Recensione – “Inferno” di Dan Brown

Pensavate fosse il recap di Game of Thrones, eh? E invece no, bitches, è la reccy del nuovo romanzo di quello sbarazzino di Dan Brown.

Nel caso abbiate vissuto sotto a una roccia per gli scorsi sei anni, Dan Brown è il peggior scrittore del mondo.

Tutto quello che scrive è orribile, volgare, disgustoso, pressapochista e offensivo. Scrive del papa che si paracaduta giù da un elicottero. Il papa. Si paracaduta. Da un elicottero. Oppure scrive dei simboli fallici nell’iconografia cristiana. Simboli fallici. Iconografia cristiana. Disgustoso.

Non c’è verso che a un lettore colto e superiore quale io sono, spazzatura del genere possa piacere. Se volessi leggere un romanzo in cui il papa si paracaduta da un elicottero, di certo non leggerei Angeli e Demoni. Sapete cosa leggerei? Niente. Perché il papa che si paracaduta da un romanzo è un’idea fottutamente stupida, e tutti noi sappiamo che l’arte della buona scrittura richiede l’assoluta serietà.

E, nonostante tutto, complice una popolazione culturalmente inferiore, plagiata dai mezzi di comunicazione asserviti a una certa parte politica, quell’essere privo di qualsivoglia talento che è Dan Brown ha spopolato e continua a spopolare.

Tanto che, Inferno, il suo ultimo romanzo, è già un successo. O almeno suppongo. Voglio dire, Dan Brown è parte di una ka$ta letteraria, per cui è ovvio che la gente sia corsa a comprare il suo libretto da due soldi. EDIT: sì, è un successo.

Per cui, mosso da pura curiosità intellettuale, ho voluto abbassarmi al livello delle masse acritche e inacculturate e toccare con mano la tragedia che, senza dubbio, Inferno di Dan Brown sarebbe stato. Così mi sono procurato il romanzo e l’ho letto. Dall’inizio alla fine.

Ed è stato meraviglioso.

La scheda del libro

Inferno di Dan Brown
Pubblicato in Italia da Mondadori, in USA da Doubleday
Anno 2013
600 pagine
Prezzo di copertina 25€
Prezzo ebook 9.99€
Il libro su Amazon, anche in edizione digitale

Che cosa succede

Inferno riprende la serie di avventure del professore di simbologia Robert Langdon, già protagonista di Angeli e Demoni, Il codice Da Vinci e Il simbolo perduto. Dopo aver svelato cospirazioni a Roma, Parigi e Washington, questa volta Robert Langdon si trova a Firenze, a fare luce sull’ennesimo intricato mistero.

Langdon si risveglia in un ospedale fiorentino con un’amnesia. Scopre di avere una ferita alla testa e non si ricorda nemmeno cos’è venuto a fare in Italia. Tre secondi dopo, la persona che ha tentato senza successo di farlo fuori torna alla carica, e Langdon, aiutato da una dottoressa inglese, deve scappare per salvarsi la vita, e contemporaneamente fare luce su una cospirazione di portata globale i cui indizi sono nascosti nella vita e nelle opere del più famoso cittadino di Firenze. No, non Matteo Renzi, capre, intendo Dante Alighieri, il tizio della Divina Commedia.

Che cosa ne penso

Inferno è un romanzo spettacolare, se partite dai dovuti presupposti. Intanto dovete accettare il fatto che non leggerete un capolavoro di stile. Dan Brown scrive piuttosto maluccio, in effetti, ma in fin dei conti poco importa. Perché non stai leggendo il romanzo che ti cambierà la vita o ti farà rivedere il modo in cui percepisci il mondo. Stai leggendo un guilty pleasure.

I guilty pleasure sono quei prodotti di intrattenimento che, scadenti come sono, dovrebbero intristirci senza fine, e invece riescono a intrattenere chi ne usufruisce in maniera sorprendente. I libri di Terry Goodkind sarebbero dei guilty pleasure se fossero trecento-quattrocento pagine più corti, mentre quelli di Dan Brown lo sono senza se e senza ma. Sì, mi sento un pochino in colpa quando dico che Angeli e Demoni è uno dei miei romanzi preferiti, lo stesso senso di colpa che mi prenderà quando scriverò la sezione “Voto finale” su questa recensione. Ma alla fine, chissenefrega, perché al di là dello stile e dei personaggi/sagome di cartone sia A&D che questo libro qua si leggono praticamente da soli, sono dei cosiddetti page-turner. Intrattengono e, soprattutto, divertono nel senso più grezzo del termine.

Voglio dire, il papa che si paracaduta da un elicottero, cosa c’è di più epico?

In Inferno, piaccia o meno, ho rivisto gli echi dei feuilleton e dei romanzi d’appendice di fine ottocento, così come dei pulp della prima metà del novecento. C’è azione, più o meno improbabile, più o meno oltraggiosa. C’è ritmo, cadenzato in capitoli brevissimi, ognuno dei quali termina con un colpo di scena o un cliffhanger. Ci sono aneddoti che aiutano a contestualizzare la storia e, nel contempo, a renderla accattivante per il lettore. Avrei pagato per avere Robert Langdon a spiegarmi la Divina Commedia anziché quell’inetta senz’arte né parte della mia prof d’italiano. E, sì, nel romanzo ci sono alcune inesattezze, del tipo che la maschera funeraria di Dante esposta a Firenze non è affatto originale, o che la tomba di Enrico Dandolo a Santa Sofia è solo un cenotafio perché l’originale è stata distrutta da quei puzzoni dei musulmani. Ma, anche qui, sono storture della realtà che servono alla trama, e in più suonano verosimili, quindi, per me, vanno bene. Andrebbero bene in qualsiasi romanzo, figuriamoci in uno che leggo al solo scopo di essere intrattenuto per un paio d’ore.

In conclusione

Non si può giudicare Inferno prescindendo dalla sua esistenza in quanto guilty pleasure. Non ha senso dire “Ah, ma Dan Brown scrive malissimo, le sue storie sono illogiche e irreali” e poi sdegnarsi e dargli un buuuu, zero stelline.

Lo scopo di Dan Brown non è quello di educare il pubblico dei lettori o proporre morale in chiave metaforica. E, sì, non criticare la società contemporanea per certa critica equivale ad aver scritto qualcosa di non degno (io già me lo vedo un certo scrittore e critico letterario che sbuffa sfogliando distrattamente il libro e borbotta: “Non c’è nemmeno una riga sul precariato, il PRECARIATOOOOOOOOH!”). Lo scopo principale di Dan Brown è, invece, quello di scrivere qualcosa che la gente abbia il piacere di leggere in spiaggia o sui mezzi pubblici o prima di andare a dormire. Qualcosa che diverta e intrighi a tal punto, magari, di saltare dieci minuti di bagno, perdere la fermata della metro o andare a letto mezz’ora più tardi perché, diamine, si voleva vedere come andava a finire. Questo era il vero obiettivo di Dan Brown. Obiettivo perfettamente centrato.

Anzi, vi dirò di più, non vedo l’ora che esca il successivo romanzo con Robert Langdon. E non perché frema all’idea di un’avventura ambientata tra le piramidi Maya o, chessò, nel cuore del Sacro Romano Impero alla ricerca delle reliquie di Federico II, ma perché, sul finire di questo romanzo, Dan Brown ha rotto una regola che sembrava essersi autoimposto, ovvero: gli eventi dei romanzi precedenti non hanno effetti su quelli successivi. Nonostante Langdon abbia in pratica rivoluzionato la storia del mondo in Il codice Da Vinci, nei romanzi successivi non se ne fa alcun riferimento diretto. Ebbene, alla fine di Inferno succede qualcosa che non gli sarà possibile non menzionare in un eventuale seguito, e c’è anche quasi il rischio di passare dal thriller cospirazionista alla fantascienza.

Quindi, riassumendo: buon libro, ottimo se non lo si prende troppo sul serio e lo si legge per puro e semplice svago. Non mancano le sbavature, ma, sul serio, passano in secondo piano grazie al ritmo incalzante e all’azione serrata.

Ah, i guilty pleasure, sempre siano lodati.

Voto finale

Recensione – “L’Occhio del Mondo (La Ruota del Tempo #1)” di Robert Jordan

Al momento sto leggendo due romanzi italiani, l’ultimo di Claudio Vergnani e il secondo tentativo fantatrash/steampunkminkia di Luca Centi, nessuno dei quali mi sta piacendo – ma per entrambi è ancora presto per scrivere una recensione. C’è però da dire che, tra troni di spade, premi letterari e cristoni che si fanno la doccia, è quasi un mese che non posto la recensione di un romanzo. E questo, per un lit-blogger serio, puntuale e rispettoso del proprio pubblico come chiunque ma non me, è davvero inqualificabile.

Per cui, reccy!

L’ultimo romanzo che ho terminato in ordine di tempo è L’occhio del mondo di Robert Jordan, e quindi questo vi beccate.

La scheda del libro

The Eye of the World (The Wheel of Time #1) di Robert Jordan
Pubblicato in Italia da Mondadori e poi da Fanucci, in USA da Tor e in UK da Orbit
Anno 1992
735 pagine
Prezzo di copertina 14.90€
Il libro su Amazon (attualmente non disponibile), non disponibile in formato digitale – tanto di cappello alla Fanucci!

Che cosa succede

L’occhio del mondo è il primo volume dell’epica saga della Ruota del Tempo, cominciata negli anni Novanta da Robert Jordan e terminata, dopo la prematura scomparsa dell’autore, dal prolifico Brandon Sanderson a partire dagli appunti lasciati dallo stesso Jordan. La serie si è ufficialmente conclusa all’inizio di quest’anno con il quattordicesimo volume, A Memory of Light.

La Ruota del Tempo, nel bene o nel male, è da molti ormai considerata un classico del fantasy, quando non una pietra miliare del genere. E, dopo aver letto L’occhio del mondo, pur non considerandolo di certo un capolavoro, mi trovo a concordare con chi ritiene Jordan un passaggio obbligato nella vita del lettore di fantasy. Il romanzo ha in effetti un inizio molto tolkeniano in cui un ambientazione bucolica-idilliaca viene sconvolta dall’arrivo delle forze del Male.

Rand al’Thor, nostro protagonista, Prescelto e POV principale, è l’umile figlio di un contadino.

E, sì, sentitevi liberi di contare i cliché mano a mano che snocciolo la trama. Anzi, per rendere la cosa più interessante, bevete uno shot ogni volta che menziono un cliché. È l’epic fantasy drinking game!

Rand, dicevo, è l’umile figlio di un contadino che vive la sua pacifica esistenza nel villaggio di Emond’s Field. Non fosse che, un giorno, comincia a vedere misteriose figure a cavallo e pare che solo lui e un paio di suoi amici siano in grado di scorgerle. Inoltre, Emond’s Field si sta preparando per la festa che segna la fine dell’inverno. Inverno che, però, nelle terre dei Fiumi Gemelli e non solo, non sembra intenzionato a finire (un po’ come da me mentre leggevo il libro, insomma…). In occasione della fiera, il paesello si è riempito di forestieri: c’è il mercante, il bardo e perfino una Aes Sedai, una potente maga depositaria dell’Unico Potere, con tanto di Custode al seguito. No, niente paura, non è quel Custode.

Insomma, a guastare questo bel incipit tolkeniano ci pensano i kattivi, che la notte prima della festa attaccano il villaggio. Rand e suo padre sono colti di sorpresa nella loro fattoria fuori porta e sono costretti a difendersi e a intraprendere una fuga disperata tra i boschi per raggiungere il villaggio. Una volta raggiunto Emond’s Field, l’Aes Sedai cura il padre di Rand, ferito da un trolloc, e gli rivela una sconcertante verità: i kattivi invasori non hanno attaccato il villaggio a caso, ma sembra che stessero cercando tre persone in particolare, Rand e i suoi due amici Mat e Perrin, ovvero i tre che avevano visto la figura a cavallo. L’Aes Sedai rivela che, in un modo che non è ancora del tutto chiaro, uno di loro tre è importante per il destino del mondo, e le forze del male stanno tentando di eliminarli prima che il loro fato si possa compiere, per cui è di vitale importanza che i tre raggiungano Tar Valon, dove potranno essere protetti dalle Moiraine e dalle altre Aes Sedai. Un viaggio che, ovviamente, sarà lungo e pieno di pericoli.

Che cosa ne penso

Per prima cosa, si vede lontano un miglio che Jordan era partito con l’idea di scrivere qualcosa di molto lungo. E il progetto di fare della Ruota del Tempo una serie molto lunga (Jordan era partito con un contratto per sei romanzi, poi si è dilungato fino a quattordici) è visibile anche in alcuni dettagli della trama di questo primo volume. Ad esempio, che Rand sia il Prescelto destinato a salvare il mondo è chiaro fin dai primissimi capitoli, senza contare che è il narratore principale e unico POV per un buon settanta percento del romanzo. Il lettore avvezzo al fantasy eroico – e anche quello un po’ più distratto – lo sa, perché è ovvio. Ma la storia si svolge in maniera tale che il predestinato, colui che sarà il Drago Rinato, viene rivelato solo nell’ultimissimo capitolo e, anche lì, è solo una supposizione di Moiraine e non una certezza matematica. Non si tratta di un tentativo da parte di Jordan di creare suspense su chi sia in effetti la figura chiave dell’intera storia (se avesse voluto fare così, si sarebbe dovuto servire di più POV e non solo di quello di Rand), né di un becero tentativo di allungare il brodo, per come la vedo io. In realtà consente da una parte di tenere il focus della storia su Rand, ma dall’altra di non relegare Mat e Perrin al ruolo di inutili coprimari. Anzi, nel caso di Perrin è presente anche una sottotrama che fa intuire che anche lui, a suo modo, è dotato di poteri soprannaturali.

Insomma, L’occhio del mondo può considerarsi una sorta di racconto delle origini di quelli che saranno i protagonisti che terranno compagnia al lettore nei romanzi a venire. Jordan mette le carte in tavola e prepara quella che sarà la storia dei volumi successivi.

Il romanzo è ben lontano dall’essere perfetto, in ogni caso. Da un punto di vista narrativo, è un po’ la fiera del cliché. Un po’ perché erano gli anni novanta e determinati temi ricorrenti nell’epic fantasy forse non avevano ancora stancato, un po’ perché Jordan tenta disperatamente di incanalare le atmosfere di Tolkien e Brooks e quindi è logico che debba passare per strade già battute. Ci sono alcuni passaggi che sono veramente imbarazzanti, come quando il padre di Rand, ferito e vaneggiante, tiene un monologo/conferenza su come abbia trovato Rand abbandonato in un campo di battaglia e abbia deciso di adottarlo (uno stratagemma narrativo di una pigrizia sconcertante). Alcuni altri sono semplicemente ridicoli, come – e non vi sto prendendo per il culo – le Mountains of Dhoom.

Dal punto di vista dello stile, va detto che Jordan non è un autore particolarmente virtuoso o impressionante. Ha senza dubbio una grande abilità a congegnare trame e sottotrame che si incastrano quasi alla perfezione. Un talento bilanciato, tuttavia, dall’estrema prolissità della sua prosa, che si sofferma spesso e volentieri a descrivere dettagli, quando non addirittura interi tronconi di scene, non rilevanti dal punto di vista della storia o della caratterizzazione dei personaggi. Il che significa un ritmo narrativo un po’ troppo claudicante. Inoltre, sempre sulla questione ritmo narrativo, ho come l’impressione che Jordan non fosse granché bravo a terminare i capitoli con un cliffhanger. Dei cinquanta e passa capitoli di cui si compone L’occhio del mondo, di cliffhanger ne ho contati un paio ad andar bene, ed è un peccato, perché con una narrativa così focalizzata su Rand e una storia che pone enorme enfasi sulla minaccia che incombe sempre e costantemente sui protagonisti, un paio di cliffhanger non avrebbero che giovato.

In conclusione

Devo dire la verità, nonostante l’abbia trovato un romanzo piuttosto generico, non mi è dispiaciuto averlo letto. Penso che la forza di L’occhio del mondo – e, probabilmente, della Ruota del Tempo in generale – risieda nel suo essere una classica avventura fantasy. Nel leggerla, al di là delle lungaggini e dei cliché, ho incontrato quel senso di meraviglia che dovrebbe essere un caposaldo del genere. Anche se Jordan non mi è sembrato granché come scrittore, leggere L’occhio del mondo mi è bastato per farmi venire voglia di dare un’occhiata per lo meno al seguito, La grande caccia, e vedere come si sviluppano alcune situazioni, come crescono determinati personaggi, e come si modificano le relazioni tra di loro. E questo è senza dubbio un merito.

Probabilmente consiglierei L’occhio del mondo a qualcuno che sia abbastanza digiuno di fantasy e volesse farsi una cultura partendo dai classici (ma senza essere ammorbato dalla prosa-mattone di Tolkien). Per quanto mi riguarda, Jordan, un po’ come Jo Rowling, è un buon autore entry-level per avvicinare al genere. Per lo meno, L’occhio del mondo lo è, per ciò che viene dopo lo vedremo in seguito.

Voto finale

Nota sulla traduzione Ho letto una versione ebook piratata di L’occhio del mondo, ma possiedo anche la versione cartacea della Fanucci. La versione digitale riprende il testo dell’edizione Mondadori del 1992, con la traduzione di G.L. Staffilano, mentre l’edizione Fanucci riprende sì la traduzione Mondadori, ma ne affida la revisione (e la traduzione delle parti mancanti – molto professionale e rispettosa come sempre, Mondy) a Sabrina Galluzzi. Ora, saranno le iniziali GL, ma la traduzione di Staffilano fa schifo al cazzo. Quella della Galluzzi non è perfetta, ma è molto migliore. Comprate l’edizione Fanucci. O, se scaricate, fatelo sapendo a cosa andate in contro.

Recensione – “A Natural History of Dragons” di Marie Brennan

Alle volte l’unica cosa da fare è guardare fisso Amazon e sibilare un “vaffanculo” carico di disappunto. Perché sa essere proprio rincoglionito. Tipo quando ti propone cose del genere:

anhod amazon

Un Euro e poco più di differenza tra romanzo rilegato e romanzo digitale è qualcosa che va al di là del cretino. Soprattutto perché, a parità di prezzi, mi costringe a comprare il cartaceo. E un ebook a quel prezzo lì è una truffa bella e buona, punto.

Non tutto il male viene per nuocere, visto che ne ho approfittato per mettere le mani anche su Bestiario di Julio Cortázar, perché a noi il fantastico ci piace impegnato. Lasciamo però in pace l’amico Julio, parcheggiato in libreria accanto a Borges, e concentriamoci sull’altro libro, A Natural History of Dragons di Marie Brennan, romanzo, peraltro, inserito nel listone di quelli da tenere d’occhio per il 2013.

La scheda del libro

A Natural History of Dragons. A Memoir by Lady Trent di Marie Brennan
Pubblicato da Tor Books, inedito in Italia
Anno 2013
334 pagine
Prezzo di copertina 25.99$
Prezzo ebook 14.08€
Il libro su Amazon, anche in formato digitale

Che cosa succede

Lady Isabella Trent è un’attempata nobildonna di stampo molto vittoriano che, nel corso della sua lunga e produttiva vita è stata una stimata studiosa e ricercatrice nel campo della storia naturale, in particolare specializzandosi nello studio dei draghi (e ti credo, potendo scegliere tra, chessò, cavalli, mucche e draghi chi non sceglierebbe i draghi?). In questo primo volume, lady Trent ci narra della sua infanzia e della sua prima spedizione scientifica.

La prima parte del romanzo è dedicata all’infanzia e alla gioventù della protagonista che da subito coltiva non solo una smodata passione per i draghi, ma anche e soprattutto per il metodo scientifico che le consente uno studio puntuale della materia. Tuttavia il suo interesse, nonostante sia capito e anche, di nascosto, accettato dal padre, è ben presto smorzato dalla madre, il cui primo obiettivo è che la figlia, logicamente, trovi un buon marito.

Solo dopo il matrimonio con Jacob Camherst, che trova in lei una compagna intellettuale e non solo una moglie trofeo, in Isabella si riaccende la passione per i draghi, ed è a quel punto che comincia ad adoperarsi per fare qualcosa che nessuna nobildonna prima di lei aveva mai fatto: partecipare ad una vera spedizione scientifica.

La conoscenza con l’anticonformista lord Hilford sembra fare al caso suo, perché il nobiluomo sta preparando proprio una spedizione di ricerca tra le gelide montagne di Vystrana – spedizione, con tutte le avventure e gli intrighi del caso, whodunit incluso, alla quale è dedicato il resto del libro.

Che cosa ne penso

Va da sé che in A Natural Histry of Dragons, essendo un memoriale, la voce della protagonista/narratrice Isabella Trent si impone su quella di tutti gli altri personaggi, visto che, dopotutto, la storia è vista attraverso i suoi occhi. Ciò detto, mi sembra opportuno sottolineare che, nel libro, ci sono non meno di due lady Trent, ossia la giovane Isabella di cui seguiamo le avventure in Vystrana, e la ben più matura e celebre lady Trent che delle avventure è la voce narrante.

Ora, che io abbia un debole per le argute nobildonne inglesi è risaputo, visto che sono cresciuto a pane e Agatha Christie e un annetto e mezzo fa mi sono letteralmente divorato Downton Abbey, e la lady Trent narratrice rientra precisamente in questa categoria, per cui non ho nulla di cui lamentarmi. La giovane lady Trent, invece, è un personaggio ancora un po’ acerbo, vuoi perché non è ancora passata attraverso le avventure che la trasformeranno nella Isabella Trent narratrice, vuoi perché il romanzo stesso è mandato avanti più dal susseguirsi di avvenimenti che dallo studio del personaggio.

Ma Marie Brennan almeno un merito nella caratterizzazione della protagonista ce l’ha. Lady Trent, donna in una società maschilista e fallocentrica (cit.), è, per forza di cosa, un’anticonformista. Ma è anche una donna in una società profondamente conservatrice, con tutte le implicazioni del caso. Ora, un’autrice meno in gamba avrebbe fatto di lady Trent una dozzinale teenager ribelle ante litteram, una che “Io voglio studiare i draghi e tu non puoi impedirmelo!!!!11one!”. Marie Brennan, invece, pare ben conscia del periodo storico in cui è ambientata la sua storia e della mentalità che da esso, fisiologicamente, deriva. Lady Trent è sì un’anticonformista, ma è anche e prima di tutto una giovane donna di buoni natali e, in quanto tale, sa qual è il suo destino e conosce i margini entro i quali è appropriato che vada a muoversi. Solo una volta, da bambina, rompe decisamente con i limiti che il suo genere le impone, e in quel caso si tratta di un episodio pivotale per la formazione del suo carattere. Per il resto, lady Trent ha ben chiaro quale sia il suo posto nel mondo, e quindi accetta, seppure con un minimo di rassegnazione, di diventare una “moglie di” e di poter vivere la sua passione solo attraverso il marito (certezza che, come è facile intuire, sarà ribaltata in fretta). Il fatto che lady Trent non sia una generica rybellina antikonformista ma una giovane donna che accetta e fa proprie le aspettative e le norme della società in cui vive la rende in automatico un personaggio molto più genuino e credibile di tanti altri.

Al di là della azzeccata caratterizzazione della protagonista, che, a mio avviso, è l’elemento più riuscito del romanzo, A Natural History of Dragons presenta purtroppo alcune magagne che, pur non guastando il romanzo in sé, alla fin della fiera, hanno un po’ fatto a pugni con le aspettative medio-alte che per esso nutrivo.

Intanto la storia ci viene presentata come A Memoir by Lady Trent, ma ci viene narrato solo un episodio della vita di un personaggio che, senza dubbio, ne ha fatte e viste di ogni genere. Anche perché, alla fine del libro, Isabella non è ancora lady Trent, ma solo Mrs. Camherst, il che significa che di storie da raccontare ce ne sono ancora parecchie. Il che da una parte è un po’ una delusione – non voletemene, speravo in un romanzo autoconclusivo una volta tanto e non nell’ennesimo inizio di saga – ma dall’altra è un bene perché sull’argomento draghi c’è ancora molto da dire.

Anche perché in questo primo romanzo di draghi veri e propri non se ne vedono molti, seconda delusione. Ma, volendo spezzare una lancia in favore di lady Trent e del suo memoriale, le (pur poche) parti relative allo studio vero e proprio dei draghi sono ben fatte e non mi dispiacerebbe venissero riprese e approfondite negli inevitabili seguiti.

Un altro aspetto del romanzo che non dico non mi sia piaciuto ma mi ha dato per lo meno qualche grattacapo è il world building. Per tutta la reccy ho genericamente parlato di “periodo vittoriano” che, lo sapete, fa riferimento al regno della regina Vittoria. In realtà A Natural History of Dragons non solo non è ambientato nel periodo vittoriano, ma nemmeno nel nostro mondo. Non so esattamente perché, ma Marie Brennan ha ritenuto di dover ambientare il romanzo in un mondo alternativo di nome Anthiope in cui Scirland, la patria di lady Trent, è identica all’Inghilterra vittoriana e Vystana è la Russia imperiale. Inoltre c’è un personaggio che si chiama Gaetano Rossi e che, no, non proviene dal regno Sabaudo né dalle Due Sicilie.

Insomma, l’unica cosa che sembra esserci di diverso, rispetto al nostro mondo, è la presenza dei draghi – non come creature mitologiche, ma come vera e propria specie animale. Ma a questo punto io dovrei prendere per buono che la società di un intero continente si sia evoluta in maniera identica alla nostra, con gli stessi tempi e la stessa continuità, di modo da ricalcare alla perfezione il nostro Ottocento? E questo senza contare l’elemento di differenza, i draghi, che, apparentemente, non hanno avuto nessuna ripercussione sullo sviluppo della società in cui il romanzo è ambientato.

In conclusione

A Natural History of Dragons è qualcosa di diverso all’interno del panorama del fantasy degli ultimi anni. Non è decisamente né un high né un urban fantasy, pur essendo ambientato nel periodo vittoriano non vi è traccia di ingranaggi e vapore, ci sono dei draghi ma non parlano o interagiscono in altro modo che non sia proprio delle bestie, c’è una storia d’amore ma non è né forzata né il centro focale del romanzo (tutt’altro).

Certo, non basta essere speciale per essere migliore – e questo, purtroppo, il romanzo non lo è – ma alla Brennan va dato atto di aver scritto un buon romanzo con una protagonista ben caratterizzata e con la quale, tutto sommato, è piacevole trascorrere un po’ di tempo, e che ha buone prospettive per gli inevitabili seguiti. Con, si spera, più draghi e più scienza.

In aggiunta, le illustrazioni di Todd Lockwood sono davvero notevoli e la copertina è una delle più belle di sempre.

Voto finale

Recensione – “Fortress Frontier (Shadow Ops #2)” di Myke Cole

Affrontato il gelido inverno per recarmi al seggio e sbrogliati i miei doveri da elettore, posso finalmente dedicarmi alla recensione di Fortress Frontier, il nuovo romanzo del nerboruto Myke Cole e sequel del già recensito Control Point.

Per cui, mentre aspettiamo di sapere quale pagliaccio governerà l’Italia per i prossimi due anni e mezzo su cinque di legislatura, cogliamo l’occasione per rifugiarci in un universo fantasy in cui la magia è reale e l’esercito la adopera, di nascosto dalla popolazione, a proprio uso e consumo – insomma, un universo politicamente meno ridicolo di quello in cui ci troviamo a vivere.

 

La scheda del libro

Fortress Frontier (Shadow Ops #2) di Myke Cole
Pubblicato da Ace, inedito in Italia
Anno 2013
368 pagine
Prezzo di copertina 9,53€
Prezzo ebook 4,22€
Il libro su Amazon, anche in formato digitale

Che cosa succede

Fortress Frontier non si apre quando finisce il volume precedente, ossia con [spoiler, duh!] la fuga di Oscar Britton e la chiusura del portale che unisce la Fonte alla nostra dimensione, ma svariati mesi prima. Qui incontriamo Adam Bookbinder, un ufficiale dell’esercito che ha fatto carriera dietro a una scrivania anziché in un campo di battaglia. All’improvviso, proprio come era capitato a Oscar in Control Point, la magia si risveglia in Bookbinder e il colonnello diventa Latente. Eppure, diversamente da Oscar, Bookbinder, che non fugge ma si consegna, da bravo burocrate, ai Supernatural Operation Corps, non sembra eccellere in nessuna delle discipline sino a quel momento conosciute e, anzi, la sua “specializzazione magica” resta un mistero.

Bookbinder viene promosso e spedito alla Forward Operating Base all’interno della Fonte con la quale abbiamo familiarizzato nel romanzo precedente. Lì, nonostante la situazione radicalmente mutata, Bookbinder si ritrova a svolgere lo stesso incarico che svolgeva in precedenza, il passacarte, solo in un’altra dimensione.

E proprio quando Bookbinder sembra venire a patti con il suo non contare niente in qualsiasi dimensione si ritrovi, ecco che le due storyline, questa e quella di Control Point, vengono a collimare: la Forward Operating Base viene separata in maniera definitiva dalla Terra e i soldati sono posti sotto il costante attacco dei Goblin che vivono nella Fonte. Bookbinder si ritrova ben presto al comando della base e l’unico barlume di speranza si trova al termine di un viaggio di centinaia di miglia, attraverso territori della Fonte inesplorati e pericolosi. In più, potrebbe esserci bisogno di allearsi con Oscar Britton, ora nemico pubblico numero uno.

Che cosa ne penso

Control Point era un romanzo che di sicuro non avrebbe cambiato il modo di scrivere speculative fiction, ma era un urban fantasy piacevole e di intrattenimento. Non era perfetto, certo. Come avevo detto ai tempi della reccy, il punto debole del romanzo era di sicuro il suo protagonista, Oscar Britton, troppo cliché, troppo idealista e troppo lamentoso.

La mossa vincente che Myke Cole ha azzardato in Fortress Frontier è stata prendere Oscar Britton e relegarlo a un ruolo di coprimario, affidando il peso della storia alle spalle di un nuovo protagonista, Adam Bookbinder, che di certo è meglio caratterizzato e più piacevole da seguire – non si ha più, nel bene o nel male, quella sensazione di stare leggendo la novellizzazione di un film con Vin Diesel, ad esempio.

Inoltre, come mi auguravo nella reccy precedente, Fortress Frontier allarga ed espande l’universo di Control Point, mostrandoci, ad esempio, la controparte indiana della Forward Operating Base statunitense e i naga. Fun fact: per documentarsi sulla cultura e l’esercito indiano, Myke Cole ha chiesto aiuto a Mihir Wanchoo, blogger e redattore di Fantasy Book Critic, uno dei book blog di speculative fiction più influenti d’oltreoceano. Il che significa che la prossima volte che, diciamo, Luca Tarenzi scriverà un libro su un sociologo, pretendo di essere contattato.

In ogni caso, lo stile di Myke Cole è ancora un po’ acerbo. Ad esempio c’è qualche ripetizione di troppo qua e là, come nel capitolo in cui Bookbinder arriva alla Forward Operating Base e riconosce di sentirsi “overwhelmed” per tre volte in tre pagine. Ci sono comunque, mi sembra, ampi margini di miglioramento.

Insomma, Fortress Frontier è un sequel migliore di Control Point, che comunque resta una buona storia, agile e divertente. È un romanzo di puro intrattenimento che però lascia la porta aperta per future disamine sociopolitiche in cui la premessa da cui partiva il primo volume viene espansa e valorizzata. Se con Control Point mi ero detto “devo leggere il secondo”, con Fortress Frontier non posso fare a meno di dirmi “devo continuare a seguire la serie”.

E, ovviamente, ve lo consiglio. È leggibile anche in inglese, proprio in virtù della prosa semplice e diretta di Cole. Se cercate azione, avventura e magia, dateci una chance.

Voto finale

Recensione – “Control Point (Shadow Ops #1)” di Myke Cole

Sono quasi sicuro che Myke Cole sia lo scrittore più muscoloso che abbia mai visto in foto. E già questo dovrebbe essere un motivo sufficiente per leggere una suo libro. Del resto ho letto Il nome del vento solo dopo aver visto Rothfuss in cosplay da gnomo da giardino – e immagino questo la dica lunga sui miei criteri di scelta.

Con un passato da mercenario (giuro) Cole si è fatto tre tour in Iraq occupandosi tra l’altro di antiterrorismo. Solo per questo si merita il Seal of Badassery (suvvia, è talmente badass che la I nel suo nome è diventata una Y). In più è anche un geek con la passione per Dungeons & Dragons e il fantasy in generale.

Logicamente, Myke Cole scrive urban fantasy con marcati elementi militareschi. Control Point è il primo volume della serie Shadow Ops, ambientata in un universo in cui il genere umano ha inspiegabilmente acquisito superpoteri non sempre facili da controllare visto dagli occhi di un ufficiale dell’esercito che scopre, suo malgrado, di essere in grado di aprire portali nello spaziotempo.

Dopo il romanzo breve che è stata la recensione di Goodkind, torniamo a un formato più condensato e andiamo a vedere cosa ne penso di Control Point.

La scheda del libro

Control Point (Shadow Ops #1) di Myke Cole
Pubblicato da Ace, inedito in Italia
Anno 2012
389 pagine
Prezzo di copertina 10,30€
Prezzo ebook 4,32€
Il libro su Amazon, anche in formato digitale

Che cosa succede

A seguito di un evento improvviso e mai del tutto spiegato nel romanzo, gli uomini cominciano a manifestare poteri magici, non tutti sono in grado di controllarli e alcuni di questi poteri sono molto, molto pericolosi. Oscar Britton è un membro della Supernatural Operation Corps, una divisione dell’esercito americano il cui compito è quello di catturare e assicurare alla giustizia i cosiddetti Selfers, persone che manifestano improvvisamente (e spesso violentemente) i propri poteri magici, o che sono dotati di poteri magici afferenti a un’arte proibita, ad esempio negromanzia, piromanzia e portalmanzia, e rifiutano di consegnarsi spontaneamente alla giustizia.

Ironia della sorte, dopo aver consegnato alla “giustizia” una piromante in fuga, Britton manifesta lui stesso poteri magici, scoprendo di essere in grado di aprire portali verso una sorta di dimensione parallela chiamata “The Source”, che si suppone sia la fonte da cui proviene tutta la magia (e i goblin). Catturato dalla SOC, e con una bomba impiantata all’interno del cuore, Britton viene spedito proprio all’interno della Fonte, dove si trova una base militare segreta in cui i Selfers vengono addestrati all’utilizzo della loro magia come arma e in seguito utilizzati come mercenari-ombra dall’esercito americano.

Control Point sembra la novellizzazione di un con Vin Diesel. Si tratta di un romanzo dal ritmo serrato, in cui le scene d’azione si susseguono senza quasi pause per tirare il fiato, e che si legge in una manciata di ore.

È un po’ un condensato di tutti i topói relativi all’esercito possibili e immaginabili, dall’ufficiale gentiluomo al sergente maggiore Hartman. Devo ammettere, però, che questo pescare a piene mani nella tipicità di un genere, che in effetti riflette l’inesperienza di un autore che è pur sempre all’inizio della sua carriera di scrittore, non mi ha infastidito più di tanto. Forse perché non conosco i cliché e gli stereotipi della narrativa militaresca come conosco quelli dell’high fantasy, in ogni caso ho trovato interessanti, anche se a volte appena abbozzati, alcuni personaggi secondari, nella fattispecie Scylla, il main villain.

Ci sono anche alcuni momenti più “riflessivi” all’interno della storia, in cui Britton si prende del tempo per esaminare la situazione in cui si trova e si pone le classiche domande relative all’identità e al valore individuale in un’organizzazione che per sua natura è anti-individualistica come l’esercito, dilemma esemplificato in una frase in particolare che Britton si sente rivolgere dal suo superiore: “You’re paid to be a weapon, not a hero”. Si tratta senza dubbio dei medesimi interrogativi che deve essersi posto anche Myke Cole, durante la sua carriera da contractor. Tuttavia invece di essere un punto di forza e far apparire Britton come un personaggio multidimensionale e in perenne conflitto con la sua identità, i brevi momenti di autoanalisi esistenziale sortiscono l’effetto opposto, ossia di far sembrare il protagonista un eterno indeciso e pure un po’ amante del dramma.

Che cosa ne penso

Al di là dell’eccessivo ricorso agli elementi tipici del genere militaresco e alla caratterizzazione che avrebbe potuto andare un po’ più nell’intimo dei personaggi secondari, ho poco di cui lamentarmi per quanto riguarda questo romanzo.

Control Point dà al lettore esattamente quello che la cover promette: militari, palle di fuoco e tanta, tanta azione. In più ho trovato interessante il world building, sia per quanto riguarda la società umana che all’improvviso deve fare i conti con il risveglio della magia, sia per quanto riguarda la Fonte, con i goblin e chissà quali altre creature magiche. L’ho trovato uno scenario promettente e spero verrà ampliato nei sequel.

In ultima analisi, Control Point mi ha offerto qualche ora di intrattenimento e svago, che già di per sé è una buona cosa da trovare in un romanzo.

Il secondo volume, Fortress Frontier, dovrebbe uscire tra una settimana, dieci giorni al massimo, affiancherà a Oscar Britton un secondo protagonista, Adam Bookbinder, colonnello burocrate che, dopo aver manifestato poteri magici in scuole proibite, viene posto al comando di un avamposto situato in una dimensione parallela (dalla sinossi non è chiaro se si tratti della Fonte o meno) e circondato da mostri.

Voto finale

DISCLAIMER Nessun goblin ha subito maltrattamenti durante la stesura di questa recensione.

Recensione – “Il nome del vento” di Patrick Rothfuss

Partiamo col dire che ho letto il libro in inglese ma sto facendo la recensione di un’edizione italiana perché sono veramente una persona orribile.

Ciò detto, c’è un intero mondo di romanzi fantasy considerati in qualche modo fondamentali e che io ancora non ho letto. The Second Apocalypse di Bakker, Ender’s Game di Card, The Black Company di Cook, Malazan, Tigana di Guy Gavriel Kay, Il libro del nuovo sole di Gene Wolfe, La ruota del tempo di Jordan e tanti, tanti altri. E in tutto questo voi mi chiedete di leggere Goodkind?

Comunque, nella lista c’era anche un piccolo mattoncino (digitale) intitolato The Name of the Wind di un certo Patrick Rothfuss. In verità è rimasto a prendere polvere metaforica nel mio ereader per parecchio, prima che mi decidessi a intraprenderne la lettura. A un certo punto ero indeciso se leggere appunto Rothfuss o il primo volume di Mistborn di Sanderson.

Poi ho visto questa foto su Wikipedia. E, mi dispiace signor Sanderson, ma non c’è stata partita.

La scheda del libro

The Name of the Wind (The Kingkiller Chronicles: Day One)
Pubblicato in Italia da Fanucci
Anno 2007
728 pagine
Prezzo di copertina (paperback) 16,90€
Il libro su Amazon

Che cosa succede

Il nome del vento è la prima parte di una trilogia che racconta le gesta dell’eroico Kvothe, famoso arcanista, guerriero e cantante, la sua ascesa alla fama e, probabilmente, la sua caduta nell’infamia.

Il romanzo si apre con un’introduzione scritta in terza persona nella quale veniamo introdotti a due personaggi, il taverniere Kote e il suo assistente Bast, che sembrano tutto fuorché straordinari. Se non fosse che uno dei clienti di Kote racconta di essere sopravvissuto per miracolo all’attacco di alcuni demoni-ragno. La sera stessa, Kote salva la vita da un attacco dei demoni-ragno a uno scriba in viaggio per i boschi di nome Chronicler (in italiano Cronista). Chronicler riconosce Kote per quello che realmente è, ossia il leggendario Kvothe e lo supplica di narragli la sua storia. Kvothe acconsente e gli concede tre giorni durante i quali racconterà gli eventi della sua vita dal suo punto di vista. Il primo romanzo della trilogia è il giorno uno del racconto di Kvothe e copre la parte della sua infanzia e prima adolescenza.

La storia di Kvothe, a questo punto narrata in prima persona, comincia con i suoi primi anni trascorsi in famiglia tra gli Edema Ruh, un gruppo di artisti viaggianti. Già subito Kvothe ci viene presentato come estremamente intelligente e dotato, tanto che, ancora bambino, riceve i primi insegnamenti di arti arcane da Abenthy, un arcanista proveniente dall’università, che lo introduce allo studio della simpatia (una forma di magia che, in maniera quasi scientifica, permette a una persona di “collegare” due oggetti insieme e modificare uno degli oggetti attraverso il legame che lo lega all’altro). Inoltre, Abenthy conosce il nome segreto del vento, che gli consente di chiamare a sé il vento e di servirsene.

La formazione di Kvothe, però, si interrompe bruscamente quando l’intera troupe di Edema Ruh viene sterminata dai Chandrian, esseri mitologici sui quali il padre di Kvothe stava componendo una canzone. Ritrovatosi solo al mondo e del tutto incapace di reagire, Kvothe trascorre i tre anni seguenti a fare il mendicante nella città di Tarbean. Questa è la parte Oliver Twist del romanzo.

In seguito al breve incontro con un cantastorie di nome Skarpi che gli racconta la storia dei Chandrian e dei loro nemici, gli Amyr, Kvothe si sveglia dallo stato semi-catatonico in cui lo aveva gettato la morte dei suoi genitori e decide che vuole saperne di più su questi mitologici Chandrian. E l’unico posto in cui farlo è l’Università.

Aiutato dalla sua astuzia e dall’abilità come attore ereditata dai genitori, Kvothe riesce non solo essere ammesso nella prestigiosa accademia di magia, ma anche a diventare ben presto lo studente più popolare della scuola. Questa, nel caso ci fossero dubbi, è la parte Harry Potter del romanzo, c’è perfino Ambrose, il Draco Malfoy di turno (solo che, a differenza di Malfoy, Ambrose non odia Kvothe perché la trama dice così, ma perché, sotto sotto, Kvothe è un’insopportabile testa di cazzo).

Segue Kvothe che riesce a cavarsi dai guai usando la sua scaltrezza, una love story, indagini sui Chandrian, un drago che mangia alberi e Kvothe che scopre grazie a un potere in lui innato il nome del vento.

Alla fine, nella taverna, dopo l’incontro con un mercenario posseduto da un demone, il racconto di Kote si interrompe con la promessa di continuare il giorno successivo (che poi sarà narrato in La paura del saggio/The Wise Man’s Fear).

Che cosa ne penso

Il nome del vento ha molti aspetti positivi e molti negativi.

Cominciamo con l’elephant in the room, la magagna che si sarà senz’altro notata anche solo leggendo il riassuntino della poco sopra. Sì, Kvothe è un Gary Stu, ma di quelli belli grossi. Non solo sa fare tutto, ma lo sa fare meglio di chiunque altro e non grazie a particolare allenamento, perché il talento sembra essere innato in lui. Inoltre, è un personaggio arrogante e supponente. Tuttavia c’è una certa grazia nel modo in cui le avventure di Kvothe sono raccontate, una cura da parte di Rothfuss che fa sì che Kvothe vada a collocarsi più tra i Gary Stu sopportabili (Harry Potter) che fra quelli indigeribili (Richard Rahl). C’è anche da dire una cosa importante al riguardo: la storia di Kvothe è narrata dallo stesso Kvothe, non da un narratore estraneo e affidabile. In tutto il romanzo Rothfuss non fa altro che parlarci del potere della narrazione sulla realtà, quindi non mi stupirei se, alla fine della fiera, si scoprisse che Kvothe è un personaggio con più difetti di quanti non emergano dal suo resoconto.

E c’è anche il fatto che Rothfuss, spesso e volentieri, non rifugge dagli stereotipi del genere. Quando si incontrano i suoi genitori e viene descritta la vita in tourné con gli Edema Ruh, ad esempio, si vede già lontano un miglio che quella serenità sarà di breve durata. Un po’ perché, d’accordo, è l’inizio, è ovvio che debba venire accesa una qualche sorta di conflitto, altrimenti non ci sarebbe una storia. Eppure, non appena i genitori di Kvothe sono comparsi in scena, io già sapevo che sarebbero morti. E va altresì apprezzato il fatto che Rothfuss non abbia fatto partire in quarta la ricerca di vendetta del protagonista, che invece si prende addirittura tre anni prima di iniziare a fare qualcosa che sia collegato allo scoprire la verità su chi ha ucciso i suoi genitori e perché.

Delle tre parti in cui è diviso il romanzo (Edema Ruh, Oliver Twist e Harry Potter), quella ambientata all’interno dell’università è senz’altro la più interessante da leggere. Un po’ perché la garystuaggine di Kvothe, pur essendo ai massimi, deve comunque confrontarsi con un’ambiente in cui, il più delle volte, non basta essere bello-bravo-intelligente-talentuoso per spuntarla, un po’ perché Kvothe comincia ad apparire un pochino più come un essere umano e un po’ meno come lo struggente orfanello di strada protagonista di romanzi d’appendice di fine Ottocento.

In ogni caso, la storia di Kvothe, anche se verso il finale comincia un po’ a trascinarsi, non è mai noiosa. In parte ciò è dovuto all’eccellente stile di Rothfuss, semplice ma non banale e ricco di metafore e similitudini molto visive. Basta leggere il primissimo capitolo per rendersi conto, del resto, che lo stile di Rothfuss è parecchie spanne sopra la media, uno stile che cerca il lirismo ma che riesce nel contempo a non risultare pedante e pretenzioso. Non è roba da poco, specialmente oggigiorno in cui il fantasy o è epico – e quindi piagato da uno stile inutilmente aulico – oppure è brutto, sporco e cattivo – e quindi infarcito di umorismo cinico che, tuttavia, in un romanzo di formazione come questo sarebbe risultato stonato e non di poco.

Insomma, è un romanzo di formazione e assolutamente non autoconclusivo, non è impegnativo da leggere, nemmeno in lingua inglese, perché la prosa di Rothfuss è chiara ma riesce comunque ad avere quel non-so-che di speciale, che la fa risaltare. Il protagonista è decisamente un Gary Stu, ma il più delle volte la cosa non è irritante. Non si tratta di sicuro di un romanzo perfetto, ma l’ho trovato un buon inizio di trilogia e penso proprio che Rothfuss una lettura se la meriti. E non solo per il cosplay da gnomo da giardino.

Voto finale

Recensione – “Sharps” di K.J. Parker

In cima alla recente lista dei migliori libri fantasy dell’anno in corso che ancora non avevo letto, spiccava il romanzo Sharps di K.J. Parker.

Erroneamente lo definivo low fantasy. Nello scrivere questa recensione mi sono documentato approfonditamente – ben 0,5 secondi su Wikipedia – e sono ora costretto a correggermi. Per low fantasy, infatti, non si intende un sottogenere del fantasy che si contrappone all’high fantasy per l’assenza dell’elemento magico, sia che esso si palesi sotto forma di magia o di creature meravigliose quali draghi, elfi, goblin o politici del centrosinistra. Il low fantasy propriamente detto è quel sottogenere del fantasy in cui l’elemento magico è presente ma collocato in un universo affine al nostro, l’irrazionale che entra in un contesto razionale. In sostanza, il low fantasy propriamente detto si colloca a pochissima distanza dal realismo magico di Murakami.

Beh, ciò non toglie che Sharps, così come molti altri romanzi della Parker, sia ambientato in un contesto fantasy che risulta essere privo, tuttavia, dell’elemento magico. Come la mettiamo? Eh, sapientoni? Non c’è un nome per questo sottogenere?

Allora me l’invento io.

Visto che i romanzi fantasy con draghi, maghi, battaglie, elfi, hobbit e spade magiche si chiamano Epic Fantasy, i romanzi che pur essendo fantasy non presentano questi elementi da oggi in poi si chiameranno Ordinary Fantasy. Ora non mi resta che scrivere il manifesto dell’Ordinary Fantasy, reclutare un circolo di amyketti accondiscendenti e il mondo sarà mio… MUAHAHAHAHAHA!

Ehm.

Dicevo, K.J. Parker. Scrittrice misteriosa, vero nome e provenienza da sempre avvolti nel più assoluto riserbo (per questo è probabile che sia pure lei Loredana Lipperini), il suo marchio di fabbrica è l’Ordinary Fantasy. Già autrice della Fencer Trilogy, della Scavenger Trilogy e dell’Engineer Trilogy – di queste solo la prima è stata tradotta in italiano, dalla Nord, in quel periodo roseo in cui la Nord pubblicava ancora fantasy – ultimamente si è data ai romanzi stand-alone, che sono spesso indicati come i suoi lavori migliori, e Sharps è l’ultimo in ordine cronologico.

Vediamolo un po’

La scheda del libro

Sharps di K.J. Parker
Pubblicato da Orbit Books
Anno 2012
450 pagine
Prezzo di copertina (paperback) £8.99
Il libro su Amazon

Che cosa succede

La storia segue una squadra di schermidori provenienti dalla nazione di Scheria che viene invitata nella confinante Permia per disputare un torneo che celebri la tregua che le due nazioni sono riuscite a stipulare con difficoltà dopo una sanguinosa guerra durata oltre quarant’anni.

Si tratta però di un torneo più politico che sportivo, tanto è vero che ben pochi degli schermidori partecipanti possono definirsi volontari. Suidas è un ex campione di fioretto che ha servito in prima linea durante la guerra; Giraut ha accidentalmente ucciso un politico e la partecipazione al torneo è l’alternativa che gli è stata proposta al posto della condanna; Iseutz è una donna di nobili natali e dal passato misterioso; Addo è il figlio del generale Carnufex che, con la spudorata e ingegnosa mossa di deviare il corso di un fiume e inondare una delle maggiori città di Permia, ha di fatto permesso a Scheria di vincere la guerra. Perfino l’allenatore, Phrantzes, è stato costretto a unirsi alla squadra per evitare una condanna per blasfemia fabbricata ad arte. Ad accompagnarli, un misterioso “emissario” politico che pare abbia il potere di svanire nel nulla quando c’è bisogno di lui.

Ma è chiaro fin dall’inizio del tour che le cose per la squadra di schermidori sono destinate a non andare per il verso giusto. Mano a mano che proseguono nel loro viaggio a Permia, vengono stretti sempre più in una ragnatela di intrighi, macchinazioni e inganni, perché la pace stipulata tra Scheria e Permia pare non vada a genio proprio a tutti – e perfino tra i nostri malcapitati schermidori potrebbe celarsi un traditore.

Che cosa ne penso

Sharps è un romanzo più simile alle saghe familiari di Ken Follett che ai fantasy di Joe Abercrombie, George R.R. Martin, Patrick Rothfuss o – che iddio ce ne scampi – Terry Goodkind. Non è solo per l’assenza dell’elemento soprannaturale che ho già menzionato nel preambolo, si tratta proprio del modo in cui il romanzo è costruito: un susseguirsi di intrighi che, mano a mano si fanno sempre più fitti e impenetrabili e entro il quale i protagonisti devono fare tutto il possibile per sopravvivere.

Non fosse stato ambientato in un universo che, palesemente, non è il nostro, avrei classificato Sharps come un romanzo storico e non un fantasy. Ma la differenza tra il mondo alternativo del romanzo e quello in cui noi viviamo si sente ed è una parte fondamentale della storia. Per non dire la migliore.

Di sicuro il world building è uno dei punti di forza di questo romanzo. Non c’è niente di particolarmente eclatante nella società permiana o scheriana – se non l’eccessiva fissazione per la scherma – ma si tratta comunque di due realtà che rimangono impresse, anche a romanzo terminato.

Altro punto di forza del romanzo è la fitta coltre di intrighi che avvolge i protagonisti. Ogni due pagine le carte in tavola vengono mischiate, e perfino il lettore finisce a trovarsi nell’angosciante situazione di non sapere più a chi credere.

La Parker si è tenuta lontana dai cliché – non ha tentato di ribaltarli o di reinventarli, molto più semplicemente se ne è del tutto discostata. La moralità dei personaggi – di tutti i personaggi, nessuno escluso – è a gradazioni di grigio (non quelle finto-BDSM). Fino all’ultimo non si capisce chi è cattivo e chi buono e, una volta che lo si è scoperto, l’eroe non è eroico e l’antagonista non è malvagio. I buoni sono i cattivi, i cattivi sono i buoni, i cattivi sono simpatici e i buoni antipatici. Insomma, un bel casino, ma pur sempre un casino che suona realistico.

E infine merita di essere annoverata tra i punti di forza del romanzo la scherma. Deve essere una disciplina in cui la Parker è piuttosto fissata, perché la precedente Fencer Trilogy era basata sull’idea di un universo in cui le dispute legali si risolvevano tramite duello e gli avvocati sono tutti schermidori provetti. In Sharps la scherma c’è ma non è invadente, inoltre è alla portata di tutti, anche di chi, come me, ne sapeva poco e niente. (Tra parentesi il titolo del romanzo fa riferimento alle lame affilate che usano gli schermidori di Permia in contrapposizione al fioretto classico usato a Scheria).

A fare da contrappeso al world-building, agli intrighi e alla sempre presente ma non invadente scherma, ci sono i personaggi. Che non sono affatto male, badate bene, ma faticano a rimanere impressi. Tanto è vero che io, che ho finito il libro da neanche dieci giorni, nello scrivere la recensione che state leggendo sono dovuto andare a riprendere il libro per menzionarne i personaggi principali. Non rimangono molto impressi nonostante la caratterizzazione sia più che soddisfacente e le storie che ognuno dei protagonisti ha alle spalle siano ben descritte e interessanti. Io so bene che Giraut è quello che ha ucciso un tizio in autodifesa e Addo è il figlio dell’eroe di guerra, ma a volte queste due conoscenze si mischiano.

In conclusione

Per tirare le somme, Sharps è un romanzo molto buono, specialmente per un annata sofferente per il fantasy come questa, che trova la sua forza in un mondo alternativo decisamente fantastico in cui tuttavia non sono presenti elementi magici o comunque soprannaturali, e in una trama intricata in cui a farla da padrone sono intrighi politici e giochi di potere ben congegnati che anche il lettore non può fare a meno di guardare con sospetto i personaggi, perfino quelli principali, che “conosce” grazie a un POV in terza persona focalizzata.

I personaggi, per quanto dotati di un passato e di personalità ben distinte, non sono memorabili e c’è il rischio che, a causa di ciò, il ritmo di lettura ne risenta.

Se amate i paranormal romance, questo non è il libro che fa per voi (e inoltre: cosa ci fate sul mio blog? masochismo?), se vi aspettate battaglie campali con elfi a cavallo di elefanti e nani in sella a draghi steampunk, beh, ciccia. Sharps è un libro molto ordinary, più simile a un thriller storico che a un fantasy propriamente detto. Ma è comunque una lettura che consiglio di intraprendere.

Voto finale

Recensione – “Railsea” di China Miéville

China Miéville è indiscutibilmente uno dei più quotati autori fantasy della nuova generazione. Da qualche anno a questa parte, ogni volta che pubblica qualcosa – & il tizio ha l’invidiabile media di un romanzo all’anno – fioccano premi letterari & riconoscimenti di pubblico e critica.

Miéville scrive principalmente new weird (la trilogia di Bas-Lag) e urban fantasy per young adult (Un Lun Dun e King Rat), anche se, a mio avviso, i suoi due romanzi fondamentali appartengono al genere fantascientifico & sono The City & the City & il capolavoro Embassytown.

Di Embassytown, storia delle relazioni tra i coloni umani & una razza aliena che comunica con un linguaggio molto particolare, mi sono proprio innamorato. Ho trovato eccezionale la cura nel creare il mondo alieno & i suoi abitanti, gli Ospiti, & molto ingegnosa tutta la parte relativa al Linguaggio alieno & alle differenze semantiche & simboliche rispetto al nostro. È come se Miéville avesse preso il meglio dal corso di sociologia dei processi culturali che ho seguito all’università & ci avesse scritto un romanzo. Giuro, non riuscivo a smettere di pensare e ripensare a quanto fisse figo tutto ciò.

Mi ero anche ripromesso di scriverci una recensione, che sarebbe stata una recensione a cinque stelline, ma poi i mesi si sono accumulati & il progetto è stato accantonato. Finirà, assieme alla recensione di Blackwater, nella lista della migliori reccy che non ho mai scritto.

Tutto questo preambolo per dire che oggi parliamo di Railsea, l’ultima fatica in ordine cronologico di China Miéville. Che è un romanzo un po’ sui generis visto all’interno della sua bibliografia.

Innanzitutto è uno young adult, almeno così lo marketizza l’editore – io ho i miei dubbi al riguardo, ma lo vedremo in seguito. Il protagonista, di cui non viene mai specificata l’età, è verosimilmente un ragazzo di quindici-diciotto anni (viene chiamato “young man”) & la storia è inframezzata da disegni realizzati dallo stesso Miéville. Roba da young adult, no?

Poi, il genere. Non è un urban fantasy come gli altri YA, King Rat e Un Lun Dun, né uno sci-fi. È invece un’avventura fantasy/new weird con qualche momento steampunk. Una versione meno profana della trilogia di Bas Lag, adatta ai lettori più giovani & a tutte le fighette che hanno i conati di vomito quando leggono una scena di sesso tra un uomo & una donna dalla testa di insetto.

La scheda del libro

Railsea di China Miéville
Pubblicato da Del Rey Books
Anno 2012
424 pagine
Prezzo di copertina (hardcover) 18.00$
Il libro su Amazon

Che cosa succede

Non ho mai letto Moby Dick ma quando penso al romanzo di Herman Melville ho ben in testa un’immagine: Moby, che è un pronipote dell’autore & ha voluto che il suo nome d’arte riecheggiasse l’opera più famosa dell’antenato.

No, wait… volevo dire la balena bianca.

Dai, il capitano Ahab con l’arpione in mano che fronteggia una cazzutissima balena che giganteggia a pelo d’acqua.

Insomma, avete presente Moby Dick.

Railsea è una sorta di rivisitazione del mito di Moby Dick, un retelling che va ben al di là di molti altri esperimenti del genere (tipo Orgoglio pregiudizio & zombie o le rivisitazioni con scene di sesso bonus dei classici della letteratura “romantica” ispirate da Cinquanta sfumature di grigio – ebbene sì, esistono & c’ho le prove). È Moby Dick, ma al posto del mare c’è un’infinita distesa di binari ferroviari, al posto delle navi ci sono i treni diesel & al posto della balena c’è una gigantesca talpa gialla. Fuck yeah.

Ho tentato di spiegare il plot a Queenseptienna & la reazione che ho ottenuto è stata la seguente:

Il protagonista del racconto è Sham ap Soorap, giovane assistente medico che si trova a bordo della Medes, la nave del capitano Naphi, donna spietata con un braccio meccanico – STEAMPUNK! – la cui “filosofia” (o destino) è quella di trovare & uccidere la gigantesca talpa gialla Mocker-Jack.

Un giorno, di ritorno da una caccia infruttuosa, la Medes incrocia il relitto di un vecchio treno. Sham, assieme a un manipolo di marinai, scende in esplorazione & trova una scheda di memoria che il suo capitano provvede subito a sequestrare, in barba alla regola del “chi trova se lo tiene”. Sham non si perde d’animo & riesce comunque a scoprire che cosa contiene la scheda: delle foto scattate con buona probabilità da degli esploratori del Railsea. Tutto curioso, ma pur sempre normale – il mare di binari è immenso & esplorare è pur sempre nella natura umana – fino a che non posa gli occhi sull’ultima foto, un’immagine che potrebbe cambiare la concezione del Railsea così come Sham & tutti gli altri lo conoscono.

Che cosa ne penso

Railsea è un romanzo d’avventura molto valido. Sham ap Soorap è un protagonista che risulta simpatico fina dalle prime pagine & per cui è facilissimo tifare – a tratti sembra il main charachter dei film di animazione della Dreamworks – & il world building, pur essendo basato su una premessa che richiede un minimo di sospensione dell’incredulità, è coerente e ben strutturato.

Il romanzo alterna scene d’azione frenetiche a capitoli più tranquilli, quando non veri e propri capitoli-infodump. Tuttavia, la lunghezza media di ciascuno degli ottantasei capitoli che compongono il romanzo è di circa due paginette – una facciata per i capitoli d’infodump, per i quali la voce narrante è molto poco solenne & non pesano quindi sul ritmo di lettura. Ritmo che rimane piuttosto serrato, soprattutto nella prima parte e durante il climax finale.

Di contrario, ci sono due cose che non mi sono andate molto a genio.

Una è senza dubbio che la caratterizzazione del resto dei coprimari è piuttosto scarsa. Solo uno dei compagni d’equipaggio di Sham ha due scene in cui viene definita la sua personalità, ma si tratta più che altro di una comparsa, che rimane sullo sfondo durante tutte le scene fondamentali. Gli altri personaggi secondari, i fratelli Shroak, il capitano Naphi e il pirata Robalson, sono più che altro abbozzati, eppure occupano una buona fetta della seconda parte del libro, quando capita che debbano gestire la trama senza l’assistenza di Sham, che è impegnato su altri fronti, & per i quali il lettore non sente lo stesso attaccamento che prova per Sham.

La seconda magagna è che il finale è un po’ troppo prevedibile. Nel senso che parte del finale consiste nello svelare cosa si cela alla fine del Railsea, il che presuppone scoprire quali siano le sue origini. Il problema è che le origini del mare di binari sono spiegate, anche se come se fossero una antica leggenda, in uno dei capitoli-infodump. Questo rende l’epilogo del romanzo in parte anticlimatico.

Poi abbiamo Miéville che è pur sempre Miéville, e quindi scrive compiaciuto. Sia chiaro che questa non è una critica allo stile o al romanzo, ma da lettore non madrelingua inglese ho trovato il vocabolario usato in Railsea eccessivamente arzigogolato, non per la quantità di aggettivi o per la costruzione contorta dei periodi, ma proprio per la ricercatezza dei termini. Mi è rimasto impresso quell’“animale tellurico” in luogo di treno. & le congiunzioni scritte in quel modo strano mi hanno un po’ distratto, anche se poi vengono spiegate. Insomma, se il vostro livello di inglese non è sopra la media, armatevi di vocabolario o aspettate un’edizione in italiano – la cui traduzione sarà senza dubbio massacrata come è stato per The City and the City.

Voto finale