.
Il corpo dell’entità di fuoco da lui evocata, pur non possedendo una fisicità concreta, non era immune ai colpi di Nehrer, dotato di un’aura di potere chiaramente percepibile. Il Piromante recitò un’antica formula, compiendo strani movimenti con il braccio e disegnando glifi dardeggianti nell’aria. La sua spada cominciò ad ardere come una fiaccola, emanando un bagliore accecante.
Che fa schifo perché di quello che, per l’appunto, dovrebbe essere l’evento fulcro, al lettore viene fornita una descrizione talmente sommaria che sembra di leggere la trascrizione di una brutta radiocronaca.
E veniamo all’ultimo quarto, il Quarto dell’Acqua, dove incontriamo Raguel, un rabdomante intento a studiare un antico testo.
A fargli da uditorio aveva evocato alcune fate d’acqua che avrebbe interpellato nel caso alcuni passi del libro gli fossero risultati oscuri o troppo ambigui.
Già, forse dovrebbero allegarne un paio pure a questo, di libro.
Nell’antico testo, Raguel trova una profezia che, tra le altre cose, avverte:
Narrano che colui che giacerà recluso potrà rialzare la testa. Si nutrirà di superbia, avarizia, ira e accidia. Questi saranno i suoi strumenti prediletti.
Però la seconda parte della terribile profezia che presagisce terrore, distruzione, morte e repliche di Pomeriggio Cinque è scritta in una lingua che solo un piromante può decifrare. Questo lo sappiamo grazie al deus ex machina:
Devi farlo tradurre a un Piromante, lui sarà in grado di farlo! Bandisci la superbia, chiedi aiuto. Cantilenava una vocina cristallina che non proveniva affatto dalle fate dell’acqua, ma sprigionata direttamente dalla sua anima.
(Tra parentesi, lo vedete ora che non si può separare la parte tra virgolette e il verbo fraseologico con un punto come è stato fatto qui sopra? Lo vedete che fa schifo? Lo vedete che non sono folle? Eh? Vedetelo, filistei!)
Ehm… Riformulo. La terribile profezia che ha sconvolto il nostro protagonista con immagini di morte imminente e che lo avverte, nel passaggio poc’anzi riportato, che il male che minaccia il mondo si nutre, tra le altre cose, della superbia umana. Il deus ex machina in persona si scomoda a dirgli che, in ottemperanza alla profezia, il protagonista deve mettere da parte la superbia e chiedere aiuto a un piromante, e Raguel cosa fa? Fuck it, I’ll be a stripper. O qualcosa del genere. Suona logico e coerente, no?
Ma veniamo all’epilogo – anche se uso questa espressione con il dovuto distacco, perché per avere un epilogo bisognerebbe avere una storia, cosa che non abbiamo. Nella prigione-fortezza di cui sono posti a guardia i quattro simpatici ragazzotti di cui sopra è rinchiuso niente meno che Marduk in persona, che ora può tornare libero perché…
Avarizia, accidia, ira e superbia erano state in grado di colmare le lacune di Marduk, concedendogli onniscienza ed onnipotenza e consentendogli di tornare libero.
In sostanza, poiché Ramiel è stata avara, Sariel accidioso, Uriel iracondo e Raguel superbo, adesso moriremo tutti. Grazie tante.
Non mi è piaciuto questo racconto, non mi è piaciuto come è strutturato e non mi è piaciuta la cornice generale della storia. L’idea delle quattro storie che si intrecciano ha un problema di fondo che poi lo accomuna a tutti gli altri racconti di questa raccolta (ma qui traspare con addirittura più evidenza): il lettore non prova niente per i personaggi. Niente. Perché tutte le occasioni che l’autore avrebbe avuto per creare un legame protagonista-lettore sono sprecate e perché la caratterizzazione è assente.
Posso leggere questo racconto da un altro punto di vista, ovvero come la versione fantasy del destino del genere umano, che è quello di soccombere a sé stesso a causa dei propri vizi, ma non voglio farlo. Perché nemmeno una ricerca dei significati allegorici può cancellare il fatto che questo racconto è solo una raccolta di quattro schegge, storielle non coinvolgenti tenute insieme con lo sputo e unite alla meglio con un epilogo assolutamente insoddisfacente.
Abbiamo poi PREVEGGENZA che chiude la parte “high fantasy” della raccolta, in cui un “selvaggio” è in fuga da dei sedicenti “dei” che altro non sono che conquistatori che hanno invaso la sua terra.
Devo dire che, una volta che non si fa caso alla prosa piena di fronzoli, rispetto agli altri racconti questo è partito un po’ meglio, riuscendo a creare un certo feeling tra protagonista e lettore. E a tutti gli effetti ha anche un buon colpo di scena alla fine.
Mi è piaciuto e ho poco da aggiungere, se non: era ora, cazzarola.
Veniamo ora ai tre racconti che compongono la sezione “moderna” della raccolta. Il primo di questi è SONICA ed è… brutto. Senza mezzi termini. Il tono sarà anche meno pomposo, ma il racconto in sé e il suo protagonista sono da accapponare la pelle.
Il mondo come noi lo conosciamo è immerso in una semioscurità perenne che tutti sembrano ignorare ma che il nostro protagonista, Ascanio detto Orso, sa di per certo essere un segnale della venuta dei cavalieri dell’apocalisse. Perché tutto il mondo è stupido tranne lui.
Orso è il protagonista più saccente, arrogante e antipatico che abbia letto da parecchio tempo a questa parte.
Orso era sceso dal bus numero 7, quello che prendeva tutte le sacrosante mattine per recarsi in ufficio, al gabbio. Ora camminava lungo le passeggiate che tagliavano perpendicolarmente la città. La sua mente era in subbuglio. Una nebbiolina fitta sovrastava i prati circostanti, mentre in cielo il sole era ancora invisibile. I suoi pensieri fluttuavano verso lidi lontani che non era in grado di riconoscere, quando si sentì urtare a una spalla.
«Giovanotto, almeno chiedere scusa!» imprecò l’anziano.
Le riflessioni che gli aggrovigliavano la mente lo lasciarono libero per un istante. Orso scrutò l’anziano.
Vide le vene pulsare irruente sotto la sottile pelle che ricopriva quel volto scheletrito. Vene blu, simili a orridi lombrichi pitturati da un moccioso in vena di scherzi.
Ipertensione galoppante, pensò senza eccessi di commiserazione.
«Mi chiami dottore, anzitutto, ed è lei che è venuto a sbattermi contro. In trentatré anni di vita non ho mai dovuto chiedere scusa a nessuno per una mia azione.» rispose deciso.
State già facendo il tifo per lui, vero?
Le folle, pur di non apparire ignoranti come in realtà erano, fingevano di comprendere e continuavano con la solita routine quotidiana fatta di sveglia all’alba, otto ore di lavoro, aperitivi serali e il meritato riposo, mai sufficiente. Non era quella semioscurità a inquietarlo, ma il fatto stesso che gli altri non le dessero peso.
Ascanio, detto Orso dagli amici, non era certo fra questi. La sua spiccata sensibilità gli faceva percepire chiaramente che qualcosa nell’equilibrio del mondo si fosse infine spezzato. Quella penombra non sarebbe regredita con il passare del tempo, ma piuttosto costituiva solo l’anticamera di una notte buia e potenzialmente infinita.
Visto? Egli SA. Ed è anche uno schifido radical-chic.
Le già granitiche convinzioni di Ascanio detto Orso si fanno se possibile ancora più certe quando si imbatte in una vecchia mendicante indiana, che gli dice:
«Ragazzo tu sei il Prescelto. Il Distruttore degli Ostacoli ha fame! Dammi qualcosa e ti dirò come sfamarlo.»
NO! NO! NO! Prescelto è una parola che non si deve MAI utilizzare in una storia del fantastico. A meno che non si voglia sovvertire lo stereotipo, ma qui, a quanto vedo, non c’è né l’intenzione né la capacità di farlo.
In seguito, Ascanio detto Orso parla con un prete. Il prete è vagamente importante nell’epilogo, ma in realtà lo menziono perché, ancora una volta, ci dà parecchie informazioni su chi, in realtà, sia il nostro protagonista.
«Tutto bene, figliolo?» chiese affabile il canuto ministro di Dio.
Orso era spaesato. Rifletteva su quanto tempo fosse passato dall’ultima volta che aveva messo piede in quel luogo. Si guardò attorno, non riconoscendone neppure la conformazione. Sicuramente avranno ristrutturato a spese della collettività tutta e non solo della comunità dei fedeli… dannati ladri.
«Che cosa cerchi nella Dimora del Signore? Vuoi confessarti, figliolo?»
«Non credo nella confessione, Padre.» rispose deciso. Il prete arretrò di un passo, quasi avesse ricevuto un pugno allo stomaco.
«Troppo comodo. Una dozzina di Ave Maria e l’anima risplende come appena sfornata? No, Padre, questa è follia!»
Lo sguardo del ministro di Dio si fece duro. «Parli per ignoranza, ragazzo.» Orso sentiva chiaramente l’astio che quell’uomo ben pasciuto nutriva nei suoi confronti, anche se il suo tono era mellifluo, quasi paterno.
Già, che persona deprecabile il prete che prova astio nei confronti di Ascanio detto Orso. Neanche lo avesse attaccato senza motivo, come lo stupido pallone gonfiato che è.
Ok, gente, statemi a sentire. I personaggi principali dei vostri romanzi non devono essere Eroi senza macchia e senza paura. Possono essere imperfetti, anzi, è vivamente consigliato che lo siano, perché l’imperfezione li rende normali, e quindi più vicini al lettore. È anche vero che creare un personaggio non gradevole e renderlo gradevole agli occhi del pubblico non è un’impresa in cui tutti possono cimentarsi con successo. È difficile, richiede una grande abilità di caratterizzazione. Abilità che a questo punto sono convinto Andrea Zanotti ancora non possiede.
Prendiamo ad esempio Marion Crane, sia nella versione letteraria che in quella cinematografica di Psycho. Marion Crane è una ladra e ha una relazione sessuale al di fuori del matrimonio (tenete presente il periodo storico in cui la storia e il film sono usciti) eppure nel film – visto che nel romanzo la sua storia occupa più o meno due capitoli – riesce a diventare l’eroina, e nel momento in cui decide di andare a farsi la doccia, è già entrata nelle simpatie del pubblico. Perché? Caratterizzazione. Lo stesso dicasi per Charles Foster Kane di Quarto potere, per i giovani protagonisti di Attack the Block (che nella prima scena che li vede protagonisti rapinano e minacciano una donna indifesa, nientemeno). American Psycho, Il silenzio degli inncocenti, Meridiano di sangue, tutti romanzi con un protagonista non simpatico. Vogliamo parlare delle Cronache di Martin, visto che siamo comunque nel campo del fantasy? Quanti personaggi veramente senza macchia e senza paura ci sono nella folla che compone il cast della serie?
Il punto è che non simpatico non significa non sopportabile, e il protagonista di questo racconto, così come quello del successivo, che è una copia carbone di Ascanio detto Orso, è insopportabile, non invoglia a continuare la lettura perché non ha una sola qualità che possa redimerlo.
Tirò fuori il pacchetto di Chesterfield, si accese l’ultima sigaretta e si rimise in marcia.
Chesterfield. Allora devono essere quelle che rendono le persone insopportabili. Lo so perché è la stessa marca che fumo io.
Comunque, si procede sui binari prestabiliti fino al plot twist che non è né interessante né ingegnoso come quello del racconto che l’ha preceduto. E la cosa peggiore è che la vicenda di Ascanio detto Orso si conclude con queste parole:
«[…] In trentatrè anni di vita non ho mai dovuto chiedere scusa per una mia azione.» rispose deciso Orso […].
Cioè la stessa identica roba che ha detto al prete all’inizio. Il che significa che nonostante tutto quello che è successo, il personaggio non è maturato né si è sviluppato lungo un arco narrativo.
Fatemi tirare le fila. Il tema dell’antologia è il peccato e le sue conseguenze. Nelle parole dell’autore:
Cuore di ogni racconto è il peccato, inteso in ogni sua possibile sfaccettatura e la punizione che a esso viene associata, senza mai scendere in giudizi sull’equità o meno della stessa.
Ma secondo me il tema è svolto in maniera troppo sciatta e poco approfondita. In quasi ogni racconto il protagonista è un peccatore e pertanto viene punto. Non solo non c’è redenzione, ma soprattutto – cosa assai più grave – non c’è neanche la consapevolezza dell’errore. In nessun racconto il peccatore qualifica la sua azione peccaminosa come differente dal normale, per tutti sono gli altri ad essere strani. Sonica ne è un esempio perfetto.
Ancora una volta, non c’è un arco narrativo o psicologico.
RIENTRO DALLE FERIE è sostanzialmente il fratello gemello di Sonica, presenta gli stessi problemi, le stesse inconsistenze, ed è pure questo osceno.
C’è un protagonista che, dicevo, è essenzialmente lo stesso di Sonica solo con un nome diverso. Per il resto l’insopportabilità è identica. Il protagonista è appena rientrato dalle ferie e seguiamo da vicino il suo primo giorno di lavoro.
«Ciao Toni, come va?» Come cazzo vuoi che vada? Sono tornato a lavorare, per Dio!
«Tutto bene, dai!»
Di sottecchi butto l’occhio sulla mia scrivania: un marasma di scartoffie che ha sommerso tastiera e i dieci metri quadri che compongono la mia postazione da ectoplasma in camicia e cravatta. Ghigno osservando che alcuni fogli mi sono stati gentilmente posati sulla sedia, a indicare la loro presunta importanza. Che pensiero gentile!
«Passate bene le ferie?» Insisti ancora su questo tasto ed è la volta buona che ti defenestro. È un trattamento riservato a monarchi e regine, siine orgoglioso! Immagino che neanche cadendo dal quinto piano perderesti il tuo contegno, limitandoti a schiantarti al suolo con il minimo rumore per non dar eccessivo disturbo. Riattaccati al dannato monitor, prima che la tua mente comprenda che si può sopravvivere anche senza!
«Al mare tutto è migliore, quella sì che è vita.» sentenzio amaramente.
«Non si può essere sempre in ferie… purtroppo.» azzarda quasi timoroso, come se quell’affermazione potesse portarlo innanzi agli Inquisitori.
«Già, hai ragione, non si può.»
Perché non si può, cazzo? Ma è sempre stato così?
State già facendo il tifo per lui, eh?
La giornata si trascina lenta, sempre con il protagonista che si lamenta di qualcosa, di qualcuno, sempre supponente, sempre arrogante. È una palla mortale. E la domanda, ovviamente, è “perché sto leggendo tutto ciò? Ci sarà una qualche forma di ricompensa per la mia pazienza?” La risposta è no.
Dopo il lunghissimo resoconto di una giornata fatta di nulla e lamentele, avviene l’evento soprannaturale. Un santone che sta facendo una telepromozione si mette a parlare direttamente con il nostro amabile protagonista, che si convince di dover mondare il mondo del peccato originale e che il modo migliore per farlo è ammazzando coppiette. The end.
Questa storia è totalmente sbilanciata, si trascorre troppo tempo in compagnia di una persona insopportabile e arrogante ad ascoltare le sue lagnanze interminabili senza che nulla di rilevante succeda, e quando qualcosa finalmente succede, non solo non è appagante, ma quello che dovrebbe essere un contrappasso filtrato da humour nero suona solo stupido. E ancora una volta non c’è un arco, il protagonista stronzo è e stronzo rimane.
Chiude la raccolta IL DEMONE DELL’ORO, un western. Il che è bene, perché forse ci risparmiamo i rant del protagonista sulla tecnologia canaglia. A meno che non mi tocchi leggere qualcosa su “quei maledetti treni a vapore”.
È l’ultimo, per cui caviamocela alla svelta. Un pistolero deve uccidere l’emissario del Demone dell’Oro. Il Demone dell’Oro è esattamente quello che state pensando sia. Impalpabile.
Il pistolero non è odioso come i protagonisti dei due racconti precedenti, ma pure lui ha lo schifoso vizio di ergersi al di sopra degli altri.
Indispettita, la mignotta cercò di rifilargli una sberla, ma l’uomo le intercettò il braccio e fu svelto a mollare a sua volta un ceffone. La donna barcollò sulle gambe, riuscendo a stento a reggersi in piedi. Lacrime inviperite iniziarono a scorrerle ai lati degli occhi celesti.
Kenny aveva perso la sua espressione da sfinge.
«…non si alzano le mani su una ragazza indifesa…» azzardò alzandosi in piedi, mentre carte spiegazzate gli fuoriuscivano dalle maniche della giubba.
Moho sollevò il suo sguardo sull’uomo, cercando di capire se stesse per caso scherzando. Un miserabile baro che si ergeva a paladino di una mignotta? Entrambi servi del Demone dell’Oro, senza dubbio.
Accortosi che il damerino faceva sul serio, Moho si alzò e si portò al banco, dandogli le spalle. «Non è altro che una zoccola, non scaldarti tanto.» Non cercava grane.
Kenny parve ringalluzzito dall’apparente ritirata dello straniero, convintosi non fosse il duro che sembrava.
«Chiedile scusa, immediatamente.» pretese.
Ed è pure un ipocrita:
Il pistolero si stava voltando, pronto a dare la giusta lezione al damerino, quando lo sceriffo entrò nel locale.
Qualche cittadino troppo zelante doveva averlo avvisato della piccola baruffa.
«Che diavolo succede qui?» tuonò il rubizzo uomo di legge.
«E’ lo straniero, Doc, continua ad attaccar briga.» piagnucolò Kenny.
Lo sceriffo portò lo sguardo su Moho, scrutandolo da testa a piedi. «Non posso concedermi problemi, non questa sera. E’ vero che alloggiate al Silver River, Signore?»
Moho, parimenti non cercava rogne. «Si.»
«Sarebbe così cortese da seguirmi nel mio ufficio, così risolveremo la questione in un baleno.» Lo rassicurò lo sceriffo, con fare accomodante.
Senza opporre resistenza, il pistolero seguì l’uomo di legge.
Furono sufficienti dieci dollari a comprare il suo lasciacondotto.
Perché i dieci dollari non sono un tributo al Demone dell’Oro, quando fa comodo, eh?
Questo pezzo è anche l’incubo di ogni editor che si rispetti, è pieno di refusi. Abbiamo E con l’apostrofo in luogo di È accentate (le corregge in automatico Word, per dio, come si fa a lasciarle in un testo?), il sì affermativo che non è accentato e lo sceriffo che passa con nonchalance dal voi al lei. Inoltre sono più che convinto che “lasciacondotto” non sia una parole. E il correttore di Word è d’accordo con me.
Abbiamo anche il solito POV ballerino:
«Offrici da bere, bello, abbiamo visto che alloggi al Silver River. Sei uno con la grana.» Biascicò in tono minaccioso il gorilla che non amava apparire per quello che era, uno straccione messicano arricchitosi ripudiando i suoi natali e con essi, i suoi parenti.
E l’ennesimo modo diverso di impostare i dialoghi:
«Billy – gridò l’uomo a un fattorino – aiuta il signor Hatkinson con il suo bagaglio.»
«Non occorre – rispose il pistolero – la mia merce è troppo preziosa perché venga maneggiata da un moccioso.»
Ebbene sì, quello è un inciso. Una cosa che personalmente non vedevo dai vecchi romanzi di Agatha Christie in edizione Oscar Mondadori.
E chiudiamola qui.
In conclusione
Mondi in divenire è una brutta antologia con molto, ma molto poco di salvabile.
I racconti sono sciapi, prevedibili tranne in un solo caso, e noiosi nella stragrande maggioranza. Il tono è inutilmente pomposo, tanto da risultare ridicolo e fuori luogo in alcuni punti. Lo stile è incerto, grezzo, pieno di errori: ci sono punti di vista che si spostano, cose mostrate anziché raccontate, errori ortografici e grammaticali. La caratterizzazione è o del tutto assente o fatta nel modo sbagliato. I pochi personaggi con una personalità sono intollerabili per il semplice gusto di esserlo, e peggio ancora non maturano nel corso delle loro vicende.
Se qualcuno mi chiedesse se gli consiglio o meno questa antologia, la mia risposta sarebbe un no secco e deciso.
All’autore posso dare tre consigli. Il primo è di scrivere semplice, perché, per lo meno in letteratura, le cose semplici sono anche quelle migliori. Il che non vuol dire scrivere stupido. Il secondo consiglio, direttamente derivante dal precedente, è quello di lavorare sullo stile, smussando gli spigoli, anche per quanto riguarda il mostrare e la gestione del punto di vista. Il terzo è quello di imparare a caratterizzare fisicamente e psicologicamente un personaggio senza renderlo un essere insopportabile o una sagoma di cartone.
Fate partire nella vostra mente (o su Youtube) la sigla di Doctor Who perché oggi parliamo di… FANTASCIENZA! Yay.
Ok, partiamo col dire che non sono il più grande patito del genere. Da piccolo ho letto Cronache della galassia e metà di Il crollo della galassia centrale di Asimov e li ho belli che dimenticati – anche se mi dicono dalla regia che la Trilogia della Fondazione è un pilastro della speculative fiction e che quindi devo inserirla di rigore nella lista dei libri da leggere. Ho letto un solo romanzo di Dick, uno minore, I simulacri, e solo perché si legava in qualche modo al concetto di società simulacro teorizzato dal sociologo Jean Baudrillard, e quindi per mera deformazione professionale. Poi ho letto Tommyknockers e L’acchiappasogni di King che però è meglio se ci stendiamo sopra un velo pietoso.
Insomma, non sono mai stato un lettore fi fantascienza, ma devo ammettere che la space opera mi è sempre piaciuta. Il concetto che sta alla base, più che altro. Anche se non siamo più negli anni della Guerra Fredda e il programma spaziale della NASA è ridotto all’osso, il fascino di leggere di avventure ambientate nello spazio esterno, razze aliene, coloni umani e tecnologie evolutissime esercita su di me ha sempre fatto presa.
A febbraio, mentre mi preparavo spiritualmente all’uscita di Mass Effect 3 ho deciso di comprare qualcosa di Peter F. Hamilton, autore britannico contemporaneo che scrive appunto space opera. Alla fine ho scelto Pandora’s Star, il primo volume della saga del Commonwealth, un mattoncino di 988 pagine che ho impiegato oltre sei mesi a finire.
Intanto facciamo un minimo di contesto. La Commonwealth Saga è composta da due romanzi più un prequel e si collega alla successiva Void Trilogy perché è ambientata nello stesso universo e si reincontrano alcuni dei personaggi. In sostanza i libri sono:
Misspent Youth (2002, prequel)
Pandora’s Star (2004, Commonwealth #1)
Judas Unchained (2005, Commonwealth #2)
The Dreaming Void (2008, Void #1)
The Temporal Void (2009, Void #2)
The Evolutionary Void (2010, Void #3)
Io ho acquistato, in uno slancio di ottimismo, sia Pandora’s star sia Judas Unchained e, come dicevo poco sopra, ci ho messo sei mesi abbondanti per finire il primo. Il motivo? Non solo la lunghezza…
La scheda del libro
Pandora’s Star (Commonwealth Saga #1) di Peter F. Hamilton
Pubblicato da Ballantine Books
Anno 2004
988 pagine
Prezzo di copertina 8.99$
Il libro su Amazon
Che cosa succede
Come ogni space opera che si rispetti, l’universo di Pandora’s Star è popolato da alieni misteriosi, colonie umane e invenzioni scientifiche rivoluzionarie. Ma andiamo con ordine. Innanzitutto il genere umano ha fatto un enorme balzo avanti grazie alla scoperta dei mass relay della tecnologia per creare i wormhole, il che ha consentito all’umanità di espandersi a macchia d’olio nella galassia e di colonizzare mondi a più non posso. Inoltre la vita umana si è potenzialmente allungata all’infinito grazie alla re-juvenation (la cui scoperta è narrata nel prequel Misspent Youth), una tecnologia che consente, in sostanza, di “stoccare” la propria memoria in una banca dati e “reinstallarla” in un nuovo corpo geneticamente modificato una volta che il vecchio ha superato una certa età. È anche possibile “resuscitare” un individuo morto semplicememnte downloadando in un nuovo corpo creato in laboratorio il file di backup contenente tutti i suoi ricordi.
La storia vera e propria, però, comincia quando l’astronomo Dudley Boose scopre che due stelle sono misteriosamente scomparse e ipotizza che siano state racchiuse all’interno di una enorme sfera di Dyson. Una spedizione guidata dal comandante Wilson Kime, membro della spedizione che ha portato l’uomo su Marte e uno dei pochi “esploratori spaziali” rimasti dopo il boom dei viaggi tramite wormhole, è incaricato dal Commonwealth di fare luce sul mistero, scoprendo che cosa è realmente successo alle due stelle, chi ha eretto la sfera di Dyson e se lo ha fatto per proteggere sé stesso da una minaccia esterna o per imprigionare una specie aliena pericolosa.
Parallelamente alla scoperta di ciò che realmente sta accadendo alla coppia di Dyson si snodano una serie di altre avventure. Pandora’s Star è un romanzo corale che conta una quintalata di personaggi principali. Notevole e importante per la trama è la vicenda di Paula Myo, investigatrice che non sbaglia un colpo, che da secoli è impegnata a contrastare il terrorista Adam Elvin, che lavora per un gruppo chiamato Guardians of Selfhood, convinto che un’entità aliena, lo Starflyer, stia controllando i vertici politici del Commonwealth. Ufficialmente lo Starflyer viene trattato alla stragua di una leggenda metropolitana, ma mano a mano Paula Myo scopre che potrebbe esserci un fondo di verità.
Inoltre c’è Ozzie Isaac, il co-creatore della tecnologia dei wormhole, che è convinto che la soluzione agli interrogativi generati dalla coppia di Dyson sia da cercare dai Silfen, una forma di alieni simili a elfi e quasi soprannaturali. Per questo parte in un lungo viaggio lungo i sentieri dei Silfen, accompaganto solo da un ragazzo di nome Orion.
Ci sono come minimo un’altra badilata di storie, ma queste tre sono le principali, e quelle che occupano più spazio.
Che cosa ne penso
Pandora’s Star è una space opera dal respiro epico. Lunga quasi mille pagine nell’edizione economica, presenta decine e decine di personaggi e si snoda in un periodo di un centinaio di anni.
Non è solo fantascienza nel senso più canonico del termine perché, oltre alla presenza di teconologie futuristiche, il libro vede anche elementi fantasy, i Silfen, e, per lo meno nella storyline di Paula Myo, anche di elementi di police procedural.
E qui veniamo subito al primo problema: nonostante una commistione di generi così variegati e un’infinità di personaggi, il romanzo sembra sempre alla ricerca di un’identità precisa che, però, fatica a trovare. La colpa risiede anche nell’eccessiva prolissità di Hamilton, che alle volte la tira un po’ troppo lunga. Ad esempio, la scena che introduce Justine Burnelli la vede impegnata in una discesa in aliante, che ha zero rilenvanza sulla trama ed è utile solo per “stabilire il personaggio”, per un totale di dieci e passa pagine, o ancora, le infinite peregrinazioni di Ozzie e Orion che, per più di metà libro, non fanno altro che camminare, camminare e camminare. Capisco che siano magari scene necessarie per lo sviluppo futuro della storia, ma sono davvero sbilanciate quando, dall’altra parte dell’universo, si sta verificando l’incontro con una civiltà aliena forse aggressiva o un complotto internazionaleplanetario di dimensioni e portata sconvolgenti.
Inoltre i personaggi sono davvero troppi, e a volte si fa fatica a tracciare chi è chi e chi fa cosa.
Ok, visti i miei gusti letterari, suona un po’ un controsenso…
Ma per affrontare il vero motivo per cui questo tomone di epica fantascienza mi ha lasciato, alla fin fine, quasi del tutto indifferente, occorre fare una piccola digressione.
Battlestar Galactica, la serie reimmaginata del 2004, è una delle mie serie tv preferite di sempre. Nonostante si perda un po’ in chiacchiere teologo-metafisiche, BSG è per la maggior parte un’avventura epica per la salvezza della razza umana, con personaggi profondi e a tuttotondo, un’efficacissima resa della tensione narrativa e del conflitto e scene memorabili a ogni episodio.
And also, boobies
Per chi non lo sapesse, BSG narra le vicende della Galactica che guida una flotta di sopravvissuti della razza umana all’attacco dei Cylon, robottoni sintetici creati dall’uomo e che in seguito si sono evoluti e ribellati. Caratteristica fondamentale dei Cylon è che, in quanto macchine, non possono morire: anche quando il loro corpo fisico viene distrutto, la loro coscienza può essere trasferita in un nuovo corpo, di fatto rendendoli immortali. Suona già una campanella?
Funziona alla grande dal punto di vista del conflitto perché i Cylon sono parecchio determinati a distruggere la razza umana e quindi il fatto che si reincarnino li rende gli antagonisti perfetti, perché sono in una posizione di grande vantaggio rispetto agli umani, i protagonisti per cui lo spettatore è portato a tifare.
Non a caso, uno degli episodi migliori di Battlestar Galactica – tre episodi, a onor del vero – è quello in cui gli umani distruggono la Resurrection, la nave Cylon in cui sono immagazzinate le coscienze dei Cylon, rendendoli di fatto mortali e quindi vulnerabili.
Nell’universo di Hamilton, invece, accade l’opposto.
Abbiamo una società in cui la scienza ha sconfitto la morte, il che teoricamente è fantastico perché apre a svariate situazioni che il sociologo che è in me trova molto interessanti. Ma nel momento in cui si inserisce l’elemento del conflitto, in questo caso una guerra tra razze aliene, essere virtualmente immortali è come usare la godmode in un videogame. Non intendo dire che è scorretto, ma di sicuro non è altrettanto interessante. Il conflitto non è molto interessante quando una delle due parti è immortale, o meglio, non lo è quando a essere immortale è la parte per cui si suppone il lettore debba tifare.
In Battlestar Galactica l’immortalità dei Cylon funzionava magnificamente come elemento di conflitto perché non solo i Cylon sembravano essere sempre un passo davanti agli umani, ma anche perché la loro immortalità li rendeva dei nemici difficilissimi da sconfiggere.
Il conflitto funziona meglio quando la parte per cui si suppone che il lettore/lo spettatore tifi è in posizione di perenne svantaggio e lotta contro un antagonista molto più potente. In Pandora’s Star, invece, l’unico vantaggio che gli alieni di Dyson hanno è l’effetto sorpresa e, sostanzialmente, che gli umani sono un mucchio di stupidi burocrati. Ma l’ansia che deriva da uno scontro con una forza estremamente più potente non si sente mai, proprio perché è il genere umano a essere avvantaggiato nel conflitto. Per fare un paio di esempi, la parte centrale del romanzo, alla fine del primo atto (essendo la saga del Commonwealth composta da due volumi, la struttura narrativa classica in tre atti sembra essere divisa di modo che ad ogni volume corrisponda un atto e mezzo), riguarda la nave guidata da Kime che finalmente raggiunge la coppia di Dyson e ha un primo contatto con gli aliemi. Ovviamente gli alieni si rivelano ostili e Kime perde due uomini, uno dei quali proprio Dudley Bose, che vengono catturati dalla forza aliena. Ora, questo escamotage è importante perché dà modo a MorningLightMountain, l’alieno, di estrapolare dai due prigionieri le conoscenze di base riguardo la società umana, che poi gli saranno utili una volta che attaccherà il Commonwealth. Era un punto della trama che doveva esserci, insomma. Il problema però è che Hamilton spende parecchia energia per tratteggiarlo come un momento drammatico di conflitto: per la prima volta l’antagonista si palesa nelle sue intenzioni e colpisce il protagonista. Solo che non è così, perché Dudley Bose e l’altra astronauta catturata con lui sono immortali, e difatti, una volta uccisi, vengono fatti rivivere e li reincontriamo pochi capitoli dopo. Capite che questo smorza di parecchio la tensione. Lo stesso dicasi per le scene degli attacchi, nel finale. Ok, è drammatico e concitato, ma alla fine della fiera nessuna di quelle persone è veramente morta, e quindi perché dovrei essere in ansia per il genere umano, visto che è chiaramente overpowered?
In sostanza, apprezzo l’idea di una società in cui la morte è stata sconfitta e tutte le implicazioni che ciò porta con sé, però da un punto di vista narrativo non posso fare a meno di notare che quest’idea ammazza il conflitto. E un libro di mille pagine senza un vero e proprio conflitto è solo un fermaporte. Diverso sarebbe stato, ad esempio, se MorningLighiMountain, in possesso delle conoscenze di Dudley Bose, avesse deciso che lanciare un attacco in grande scala contro il genere umano sarebbe stato inutile se prima non avesse distrutto le banche dati che ospitano i file di backup necessari per le procedure di re-life. In questo modo, il genere umano si sarebbe trovato di punto in bianco impotente contro un nemico, questa voltà dì, estremamente più forte. Purtroppo così non è stato, e la storia ne ha risentito.
In conclusione
Perché ci ho impiegato sei mesi a finire questo romanzo? Un po’ perché dopo la delusione che è stata Mass Effect 3 la fantascienza mi è scesa un pochetto, ma soprattutto perché, per la sua mole, Pandora’s Star presenta un paio di difetti che me l’hanno reso una lettura non facile. Primo su tutti la presenza di un conflitto che vede l’equilibrio dei poteri troppo sbilanciato in favore dei protagonisti, il che rende il tutto poco interessante da leggere. Poi c’è lo stile di Hamilton, semplice e lineare quanto volete, ma troppo fissato su dettagli non fondamentali che annacquano la storia. Taglia, Peter, taglia.
Ciò detto, l’idea che sta alla base di Pandora’s Star, per quanto classica, è trattata con la dovuta cura, e la società ipertecnologica in cui il Commonwealth vive e cresce è senza dubbio interessante. Non priva di difetti narrativi, ma comunque interessante. Alcuni personaggi sono ben riusciti, altri non si discostano molto dallo stereotipo, altri ancora sono mere sagome di cartone. È interessante la resa della parte meno “scientifica” del romanzo, quella che sconfina nel fantasy, ma il tutto risulta annacquato da uno stile troppo prolisso.
L’idea generale, però, resta quella che Hamilton abbia scelto di non correre troppi rischi, andando sul sicuro con una storia d’impianto classico e non azzardandosi a spingersi verso l’ignoto, in più cannando magistralmente il bilanciamento del conflitto.
Salve e benvenuti a un nuovo episodio di “Blogger rancorosi e senza vita sociale che si divertono a stroncare i sogni e le speranze dei talentuosi scrittori esordienti italiani”. O, come si usava dire quando c’era lui, una recensione.
Il romanzo di oggi è Il trono delle ombre di Giovanni Pagogna, un fantasy scritto da un autore italiano esordiente e pubblicato niente meno che da Rizzoli – il che, assieme ad aver riproposto tutta la saga di Sitael di Alessia Fiorentino, dimostra quanto poco ci capisca la Rizzoli di fantasy. Un macaco. Propongo un macaco come direttore editoriale della collana fantasy della Rizzoli. Un macaco che lancia palline di sterco su un tabellone sul quale sono segnate tutte le proposte editoriali. Quella con più merda addosso viene pubblicata.
A ben pensarci non sono poi convinto che il processo di selezione adoperato ora sia tanto diverso, visti i risultati.
Sì, non so se l’avete notato, ma sono un po’ alterato. Il motivo è presto detto – e, no, non è che ho buttato nel cesso 18€ per una fetecchia. Il trono delle ombre doveva essere un buon romanzo. Perché non era un paranormal romance per minus habens. Stando alla quarta di copertina, dovevamo avere:
Rituali necromantici, spietati complotti, battaglie violente e sanguinarie, nel primo avvincente episodio di una nuova saga fantasy.
Capito? Questo doveva essere un fantasy brutto sporco e cattivo, uno di quelli per cui io stravedo. E, a dire la verità, i rituali negromantici, gli spietati complotti, le battaglie violente e sanguinarie ci sono. Ma allora qual è il problema? Che non è avvincente. Ma proprio per niente.
Ok, andiamo con ordine e vediamo insieme perché Il trono delle ombre di Giovanni Pagogna è un grande buco nell’acqua e l’ennesima occasione sprecata per avere un fantasy decente scritto da un esordiente italiano e pubblicato da una GCE.
La scheda del libro
Il trono delle ombre (Le Cronache della Corona Nera #1) di Giovanni Pagogna
Pubblicato da Rizzoli
Anno 2012
342 pagine
Il libro su Amazon
Che cosa succede
Yanvas è un eroe di guerra. Dopo aver ottenuto una vittoria schiacciante contro gli Eidr, l’impero Cloviano per il quale combatte gli tributa ogni genere di gloria e onore. In più suo padre gli ha arrangiato un matrimonio con la bellissima Sylia. Proprio quando la vita da militare sembra essere un capitolo concluso, Yanvas riceve un ultimo incarico e, da soldato ligio al dovere qual è, non esita a farsene carico. Peccato che qualcuno stia tramando contro di lui e lo stia usando come pedina in un gioco molto sporco.
Seguono perdita dell’onore, rivelazione di segreti inconfessabili, rivelazioni di segreti che avrebbe capito anche un cactus, un pizzico di negromanzia e poi boh, perché ho smesso di leggere.
Non mi sento colpevole. Ho letto 245 pagine su 342 e, anche se me ne mancavano meno di un centinaio, non ce l’ho fatta lo stesso a proseguire.
Già, sto recensendo un romanzo che non ho finito di leggere. Che cosa esecrabile. Con che coraggio mi permetto di fare una cosa del genere? La ragione è presto detta: se un libro mi fa venire voglia di strapparmi le palle a morsi per la noia per duecentoquarantacinque lunghe, agonizzanti pagine, difficilmente migliorerà nelle cento scarse che gli restano. E, in ogni caso, si merita veramente che io continui a leggerlo?
Che cosa ne penso
Il problema, per l’appunto, è che Il trono delle ombre è proprio quel genere di libro che ti fa venire voglia di castrarti a morsi solo per sentire qualcosa, per scuoterti dal coma che la lettura ti ha provocato.
Il maggiore problema di Giovanni Pagogna, l’autore, infatti, è che non sa scrivere. E con questo non intendo che, come molti suoi colleghi, avrebbe bisogno di una ripassata alla grammatica della lingua italiana. A onor del vero, Pagogna è in possesso di un vocabolario molto corposo e di una prosa anche ricca, che più di una volta ha lasciato intravedere scintille di vitalità. Ma scrivere non è solo questo.
Per dio, ti sei messo in testa di scrivere un fantasy brutto-sporco-e-cattivo, con complotti, giochi di potere, macchinazioni, tradimenti e un pizzico di negromanzia: devi usare un tono appropriato. Devi creare ritmo, suspense. Devi, non è che puoi; è un imperativo categorico assoluto, non un suggerimento.
Giovanni Pagogna non sa scrivere perché non è stato in grado, neppure con tutto il materiale che aveva sotto mano, di creare un solo momento ritmato o incalzante. E questo, per me, è non saper comunicare emozioni al lettore. Quindi non saper scrivere.
Un esempio lampantissimo è la dimensione media dei paragrafi. Ora, che la struttura del periodo contribuisca a creare il ritmo del testo è cosa arcinota. Una struttura paratattica dovrebbe contribuire a dare un senso d’attesa. Grammatica di prima media. In più c’è la disposizione del testo in paragrafi – e quella non la insegnano a scuola. Però non è che ci voglia molto a capire che un lunghiiiiiiiiiiiissimo wall of text di una pagina e mezza non trasmette la stessa sensazione incalzante di una serie di piccoli paragrafi. Questo, ed è anche molto meno comoda da leggere. Il trono delle ombre è disseminato di paragrafi lunghi come Guerra e Pace. Non solo nei punti in cui le informazioni vengono letteralmente vomitate addosso al lettore (oh, arriveremo anche a questo), ma soprattutto, cosa ancora più grave, nelle scene d’”azione”, quelle che dovrebbero elettrizzare il lettore, incatenarlo alla pagina, e che invece sono piacevoli come il funerale di mio nonno.
Poi c’è l’infodump. I primi capitoli da soli sono un atroce pozza di vomito acidulo di informazioni non richieste sul background storico dei luoghi del romanzo e delle vite dei personaggi. Una cosa illeggibile.
Date uno sguardo all’anteprima, per farvi un’idea. Il capitolo 1 l’hanno omesso, perché è quello scritto peggio, ma leggetevi il 2 e ditemi che la storia di Sulion Talendyr e di come ha perso la gamba vi ha tenuti incollati alla pagina perché, per dio, volevate sapere vita morte e miracoli di un personaggio che avete conosciuto da tre paragrafi.
Non-si-scirve-così, per dio.
Dare informazioni sul proprio mondo non è male. L’”info” in infodump è cosa buona, giusta e talvolta necessaria. Il problema è il “dump”, quando scarichi sul lettore nozioni di cui non potrebbe fregargli di meno nel momento in cui legge. Magari la storia della gamba di Sulion è importante, magari ha contribuito a plasmare la sua personalità, ma sbatterla in faccia al lettore appena incontra il personaggio è, nell’ordine, inelegante, noioso e indice di pessima scrittura. Ci sono dozzine di modi per dare informazioni al lettore senza sottoporlo a una conferenza dal titolo “Io sono l’autore del libro e ora voi ascoltate il processo di worldbuilding perché sì”, e Giovanni Pagogna non ne conosce neanche uno.
E vabbè, direte, è una cosa isolata. Manco per niente. Tutti i personaggi sono introdotti in questo modo: prima il lettore viene torturato con una mini biografia stile Wikipedia (italiana, perché fa cagare a spruzzo), poi, forse, il personaggio fa qualcosa. Ma già lì l’interesse è sceso sotto le scarpe. L’unica scena minimamente interessante è quando Airril, un soldato agli ordini di Yanvas, si introduce nel campo dei nemici, di cui non conosce la lingua. Ed è una buona scena perché non si sprecano venti minuti a leggere la storia di quando Airril era piccolo e suo padre non gli voleva bene, si passa direttamente all’azione. Ma è una scena in quarantuno capitoli, cioè una cosa che è capitata per caso.
In conclusione
Ci sarebbero molte altre cose da dire si Il trono delle ombre, tipo che i dialoghi suonano falsissimi, tipo che i personaggi sono schematici, quasi senza spessore, tipo che alcuni colpi di scena sono prevedibilissimi (il fratello di Yanvas? Didn’t see that coming…), tipo che le relazioni tra i personaggi sono ridotte all’osso e la storia d’amore che dovrebbe motivare Yanvas è più imposta dall’alto che costruita sulla base della personalità dei due amanti (Goodkind, Gemmell e ora Pagogna: ci sarà un autore fantasy in grado di scrivere una storia d’amore decente?). Ma la verità è che passa tutto in secondo piano alla luce della pessima scrittura, che resta il difetto principale.
Il trono delle ombre è un romanzo estremamente noioso, senza vitalità, una lagna che, a momenti, neanche gli struggenti monologhi di Bella di Twilight. Ma per lo meno in Twilight gli striggenti monologhi di Bella sono il FULCRO del libro. Il trono delle ombre no, Il trono delle ombre doveva essere un fantasy brutto-sporco-e-cattivo e invece è solo un polpettone illeggibile pieno zeppo di informazioni non richieste.
Mai e poi mai mi sarei immaginato di leggere un romanzo che parla di intrighi e giochi di potere che fosse al contempo così noioso. E invece ce l’ho fatta. Grazie, fantasy italiano. Continua a non smentirti mai.
Voto finale
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Capitolo letture future: finisco Dimitri e poi mi butto su Goodkind numero 6, ok?
La cosa bella della Spada della Verità è che non devo più scrivere lunghi preamboli introduttivi, perché ormai il mio lettore medio sa già cos’è lecito aspettarsi da quei libri: un fantasy sciatto, scritto male, con personaggi piatti e una storia noiosa risollevata, di tanto in tanto, da qualche trovata tanto ridicola da essere meravigliosa. Per cui… non scriverò un lungo preambolo.
Ebbene sì, è arrivato il momento di infilarci guanti di gomma, copriscarpe e mascherina per affrontare insieme un nuovo romanzo fantatrash di Terry Goodkind!
La scheda del libro
L’anima del fuoco (La spada della verità vol. 5) di Terry Goodkind
Titolo originale: Soul of the Fire
Pubblicato in Italia da Fanucci
Anno 1999
644 pagine
Il libro su Amazon (attualmente a 14,37€, un prezzo che non vale proprio la pena… scaricatelo dal mulo che è meglio)
Che cosa succede
I romanzo si apre con i nostri amati Richard e Kahlan che consumano la loro luna di miele nel villaggio del Popolo del fango. Tutto sembra tranquillo fino a che non arriva… la svolta mystery!
I raggi obliqui del sole conferivano alle ombre un’aria ancor a più impenetrabile.
Richard continuava a studiare le ombre e fece un gesto. Kahlan guardò oltre il muretto.
Una piccola nuvola di piume fluttuava nella fresca aria del mattino e sotto di essa c’era la carcassa di una gallina.
Oh, no, qualcuno ha assassinato una gallina! Ebbene sì, la pace e la tranquillità di Richard e Kahlan sono minacciate da un nemico misterioso.
Determinato a risolvere il brutale assassinio della gallina, Richard parla con Zedd, e viene fuori che Kahlan, sul finale del libro precedente, ha evocato delle pericolosissime creature chiamate Rintocchi per salvare la vita a Richard. Donne, la loro pericolosità aumenta in maniera direttamente proporzionale alla loro distanza dalla cucina.
Ma Zedd si affretta a fugare i timori di Richard sul ritorno dei Rintocchi perché, per evocarli:
«Tra le altre cose, per esempio, Kahlan dovrebbe essere la tua terza moglie.»
Ok, questa è una cosa strana da pretendere come prerequisito per un incantesimo. Comunque, Richard si tranquillizza perché, dice, Kahlan è solo la sua seconda moglie, visto che in precedenza era anche stato sposato con Nadine. Ennò, bello mio, Kahlan è la terza mogliettina, la seconda è Nadine e la prima è Du Chaillu, la tizia degli uomini senza padrone, quella del secondo libro.
Com’è che mi ricordo io una roba del genere e non Richard? Come posso prendere sul serio questa saga se nemmeno i protagonisti prestano attenzione a quello che succede loro?
E sapete qual è la cosa divertente? Che ai tempi in cui recensii l’orribile secondo volume, mi venne fatto notare da una persona che si diceva fan della saga che, no, Du Chaillu e Richard non erano sposati, e che pertanto io ero stupido. E adesso come la mettiamo, eh? Oh, sembra che qualcuno avesse ragione e che quel qualcuno sia io… scusatemi mentre faccio il balletto dell’io-ho-ragione-e-tu-no.
Ma poi vogliamo parlare del cavillo della terza moglie? Che idiozia apocalittica non è? Non ha un briciolo di senso, perché il matrimonio è un costrutto sociale che muta nel corso del tempo, chi ha “creato” i rintocchi non aveva modo di sapere che cosa, a distanza di millenni sarebbe stato considerato “matrimonio” e cosa no. E allora per quale motivo i Rintocchi sono liberi?
Ah, giusto, grazie SpongeBob.
Torniamo a noi. L’exposition di Zedd viene interrotta da un urlo, ma è solo un bambino che si è fatto male mentre giocava. Già, ma…. CHI gli ha fatto male?
«Cosa lo ha graffiato?» chiese Richard.
«Ka chenota» rispose la donna, dopo aver sentito la domanda.
«Una gallina» disse Richard, anticipando la traduzione della moglie. «È stata una gallina ad attaccare tuo figlio? Ka chenota?»
Oh, no, è la fine!
Questo mette in chiaro che l’Evil Chicken of Doom è il main villain del prologo, giusto? Sembra quasi che Goodkind sia in forma, a ‘sto giro.
Le morti misteriose al villaggio del popolo del fango non si placano e, quando un neonato nasce morto, Richard capisce che c’è una sola cosa da fare per affrontare questo temibile nemico.
Richard sbirciò il passaggio, fischiò e fece cenno ai cacciatori della scorta di avvicinarsi, quindi si girò verso Kahlan afferrandola per un braccio. «Di’ loro di chiamare altri uomini. Voglio che radunino tutte le galline…»
LOL! Scusate, so che è infantile da parte mia e ho anche capito qual è il discorso di Richard, ma il tono solenne con cui impartisce l’ordine è… semplicemente ridicolo.
La notte successiva, Richard non si trova. Kahlan va a cercarlo e trova… una gallina che becca gli occhi di un cacciatore morto! Che l’epico scontro abbia inizio!
«Shoo!» Kahlan agitò le mani. «Shoo!»
Doveva essere entrata per mangiare gli insetti, non poteva essere altrimenti.
Non c’erano altre spiegazioni.
«Shoo! Lascialo in pace!»
Il pennuto alzò la testa, drizzò le penne ed emise un sibilo.
Kahlan arretrò.
La gallina si girò verso di lei continuando a tenere gli artigli piantati nel corpo del giovane cacciatore, quindi inclinò la testa. La cresta si piegò di lato e il bargiglio prese a ondeggiare.
«Shoo!» sussurrò Kahlan.
Non c’era abbastanza luce e, inoltre, un lato del becco era sporco, quindi Kahlan non era in grado di dire se aveva una macchia scura. Ma non era necessario vederla.
«Dolci spiriti, aiutatemi voi» pregò Kahlan sottovoce.
La gallina chiocciò. Era un suono simile a quello delle altre galline, ma nel suo intimo Kahlan sapeva che non era la stessa cosa.
Oh, l’epicità di questo scontro! Al diavolo il Fosso di Helm o il duello ordalico tra Gregor Clegane e Oberyn Martell, QUESTO è uno scontro fantasy degno di tale nome!
Per la cronaca, El Pollo Diablo è il comandante supremo delle Evil Chicken of Doom
Ok, ok, a onor del vero non è malvagia come sequenza. È solo che una gallina è l’animale meno minaccioso del mondo e Kahlan che viene sottomessa dall’Evil Chicken of Doom è semplicemente una scena ridicola da visualizzare.
Alla fine, com’era lecito aspettarsi, arriva Richard e uccide l’Evil Chicken of Doom. Poi spunta Zedd che comunica a Richard che non si trattava affatto di un Rintocco, ma di un’Insidia evocata dagli adoratori del guardiano.
La mattina seguente, Zedd e Ann stanno male. Stando a quanto dicono, le Sorelle dell’Oscurità, evocando l’Insidia, hanno dato il via a un processo di degenerazione di tutta la magia, cominciando da quella aggiuntiva per poi arrivare a quella detrattiva. E visto che il mondo in cui si svolgono le vicende si basa pesantemente sulla magia, le conseguenze si preannunciano devastanti.
Sembra un buon plot. Sono curioso di vedere come riuscirà Goodkind a mandarlo in vacca…
Per fortuna che Zedd sa che nel Mastio del Mago è custodito un contro incantesimo che ha la forma di… vapore in bottiglia. Richard deve raggiungerlo e liberarlo usando la spada della verità prima che sia troppo tardi. La main quest vi sembra assurda? Aspettate, perché il nostro Goodkind potrebbe sorprendervi, questa volta.
Intanto spostiamoci nel regno di Anderith, facciamo conoscenza di un ragazzo di nome Fitch che non sarà in alcun modo influente per lo sviluppo della trama, ma che Goodkind ha messo lì per spiegarci un po’ com’è la situazione nel regno. Ad Anderith ci sono due razze: gli Ander e gli Haken. Gli Ander sono la razza dominante, mentre gli Haken sono poco più di schiavi. Nel passato, gli Haken hanno soggiogato la popolazione Ander, ma poi la situazione si è ribaltata perché la trama dice così e ora sono loro ad essere paria sociali. Gli Haken sono relegati ai lavori più umili, non possono avere un cognome e, con cadenza regolare, devono partecipare a incontri di penitenza in cui un Ander spiega loro quanto siano intrinsecamente cattivi descrivendo scene di stupri (perché che cosa dice cattivo in un romanzo di Goodkind se non uno stupro?). Le assemblee di penitenza potrebbero essere anche lette come una critica alla religione cattolica, in parte fondata sul senso di colpa? Forse, ma visto che l’autore in questo caso è Goodkind, penso proprio di no. Anche perché, Anderith ci offre un’altra succosa occasione di critica sociale, talmente goffa e mal riuscita da valere, da sola, il prezzo del libro (no, scherzo, niente vale il prezzo di un libro di Goodkind, NIENTE!).
Anderith è governato da un monarca elettivo che è un capo politico e religioso, ma il vero potere risiede nelle mani del ministro della cultura, Bertrand Chanboor, e di sua moglie, Hildemara Chanboor. BC e HC. Tenetevi forte, Bertrand Chanboor e Hildemara Chanboor sono le versioni spadadellaveritevoli di Bill e Hillary Clinton, che evidentemente a Goodkind non vanno molto a genio. Già. Com’è andato l’esperimento di satira sociale? Dai, cosa vi aspettate…? Bertrand Chanboor è uno stupratore e Hildemara Chanboor è un cesso, questo è il livello di satira che ci regala Goodkind, una roba indegna perfino di una prima elementare.
Torniamo ora da Zedd, che in realtà non sta affatto male e ha solo finto di essere indebolito per mandare Richard nel Mastio del Mago, dove sarebbe stato protetto dai Rintocchi, che sono sempre stata l’unica vera minaccia. Ha senso tutto questo? Zedd ha detto che l’ordine in cui scompare la magia è prima aggiuntiva e poi detrattiva, e Richard è l’unico dei buoni in possesso di entrambi i tipi di magie. Così Zedd si ritrova a fronteggiare i Rintocchi senza magia quando avrebbe potuto servirsi dell’aiuto di Richard, che ancora avrebbe la magia detrattiva una volta che l’aggiuntiva fosse scomparsa. Makes perfect sense.
Uff, tutto ciò mi confonde. Per favore, che qualcuno stupri una donna!
E Goodkind ha dato ascolto alle mie preghiere, perché nel capitolo immediatamente successivo, di nuovo ad Anderith, Beata, l’amyketta di Finch, viene brutalmente stuprata da NonBillClinton. Grazie al cielo Teresino non si smentisce mai.
A quanto pare, NonBillClinton è in procinto di allearsi con Jagang e quindi lo stupro serve solo per rimarcare, qualora ve ne fosse il dubbio, che lui è… IL CATTIVOOOOOO!
Intanto, Dalton Campbell, vice di NonBillClinton intrigheggia con Finch per assicurarsi che il ministro succeda al re dopo la sua morte. Dalton assegna a Finch l’incarico di spiare un’altra donna che è stata stuprata da NonBillClinton, e che intende denunciare il fatto. Segue una scena in cui Fitch e un complice picchiano NonMonicaLewinski per costringerla al silenzio. Vi dirò, per quanto fosse una scena di cattivo gusto, l’ho trovata genuinamente buona, nel senso che è stata in grado di disturbarmi. Una cosa sorprendente, se si pensa che proviene dall’autore dell’Evil Chicken of Doom di poco prima…
Durante la nostra permanenza ad Anderith apprendiamo anche che il regno di NonBillClinton è in possesso di un arma “definitiva” che si chiama Dominie Dirtch e che è talmente potente da essere in grado, perfino, di eliminare completamente l’esercito dell’Ordine Imperiale. Teniamo da parte questa informazione perché ci verrà utile in seguito. Quando si rivolterà contro sé stessa.
Dato che Stein, l’ambasciatore di Jagang presso Anderith, ha un cognome ebreo, offre a NonBillClinton un vantaggioso accordo economico per incentivarlo ad unirsi all’Ordine Imperiale. In più, Stein non richiede alla popolazione di Anderith di partecipare direttamente alla guerra, ma solo di fornire provviste. Lo vedi, Richard, signorino o-con-me-o-contro-di-me-non-c’è-via-di-mezzo? È così che ci si fanno degli alleati. Ci voleva un infido giudeo dal naso adunco per arrivarci?
Ma continuiamo con gli intrighi politici di Dalton e NonBillClinton che…
«Laggiù» disse Richard avvicinandosi a Kahlan e indicando al tempo stesso l’orizzonte. «Vedete quel piccolo ammasso di nubi scure di fronte alla parte più luminosa?» Attese che la moglie annuisse. «Là sotto, un po’ spostato sulla destra.»
Oh, no, è vero che ci sono anche Richard e Kahlan nella storia.
ಠ_ಠ
Richard incontra Chandalen che a sua volta si è imbattuto uno straniero che chiede di parlare con Richard. E lo straniero è…
L’ombra di un sorriso apparve sulle labbra della nuova arrivata. Un attimo dopo la donna si inginocchiò a sua volta senza dire una parola, sfiorò il terreno con la fronte e baciò la punta degli stivali di Richard.
«Caharin» sussurrò in tono riverente.
Richard si abbassò e alzò frettolosamente la donna prendendola per le spalle.
«Il mio cuore è colmo di gioia per la tua vista, Du Chaillu, ma cosa ci fate qua tu e i tuoi uomini?»
Ha! Lo sapevo che la moglie #1 sarebbe ritornata! E lo sapevo per lo stesso motivo per cui so cos’è un incesto: da piccolo mia nonna mi faceva guardare Beautiful.
Lo so, non è una cosa di cui vado fiero…
Segue spiegone di ciò che è successo tra Richard e Du Chaillu nel secondo libro – qualcosa di cui faccio volentieri a meno e che mi piacerebbe dimenticare, grazie. Ancora una volta, però, a onore di Goodkind, la reazione che ha Kahlan all’incontro tra Richard e Du Chaillu riesce, da sola, a redimere un capitolo altrimenti noioso come un pranzo di Pasqua.
Appreso che l’Ordine Imperiale è diretto ad Anderith e che il regno in questione è stato fondato da un mago che, in passato, ha avuto a che fare coi Rintocchi, Richard decide che si va tutti da NonBillClinton. Sono sicuro che vista da lontano questa cosa ha senso, per cui andiamo avanti.
Proseguiamo apprendendo qualcosa in più sul Dominie Dirtch, la temibile arma che difende Anderith, e sul suo funzionamento:
«Il Dominie Dirtch è una linea difensiva situata nelle praterie a poca distanza dal confine di Anderith. È una lunga fila di gigantesche campane poste a una certa distanza tra loro e disposte lungo tutto il confine del regno.»
E ancora:
«La parte posteriore di ogni campana ricorda… uno scudo ed è stata lavorata come se facesse parte della stessa pietra del basamento. Anzi, ricorda il riflettore che viene messo dietro le lampade. Ogni campana è sorvegliata da un soldato giorno e notte. Quando viene dato l’ordine, il soldato si posiziona dietro il riparo e il Dominie Dirtch, le serie di campane, sono colpite con un lungo batacchio di legno.
«Il rintocco che emettono è molto profondo, almeno così dicono quelli che lo hanno ascoltato stando dietro i ripari. Nessuno di quelli che hanno attaccato Anderith è stato mai in grado di dire come fosse il suono dall’altra parte perché nessuno è mai sopravvissuto.»
Prego focalizzare la propria attenzione sulla parte in cui l’arma più potente del mondo è sorvegliata da un soldato. Uno. Umh, mi domando se questo avrà un qualche peso nel finale…
Richard era stupefatto. «Cosa fanno quelle campane? Quali sono gli effetti del suono?»
Kahlan accartocciò il filo d’erba.
«Strappa la carne dalle ossa.»
Uuuh, nasty!
«Io stessa ho visto gli effetti di quell’arma. Una volta un popolo primitivo che abitava le praterie cercò di compiere una scorreria perché un soldato di Anderith aveva infastidito una loro donna.
Giusto perché non sorgano dubbi sul fatto che il popolo di Anderith è intrinsecamente cattivo. Un soldato ha infastidito una loro donna, il che nel magico mondo di Goodkind può voler dire solo una cosa.
Quindi, riassumendo: gli Ander sono kattivi che non hanno idea di come si faccia la guardia a un’arma apocalittica, il Dominie Dirtch odora di fuffa a millemila chilometri di distanza, e Richard vuole andare ad Anderith perché sì. Quest’ultima cosa in particolare significa che a) la compagnia andrà ad Anderith perché Richard ha deciso così e b) la soluzione di tutto è davvero ad Anderith perché Richard vuole andarci e Richard ha sempre ragione perché ha il magico potere dell’oggettivismo e Ayn Rand scorre potente in lui.
Poco prima della partenza, però, i nostri eroi vengono attaccati a sorpresa e Du Chaillu viene uccisa dai Rintocchi.
Wow, devo dire che questa è una svolta del tutto inaspettata e anche brutale, considerando che Goodkind non è famoso per uccidere i suoi eroi e i loro amici, ma anche e soprattutto perché Du Chaillu era negli ultimi giorni della gravidanza. Mi sento quasi colpevole ad aver fatto tutte le battute di prima, adesso, e…
«Non respira, Cara.» Allungò una mano per chiuderle gli occhi. «È morta.»
Cara gli torse un polso con forza. «Denna non vi ha insegnato nulla? Una Mord-Sith insegna sempre al suo prigioniero a condividere il soffio della vita!»
Oh, no. Ditemi che non sto per leggere…
Richard fece una smorfia e distolse lo sguardo dai penetranti occhi azzurri di Cara. Era un rito crudele che consentiva di condividere il dolore. Il ricordo lo riempì di un orrore pari a quello che in quell’istante provava per la morte di Du Chaillu.
Una Mord-Sith condivideva il respiro della vittima quando questa si trovava al confine tra la vita e la morte. Per una Mord-Sith quello era una sorta di rituale sacro, un modo per condividere il dolore, condividere l’ultimo respiro mentre la vittima stava per morire. Era come se con quel rituale riuscissero a scorgere cosa si trovava nell’aldilà. Quella sorta di cerimonia precedeva il momento in cui la vittima veniva uccisa ed era mirata a condividere e sperimentare l’ultimo alito di vita di una persona.
Prima di uccidere la sua padrona, Richard aveva condiviso il respiro della vita con Denna.
«Cara, non capisco cosa abbia a che fare…»
«Restituiteglielo!»
Richard non poteva fare altro che fissare la Mord-Sith. «Cosa?»
Cara emise una sorta di ringhio, lo allontanò da Du Chaillu con una spinta e si inginocchiò a fianco del corpo facendo aderire la sua bocca a quella della donna. Richard pensava di essere riuscito a instillare un maggiore rispetto per la vita alle Mord-Sith.
La vista fece riemergere dalla sua memoria una serie di ricordi osceni. Rimase molto stupito nel vedere Cara che si atteneva a uno dei rituali più macabri del suo passato e si arrabbiò molto per il fatto che la donna non si fosse elevata al di sopra dell’addestramento brutale che aveva subito da giovane, come sperava fosse successo.
Cara chiuse il naso di Du Chaillu e le alitò nella bocca. Richard allungò una mano per afferrare le spalle larghe della Mord-Sith e strapparla dal corpo della donna degli spiriti, ma si fermò poco prima di toccarla.
Cara aveva agito con una fretta e un comportamento tale che giunse alla conclusione che forse non era tutto come sembrava. La Mord-Sith fece scivolare una mano sotto il collo della donna senza togliere l’altra dal naso e le alitò nuovamente nella bocca. Il petto di Du Chaillu si gonfiò e si abbassò lentamente, mentre Cara riprendeva fiato.
Fottiti, Goodkind! Uno rischia di perdere la sua credibilità per farti i complimenti e tu te ne esci con ‘sta boiata?
Basta, al diavolo Richard e Kahlan e zombie Du Chaillu, torniamo ad Anderith.
NonHillaryClinton va da Dalton e gli chiede di uccidere NonMonicaLewinski. Dalton ci riflette un attimo su e:
Dalton aveva già un piano che si adattava alla perfezione ai requisiti richiesti. Nessuno avrebbe pensato a un incidente. Sarebbe stato un omicidio cruento e sapeva dove l’opinione pubblica avrebbe puntato il dito nel caso ci fosse stato bisogno di un capro espiatorio.
Oh. Cielo. Mi domando quale piano sarà. Se solo nel regno di Anderith ci fosse una razza sottomessa ma da sempre definita violenta e malvagia che si prestasse alla perfezione come capro espiatorio. Cielo. Che sorpresa.
Come pianificato da Dalton, nonMonicaLewinski viene uccisa e la sua morte desta grande scalpore e ritorsioni contro gli Haken (ma va’?). Non contento, Dalton ha pianificato tutto alla perfezione per far ricadere tutta la colpa dell’omicidio su… gli autori materiali dell’omicidio. Che piano machiavellico. Fitch e il suo amico vengono quindi accusati, ma Dalton, ingegnosamente, ha fatto in modo di farli scappare di modo che sfuggano a un eventuale processo in cui saltare fuori che lui e NonHillaryClinton sono i mandanti e che NonBillClinton è lo stupratore cattivo.
Well played, gli assegno 3 Tyrion Lannister su 5.
Intanto, Beata si arruola nell’esercito di Anderith – un esercito che, per un motivo misterioso, è aperto anche agli Haken e in cui si fa di tutto fuorché combattere. Ma qui Goodkind non resiste e sciorina un po’ dei cari vecchi stereotipi sessisiti:
«Le donne possiedono quella forma di compassione naturale che è richiesta agli ufficiali… per esempio, un uomo non ti avrebbe spiegato come mai ti dovevi liberare del tuo passato, ti avrebbe dato un ordine e basta, perché essi non ritengono necessario spiegarsi con le truppe. Comandare significa avere cura di quelli sotto di te. Le donne hanno cambiato quella che un tempo era solo una fratellanza per distruggere.»
Intanto, Ann – la priora Annalina, ve la ricordate? Sì, non è scomparsa in un plot hole – è riuscita non si sa come a raggiungere l’accampamento di Jagang per liberare le altre Sorelle della Luce prigioniere dell’Ordine Imperiale, riciclando lo stratagemma di “legarsi” a Richard ricevendo la protezione dei Rahl già adoperato due libri fa.
«I tiranni dei sogni sono armi che furono impiegate nella grande guerra. Un mago di allora, un antenato di Richard, creò un legame in grado di proteggere la sua gente dall’influenza dei tiranni. Uno come Jagang non può entrare nella mente di qualcuno che sia legato a lord Rahl.»
«Ma non siamo D’Hariane» protestarono le donne intorno a lei.
Ann alzò una mano. «Non importa. Dovete solo giurare lealtà a Richard… giurarla in maniera sincera, con il cuore. Egli ci guida nella lotta contro quel mostro di Jagang che vuole porre fine a ogni forma di magia in questo mondo. Io sono fedele a Richard e questo impedisce al tiranno dei sogni di entrare nella mia mente.»
Ora che ci penso, perché TUTTO IL MONDO non si lega a Richard di modo da annullare i poteri magici di Jagang? O, meglio ancora, perché le Sorelle della Luce non hanno usato lo stratagemma prima di essere stuprate da mezzo Ordine Imperiale?
Ma alcune Sorelle della Luce tradiscono Annalina e rivelano la sua identità ai soldati che la arrestano e la imprigionano assieme alle altre. Perché tutto ciò? Perché FUCK LOGIC, ecco perché!
Ann viene condotta al cospetto di Jagang in persona, ma mostra di non avere paura di lui.
«Una visitatrice» la voce dell’imperatore era forte quanto i suoi muscoli.
«Il porco sa parlare» ribatté Ann. «Affascinante.»
Jagang rise. Non si trattava di un suono piacevole.
«Oh, dolcezza tu sei una di quelle insolenti. Georgia mi ha detto che sei la Priora in persona. È vero, dolcezza?»
E poi:
Ann sospirò irritata. «Allora come la mettiamo, Jagang? Tortura? Stupro? Impiccagione, decapitazione… rogo?»
LOL, è divertente perché sono le stesse domande che mi sono posto anch’io.
«Penso che potresti essermi utile. Forse potrei tagliarti braccia e gambe e mandarti da Richard Rahl solo per fargli avere degli incubi.»
Però, la definizione che ha Jagang di “utile” è molto più ampia della mia, a quanto pare.
Intanto, da qualche altra parte, Zedd riesce a fare un magheggio con i Rintocchi, il Dominie Dirtch si attiva e Richard cade a terra privo di coscienza. Meno male che c’è Du Chaillu che per curare Richard usa… la magia? Beh, immagino che con quella storia di essere morta e risorta stile Gesù Cristo la storia del tutta-la-magia-sta-scomparendo con lei non vale.
E se ne accorge perfino Kahlan che c’è qualcosa che puzza come le mie scarpe da jogging*:
«Il tuo potere è tornato?» Kahlan era dubbiosa. «Ma come potrebbe essere?»
Du Chaillu scosse la testa. «Non lo so. È tornato nel momento in cui il Caharin è caduto da cavallo. Lo so perché sono riuscita a sentire di nuovo il legame con lui.»
Seh, vabbè.
In chiusa di capitolo torniamo da Zedd, scomparso da qualche parte mentre cercava di sconfiggere da solo i Rintocchi (oh, Zedd, per essere il Primo Mago sei un fallimento su tutta la linea, lo sai?) e abbiamo questo:
La cavalla attendeva immobile con il pelo che fremeva battendo al tempo stesso uno zoccolo sul terreno erboso. Il suo istinto le suggeriva di scappare. Tremava dalla paura, ma rimase immobile.
L’uomo era oltre la cascata nel buco buio.
A lei non piacevano i buchi. A nessun cavallo piacevano.
Lui aveva urlato e il terreno aveva tremato, ma era successo tutto molto tempo fa e lei non si era mossa da allora. Adesso era tutto silenzioso.
La cavalla sapeva che l’amico era vivo.
Emise un lungo e basso nitrito.
Era ancora vivo, ma non usciva.
La cavalla era sola.
Non c’era cosa peggiore per un cavallo che rimanere solo.
Il POV di un animale? NEW ITALIAN EPICZ!!!!!!!1!one
I vuminghi e tutti i loro amyketti newitalianepici ora approvano Goodkind!
Intanto, Beata, diventata sergente in meno di una scoreggia, è bella pacifica di guardia al Dominie Dirtch quando, in lontananza, ecco comparire un esercito. I soldati a guardia del Dominie Dirtch sfoderano le armi preparandosi a difendere il confine del regno, ma Beata va su tutte le furie e le punisce severamente. Ma perché? Non ha senso! Oh, aspetta, è Richard quello che sta arrivando, non è vero? E Beata ha avuto una di quelle solite intuizioni che si rivelano giuste contro ogni parvenza di logica e razionalità, eh?
Richard (proprio lui!) chiede a Beata di mostrargli il Dominie Dirtch e… lo volete un po’ di Gary Stu? Eccovelo:
Lord Rahl stava salendo gli ultimi gradini. Beata si tolse il corno dalla bocca e si premette contro la ringhiera. C’era qualcosa nell’atteggiamento di quell’uomo che toglieva il fiato. Neanche il ministro della Cultura l’aveva colpita in quel modo.
Non era solo l’aspetto fisico, i penetranti occhi grigi e l’abito dalla foggia strana.
Non sembrava un damerino come molti rappresentanti del governo di Anderith, come Dalton Campbell o il ministro della Cultura, quell’uomo sembrava nobile, animato da intenti ancora più nobili del suo portamento e, allo stesso tempo… pericoloso.
Letale.
Era bello e dall’aspetto gentile, ma lei sapeva che uno sguardo adirato di quegli occhi avrebbe potuta ucciderla.
Se esisteva un uomo in grado di stare al fianco della Madre Depositaria era proprio quello che si trovava sulla piattaforma in quel momento.
Ma non solo Richard è bravo, bello e probabilmente anche superdotato, è anche intelligente.
Lord Rahl serrò le mani dietro la schiena e continuò a fissare il Dominie Dirtch soffermandosi su ogni particolare. Beata si aspettava che quell’uomo rivolgesse una domanda all’arma e questa gli rispondesse.
«E come pensate che sia andata, sergente?» le chiese senza guardarla.
«Signore?»
Quando lord Rahl si girò lo sguardo degli occhi grigi le fece mancare il fiato.
«Sono stati gli Haken a invadere Anderith, giusto?»
Beata non riusciva a parlare con quegli occhi puntati addosso. «Sì, signore» riuscì a rispondere dopo qualche attimo.
Lord Rahl alzò un pollice e indicò la campana di pietra alle sue spalle. «E pensate che gli Haken si siano portati il Dominie Dirtch sulla schiena, sergente?»
Beata sentì le ginocchia che cominciavano a tremare e desiderò che non le avesse mai rivolto quella domanda. Voleva che quell’uomo se ne andasse e ponesse le domande alle persone importanti che abitavano a Fairfield, erano loro quelli che conoscevano le risposte.
«Signore?»
Lord Rahl si girò e indicò nuovamente l’arma. «È ovvio che queste armi non sono state trasportate fin qua, sergente. Sono troppo grandi e sono troppe. Devono essere state costruite sul posto e con l’aiuto della magia, su questo non c’è dubbio.»
«Ma gli Haken che invasero…»
«Sono orientate verso l’esterno, verso gli invasori, sergente, non verso la gente di Anderith. È ovvio che quest’arma è stata costruita a scopo difensivo.»
Beata deglutì. «Ma ci hanno insegnato che…»
«Vi hanno insegnato una menzogna.»
WAIT! Significa che per SECOLI nessun Haken si è accorto di una cosa che quell’idiota di Richard ha capito in tre nanosecondo? Forse allora se lo meritano di essere schiavizzati, perché sono stupidi.
Ma bando alle ciance, Richard arriva nella capitale e NonBillClinton lo invita a cena. Per ringraziarlo, Richard sfodera un delizioso non sequitur:
«Certo, capisco» rispose il ministro, sorridendo. «Ero solo curioso di sapere dove eravate nato.»
Richard ripensò per qualche attimo al suo fratellastro, Michael e a tutte le volte che avevano giocato insieme da bambini.
«Be’… ovunque ci fosse una buona battaglia.»
Il ministro ebbe qualche difficoltà a trovare le parole per rispondere. «Suppongo che abbiate avuto un buon maestro.»
Richard avanza pretese di resa su Anderith e OMG NonBillClinton lo spegne in una maniera meravigliosa:
«Io voglio che il regno di Anderith si unisca alla vostra nobile causa. Davvero» esordì il ministro. «Anche la maggior parte della gente di Anderith lo vuole, ne sono sicuro…»
«Perfetto. Allora è tutto sistemato.»
«Temo di no.» Il ministro Chanboor alzò lo sguardo. «Anche se io e mia moglie vorremmo poterlo fare, come ci ha fatto giustamente notare Dalton, non possiamo decidere qualcosa di così importante da soli.»
«I direttori?» chiese Kahlan. «Parleremo con loro al più presto.»
«Loro sono solo una parte del problema» spiegò il ministro. «Ci sono anche altre persone che devono prendere una decisione tanto importante.»
«Ovvero?» chiese Richard, incuriosito.
Il ministro guardò fuori dalla finestra per qualche secondo, quindi si girò verso Richard.
«Il popolo di Anderith.»
WOAH! DEMOCRAZIA, BITCH!
Ma il ducetto Richard non si perde d’animo, e siccome lui ha sempre ragione, NonBillClinton viene fatto passare per uno stupido e la sua coerente e sensata obiezione all’espansionismo fascista del D’hara non viene presa in considerazione. Perché? Perché FUCK LOGIC (e due), ecco perché!
«Questa è una scelta che coinvolge tutta la nostra gente. Voi, come d’altronde l’Ordine Imperiale, ci state chiedendo di rinunciare alla nostra cultura, anche se con voi potremmo mantenere molti dei nostri usi e costumi.
«Questo non è una cosa che posso imporre alla mia gente. Devono essere loro a scegliere.»
Richard aggrottò la fronte. «Cosa volete dire?»
«Quello che ho appena detto.»
Richard batté una mano sul tavolo. «Come?»
Il ministro si leccò le labbra. «Decideranno il loro destino con il loro voto.»
Bravooo! Presidente siamo con teeeeee, meno male che NonBillClinton c’è!
«Con il loro cosa?» chiese Kahlan.
«Con il loro voto. Tutti devono avere la possibilità di esporre la loro scelta a riguardo.»
«No» sentenziò Kahlan in tono piatto.
Il ministro allargò le mani. «Ma, Madre Depositaria, parlate di libertà del nostro popolo e poi volete che imponga una scelta senza permettere alla mia gente di avere voce in capitolo.»
«No» ripeté Kahlan.
Oh, sta’ zitta tu, zoccola!
«E come vi aspettate che la gente vi creda quando affermate che state combattendo per la causa della libertà e al tempo stesso negate loro una possibilità di scegliere il loro destino? Se siete venuta qua per offrire la libertà, quella vera, perché temete che la gente eserciti liberamente un suo diritto? Se la vostra offerta è saggia ed equa e quella dell’Ordine Imperiale è brutale e ingiusta, perché non volete permettere al nostro popolo di scegliere liberamente di unirsi a voi? Trovate che sia mostruoso permettere alla gente di Anderith di scegliere il loro destino liberamente?»
Ancora una volta, NonBillClinton ha ragione e Richard e Kahlan torto marcio. Congratulazioni, Goodkind, grazie alla tua inettitudine la parodia di Clinton è un personaggio molto più gradevole del Gary Stu che hai per protagonista. E Chanboor è uno stupratore.
E vi state chiedendo perché Kahlan è così ostinata? Se lo chiede anche Richard e glielo chiede, al che lei risponde:
Kahlan gli strinse un braccio. «Non posso darti una ragione plausibile, Richard. Hai ragione, sembra una proposta ragionevole e che a prima vista potrebbe sembrare equa e giusta.»
Strinse ulteriormente il braccio del marito. «Ma il mio istinto ha cominciato a gridare: ‘no’. Fidiamoci del mio istinto, Richard. È un ‘no’ forte e insistente. Non farlo.»
È una fascista col sesto senso, insomma.
Ovviamente, essendo l’istinto di uno dei buoni in un libro di Goodkind, alla fine avrà ragione lei (ricordate i BAMBINI di Galea?), ma resta il fatto che, qui e ora, Kahlan ha torto e NonBillClinton, il villain secondario del romanzo, ha ragione. I buoni sono dei dittatori e i kattivi stupratori dei leader democratici, questo vale come sovversione degli stereotipi?
Dopo cena, alla biblioteca reale, Richard cerca più informazioni su Joseph Ander, il mago che ha in passato affrontato i Rintocchi, e scopre che ha fondato il regno di Anderith per dare al suo popolo una nuova terra, fino a che:
Joseph Ander si era trasformato in un tiranno. La gente era costretta a vivere secondo i suoi dettami o a morire.
Ah, l’ironia. Un mago che crede di creare un mondo giusto e si trasforma in un despota. Mi domando se sia voluta o se Goodkind sia troppo stupido per rendersi conto dell’ipocrisia di fondo.
Ma lasciamo da parte le eterne contraddizioni di una saga scritta male e pensata peggio, perché è il momento del segreto inconfessabile! Infatti, durante una spettegolata da femmine con zombie Du Chaillu, Kahlan rivela… di essere incinta!
Kahlan sa che avere un bambino con Richard è una brutta cosa (perché così le è stato profetizzato da Shota – inoltre, provate a immaginare un sequel della Spada della Verità con la nuova generazione composta dai figli di Richard, Kahlan e Cara, Gesù…) e pensa di abortire, ma Du Chaillu, a cui a sua volta Richard aveva sconsigliato l’aborto, le dice di non farlo. Tanto lo sappiamo che alla fine Kahlan perderà il bambino, perché a Terry Goodkind non piace alterare gli equilibri: ci sono voluti a Richard e Kahlan due libri per scopare e quattro per sposarsi, fatevi voi i conti.
Intanto, al ministero, NonBillClinton e NonHillaryClinton informano la corte che la tragedia si è abbattuta sul regno: l’amato sovrano di cui non ricordo il nome (né se sia mai stato menzionato, per inciso) è tragicamente spirato. Per cui, com’era ampiamente prevedibile, NonBillClinton prende il suo posto.
Colgo l’occasione per ribadire, nel caso non si fosse capito, che sono più interessato al plot secondario degli intrighi politici del regno di Anderith che non alla trama principale dell’Ordine Imperiale, che si sta trascinando dal libro numero due senza che ancora niente di eclatante sia successo.
Dalton viene giustamente e meritatamente nominato ministro della cultura e io non posso che rallegrarmene perché è ufficialmente il mio personaggio preferito di tutta la serie – perfino meglio della vecchina delle focaccine. Un personaggio che, com’è ovvio attendersi, non vedremo mai più dopo questo libro.
Mentre accadono questi sconvolgimenti politici, un magico corvo di convenienza ruba il diario di Joseph Ander con le istruzioni per usare il Dominie Dirtch dalle mani di Dalton e lo consegna a Richard. Comodo, no?
Intanto, i Rintocchi, che hanno il potere di manipolare fuoco, acqua e aria per uccidere, cominciano a mietere vittime tra gli abitanti di Anderith. L’Ordine Imperiale, nella persona di Stein, anziché scaricare la colpa su Richard come sarebbe stato logico e vantaggioso fare, si mette a fare roghi di streghe di cui non mi può fregare di meno.
Mentre succedeva tutto questo, Fitch ha incontrato Cara, le ha rubato la Spada della Verità – perché LOL – e vuole usarla per ripulire il suo nome dalle accuse di essere un omicida (cosa che è) e stupratore (cosa che non è), ma viene fermato da Beata al Dominie Dirtch e quindi raggiunto da Cara. Subito, la loro postazione viene attaccata dall’avanguardia di Jagang. Il povero Fitch muore in maniera indecorosa, così impara a essere un potenziale stupratore, e gli imperiali si impossessano della Spada. Ovviamente il tocco di classe di Goodkind non può venire a meno in scene come questa:
«Cosa avete trovato?» chiese uno degli uomini mentre scendeva da cavallo.
«Qualche ragazza carina.»
«Non uccidetele tutte» commentò il nuovo arrivato in tono divertito. «A me piacciono ancora vive e calde.»
Cara però salva Beata da un potenziale stupro (nei libri di Goodkind il 99% dei salvataggi avviene prima di uno stupro, sapevatelo) e si congeda, per tornare all’inseguimento della Spada della Fuffosità.
Intanto, sono arrivati i risultati delle elezioni e il popolo di Anderith ha scelto di schierarsi con l’Ordine e non con Richard. Questo dovrebbe risolvere tutto, no?
I risultati elettorali sono un trionfo personale anche per Dalton, se non fosse che NonHillaryClinton sceglie proprio quel momento per rivelargli che sua moglie gioca allegramente al dottore e all’infermiera con NonBillClinton. Che rivelazione sconcertante e inaspettata.
Andiamo avanti veloce perché sennò non ce la caviamo più, che questa reccy è già lunga seimila parole. Kahlan compra una pozione per abortire ma non ha il coraggio, quindi sceglie di portare avanti la gravidanza e affidare il bambino a una coppia di giovani coniugi, interpretati Jason Bateman e Jennifer Graner, che ha più problemi di quanti non dia a vedere, mentre cerca di riallacciare i rapporti con il ragazzo che l’ha messa incinta, interpretato da Michael Cera. No, wait, forse mi sto confondendo…
Ok, Kahlan decide di abortire ma poi ci ripensa, perché l’aborto è sbagliato così come l’omosessualità, visto che così dice Richard. Mentre è in contemplazione metafisica, viene raggiunta da una folla inferocita e picchiata. Nessuno stupro, ma secondo me nella confusione almeno una palpata di tette c’è scappata.
Richard ritrova Kahlan solo la mattina seguente e scopre che ha perso il bambino (lo so, imprevedibile, eh?). Kahlan è incosciente e gravemente ferita, ma Richard non può curarla perché la guarigione è una magia aggiuntiva e tutta la magia aggiuntiva è sparita a opera dei Rintocchi (a parte quella del Dominie Dirtch, ma non vi aspetterete davvero che le cose in un libro di Goodkind siano consistenti?).
A proposito del Dominie Dirtch, Richard ha anche scoperto, grazie al diario di Joseph Ander (quello che, lo ricordo, gli è stato consegnato da un corvo), che il punto debole della potentissima arma di distruzione di Anderith è che… se ti tappi le orecchie e ascolti le campane il Dominie Dirtch non ti fa niente. Una roba che al confronto la Morte Nera con il suo unico punto vulnerabile lasciato in bella vista è una meraviglia dell’ingegneria bellica.
Lasciate decantare per un secondo la stupidità di questa trovata, e proseguiamo.
[Goodkind è come un buon vino, dopo un po’ fa venire nausea, mal di testa e conati di vomito]
Nelle solite ultime dieci pagine incasinate in cui si risolvono in tre secondi le duecento trame lasciate aperte, Richard affronta i Rintocchi e lo spirito di Joseph Ander, Dalton cafudda NonHillaryClinton e uccide Stein, Zedd ritorna dall’aldilà, Du Chaillu partorisce e… vissero tutti felici e contenti? No, perché… spiegacelo tu, Du Chaillu:
«Ascoltami, Richard. Sono venuta da te per un motivo ben preciso. Solo adesso me ne rendo conto. Sono venuta per evitare che tu perda Kahlan.
«Dentro di lei c’è una trappola magica. Se provi a toccarla con la tua magia per curarla, attiverai la trappola e la ucciderai. Lo hanno fatto per essere sicuri che morisse in ogni caso.»
Non è fantastico?
Poi, mentre Richard e Kahlan stanno abbandonando Anderith, spunta dal nulla Dalton che racconta a Richard la fine della sua storia, perché a Goddkind pesava il culo a mostrarcela.
«Sentitevi libero di uccidermi se lo desiderate. Non me ne importa nulla, davvero.»
«Cosa volete dire?»
«Avete una moglie che vi ama. Godetevela.»
«E vostra moglie?»
Dalton scrollò le spalle. «Temo che non ce la farà.»
Richard aggrottò la fronte. «Di cosa state parlando?»
«C’è un’epidemia terribile tra le prostitute di Fairfield. In qualche modo mia moglie, il sovrano e la sua sposa sono stati contagiati. Anche io lo sono. I primi sintomi si sono già manifestati. Che sfortuna! Mi hanno detto che si tratta di una morte molto spiacevole.
«Il povero sovrano sta piangendo, è inconsolabile. Considerando che era una delle cose che più temeva al mondo… si potrebbe dire che avrebbe dovuto prestare più attenzione alle amanti che sceglieva.
«Ho sentito dire che il Dominie Dirtch è ridotto a un ammasso di pietre informi e inutili. Sembra che tutto il nostro lavoro non sia servito a nulla. Credo che l’imperatore Jagang sarà piuttosto dispiaciuto quando arriverà.»
Questo è quanto, l’epilogo della storia di Anderith, che non sarà mai più nominato. Fa piacere sapere che tutti i nuovi personaggi che abbiamo imparato a conoscere per seicento pagine sono morti fuori scena per un’infezione a trasmissione sessuale di cui nessuno aveva mai sentito parlare, eh? Questo sì che è talento letterario, Goodkind. Keep classy!
Ma se pensate che questa sia sciatteria all’ennesima potenza, ancora non avete visto niente. Alla fine del libro, nel bel mezzo della più sanguinosa guerra che il D’hara e le Terre Centrali abbiano mai affrontato nella loro storia… Richard manda tutto affanculo e scappa con Kahlan e Cara a Heartland, nel suo paesello natale. Perché? Perché gli uomini sono cattivi e non vogliono accettare la sua parola come verità assoluta e insistono nella loro irritante tendenza a pensare con la loro testa.
Questo è il finale, signore e signori, una cagata apocalittica. In linea con il resto della serie.
Che cosa ne penso
Dunque, finita la lettura di quest’ennesima pila fumante di… letteratura, che cosa dire ancora su Goodkind e la sua serie che non è già stato detto?
Cha faccia schifo a livello letterario ormai è un dato di fatto. Non leggo più i libri del Vate sperando di trovarmi innanzi a un buon fantasy, non accadrà mai neanche in un milione di anni. Ormai l’unica cosa che mi spinge a continuare nella lettura della serie sono i LULZ, ovvero, voglio vedere quanto in basso si riesce ad arrivare.
Quindi, come stiamo messi a fantatrash? Di notevole, in questo quinto libro c’è solo l’inizio, con l’Evil Chicken of Doom. Tutto il resto è noia, sciatteria letteraria, confusione, e i soliti quattro meccanismi narrativi di cui Goodkind non è mai parco: kattivi stupratori, sessismo, Richard che ha sempre ragione e MOAR STUPRI! L’elemento di satira politica è francamente ridicolo (e quindi in linea con le capacità dell’autore): i personaggi che vorrebbero parodizzare i Clinton non solo appaiono dei leader migliori di quanto non siano Richard e Kahlan, ma la parodia stessa è un epic fail megagalattico. Sei l’autore, puoi far succedere a Bill Clinton e Hillary Clinton tutte le disgrazie del mondo e cosa fai? Due stupri, del sesso extraconiugale e li fai morire per una STD? Piiiiigro! È un po’ come quando Roland Emmerich ha inserito in Godzilla due personaggi, parodia dei critici cinematografici Siskel e Ebert, che amavano stroncare i suoi film, e non ha nemmeno colto l’occasione per farli sbranare dal mostro eponimo.
In virtù di tutto ciò, dichiaro L’anima del fuoco, AKA La Spada della Fuffosità 5 un fallimento sia preso come fantasy in sé, sia visto da un’ottica fantatrash.
Prossimamente su questi schermi, prima di affrontare il sesto volume, ossia il libro dell’Oggettivismo, quello a partire dal quale, a detta di molti, la serie comincia ad andare a ramengo, darò un’occhiata al prequel della serie, Debito di ossa. Perché? Perché sono solo una sessantina di pagine e io sono più pigro di Goodkind quando scrive i finali dei suoi romanzi.
Voto finale
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*Nel caso ve lo stiate domandando, no, non ho un paio di scarpe da jogging, perché ho il culo di piombo e gli spazi aperti mi mettono inquietudine.