I ragazzini che ascoltano musica questionabile, sono preponderanti sui social media e si comportano, in genere, da deficienti si chiamano bimbiminkia.
I deputati del Movimento 5 Stelle che stanno in Parlamento ma non hanno idea di come funzioni la faccenda – o di come si scriva un decreto legge o un emendamento – si chiamano deputatiminkia.
Seguendo la scia, lo steampunkminkia è un genere letterario, di solito opera di giovani autori italiani dal dubbio talento, che in apparenza si rifà allo steampunk vittoriano, senza però di tale sottogenere possedere alcuna conoscenza, né articolata né basilare. Il risultato è quindi un romanzo pastrocchiato la cui lettura causerà più risa isteriche e facepalm che senso di meraviglia.
Se esistesse un canone dello steampunkminkia, Il sogno della Bella Addormentata di Luca Centi sarebbe un romanzo fondamentale, in quanto incarna tutti gli elementi propri del sotto-sottogenere. Ma proprio tutti, eh. Tanto è vero che ho letto da qualche parte l’autore che lo definiva: “un misto tra fantasy, fantascienza e steampunk”. Che è la definizione più figa dell’universo, ammettetelo.
Anyway, se il nome Luca Centi vi fa suonare una campanella è perché, nel 2009 ha pubblicato con Piemme Il silenzio di Lenth (ebbene sì, è munito di pagina su Wikipedia italiana, perché noi non ci facciamo mancare niente), romanzo cardine del fantatrash italiano famoso più che altro per una delle ultime recensioni decenti di Gamberi Fantasy. Nella recensione, che vi invito a recuperare, l’autore veniva accusato di non saper scrivere molto bene e il suo editor di essere un criceto, o qualcosa del genere. Sebbene non abbia personalmente letto il romanzo in questione, posso ugualmente affermare due cose: a) Luca Centa non scrive molto bene e, b) il suo editor è ANCORA un criceto.
La scheda del libro
Il sogno della Bella Addormentata di Luca Centi
Pubblicato da Piemme Freeway
Anno 2013
252 pagine
Prezzo di copertina 16.50€
Prezzo ebook 9.99€
Il libro su Amazon, anche in formato digitale
Che cosa succede
Incontriamo la nostra protagonista, Talia, durante una festa in cui, con somma creatività:
Gli uomini se ne stavano in disparte a discorrere di politica, impettiti e rigidi, con un bicchiere sempre pieno in mano, mentre le donne preferivano parlare del tempo o di come la casa fosse stata addobbata, con tende di velluto, tappeti pregiati e tavoli colmi di vivande
Ma appare subito ovvio che Talia non si trova alla festa di… ehm… Sir Hamilton… Infatti la seguiamo mentre agguanta un tizio a caso dalla folla, ci balla un po’ assieme e poi, attraversata la stanza, lo sbologna, aggiungendo informazioni date alla cazzo di cane:
Ed era certa che quel ragazzo non l’avrebbe seguita per assicurarsi che stesse bene, così come non le aveva chiesto nulla a proposito dei suoi occhi: uno era verde e l’altro color ambra.
Grazie. Sapere della sua eterocromia degli occhi era proprio necessario per immergermi nell’azione. Inoltre, non è che una tizia con gli occhi di due colori diversi veniva additata da tutti e derisa.
Ma, vabbè. Talia si imbosca nelle stanze private di… ehm Sir Hamilton… e gli sottrae un oggetto che si chiama Meriggio di Mercurio, e poi decide di svignarsela, ma senza attirare l’attenzione su di sé. Umh, ma come, mi domando? Scappando dalla finestra. Sì, perché un ospite che si smaterializza nel nulla e non viene più visto dai padroni di casa desterà molta meno attenzione di, chessò, qualcuno che resta alla festa fino a un orario conveniente per poi andare a casa. No, Talia deve avere ragione. D’altra parte lei è una ladra esperta.
Il suo cocchiere, Archie, la riporta a casa, dove ad attenderla c’è anche la governante francese, Madame Vivienne. Che è un’esperta nella gestione della casa. Un po’ come Talia è un’esperta ladra.
«Ha guidato la carrozza per tutta la notte» le spiegò Talia. «È stanco e potrebbe farsi male con i suoi attrezzi.»
Finalmente Madame Vivienne perse la sua solita compostezza.
«Lo pensate davvero?»
«Spesso i domestici si fanno male per il troppo lavoro […]»
“Voglio dire, sono il membro della servitù di livello più alto nella vostra dimora, ma ho davvero bisogno che mi spieghiate come funzionano le cose che dovrebbero essere di mia competenza, Miss Talia!”
Ok, tagliamola corta che non ho voglia di sprecare diecimila parole per ‘sto libraccio. Quelle sono solo per Goodkind. In sostanza, Talia deve recuperare degli artefatti con gli ingranaggi (e quindi chiaramente steampunk), chiamati Peccati, che suo padre, inventore, aveva prima creato e poi, per chissà quale motivo, non distrutto ma dato via. Per fortuna Talia è in possesso di una bussola trova Peccati che a) funziona solo in estrema prossimità al peccato stesso; b) nessuno si degna di spiegare come funziona, e quindi è una puttanata colossale.
Un giorno, Talia riceve una lettera da un certo Cornelius Cobbald che le dice di sapere dove si trova un peccato, ma Madame Vivienne è allarmata (l’unico tratto di personalità di Madame Vivienne è che è SEMPRE preoccupata per qualcosa, qualsiasi cosa) perché circola voce che l’uomo sia un Nubilante. Cosa sono i Nubilanti? Ma ovviamente i membri di una setta segreta che vuole dominare il mondo da dietro le quinte, no?
Così Talia si reca a casa di Cobbald per sentire quello che l’uomo ha da rivelarle.
Superò il cancello, che trovò aperto, e percorse il breve vialetto.
Ma certo! Non lo sapevate che nell’Ottocento le visite sociali funzionavano esattamente come quando vostra nonna viene a trovarvi? Il padrone di casa lasciava l’ospite libero di entrare quando voleva, senza nessuno a riceverlo, e l’ospite, soprattutto se era una giovane donna nubile in visita a un uomo non sposato, era sempre da sola e non si accompagnava mai e poi mai a uno chaperon o a un cicisbeo.
Cobbald rivela a Talia che l’ultimo dei Peccati è nascosto a Londra, recentemente acquistato da una ricca vedova che viene identificata come nobildonna ma mai chiamata con un titolo nobiliare, di nome Irene Cavendish. E allora Talia decide di partire per Londra e recuperare il manufatto. Assieme all’allegra combriccola di governante e cocchiere.
«Madame Vivienne, che avete?» le domandò.
«Io… io non so se me la sento di viaggiare, mademoiselle» confessò l’altra, con voce tremante. «Non ho mai lasciato Windsor […]»
Oh, stronzate. Sei una fottuta cameriera francese che lavora in Inghilterra.
Ma, spezziamo una lancia in favore di Madame Vivienne (che è zitella e che pertanto dovrebbe essere Mademoiselle, ma non stiamo a sottilizzare, magari è vedova): Londra è una città pericolosa. E non per i big alien-gorilla-wolf-motherfuckers, purtroppo, ma perché, nella continuità di questo romanzo, la successione a Guglielmo IV – che nel nostro continuum, come tutte le successioni al trono britannico, è pacificamente regolata dall’Act of Settlement della regina Anna – è piuttosto turbolenta, con due fazioni che si affrontano in una specie di guerra civile tra supporter di Vittoria e di Ernesto Augusto (che nella vita vera divenne re di Hanover). Eppure, nonostante tutto, bisogna partire. All’avventura!
Certo, non prima di essersi assicurati che la casa sia in ordine.
«Spero che Linda abbia compreso bene le mie istruzioni» borbottò Madame Vivienne, dopo neanche due minuti. «Non so se quella ragazza è sorda o se semplicemente non capisce la nostra lingua. Forse è davvero sorda e ha annuito per cortesia. Oh cielo, se così fosse…»
Ancora? Ma santo dio, sei il capo della servitù, Madame Vivienne, che lavoro di merda stai facendo se non sai se una tua sottoposta è sorda o meno?
Ma Talia ha compiti più pressanti da affrontare.
L’ultimo peccato era a portata di mano, e lei non se lo sarebbe lasciato scappare. E questa volta senza sensi di colpa. Da come l’aveva descritta Cornelius Cobbald, Irene Cavendish era tutto fuorché una donna gentile.
Perché, ricordatevi, bambini, rubare è ok se la vostra vittima è antipatica.
A Londra Tlaia & Co. saranno ospiti di… ehm… Sir Lummer, amico di faiglia e tutore di Talia dopo la morte del padre. E, tramite a una visita più o meno programmata con una certa Margot Chantall, amica di famiglia del padre di Talia, la nostra eroina tutta vapore e goggles riesce a intrufolarsi nella cerchia di Irene Cavendish.
Durante l’incontro con Miss Chantall, Talia ci delizia con le sue abilità deduttive:
Talia notò che non portava la fede, il che significava che non si era mai sposata.
Un’affermazione idiota per due motivi: primo perché non indossare la fede non equivale univocamente a non essere sposate; e secondo, se per tutto il capitolo si parla di MISS Chantal significa che la donna in questione è signorina. Miss è una parola con un senso, non un’abbreviazione pucciosa da usare intercambiabilmente con Mrs. e Ms.
Segue chiacchericcio, in cui Talia e Margot Chantal parlando dell’infanzia di Talia e di suo padre. Alla fine, il giudizio che la ragazza ha della donna è categorico:
Una volta fuori, Talia avanzò a passo spedito fino alla carrozza e si lasciò cadere sul sedile, sospirando.
«Cos’è successo?» le chiese Madame Vivienne, mentre bussava sul tettuccio della carrozza per avvertire Archie di partire.
«Quella donna è insopportabile!» esclamò Talia dando finalmente sfogo ai suoi pensieri.
«Chi, Miss Chantall?»
«Chi altri sennò? All’inizio ho creduto che avessimo molto in comune, invece mi sbagliavo. Non c’è da stupirsi se nessuno l’ha voluta per moglie!»
Oh, sì. Miss Chantall è un orribile, orribile essere umano. Rea di aver detto cose tipo:
«Quando ho letto la lettera della vostra governante stentavo a crederle. Siete davvero voi?»
E:
«Oh, ma posso aiutarvi io! Credetemi, non faticherete affatto ad ambientarvi e a entrare nella mia cerchia di amici. Amici importanti, se capite cosa intendo.»
E ancora:
«Sono parecchi! Una volta [il padre di Talia] si è intestardito a volervi costruire un pianoforte speciale. Rammento ancora le sue parole. Quelli in circolazione erano troppo “limitati” per voi.»
«Limitati?»
«Proprio così. Vostro padre voleva a tutti i costi costruirvene uno dotato di tasti speciali, che si potessero riconoscere al solo tocco delle dita. Come se foste cieca e ne aveste bisogno!»
E non è finita qui:
«Cara, state bene?»
L’oltraggio non ha fine:
«Piccola cara, penserò io a voi. Domani pomeriggio verrò a prendervi e vi presenterò alcuni miei amici. Lasciate alla mia governante il vostro indirizzo.»
Insomma, bastano queste poche righe per accorgersi che Miss Chantall è davvero una persona orribile, turpe, oscena, disgustosa, e che l’antipatia che Talia prova nei suoi confronti è saldamente evincibile dall’unica scena di cui la donna è stata protagonista. È, come si dice, sotto gli occhi di tutti.
Also:
Le sue parole vennero inghiottite dal rombo di una carrozza a vapore. Incuriosita da quella strana invenzione, Talia si sporse dal finestrino e la guardò estasiata. Era più alta e più larga di una carrozza normale, con ruote più grandi e una grossa scatola nera sul lato posteriore.
Il rumore proveniva proprio da quella scatola – dove con ogni probabilità si trovavano gli ingranaggi – che era collegata a due tubi da cui sbuffavano bianche nuvolette di vapore.
No, è ok, non devi spiegare come funziona, perché tanto… è STEAMPUNK!
Comunque, la nobildonna chiamata Mrs invita Talia a una mostra d’arte. Che, una volta che Luca Centi ce la descrive, ricorda più una scena moderna presa da Sex and the City che non un’occasione sociale pre-vittoriana.
La sala era enorme e le pareti erano ricoperte dai dipinti in esposizione. Nel mezzo, era stato allestito un buffet, ma erano in pochi quelli che si avvicinavano. Preferivano prendere tartine e champagne dai vassoi che i camerieri porgevano loro. Un altro codice di comportamento che Talia faticava a comprendere. Cercavano forse in quel modo di mostrare la loro superiorità? O forse era solo abitudine?
Questa, nel caso ce ne fosse ulteriore bisogno, è un’altra riconferma del fatto che Luca Centi non ha la più pallida idea di come funzionasse la società che lui stesso ha eletto ad ambientazione del suo romanzo, e che ha preferito lasciarsi guidare dal luogo comune che non fare un minimo di ricerca. E sì che sarebbe bastato, anche solo per far suonare il romanzo un minimo più in sintonia con il tempo storico in cui è ambientato, guardare una puntata di Downton Abbey (che è ambientato cento anni dopo, ma per lo meno chi lo ha sceneggiato aveva idea di come funzionassero i rapporti sociali). E non ditemi che siccome è fantasy le norme culturali pre-vittoriane non si applicano perché è un universo alternativo. Non ditemelo che sennò vi prendo a pizze in faccia.
È una situazione stressante:
Pazienza, devo avere pazienza, si ripromise Talia
Peccato che non ti stai ripromettendo una beata fava. Ripromettere significa fare un patto con sé stessi, non qualsiasi cosa Luca Centi e la sua competente editor pensino significhi.
Ma torniamo alla storia. Alle castronerie grammaticali ho dedicato una sezione alla fine della reccy.
Alla mostra, Talia incontra il tizio con cui aveva ballato durante la festa di… ehm… Sir Hamilton, che qui è l’accompagnatore della figlia di Irene Cavendish, Felicity.
«Lasciate allora che mi presenti di nuovo. Mi chiamo Nicholas Gray. E qual è il vostro nome?»
«Talia Rosamond.»
«Talia. Un nome bizzarro.»
«Mai quanto siete bizzarro voi.»
Il giovane le restituì uno sguardo confuso. «Cosa intendete?»
«La vostra innamorata vi sta aspettando, non vedete?» gli fece notare Talia, indicando la ragazza bionda che non gli staccava gli occhi di dosso.
«Siete forse gelosa?» rise Nicholas, con una punta di malizia.
Al loro primo appuntamento le era parso un ragazzo riservato che detestava i convenevoli dell’alta società tanto quanto lei, ma ora… ora le sembrava perfettamente a suo agio nella parte del giovane bell’imbusto.
Solo due piccole considerazioni. Uno: non c’è stato nessun appuntamento, e trovo assurdo che Talia lo descriva in questo modo solo perché si vede lontano un chilometro che Nicholas è il love interest del romanzo. Due: NON È COSÌ CHE INTERAGIVANO I MEMBRI DELL’ALTA SOCIETÀ. Cazzo.
E, sempre con questo spirito, Felicity invita Nicholas a una festa in casa Cavendish la sera successiva, e Nicholas, di rimando, invita Talia. Un invito così diretto in casa Cavendish è per Talia un’occasione unica di trovare l’ultimo dei Peccati. In più, l’autista Archie le propone di incontrarsi con un ex commilitone, un tipo losco, che ha delle informazioni su Irene Cavendish. E Talia gli risponde:
«Lo raggiungeremo questa sera, dopo la festa a casa Cavendish. Anche se spero che, per allora, avrò recuperato il manufatto».
Già da qui si capisce che Talia non troverà il Peccato in casa Cavendish, e che la scena della festa sarà completamente inutile. Ma anche se fosse: perché incontrare un informatore DOPO aver compiuto l’azione per cui eventuali informazioni sarebbero state utili? «Capitano, ci infiltreremo nel covo dei terroristi paraguayani questa notte a mezzanotte. Domani mattina alle otto terremo un debriefing illustrativo su come strutturare l’assalto. Ci saranno delle ciambelle.»
Comunque, Talia si reca alla festa di Irene Cavendish.
«Miss Rosamond, che piacere vedervi!» esclamò. «La mia adorata Felicity mi aveva informato della vostra presenza, ma non immaginavo che avreste accettato.»
«E perché mai?» chiese Talia, sbottonandosi il soprabito e porgendolo al maggiordomo apparso alle sue spalle.
«Vi credevo impegnata. Sapete, siete così amica di Miss Chantall che già vi vedevo a bere un tè con le sue noiose amiche.»
Talia non annoverava certo Margot Chantall tra le sue conoscenze più interessanti, ma il commento della donna la infastidì comunque. C’era superiorità nella sua voce e una punta di disprezzo.
Dalle parole che aveva usato dedusse inoltre che le due si erano frequentate.
Ehi, Luca Centi, mi sa che la deduzione non funziona nel modo che credi tu. Dedurre arrivare a una conclusione basandosi su fatti e ragionamenti logici, non sparare cose a caso. Per amore di tutto ciò che è coniglioso, non scrivere mai un giallo.
Talia si intrufola nelle stanze private della Cavendish e lì viene sorpresa da Nicholas, i due si scambiano qualche battuta che dovrebbe essere una sorta di battibecco con sottotoni romantici (del tutto inadatto alla situazione e alle tempistiche, ma vabbè, che vi aspettavate), poi Talia se ne va all’appuntamento con la spia. Che, ovviamente, vuole essere pagata per scucire informazioni.
«Avete portato la mia ricompensa?»
«E voi? Avete le informazioni che desidero?»
Una breve pausa. «Sì, ma prima il denaro.»
Talia frugò nella veste e ne estrasse un piccolo sacchetto tintinnante.
Really? Sacchetto tintinnante? Cos’è, Luca Centi cercava un’immagine old fashioned o non sa che le banconote erano già in circolazione da parecchio, nel 1836?
Comunque, la spia la informa che la Cavendish è proprietaria di una villa poco fuori Londra, la Magione di Brunilde. E siccome Talia lo ha saputo per vie traverse, il climax della storia si svolgerà lì.
È ora di interrompere l’incontro, ma la spia è in ansia. Già, perché il coprifuoco a Londra è scattato da un pezzo, e in giro potrebbero esserci gli Epuratori a far sì che l’ordine venga rispettato. E gli Epuratori hanno un’arma cazzutissima:
«Strane pistole a vapore. Un vapore che, a detta di molti, infligge indicibili pene. Ma nessuno è sopravvissuto per testimoniarlo.»
Esatto, pistole a vapore. Pistole. A. Vapore. Vi lascio qualche secondo per far sedimentare l’immagine nella vostra testa. E non osate obiettare: sono a vapore, per cui è steampunk. Anzi, STEAMPUNKMINKIA!!
Bla bla bla, dopo un po’ di scene riempitive in cui Talia esplora i suoi sentimenti per Nicholas (che ha incontrato tre volte e con cui ha scambiato in totale meno di una cinquantina di parole), finalmente ci decidiamo ad andare alla Magione di Brunilde. Una volta lì… OH, NO! Viene sorpresa dagli Epuratori. Dagli Epuratori e dalle loro terribili pistole a vapore.
Perfino più steampunk dell’Alice di Dimitri
Risvegliatasi, Talia scopre di trovarsi… a casa di Nicholas! Dun dun duuuun! Nicholas le rivela di essere un agente di Scotland Yard che sta indagando su una serie di furti (quelli dei Peccati) di cui Talia sembra essere la responsabile. Potrei spezzare il capello in quattro e dire che Scotland Yard è la polizia Metropolitana di Londra e non una sorta di servizio segreto, e pertanto crimini avvenuti fuori Londra (Cambridge, Brighton, ecc.) non ricadrebbero sotto la sua giurisdizione (e lo so perché c’è scritto su Wikipedia, non è un’informazione che ho estorto con la tortura al commissario capo). Potrei, ma a che scopo farlo? Per sottolineare che Luca Centi non ha svolto la minima ricerca sul periodo storico di cui andava scrivendo? A che pro, visto che la testi è già stata ampiamente dimostrata?
Comunque, Talia riesce a intortare Nicholas, e solo allora scopriamo che in realtà Nicholas non sta indagando su un semplice furto, ma sulla cospirazione dei Nubilanti. Ma allora perché sono tre quarti di libro che divaga seguendo Talia, un topo d’appartamento, per mezza Inghilterra? Mistero!
Ed è ora che i nostri eroi si uniscano per sconfiggere la cospirazione dei Nubilanti!
Poi, prima che Talia potesse fare o dire qualcosa, si avvicinò al divano e la liberò dalle manette. La ragazza si massaggiò il polso arrossato e lo osservò imbarazzata.
«Grazie» mormorò, confusa. «Che cosa vi ha fatto cambiare idea?»
«I vostri occhi. Vi ho scorto tristezza.»
Ohibò, Nicholas dev’essere un gran bravo poliziotto. “L’ho rapita, torturata, stuprata e uccisa! Ma ora sono triste.” “Ok, sei libero di andare.”
«Vorrei sapere a cosa servono i Sette Peccati, come mai sono così pericolosi» disse. «Sono sicura che la chiave sia nascosta nel loro funzionamento.»
Io invece vorrei sapere com’è che una potentissima organizzazione criminale con tentacoli ovunque si sia fatta bagnare il naso per ben tre volte da una ladra diciannovenne. Suonano temibilissimi, ‘sti Nubilanti.
Ma siccome siamo quasi vicini alla risoluzione del plot, è bene che ci fermiamo e facciamo un po’ di ricerche. Talia si reca quindi in una piccola biblioteca alla ricerca di un libro sull’alchimia che potrebbe spiegarle che cosa sono i Peccati e a quale scopo suo padre li aveva prima costruiti e poi dati via.
«Desiderate?»
La voce arrivava da qualche centimetro più in giù. Quando Talia abbassò lo sguardo vide un ometto con un paio di occhiali enormi che la fissava perplesso.
WTF? Talia è priva della visione periferica, tanto da non vedere un uomo che si trova qualche centimetro più in basso di lei, o è un T-Rex e la sua visione è basata sul movimento?
Ma ritorniamo all’azione principale. Talia e Nicholas vanno alla ricerca dell’ultimo peccato e Talia origlia per caso una conversazione tra Irene Cavendish e un individuo misteriooooooso. I due stanno parlando di un rito che si officerà la notte successiva. E Talia recupera l’ultimo Peccato.
Fine del romanzo, direte voi. E invece no.
Il giorno successivo, Talia riceve la visita di ehm… Sir Lummer… che all’improvviso si rivela come parte della cospirazione dei Nubilanti e la rapisce. I sette Peccati costruiti dal padre di Talia sono in realtà ingranaggi di una macchina in grado di scambiare le menti dei due individui. I Nubilanti hanno rapito la futura regina Vittoria con l’intenzione di sostituire la sua mente con quella di Felicity, la figlia di Irene Cavendish, che è parte dell’organizzazione e quindi da essa facilmente manovrabile. Si tratta però di un piano inutilmente complicato i cui esiti non sono affatto certi come ehm… Sir Lummer li fa apparire, intanto perché si basa sull’assoluta fedeltà di Felicity. Cosa ne sanno i Nubilanti che Felicity, una volta diventata regina sotto le mentite spoglie di Vittoria, non si farà inebriare dal potere e tradirà la causa? A questo punto, perché non sostituire lo stesso ehm… Sir Lummer con la regina Vittoria? O Irene Cavendish? Anzi, ancora meglio, perché non infiltrare la corte senza ricorrere all’alchimia? Dopotutto Vittoria è salita al potere a diciassette anni, evitando di poco una reggenza, è giovane e tutto sommato inesperta. Perché non piazzare degli uomini fidati nelle posizioni di potere? Perché il romanzo non sarebbe stato abbastanza steampunkminkia, ecco perché.
Tutto va come è lecito immaginarsi, o forse no. Già perché il libro ha un colpo di scena finale che prende tutta un’altra direzione, molto più cupa e matura, rispetto all’andazzo della storia, e che riguarda non la situazione politica britannica, ma la vita della stessa Talia. Si tratta in realtà di un buon colpo di scena, per quanto poco in sintonia con il resto della storia, che si rifà, presumo, alla fiaba che Luca Centi ha più volte individuato come ispirazione principale del suo romanzo. Ho letto molte recensioni che salvavano Il Sogno della Bella Addormentata proprio in virtù di questo colpo di scena. Veniva definito inaspettato, ma inaspettato non è – io l’avevo intuito leggendo gli indizi disseminati nella storia, e i costanti flashback di Talia. Ciò non toglie che non sia male. Ma basta a salvare il resto del romanzo? No, proprio per niente. Intanto perché sono solo due capitoli stiracchiati su ventisette, e poi perché il resto è così pieno di merda e approssimazione che Il Sogno della Bella Addormentata non si sarebbe potuto redimere nemmeno con un editing a cura di H.P. Lovecraft.
Che cosa ne penso
E sa il cristo redentore se chi ha editato questo romanzo non è un incapace totale. È pieno zeppo di errori, schifezze e sciatteria varia. Volete qualche esempio?
In ordine di cose che mi hanno fatto più incazzare.
I pensieri sono scritti in corsivo. Scrivere in corsivo è generalmente accettato in luogo dell’uso delle virgolette. Stephen King scrive i pensieri in corsivo. George R.R. Martin (nell’edizione originale) scrive i pensieri in corsivo. Serve per non avere quindici tipi di virgolette nella pagina. È una convenzione accettata.
Anche Luca Centi scrive i pensieri in corsivo. Ma o lui o il suo editor sono capre. Perché usa i tempi verbali al passato. E la terza persona anziché la prima.
Era come se quella parte della casa non fosse di competenza della servitù, pensò Talia, a giudicare almeno dalla polvere che sollevò al suo passaggio.
“È come”, “non sia”.
Che cosa aveva fatto suo padre di così terribile da arrivare a disfarsi di quei manufatti per poi tornare dalla donna che aveva ferito?
“Mio padre”.
Forse, si disse, avrebbe dovuto mettere da parte la sua ricerca.
“Dovrei”, “la mia ricerca”.
E questi sono solo alcuni esempi. La cosa bella è che, avendo un’edizione digitale, non mi ci vuole molto a evidenziare tutte le volte che ciò accade. E lo sapete quanto è frequente? TUTTI i pensieri sono scritti in corsivo con il tempo verbale al passato. Lo ripeto per l’ultima volta, nella remota ipotesi che Luca Centi o il suo editor leggano questa reccy: il corsivo sostituisce le virgolette, è come un dialogo, solo scritto storto. Quindi il tempo da usare è il presente, non il passato. Uno scrittore con già due libri alle spalle roba del genere non può non saperla. Un editor professionista non può permettersi di non correggerla.
La seconda cosa che mi ha infastidito è l’approssimazione. Come ho già avuto modo di segnalare, Luca Centi ha solo una conoscenza stereotipata dell’universo in cui ha scelto di ambientare la sua storia. E non si è preso la briga di svolgere la minima ricerca. E non sto parlando dello steampunk – per quanto anche quell’elemento sia atroce.
Altrimenti avrebbe scoperto che la sua idea della società pre-vittoriana non funziona proprio per niente come lui se la immagina. E non si tratta soltanto della completa ignoranza delle norme sociali, che potrebbero anche essere state semplificate per venire incontro alle ridotte capacità intellettuali delle lettrici abituali Piemme Freeway, ma anche di elementi più generali. L’inesistente guerra di successione tra Vittoria ed Ernesto Augusto non è un problema, a mio avviso. Si tratta di un elemento di conflitto immaginario, ma la storia si svolge pur sempre in un altro universo. Il problema è che, ad esempio, Luca Centi parla di nobildonne e poi le chiama Miss. Oppure per tutto il romanzo si riferisce a Sir Lummer e Sir Hamilton senza sapere che il titolo Sir (che non è indice di nobiltà – anzi, in Inghilterra si definisce Sir un uomo di rango appena inferiore a un pari del regno, ossia a un nobile) si usa accostato al nome della persona, non al cognome. È Sir Alex, non Sir Ferguson; Sir Paul, non Sir McCartney; Ser Jaime, non Ser Lannister. Ancora una volta, sta tutto su Wikipedia. Che non è propriamente una fonte di informazioni di nicchia.
Scrittore, cazzo, fai le tue ricerche!
Poi ci sono delle gustosissime frasi che sono, semplicemente, sbagliate. Andavano corrette in fase di editing ma qualcuno se ne è dimenticato (o non ne è stato in grado). Una è il già citato “pazienza, devo avere pazienza”. Ecco una manciata di altre.
Al contrario di Sir Hamilton, che aveva cercato in ogni luogo il Meriggio di Mercurio prima di trovarlo – come le aveva confidato – in un piccolo emporio di Dublino.
Questa frase, per come è messa nel testo, è incompleta: se si premette che X ha fatto qualcosa al contrario di Y, devi anche spiegare che cosa ha fatto Y.
«A dire il vero è solo una conoscenza» precisò subito Talia.
«Ma le conoscenze sono intriganti» intervenne Irene Cavendish.
«Si può apprendere moltissimo in poco tempo.»
Un ragionamento razionale, freddo, che lasciò Talia interdetta.
La reazione di Talia è esagerata (interdetta?). E, trattandosi di un botta e risposta tra Talia e la Cavendish che va avanti da un po’, dire che Irene Cavendish interviene è sbagliato. Non può intervenire in qualcosa di cui è già stato stabilito essere parte.
Le stanze erano enormi e dalle volte altissime, con una scalinata di marmo che conduceva ai tre piani superiori, dove si trovavano le camere della servitù e dei padroni di casa.
Dalla descrizione si capisce che c’è una scalinata in ogni stanza. Il che non ha senso e immagino non sia il caso.
Esile ma scattante, a giudicare dai movimenti fluidi.
Movimento scattante e fluido di solito sono mutualmente esclusivi.
Chiudo con alcune frasi non sbagliate, ma che a mio avviso sono tanto banali da essere patetiche.
Talia adorava cavalcare. Sin da bambina, era l’unico momento in cui poteva essere se stessa. Sentire il vento tra i capelli, respirare l’aria fresca del mattino, avere la sensazione di essere forte, e non una bambina gracile e cagionevole.
Stando però alla descrizione che ne aveva avuto da quelle donne, Mrs Cavendish non era di certo un’amabile vedova annoiata.
Fuori dalla finestra poteva scorgere il cielo che a mano a mano si tingeva del colore del sorgere del sole.
Un ultimissima nota: non perdonerò mai a Luca Centi di non aver inserito, in una storia che riguarda una cospirazione ai danni della regina Vittoria, la duchessa di Kent e John Conroy. Ci sarebbero stati a pennello, ma LC non saprà manco chi sono. Cercali su Google, e pentiti.
In conclusione
Romanzi come Il sogno della Bella Addormentata la dicono lunga sullo stato del fantastico in Italia, e soprattutto su cosa pensano del genere gli editori. Qui, la Piemme – non la Sperindio Editore – dimostra di sbattersene allegramente della qualità, perché tanto sa che il prodotto è inserito in una collana per giovani lettori. E quindi per rincoglioniti, per come la vedono loro.
Non ci vuole molto per rendersi conto che il romanzo è un banalissimo collage di schifezze e luoghi comuni, piagato da una prosa sciapa e da svariati errori di forma, contenuto e logica interna. Ma tanto i nostri lettori sono stupidi, vero Piemme? Ci mettiamo una bella copertina e nessuno si accorgerà di niente.
Ebbene, dopo anni Luca Centi ancora scrive maluccio. A onor del vero nel finale si intravede una maturità che potrebbe quasi far sperare per il meglio riguardo alle prospettive future dell’autore. Ma il resto del libro è pura e semplice spazzatura. È mancata la ricerca sul periodo storico o sul genere steampunk. È mancato, fatto gravissimo, un editing consapevole. Insomma, mancano proprio le basi. Probabilmente ai tizi della Piemme non importa, data la bassissima considerazione che hanno dei loro lettori. A me un pochino sì, però.
Al momento sto leggendo due romanzi italiani, l’ultimo di Claudio Vergnani e il secondo tentativo fantatrash/steampunkminkia di Luca Centi, nessuno dei quali mi sta piacendo – ma per entrambi è ancora presto per scrivere una recensione. C’è però da dire che, tra troni di spade, premi letterari e cristoni che si fanno la doccia, è quasi un mese che non posto la recensione di un romanzo. E questo, per un lit-blogger serio, puntuale e rispettoso del proprio pubblico come chiunque ma non me, è davvero inqualificabile.
Per cui, reccy!
L’ultimo romanzo che ho terminato in ordine di tempo è L’occhio del mondo di Robert Jordan, e quindi questo vi beccate.
La scheda del libro
The Eye of the World (The Wheel of Time #1) di Robert Jordan
Pubblicato in Italia da Mondadori e poi da Fanucci, in USA da Tor e in UK da Orbit
Anno 1992
735 pagine
Prezzo di copertina 14.90€
Il libro su Amazon (attualmente non disponibile), non disponibile in formato digitale – tanto di cappello alla Fanucci!
Che cosa succede
L’occhio del mondo è il primo volume dell’epica saga della Ruota del Tempo, cominciata negli anni Novanta da Robert Jordan e terminata, dopo la prematura scomparsa dell’autore, dal prolifico Brandon Sanderson a partire dagli appunti lasciati dallo stesso Jordan. La serie si è ufficialmente conclusa all’inizio di quest’anno con il quattordicesimo volume, A Memory of Light.
La Ruota del Tempo, nel bene o nel male, è da molti ormai considerata un classico del fantasy, quando non una pietra miliare del genere. E, dopo aver letto L’occhio del mondo, pur non considerandolo di certo un capolavoro, mi trovo a concordare con chi ritiene Jordan un passaggio obbligato nella vita del lettore di fantasy. Il romanzo ha in effetti un inizio molto tolkeniano in cui un ambientazione bucolica-idilliaca viene sconvolta dall’arrivo delle forze del Male.
Rand al’Thor, nostro protagonista, Prescelto e POV principale, è l’umile figlio di un contadino.
E, sì, sentitevi liberi di contare i cliché mano a mano che snocciolo la trama. Anzi, per rendere la cosa più interessante, bevete uno shot ogni volta che menziono un cliché. È l’epic fantasy drinking game!
Rand, dicevo, è l’umile figlio di un contadino che vive la sua pacifica esistenza nel villaggio di Emond’s Field. Non fosse che, un giorno, comincia a vedere misteriose figure a cavallo e pare che solo lui e un paio di suoi amici siano in grado di scorgerle. Inoltre, Emond’s Field si sta preparando per la festa che segna la fine dell’inverno. Inverno che, però, nelle terre dei Fiumi Gemelli e non solo, non sembra intenzionato a finire (un po’ come da me mentre leggevo il libro, insomma…). In occasione della fiera, il paesello si è riempito di forestieri: c’è il mercante, il bardo e perfino una Aes Sedai, una potente maga depositaria dell’Unico Potere, con tanto di Custode al seguito. No, niente paura, non è quel Custode.
Insomma, a guastare questo bel incipit tolkeniano ci pensano i kattivi, che la notte prima della festa attaccano il villaggio. Rand e suo padre sono colti di sorpresa nella loro fattoria fuori porta e sono costretti a difendersi e a intraprendere una fuga disperata tra i boschi per raggiungere il villaggio. Una volta raggiunto Emond’s Field, l’Aes Sedai cura il padre di Rand, ferito da un trolloc, e gli rivela una sconcertante verità: i kattivi invasori non hanno attaccato il villaggio a caso, ma sembra che stessero cercando tre persone in particolare, Rand e i suoi due amici Mat e Perrin, ovvero i tre che avevano visto la figura a cavallo. L’Aes Sedai rivela che, in un modo che non è ancora del tutto chiaro, uno di loro tre è importante per il destino del mondo, e le forze del male stanno tentando di eliminarli prima che il loro fato si possa compiere, per cui è di vitale importanza che i tre raggiungano Tar Valon, dove potranno essere protetti dalle Moiraine e dalle altre Aes Sedai. Un viaggio che, ovviamente, sarà lungo e pieno di pericoli.
Che cosa ne penso
Per prima cosa, si vede lontano un miglio che Jordan era partito con l’idea di scrivere qualcosa di molto lungo. E il progetto di fare della Ruota del Tempo una serie molto lunga (Jordan era partito con un contratto per sei romanzi, poi si è dilungato fino a quattordici) è visibile anche in alcuni dettagli della trama di questo primo volume. Ad esempio, che Rand sia il Prescelto destinato a salvare il mondo è chiaro fin dai primissimi capitoli, senza contare che è il narratore principale e unico POV per un buon settanta percento del romanzo. Il lettore avvezzo al fantasy eroico – e anche quello un po’ più distratto – lo sa, perché è ovvio. Ma la storia si svolge in maniera tale che il predestinato, colui che sarà il Drago Rinato, viene rivelato solo nell’ultimissimo capitolo e, anche lì, è solo una supposizione di Moiraine e non una certezza matematica. Non si tratta di un tentativo da parte di Jordan di creare suspense su chi sia in effetti la figura chiave dell’intera storia (se avesse voluto fare così, si sarebbe dovuto servire di più POV e non solo di quello di Rand), né di un becero tentativo di allungare il brodo, per come la vedo io. In realtà consente da una parte di tenere il focus della storia su Rand, ma dall’altra di non relegare Mat e Perrin al ruolo di inutili coprimari. Anzi, nel caso di Perrin è presente anche una sottotrama che fa intuire che anche lui, a suo modo, è dotato di poteri soprannaturali.
Insomma, L’occhio del mondo può considerarsi una sorta di racconto delle origini di quelli che saranno i protagonisti che terranno compagnia al lettore nei romanzi a venire. Jordan mette le carte in tavola e prepara quella che sarà la storia dei volumi successivi.
Il romanzo è ben lontano dall’essere perfetto, in ogni caso. Da un punto di vista narrativo, è un po’ la fiera del cliché. Un po’ perché erano gli anni novanta e determinati temi ricorrenti nell’epic fantasy forse non avevano ancora stancato, un po’ perché Jordan tenta disperatamente di incanalare le atmosfere di Tolkien e Brooks e quindi è logico che debba passare per strade già battute. Ci sono alcuni passaggi che sono veramente imbarazzanti, come quando il padre di Rand, ferito e vaneggiante, tiene un monologo/conferenza su come abbia trovato Rand abbandonato in un campo di battaglia e abbia deciso di adottarlo (uno stratagemma narrativo di una pigrizia sconcertante). Alcuni altri sono semplicemente ridicoli, come – e non vi sto prendendo per il culo – le Mountains of Dhoom.
Dal punto di vista dello stile, va detto che Jordan non è un autore particolarmente virtuoso o impressionante. Ha senza dubbio una grande abilità a congegnare trame e sottotrame che si incastrano quasi alla perfezione. Un talento bilanciato, tuttavia, dall’estrema prolissità della sua prosa, che si sofferma spesso e volentieri a descrivere dettagli, quando non addirittura interi tronconi di scene, non rilevanti dal punto di vista della storia o della caratterizzazione dei personaggi. Il che significa un ritmo narrativo un po’ troppo claudicante. Inoltre, sempre sulla questione ritmo narrativo, ho come l’impressione che Jordan non fosse granché bravo a terminare i capitoli con un cliffhanger. Dei cinquanta e passa capitoli di cui si compone L’occhio del mondo, di cliffhanger ne ho contati un paio ad andar bene, ed è un peccato, perché con una narrativa così focalizzata su Rand e una storia che pone enorme enfasi sulla minaccia che incombe sempre e costantemente sui protagonisti, un paio di cliffhanger non avrebbero che giovato.
In conclusione
Devo dire la verità, nonostante l’abbia trovato un romanzo piuttosto generico, non mi è dispiaciuto averlo letto. Penso che la forza di L’occhio del mondo – e, probabilmente, della Ruota del Tempo in generale – risieda nel suo essere una classica avventura fantasy. Nel leggerla, al di là delle lungaggini e dei cliché, ho incontrato quel senso di meraviglia che dovrebbe essere un caposaldo del genere. Anche se Jordan non mi è sembrato granché come scrittore, leggere L’occhio del mondo mi è bastato per farmi venire voglia di dare un’occhiata per lo meno al seguito, La grande caccia, e vedere come si sviluppano alcune situazioni, come crescono determinati personaggi, e come si modificano le relazioni tra di loro. E questo è senza dubbio un merito.
Probabilmente consiglierei L’occhio del mondo a qualcuno che sia abbastanza digiuno di fantasy e volesse farsi una cultura partendo dai classici (ma senza essere ammorbato dalla prosa-mattone di Tolkien). Per quanto mi riguarda, Jordan, un po’ come Jo Rowling, è un buon autore entry-level per avvicinare al genere. Per lo meno, L’occhio del mondo lo è, per ciò che viene dopo lo vedremo in seguito.
Voto finale
Nota sulla traduzione Ho letto una versione ebook piratata di L’occhio del mondo, ma possiedo anche la versione cartacea della Fanucci. La versione digitale riprende il testo dell’edizione Mondadori del 1992, con la traduzione di G.L. Staffilano, mentre l’edizione Fanucci riprende sì la traduzione Mondadori, ma ne affida la revisione (e la traduzione delle parti mancanti – molto professionale e rispettosa come sempre, Mondy) a Sabrina Galluzzi. Ora, saranno le iniziali GL, ma la traduzione di Staffilano fa schifo al cazzo. Quella della Galluzzi non è perfetta, ma è molto migliore. Comprate l’edizione Fanucci. O, se scaricate, fatelo sapendo a cosa andate in contro.
È arrivato il momento di parlare di nuovo di Joe Abercrombie. Di Joe Abercrombie e del suo quarto romanzo, Best Served Cold, il primo che, pur essendo ambientato nello stesso universo e condividendone alcuni personaggi non fa parte della trilogia della First Law.
Questa recensione, notate bene, potrebbe essere composta solo da un’immagine. Questa:
Ma poiché, dopotutto, il mio lavoro consiste nel recensire libri fantasy nella maniera più approfondita (e sarcastica) possibile, rimbocchiamoci le maniche e andiamo a vedere cosa c’è che non va in Best Served Cold.
La scheda del libro
Best Served Cold di Joe Abercrombie
Pubblicato da Gollancz, inedito in Italia
Anno 2010
664 pagine
Prezzo di copertina 8.99£
Prezzo ebook 6.49€
Il libro su Amazon, anche in formato digitale
Che cosa succede
Non bisogna essere dei geni per indovinare, anche a un’occhiata superficiale, di cosa parla Best Served Cold. La citazione completa è “Revenge is a dish best served cold” ovvero “La Viennetta vendetta è un piatto che va servito freddo” e non deriva, come abbiamo tutti erroneamente imparato da Kill Bill, da un proverbio Klingon, ma dal romanzo epistolare Le relazioni pericolose di Pierre Choderlos de Laclos. E siccome Abercrombie è un nerd delle citazioni, mi fido ciecamente di lui. A proposito, tenete in un angolino della vostra mente il riferimento a Kill Bill perché ci toccherà riprenderlo in seguito.
Quindi Best Served Cold è un romanzo che parla di vendetta.
La vendetta in questione è quella di Monzcarro Murcatto, detta Monza, mercenaria tanto faiga quanto spietata. Al picco della sua carriera come comandante delle Mille Spade, Monza inizia a essere percepita come una minaccia dal duca Orso, che decide di fare fuori sia lei che suo fratello Benna. Solo che Monza miracolosamente sopravvive e giura vendetta nei confronti di Orso e delle altre sei persone che hanno partecipato alla congiura per sbarazzarsi dei fratelli Murcatto.
Così Monza mette insieme un gruppo di anti-eroi – un avvelenatore e la sua apprendista, un veterano da tempo creduto morto, un’ex inquisitrice, un ex prigioniero, e un Northman in cerca di un nuovo inizio – ben disposti, in cambio di una cospicua ricompensa, a sporcarsi le mani e aiutarla nella sua vendetta.
Che cosa ne penso
Se non sono entrato nei dettagli della trama non è per scongiurare il rischio di spoiler. In realtà la trama stessa è la prima e più evidente debolezza del romanzo. Famoso per la sua attitudine a ribaltare i topói letterari del fantasy e non solo, qui Joe Abercrombie si adatta alla perfezione a quelli che sono gli stilemi della storia di vendetta, nel senso che, salvo i cinquecentomila tradimenti, che sono tuttavia delle diramazioni marginali del plot, la storia che Best Served Cold mette in scena si svolge esattamente come è lecito supporre. Monza subisce un torto, decide di vendicarsi, ottiene la sua vendetta. The End.
E va da sé che quando una trama è così lineare, quasi scolastica, diventa anche noiosa. Arrivato al momento in cui Monza e compagnia hanno fatto fuori il terzo nome sulla kill-list nell’elaborata scena del bordello (che vede, per la cronaca, anche la comparsata di uno dei personaggi principali della First Law), ne avevo già avuto abbastanza.
D’accordo, è il primo romanzo dopo la trilogia di debutto, e quindi il confronto rischiava già di partire impari, ma cosa è successo al Joe Abercrombie che reinventava i cliché del fantasy con cui avevo familiarizzato? Già nella recensione di Last Argument of Kings – una recensione a quattro stelle, come non sarà questa – avevo avanzato il dubbio che Abercrombie si fosse adagiato un pochino troppo sugli allori. Qui, in Best Served Cold, l’impressione è ancora più forte. Perché non solo manca il creativo capovolgimento dello stereotipo. Quello che mi ha lasciato ancora più perplesso e, in ultima analisi, ha contribuito maggiormente alla valutazione negativa del libro, è il tono cupo e miserevole della storia. Che è eccessivo e fuori posto, perfino per Abercrombie.
Recentemente, Joe Abercrombie è stato tra i protagonisti di un dibattito tra scrittori, blogger e scrittori/blogger anglofoni avente come argomento il “grimdark”, ovvero la deriva dark e spietata del fantasy moderno. Bello, vero? Mentre noi si parla dei lit-blog brutti e cattivi perché vogliono sapere se hanno o meno la capacità di influenzare gli editori, negli States e non solo parlano di cose interessanti. Ma torniamo al grimdark. Cercare di definire l’inizio del dibattito è quasi impossibile, perché è qualcosa che ciclicamente si ripropone. Ne ho parlato anch’io qualche post fa commentando proprio il post di Abercrombie sul perché scrive gritty fantasy. Se volete farvi un’idea, seguite il link al suo blog e poi da lì ai vari trackback. Oppure Google. Google è vostro amico.
Comunque sia, nel mio commento a The Value of Grit, il post di Abercrombie, mi ero detto tutto sommato concorde con le sue mi pare dieci motivazioni per cui il gritty fantasy è figo. Se avessi letto Best Served Cold, probabilmente avrei avuto da ridire. Perché quello di Best Served Cold è cinismo fine a sé stesso, e le cose fini a loro stesse a me non piacciono. Un po’ come gli stupri nei libri di Goodkind, che non mi dispiacerebbero (al di là di quanto male suona la frase messa così – chiedo perdono, non mi sovviene una perifrasi da utilizzare al suo posto) se fossero utili a uno sviluppo psicologico del personaggio (posto che, comunque, usare lo stupro come strumento di caratterizzazione per i personaggi femminili è qualcosa di non solo becero ma anche, e soprattutto, abusato – ancora una volta, scusate se il termine suona male).
La verità è che Best Served Cold, avendo una trama che non brilla per innovatività e che non definirei esattamente “un viaggio sulle montagne russe”, pone molta enfasi su toni cupi e opprimenti. I personaggi sono sempre in bilico tra l’essere miserevoli e il gratuitamente spietati, le situazioni non sono da meno e, in concordanza con tutto ciò, lo stesso dicasi con il tema generale della storia, ossia che “il sangue chiama a sé altro sangue”.
E non è tutto. Ricordate l’Abercrombie che caratterizzava le nevrosi dei suoi personaggi con una serie di frasi ricorrenti? I Why do I do this di Glokta o i Say one thing di Logen Ninefinger? Ai tempi l’ho trovato un efficace strumento di caratterizzazione, in grado di rendere il personaggio speciale, o per lo meno particolare. In Best Served Cold, invece, suona addirittura ridicolo. Se Friendly, l’ex prigioniero ossessivo compulsivo che trova ordine nel mondo grazie ai suoi dadi, non mi è in effetti dispiaciuto, lo stesso non può dirsi per il vezzo di Nicomo Cosca di ripetere “a drink, a drink, a drink” – vezzo che viene però dimenticato a partire dalla metà del libro.
Inoltre, Monza non è un personaggio così riuscito da poter sostenere sulle sue spalle un intero romanzo. È la sua estrema sgradevolezza a fregarla. E voi direte: è stata massacrata e quasi uccisa assieme al fratello/amante, perché dovrebbe saltellare per i prati intrecciando ghirlande di fiorellini? La risposta è, semplicemente, che dovrebbe risultare per lo meno simpatica perché si suppone che il lettore segua la sua vendetta.
In tanti hanno paragonato Best Served Cold a Kill Bill di Tarantino, ma questo libro non è Kill Bill (o qualsiasi film di vendetta abbia girato Tarantino dopo il 2001 – il che significa TUTTI). Né è simile ai tanto celebri quanto scioccanti rape-and-revenge d’exploitation, uno su tutti I Spit On Your Grave, dove una donzella passa la prima metà del film a essere stuprata e la seconda a lordarsi le mani del sangue dei suoi stupratori. Nelle pellicole citate, così come in Best Served Cold, il focus è su colei che cerca vendetta. La differenza sta nel fatto che la Sposa di Kill Bill o Jennifer di I Spit On Your Grave sono personaggi per i quali è facile provare empatia. Monza Murcatto no. Forse questo è proprio il punto della storia, forse Abercrombie voleva saggiare se fosse possibile scrivere una storia di vendetta avente per protagonista qualcuno di così sgradevole che il lettore sarebbe stato portato a fare il tifo per il suo fallimento. Oppure forse sono io che sto leggendo troppo nelle cose.
In conclusione
Best Served Cold è un romanzo di Joe Abercrombie che, per citare Tenger, sembra scritto dal cugino tredicenne ritardato di Joe Abercrombie, che tenta di emularne le caratteristiche trasformandole però in qualcosa di grottesco.
La storia è ripetitiva e, in ultima analisi, non così interessante. Per di più è guidata da una protagonista disprezzabile. Alcuni dei personaggi di contorno non sono male, ma ben pochi (su tutti, Nicomo Cosca) restano impressi e, anche in questo caso, non sono memorabili come quelli della trilogia precedente. C’è poi un’atmosfera opprimente di miseria non solo fisica ma soprattutto umana che appesantisce la lettura fino quasi al renderla insopportabile.
Ho inoltre appurato oltre ogni ragionevole dubbio che Abercrombie è un altro degli autori fantasy che non sanno scrivere storie d’amore.
Insomma, non è un mostro deforme che ti supplica di essere abbattuto, ma quasi.
Alle volte l’unica cosa da fare è guardare fisso Amazon e sibilare un “vaffanculo” carico di disappunto. Perché sa essere proprio rincoglionito. Tipo quando ti propone cose del genere:
Un Euro e poco più di differenza tra romanzo rilegato e romanzo digitale è qualcosa che va al di là del cretino. Soprattutto perché, a parità di prezzi, mi costringe a comprare il cartaceo. E un ebook a quel prezzo lì è una truffa bella e buona, punto.
Non tutto il male viene per nuocere, visto che ne ho approfittato per mettere le mani anche su Bestiario di Julio Cortázar, perché a noi il fantastico ci piace impegnato. Lasciamo però in pace l’amico Julio, parcheggiato in libreria accanto a Borges, e concentriamoci sull’altro libro, A Natural History of Dragons di Marie Brennan, romanzo, peraltro, inserito nel listone di quelli da tenere d’occhio per il 2013.
La scheda del libro
A Natural History of Dragons. A Memoir by Lady Trent di Marie Brennan
Pubblicato da Tor Books, inedito in Italia
Anno 2013
334 pagine
Prezzo di copertina 25.99$
Prezzo ebook 14.08€
Il libro su Amazon, anche in formato digitale
Che cosa succede
Lady Isabella Trent è un’attempata nobildonna di stampo molto vittoriano che, nel corso della sua lunga e produttiva vita è stata una stimata studiosa e ricercatrice nel campo della storia naturale, in particolare specializzandosi nello studio dei draghi (e ti credo, potendo scegliere tra, chessò, cavalli, mucche e draghi chi non sceglierebbe i draghi?). In questo primo volume, lady Trent ci narra della sua infanzia e della sua prima spedizione scientifica.
La prima parte del romanzo è dedicata all’infanzia e alla gioventù della protagonista che da subito coltiva non solo una smodata passione per i draghi, ma anche e soprattutto per il metodo scientifico che le consente uno studio puntuale della materia. Tuttavia il suo interesse, nonostante sia capito e anche, di nascosto, accettato dal padre, è ben presto smorzato dalla madre, il cui primo obiettivo è che la figlia, logicamente, trovi un buon marito.
Solo dopo il matrimonio con Jacob Camherst, che trova in lei una compagna intellettuale e non solo una moglie trofeo, in Isabella si riaccende la passione per i draghi, ed è a quel punto che comincia ad adoperarsi per fare qualcosa che nessuna nobildonna prima di lei aveva mai fatto: partecipare ad una vera spedizione scientifica.
La conoscenza con l’anticonformista lord Hilford sembra fare al caso suo, perché il nobiluomo sta preparando proprio una spedizione di ricerca tra le gelide montagne di Vystrana – spedizione, con tutte le avventure e gli intrighi del caso, whodunit incluso, alla quale è dedicato il resto del libro.
Che cosa ne penso
Va da sé che in A Natural Histry of Dragons, essendo un memoriale, la voce della protagonista/narratrice Isabella Trent si impone su quella di tutti gli altri personaggi, visto che, dopotutto, la storia è vista attraverso i suoi occhi. Ciò detto, mi sembra opportuno sottolineare che, nel libro, ci sono non meno di due lady Trent, ossia la giovane Isabella di cui seguiamo le avventure in Vystrana, e la ben più matura e celebre lady Trent che delle avventure è la voce narrante.
Ora, che io abbia un debole per le argute nobildonne inglesi è risaputo, visto che sono cresciuto a pane e Agatha Christie e un annetto e mezzo fa mi sono letteralmente divorato Downton Abbey, e la lady Trent narratrice rientra precisamente in questa categoria, per cui non ho nulla di cui lamentarmi. La giovane lady Trent, invece, è un personaggio ancora un po’ acerbo, vuoi perché non è ancora passata attraverso le avventure che la trasformeranno nella Isabella Trent narratrice, vuoi perché il romanzo stesso è mandato avanti più dal susseguirsi di avvenimenti che dallo studio del personaggio.
Ma Marie Brennan almeno un merito nella caratterizzazione della protagonista ce l’ha. Lady Trent, donna in una società maschilista e fallocentrica (cit.), è, per forza di cosa, un’anticonformista. Ma è anche una donna in una società profondamente conservatrice, con tutte le implicazioni del caso. Ora, un’autrice meno in gamba avrebbe fatto di lady Trent una dozzinale teenager ribelle ante litteram, una che “Io voglio studiare i draghi e tu non puoi impedirmelo!!!!11one!”. Marie Brennan, invece, pare ben conscia del periodo storico in cui è ambientata la sua storia e della mentalità che da esso, fisiologicamente, deriva. Lady Trent è sì un’anticonformista, ma è anche e prima di tutto una giovane donna di buoni natali e, in quanto tale, sa qual è il suo destino e conosce i margini entro i quali è appropriato che vada a muoversi. Solo una volta, da bambina, rompe decisamente con i limiti che il suo genere le impone, e in quel caso si tratta di un episodio pivotale per la formazione del suo carattere. Per il resto, lady Trent ha ben chiaro quale sia il suo posto nel mondo, e quindi accetta, seppure con un minimo di rassegnazione, di diventare una “moglie di” e di poter vivere la sua passione solo attraverso il marito (certezza che, come è facile intuire, sarà ribaltata in fretta). Il fatto che lady Trent non sia una generica rybellina antikonformista ma una giovane donna che accetta e fa proprie le aspettative e le norme della società in cui vive la rende in automatico un personaggio molto più genuino e credibile di tanti altri.
Al di là della azzeccata caratterizzazione della protagonista, che, a mio avviso, è l’elemento più riuscito del romanzo, A Natural History of Dragons presenta purtroppo alcune magagne che, pur non guastando il romanzo in sé, alla fin della fiera, hanno un po’ fatto a pugni con le aspettative medio-alte che per esso nutrivo.
Intanto la storia ci viene presentata come A Memoir by Lady Trent, ma ci viene narrato solo un episodio della vita di un personaggio che, senza dubbio, ne ha fatte e viste di ogni genere. Anche perché, alla fine del libro, Isabella non è ancora lady Trent, ma solo Mrs. Camherst, il che significa che di storie da raccontare ce ne sono ancora parecchie. Il che da una parte è un po’ una delusione – non voletemene, speravo in un romanzo autoconclusivo una volta tanto e non nell’ennesimo inizio di saga – ma dall’altra è un bene perché sull’argomento draghi c’è ancora molto da dire.
Anche perché in questo primo romanzo di draghi veri e propri non se ne vedono molti, seconda delusione. Ma, volendo spezzare una lancia in favore di lady Trent e del suo memoriale, le (pur poche) parti relative allo studio vero e proprio dei draghi sono ben fatte e non mi dispiacerebbe venissero riprese e approfondite negli inevitabili seguiti.
Un altro aspetto del romanzo che non dico non mi sia piaciuto ma mi ha dato per lo meno qualche grattacapo è il world building. Per tutta la reccy ho genericamente parlato di “periodo vittoriano” che, lo sapete, fa riferimento al regno della regina Vittoria. In realtà A Natural History of Dragons non solo non è ambientato nel periodo vittoriano, ma nemmeno nel nostro mondo. Non so esattamente perché, ma Marie Brennan ha ritenuto di dover ambientare il romanzo in un mondo alternativo di nome Anthiope in cui Scirland, la patria di lady Trent, è identica all’Inghilterra vittoriana e Vystana è la Russia imperiale. Inoltre c’è un personaggio che si chiama Gaetano Rossi e che, no, non proviene dal regno Sabaudo né dalle Due Sicilie.
Insomma, l’unica cosa che sembra esserci di diverso, rispetto al nostro mondo, è la presenza dei draghi – non come creature mitologiche, ma come vera e propria specie animale. Ma a questo punto io dovrei prendere per buono che la società di un intero continente si sia evoluta in maniera identica alla nostra, con gli stessi tempi e la stessa continuità, di modo da ricalcare alla perfezione il nostro Ottocento? E questo senza contare l’elemento di differenza, i draghi, che, apparentemente, non hanno avuto nessuna ripercussione sullo sviluppo della società in cui il romanzo è ambientato.
In conclusione
A Natural History of Dragons è qualcosa di diverso all’interno del panorama del fantasy degli ultimi anni. Non è decisamente né un high né un urban fantasy, pur essendo ambientato nel periodo vittoriano non vi è traccia di ingranaggi e vapore, ci sono dei draghi ma non parlano o interagiscono in altro modo che non sia proprio delle bestie, c’è una storia d’amore ma non è né forzata né il centro focale del romanzo (tutt’altro).
Certo, non basta essere speciale per essere migliore – e questo, purtroppo, il romanzo non lo è – ma alla Brennan va dato atto di aver scritto un buon romanzo con una protagonista ben caratterizzata e con la quale, tutto sommato, è piacevole trascorrere un po’ di tempo, e che ha buone prospettive per gli inevitabili seguiti. Con, si spera, più draghi e più scienza.
In aggiunta, le illustrazioni di Todd Lockwood sono davvero notevoli e la copertina è una delle più belle di sempre.
Affrontato il gelido inverno per recarmi al seggio e sbrogliati i miei doveri da elettore, posso finalmente dedicarmi alla recensione di Fortress Frontier, il nuovo romanzo del nerboruto Myke Cole e sequel del già recensito Control Point.
Per cui, mentre aspettiamo di sapere quale pagliaccio governerà l’Italia per i prossimi due anni e mezzo su cinque di legislatura, cogliamo l’occasione per rifugiarci in un universo fantasy in cui la magia è reale e l’esercito la adopera, di nascosto dalla popolazione, a proprio uso e consumo – insomma, un universo politicamente meno ridicolo di quello in cui ci troviamo a vivere.
La scheda del libro
Fortress Frontier (Shadow Ops #2) di Myke Cole
Pubblicato da Ace, inedito in Italia
Anno 2013
368 pagine
Prezzo di copertina 9,53€
Prezzo ebook 4,22€
Il libro su Amazon, anche in formato digitale
Che cosa succede
Fortress Frontier non si apre quando finisce il volume precedente, ossia con [spoiler, duh!] la fuga di Oscar Britton e la chiusura del portale che unisce la Fonte alla nostra dimensione, ma svariati mesi prima. Qui incontriamo Adam Bookbinder, un ufficiale dell’esercito che ha fatto carriera dietro a una scrivania anziché in un campo di battaglia. All’improvviso, proprio come era capitato a Oscar in Control Point, la magia si risveglia in Bookbinder e il colonnello diventa Latente. Eppure, diversamente da Oscar, Bookbinder, che non fugge ma si consegna, da bravo burocrate, ai Supernatural Operation Corps, non sembra eccellere in nessuna delle discipline sino a quel momento conosciute e, anzi, la sua “specializzazione magica” resta un mistero.
Bookbinder viene promosso e spedito alla Forward Operating Base all’interno della Fonte con la quale abbiamo familiarizzato nel romanzo precedente. Lì, nonostante la situazione radicalmente mutata, Bookbinder si ritrova a svolgere lo stesso incarico che svolgeva in precedenza, il passacarte, solo in un’altra dimensione.
E proprio quando Bookbinder sembra venire a patti con il suo non contare niente in qualsiasi dimensione si ritrovi, ecco che le due storyline, questa e quella di Control Point, vengono a collimare: la Forward Operating Base viene separata in maniera definitiva dalla Terra e i soldati sono posti sotto il costante attacco dei Goblin che vivono nella Fonte. Bookbinder si ritrova ben presto al comando della base e l’unico barlume di speranza si trova al termine di un viaggio di centinaia di miglia, attraverso territori della Fonte inesplorati e pericolosi. In più, potrebbe esserci bisogno di allearsi con Oscar Britton, ora nemico pubblico numero uno.
Che cosa ne penso
Control Point era un romanzo che di sicuro non avrebbe cambiato il modo di scrivere speculative fiction, ma era un urban fantasy piacevole e di intrattenimento. Non era perfetto, certo. Come avevo detto ai tempi della reccy, il punto debole del romanzo era di sicuro il suo protagonista, Oscar Britton, troppo cliché, troppo idealista e troppo lamentoso.
La mossa vincente che Myke Cole ha azzardato in Fortress Frontier è stata prendere Oscar Britton e relegarlo a un ruolo di coprimario, affidando il peso della storia alle spalle di un nuovo protagonista, Adam Bookbinder, che di certo è meglio caratterizzato e più piacevole da seguire – non si ha più, nel bene o nel male, quella sensazione di stare leggendo la novellizzazione di un film con Vin Diesel, ad esempio.
Inoltre, come mi auguravo nella reccy precedente, Fortress Frontier allarga ed espande l’universo di Control Point, mostrandoci, ad esempio, la controparte indiana della Forward Operating Base statunitense e i naga. Fun fact: per documentarsi sulla cultura e l’esercito indiano, Myke Cole ha chiesto aiuto a Mihir Wanchoo, blogger e redattore di Fantasy Book Critic, uno dei book blog di speculative fiction più influenti d’oltreoceano. Il che significa che la prossima volte che, diciamo, Luca Tarenzi scriverà un libro su un sociologo, pretendo di essere contattato.
In ogni caso, lo stile di Myke Cole è ancora un po’ acerbo. Ad esempio c’è qualche ripetizione di troppo qua e là, come nel capitolo in cui Bookbinder arriva alla Forward Operating Base e riconosce di sentirsi “overwhelmed” per tre volte in tre pagine. Ci sono comunque, mi sembra, ampi margini di miglioramento.
Insomma, Fortress Frontier è un sequel migliore di Control Point, che comunque resta una buona storia, agile e divertente. È un romanzo di puro intrattenimento che però lascia la porta aperta per future disamine sociopolitiche in cui la premessa da cui partiva il primo volume viene espansa e valorizzata. Se con Control Point mi ero detto “devo leggere il secondo”, con Fortress Frontier non posso fare a meno di dirmi “devo continuare a seguire la serie”.
E, ovviamente, ve lo consiglio. È leggibile anche in inglese, proprio in virtù della prosa semplice e diretta di Cole. Se cercate azione, avventura e magia, dateci una chance.
Sono quasi sicuro che Myke Cole sia lo scrittore più muscoloso che abbia mai visto in foto. E già questo dovrebbe essere un motivo sufficiente per leggere una suo libro. Del resto ho letto Il nome del vento solo dopo aver visto Rothfuss in cosplay da gnomo da giardino – e immagino questo la dica lunga sui miei criteri di scelta.
Con un passato da mercenario (giuro) Cole si è fatto tre tour in Iraq occupandosi tra l’altro di antiterrorismo. Solo per questo si merita il Seal of Badassery (suvvia, è talmente badass che la I nel suo nome è diventata una Y). In più è anche un geek con la passione per Dungeons & Dragons e il fantasy in generale.
Logicamente, Myke Cole scrive urban fantasy con marcati elementi militareschi. Control Point è il primo volume della serie Shadow Ops, ambientata in un universo in cui il genere umano ha inspiegabilmente acquisito superpoteri non sempre facili da controllare visto dagli occhi di un ufficiale dell’esercito che scopre, suo malgrado, di essere in grado di aprire portali nello spaziotempo.
Dopo il romanzo breve che è stata la recensione di Goodkind, torniamo a un formato più condensato e andiamo a vedere cosa ne penso di Control Point.
La scheda del libro
Control Point (Shadow Ops #1) di Myke Cole
Pubblicato da Ace, inedito in Italia
Anno 2012
389 pagine
Prezzo di copertina 10,30€
Prezzo ebook 4,32€
Il libro su Amazon, anche in formato digitale
Che cosa succede
A seguito di un evento improvviso e mai del tutto spiegato nel romanzo, gli uomini cominciano a manifestare poteri magici, non tutti sono in grado di controllarli e alcuni di questi poteri sono molto, molto pericolosi. Oscar Britton è un membro della Supernatural Operation Corps, una divisione dell’esercito americano il cui compito è quello di catturare e assicurare alla giustizia i cosiddetti Selfers, persone che manifestano improvvisamente (e spesso violentemente) i propri poteri magici, o che sono dotati di poteri magici afferenti a un’arte proibita, ad esempio negromanzia, piromanzia e portalmanzia, e rifiutano di consegnarsi spontaneamente alla giustizia.
Ironia della sorte, dopo aver consegnato alla “giustizia” una piromante in fuga, Britton manifesta lui stesso poteri magici, scoprendo di essere in grado di aprire portali verso una sorta di dimensione parallela chiamata “The Source”, che si suppone sia la fonte da cui proviene tutta la magia (e i goblin). Catturato dalla SOC, e con una bomba impiantata all’interno del cuore, Britton viene spedito proprio all’interno della Fonte, dove si trova una base militare segreta in cui i Selfers vengono addestrati all’utilizzo della loro magia come arma e in seguito utilizzati come mercenari-ombra dall’esercito americano.
Control Point sembra la novellizzazione di un con Vin Diesel. Si tratta di un romanzo dal ritmo serrato, in cui le scene d’azione si susseguono senza quasi pause per tirare il fiato, e che si legge in una manciata di ore.
È un po’ un condensato di tutti i topói relativi all’esercito possibili e immaginabili, dall’ufficiale gentiluomo al sergente maggiore Hartman. Devo ammettere, però, che questo pescare a piene mani nella tipicità di un genere, che in effetti riflette l’inesperienza di un autore che è pur sempre all’inizio della sua carriera di scrittore, non mi ha infastidito più di tanto. Forse perché non conosco i cliché e gli stereotipi della narrativa militaresca come conosco quelli dell’high fantasy, in ogni caso ho trovato interessanti, anche se a volte appena abbozzati, alcuni personaggi secondari, nella fattispecie Scylla, il main villain.
Ci sono anche alcuni momenti più “riflessivi” all’interno della storia, in cui Britton si prende del tempo per esaminare la situazione in cui si trova e si pone le classiche domande relative all’identità e al valore individuale in un’organizzazione che per sua natura è anti-individualistica come l’esercito, dilemma esemplificato in una frase in particolare che Britton si sente rivolgere dal suo superiore: “You’re paid to be a weapon, not a hero”. Si tratta senza dubbio dei medesimi interrogativi che deve essersi posto anche Myke Cole, durante la sua carriera da contractor. Tuttavia invece di essere un punto di forza e far apparire Britton come un personaggio multidimensionale e in perenne conflitto con la sua identità, i brevi momenti di autoanalisi esistenziale sortiscono l’effetto opposto, ossia di far sembrare il protagonista un eterno indeciso e pure un po’ amante del dramma.
Che cosa ne penso
Al di là dell’eccessivo ricorso agli elementi tipici del genere militaresco e alla caratterizzazione che avrebbe potuto andare un po’ più nell’intimo dei personaggi secondari, ho poco di cui lamentarmi per quanto riguarda questo romanzo.
Control Point dà al lettore esattamente quello che la cover promette: militari, palle di fuoco e tanta, tanta azione. In più ho trovato interessante il world building, sia per quanto riguarda la società umana che all’improvviso deve fare i conti con il risveglio della magia, sia per quanto riguarda la Fonte, con i goblin e chissà quali altre creature magiche. L’ho trovato uno scenario promettente e spero verrà ampliato nei sequel.
In ultima analisi, Control Point mi ha offerto qualche ora di intrattenimento e svago, che già di per sé è una buona cosa da trovare in un romanzo.
Il secondo volume, Fortress Frontier, dovrebbe uscire tra una settimana, dieci giorni al massimo, affiancherà a Oscar Britton un secondo protagonista, Adam Bookbinder, colonnello burocrate che, dopo aver manifestato poteri magici in scuole proibite, viene posto al comando di un avamposto situato in una dimensione parallela (dalla sinossi non è chiaro se si tratti della Fonte o meno) e circondato da mostri.
Voto finale
DISCLAIMERNessun goblin ha subito maltrattamenti durante la stesura di questa recensione.
Evviva, bambini!! Oggi parliamo di Ayn Rand e oggettivismo!!
Sì perché dovete sapere che, arrivato al sesto volume della serie della Spada della Verità, Terry Goodkind ha deciso di gettare la maschera e di rivelarsi per quello che è: un telepredicatore. La citazione di Goodkind che, con la solita spocchia che lo contraddistingue, afferma che i suoi libri non sono fantasy ma studi psicologici e manifesti filosofici la si trova un po’ dappertutto su internet, googolatevela da voi se volete saperne di più. Ciò che a noi interessa, nella nostra carrellata all’interno del magico mondo di Richard e Kahlan (carrellata entrata ormai nel suo secondo anno, visto che la prima storica recensione risale al giugno del 2011), è che il volume sei della Spada della Verità è proprio un brutto libro.
Trovo stupefacente come ogni romanzo di Terry Goodkind riesca a essere peggiore di quello che l’ha preceduto. Questo è, nello specifico, il caso con il presente volume. Un romanzo che è un insulto sia per il fantasy in generale, sia per i tre fan in corce che la serie ancora si ritrova.
Un insulto perché non solo prende tutto il brutto che è tipico trovare in un romanzo di Goodkind e lo amplifica, ma anche e soprattutto perché, in un colpo solo, distrugge la già tenue continuità della serie e utilizza il libro come un goffo modo di fare critica sociale e politica. Goffo perché è Goodkind, e Goodkind, lo si è già visto nel volume precedente, se c’è una cosa che è impedito a fare è la critica sociale.
La fratellanza dell’Ordine è, fin’ora, il peggiore libro della serie. Vediamo insieme perché.
La scheda del libro
La Fratellanza dell’Ordine (La Spada della Verità #6) di Terry Goodkind
Pubblicato in Italia da Fanucci
Anno 2000
704 pagine
Prezzo di copertina 16,90€
Il libro su Amazon (non disponibile in formato digitale)
Che cosa succede
Il romanzo si apre all’interno della testa di Kahlan (lo si capisce per via dell’eco), ancora semi-incosciente dopo l’aggressione subita al termine del volume precedente.
Non ricordava di essere morta.
Preda di un cupo senso di apprensione si chiese se le voci arrabbiate che udiva in lontananza significavano che stava per sperimentare la fine trascendente: la morte.
Se era così, non poteva farci nulla.
Non ricordava di essere morta, ma rammentava a un certo punto di aver udito qualcuno sussurrarlo, quindi aveva sentito le labbra premute contro le sue e i polmoni che si riempivano dell’aria dell’uomo permettendo all’ultima scintilla vitale di tornare ad ardere in lei. La donna non sapeva chi fosse stato l’autore di quell’impresa.
In pratica, non si ricordava di essere morta, ma sapeva di non esserlo. Un pensiero un po’ contorto, ma vabbè, non perdiamoci d’animo. Infatti, perché stare a ciacolare con la semantica quando possiamo goderci un po’ di Gary Stu?
In seguito, a occhi chiusi, rivide quelli dell’uomo e si accorse che, oltre alla sofferenza nata dall’impotenza, in essi brillava anche una luce che poteva essere alimentata solo da un amore incrollabile. Quella certezza le permise, nonostante l’oscurità che le ammantava la mente, di non morire, perché non poteva permettere che quella luce si spegnesse a causa di un suo fallimento.
Dopo il finale di L’anima del fuoco, Richard ha lasciato Anderith ed è tornato nel Nuovo Mondo, ma non tutto è rose e fiori come aveva previsto. Gli abitanti di Heartland non sono affatto felici di averlo lì e vogliono addirittura cacciarlo con la violenza.
Beh, posso capirli. Richard è la persona prescelta per proteggere il nuovo mondo dall’orda barbarica dell’Ordine Imperiale, è normale che vivano come un tradimento la sua rinuncia a combattere e la scelta di ritirarsi a…
«Non sto chiedendo niente a nessuno» continuò Richard, invece di estrarre la spada. «Voglio solo essere lasciato in pace in un luogo tranquillo dove possa prendermi cura di lei. Voglio esser vicino a Hartland nel caso in cui avesse bisogno di qualcosa.» Fece una pausa. «Vi prego… solo fino a quando non sarà migliorata.»
Kahlan avrebbe voluto urlare: No! Non provare neanche a implorarli, Richard! Non hanno il diritto di farti questo. No. Non potrebbero mai capire i sacrifici che hai fatto.
Il massimo che riuscì a fare fu sussurrare il nome del marito.
«Non metterci alla prova… Ti bruceremo se necessario! Non puoi combattere contro tutti noi… abbiamo la ragione dalla nostra parte.»
Gli uomini cominciarono a pronunciare giuramenti sinistri e Kahlan si aspettò di sentire da un momento all’altro il suono tipico della spada, invece Richard continuava a rispondere tranquillo alle minacce, ma lei non riusciva a distinguere le parole. Dopo qualche attimo calò una calma densa d’attesa.
«Non ci piace comportarci in questo modo, Richard» disse infine una voce mite. «Ma non abbiamo scelta. Dobbiamo pensare alle nostre famiglie.»
«Inoltre sembra che tu sia diventato improvvisamente una persona importante» disse un altro uomo con il tono di voce indignato di chi pensa d’essere nel giusto. «Vestiti eleganti, la spada, non sei più la guida dei boschi di un tempo.»
«Giusto» si intromise un terzo interlocutore. «Solo perché sei andato in giro per il mondo non significa che puoi tornare qua credendo di essere migliore di noi.»
«Secondo voi non mi sarei attenuto a quello che avevate già deciso riguardo alla mia vita?» chiese Richard.
«Per come la vedo io, hai voltato le spalle alla tua comunità e alle tue radici. Pensi che le nostre donne non vadano abbastanza bene per il grande Richard Cypher. No, lui doveva sposare una straniera. Adesso torni qua e pensi di poterti pavoneggiare di fronte a noi.»
Ma no, come non detto. Sono arrabbiati perché sono gelosi di Kahlan. Dimenticavo che questo è un romanzo di Goodkind e quindi tutti sono fottutamente stupidi.
Orbene, ora che Richard si è andato a nascondere sui monti con Annette, cos’è che si sarà inventato Goodkind per mandare avanti quel poco di plot che da qualche parte si cela nel romanzo?
«Una visione?» gli chiese Kahlan. Gli uomini che erano andati via potevano anche essere un problema, ma in quel momento non rappresentavano la più grande delle sue preoccupazioni. «Hai avuto una visione?»
«È stato tutto così improvviso che ho avuto l’impressione che fosse una visione, ma a dire il vero era più una rivelazione.»
«Rivelazione?» Kahlan desiderò di riuscire a parlare con un tono di voce più alto. «E cosa ti ha portato questa visione rivelatrice?»
«Comprensione.»
Kahlan lo fissò. «Di cosa?»
Richard cominciò ad abbottonarsi la maglia. «È tramite quella rivelazione che sono arrivato a comprendere un disegno più grande e ho capito cosa devo fare.»
Una visione. E poco importa che siano cinque libri che ci menano il torrone con la storia che il mondo senza magia sarebbe un posto bellissimo, pieno di gente felice, arcobaleni e coniglietti batuffolosi, non c’è niente come un po’ di intervento divino per fare andare avanti la storia.
E qual è la visione in questione?
«Se guiderò questa guerra, la perderemo» esordì Richard, rivolto a Kahlan «e una moltitudine di gente morirà per niente. Il mondo cadrà sotto il giogo dell’Ordine Imperiale. Se non guiderò il nostro esercito in battaglia, il mondo cadrà lo stesso sotto l’ombra dell’Ordine, ma moriranno molte meno persone. Questa è la nostra unica possibilità.»
Beh, è uno scenario più negativo di quello che mi ero aspettato. Inoltre, Richard ha finalmente capito una cosa che gli sto urlando contro dal volume 2:
«Costringere la gente a combattere per la libertà è la peggiore delle contraddizioni.»
F – I – N – A – L – M – E – N – T – E !!!
Ma non temete, se ne sarà già scordato ora della fine del libro.
C’è però un problema, rivelazione o meno: ormai Richard ha schiavizzato intere nazioni nel giogo del suo regime dittatoriale, che cosa vorrebbe farne ora?
«Devo fare quello che ritengo meglio per noi. Devo essere egoista: la vita è troppo preziosa per essere buttata via per una causa inutile. È il peccato più grande che si possa commettere. La gente si potrà salvare dall’oscura era di schiavitù che sta per abbattersi su di loro, solo se comincerà a capire il significato delle proprie vite, a prendersi cura di se stessa e della propria vita cominciando a voler agire nel proprio interesse. Noi dobbiamo cercare di rimanere vivi nella speranza che arrivi quel giorno.»
Insomma, cazzi loro.
Immaginatevi Hitler che annette l’Austria, occupa la Polonia, l’Olanda e il Belgio, costruisce i campi di concentramento, arma i supercannoni, predispone la costruzione della colonia sul lato oscuro della luna, poi va da Joseph Goebbels e gli fa: “Meh, mi sono stufato, arrangiati tu”.
La situazione di Richard preoccupa perfino l’unico personaggio che non risulta intollerabile in tutta la saga, ossia Cara, che si confida con Kahlan.
«Madre Depositaria, credo che forse lord Rahl ha perso il senno.»
Richard avrà anche perso il senno, ma di sicuro Cara ha perso i congiuntivi.
Grammatica assassinata a parte, il succo è che Richard vuole che la gente sia libera, ma quando la gente non sceglie ciò che Richard vuole, fa l’offeso. La conclusione è che Richard è un cretino, Goodkind è uno scrittore di merda, questo libro è una puttanata.
Fine della reccy.
E va bene, la recensione non è veramente finita perché per contratto sono costretto a leggere e recensire tutti i libri fino al volume undici. Proseguitiamo, anche perché Goodkind ha in serbo per noi tante altre sorprese.
Tipo che tempo dieci secondi e Kahlan viene rapita dagli abitanti di Heartland e le viene fatto credere che Richard sia morto. Questo sì che è qualcosa di inedito!
Uno dei rapitori, Tommy Lancaster, peraltro, oltre ad avere un nome tipicamente fantasy, è anche un esempio da manuale dell’Equazione dello Scrittore Idiota, ovvero bello uguale buono, brutto uguale cattivo.
La maglia dell’uomo era ricoperta da una patina di sporcizia che sembrava non essere mai stata rimossa. Il volto butterato era coperto da uno strato di peluria sulle guance carnose e la barbetta sul mento ricordava ciuffi di erbacce. Il labbro superiore era bagnato dal muco che colava dal naso. I denti di sotto non c’erano e la punta della lingua spuntava parzialmente dalla bocca atteggiata in una smorfia irriverente.
Non solo è brutto, è anche irriverente! Teresino, sei un genio della caratterizzazione!
Però ovviamente Richard non è morto sul serio e Cara si precipita al salvataggio di Kahlan. Whatever.
Segue luuuuuuuuuuuuuungo riassunto di quanto avvenuto nei primi libri. Ed è incredibilmente noioso. Era noioso in forma di romanzo fantasy e lo è ancora di più sotto forma di spiegone.
Il terzetto delle meraviglie viene poi raggiunto dal capitano Meiffert, venuto apposta fino alla baita del nonno di Heidi dove Richard si sta nascondendo apposta per ricevere ordini per l’esercito d’hariano. Solo che Richard in questo libro è una fighetta e non ha ordini da dare.
«Non vorrei sembrare uno sputasentenze, e spero di non dire cose fuori luogo, ma posso porre a entrambe una… domanda delicata?»
«Potete, capitano» concesse Kahlan. «Ma non vi posso promettere che riceverete una risposta.»
Quell’ultima parte della frase lo lasciò interdetto per qualche secondo, poi continuò. «Il generale Reibisch e alcuni degli altri ufficiali… be’, erano piuttosto preoccupati per lord Rahl. Abbiamo sempre fiducia in lui, questo è fuori discussione» si affrettò ad aggiungere. «Solo che…»
«Cosa vi preoccupa, capitano?» si intromise Cara, aggrottando la fronte. «Se vi fidate di lui…»
L’ufficiale rimestò il cibo con il cucchiaio. «Sono stato ad Anderith con voi. So che lui, come voi Madre Depositaria, ha lavorato duramente. Nessun lord Rahl prima d’ora si era mai preoccupato di quello che potesse volere il popolo.
Ehm, ci sono stato pure io ad Anderith, e mi ricordo benissimo che non era Richard quello a preoccuparsi del volere del popolo, era Bertrand Chanboor. Sapete, il cattivo. Quello che doveva essere una parodia di Bill Clinton e che invece ha finito per essere il politico virtuoso contrapposto al fasci stello frignone-barra-mago guerriero del D’hara.
Kahlan, comunque, tranquillizza Meiffert dicendogli che Richard non sta affatto facendo il bambino viziato che porta via il pallone quando non gli sta bene quello che la squadra ha deciso, come potrebbe sembrare a una prima, seconda e terza occhiata, bensì sta solo aspettando il momento giusto per andare all’attacco. Che poi è la spiegazione più stupida del mondo, ma Meiffert se la beve perché… ehm, boh… inserite voi una battuta su Comunione e Liberazione che a me non viene in mente nulla.
Infine Meiffert, riferendo a Richard di come se la sta passando Anderith dopo l’invasione dell’Ordine Imperiale, nomina per la prima volta un personaggio che sarà pivotale nel corso non solo di questo libro, ma di tutta la serie, ossia Nicci, potente Sorella dell’Oscurità e amante dell’imperatore Jagang.
E, sì, con pivotale intendo che verrà stuprata.
Tre volte nei primi tre capitoli in cui compare, ed è solo l’antipasto.
Ma vediamola, per l’appunto, questa Nicci. Che è molto, molto cattiva. è cattiva perché…
Il vento spinse i ciuffi di capelli grigi sulla testa pelata. L’uomo teneva il capo piegato in avanti fissando il terreno. «Non abbiamo nulla da offrire, Amante. Siamo una comunità povera. Non possediamo nulla.»
«Menti. Avevate due maiali e avete pensato bene di banchettare da ingordi quali siete, invece di aiutare coloro che hanno bisogno.»
«Ma dovevamo mangiare.» Non era una scusa, l’uomo stava implorando.
«Anche quelli meno fortunati di voi devono mangiare. L’unica cosa che quelle persone conoscono sono i morsi della fame che attanaglia i loro stomaci ogni notte. È una tragedia spaventosa che ogni giorno migliaia di bambini muoiano a causa della denutrizioni e milioni di altri provino i crampi della fame… mentre gente come voi, che vive in un regno ricco, non ha altro da offrire che scuse egoiste. Hanno diritto ad avere ciò di cui hanno bisogno per vivere e tale bisogno deve essere soddisfatto da coloro che sono in grado di aiutarli.
«Anche i nostri soldati hanno bisogno di mangiare. Pensate che la lotta per il bene della gente sia facile? Questi uomini rischiano la vita ogni giorno affinché possiate crescere i vostri figli in una società civilizzata. Come potete guardarli negli occhi? Come possiamo nutrire le nostre truppe, se nessuno aiuta la nostra causa?»
SOCIALISMO!
Nicci è in contatto telepatico con Jagang, ma è anche in grado di chiudere il legame che la lega all’imperatore quando le pare e questo la rende speciale. Carne da stupro resta, ma è speciale. Nel senso che il lettore è costretto a subirsi, più avanti nel libro, un INTERO capitolo in cui Jagang non fa altro che stuprare Nicci. Ma lei è tutta “Meh”, quindi non è peccato.
Ma torniamo a Nicci emissaria di morte e distruzione ad Anderith per conto dell’Ordine Imperiale. È lì nel mezzo della piazza, con tutta la popolazione della città alla sua mercé e, invece di uccidere la bambina che sta spupazzando (come un qualsiasi villain goodkindiano avrebbe fatto) le lava via i pidocchi. Magari non è così generica come sembrerebbe, magari alla fine Goodkind è riuscito a metterci un po’ di caratterizzazione psicolog…
«E allora?» urlò il comandante Kardeef piantando i pugni sui fianchi. «Hai finito di giocare? È ora che questa gente impari il vero significato della parola spietato!»
Nicci lo fissò nelle profondità di quegli occhi scuri. Occhi colmi di sfida, arrabbiati e determinati… tuttavia non avevano nulla a che vedere con quelli di Richard.
La Sorella dell’Oscurità si girò verso i soldati.
«Voi due. Prendete il comandante» ordinò.
[…]
«Cosa pensi di fare?» tuonò Kadar Kardeef, mentre gli uomini lo facevano alzare.
Nicci si avvicinò all’ufficiale.
«Sto semplicemente eseguendo i tuoi ordini, comandante.»
«Di cosa stai parlando?»
Nicci sorrise pur non essendo divertita perché sapeva che così facendo l’ufficiale si sarebbe infuriato ancora di più.
«Cosa volete che ne facciamo?» chiese un soldato.
«Non fategli del male… voglio che sia bello sveglio. Spogliatelo e legatelo al palo.»
[…]
Nicci si girò verso la folla che osservava la scena attonita. «Il comandante Kardeef desidera che voi vi rendiate conto quanto possiamo essere spietati. Sto per eseguire i suoi ordini e dimostrarvelo.» Si girò verso i soldati. «Mettetelo sul fuoco ad arrostire come un maiale.»
Giusto! Perché spercare tempo a fare character development quando si può bruciare vivo un generale senza nessuna fottuta ragione?
PERCHÉ FANTASY, ECCO PERCHÉ!
Inoltre, abbiamo cose più importanti a cui pensare. Tipo i flashback dei libri precedenti!
Nicci tornò verso la folla costringendo la piccola a seguirla con il collare. In quel momento rammentò un fatto: la prima volta che aveva visto Richard.
Quasi tutte le Sorelle del Palazzo dei Profeti si erano riunite nella sala principale per vedere il nuovo ragazzo portato da Sorella Verna. Nicci aspettava appoggiata alla balaustra di mogano arrotolando […]
No! Non di nuovo quell’agonia di Richard piagnone al palazzo delle streghe MILF!
Sul serio, segue – riportata per intero solo da un differente POV – tutta la scena dell’arrivo di Richard al palazzo dei profeti. Frignine incluse.
E, qualora ci fosse bisogno di ulteriori conferme, sappiate che Nicci è una donna con una missione:
Ogni volta che come in quel momento si soffermava a pensare a Richard, sentiva che in lei cominciava ad ardere un ossessionante desiderio di distruggerlo.
Anch’io, Nicci… Anch’io…
Segue lungo flashback (sì, un altro, ma questa volta per lo meno non è una ripetizione di cose già note) sull’infanzia di Nicci allevata da una madre fanatica che l’ha iniziata al “socialismo” della Fratellanza dell’Ordine.
Ma può anche andare, ne riparleremo comunque in seguito e più approfonditamente. Per ora l’unica cosa che per me proprio non ha senso è il motivo per cui Jagang tenga Nicci con sé. Nel senso che non solo dà prova di essere insubordinata (per capriccio uccide il generale Carnedamacello) ma soprattutto, è l’unica persona non affiliata a Richard a essere immune al potere di Jagang, il che la rende un pericolo. In più ci viene detto che Jagang è paranoico, e quindi perché la tiene con sé, visto che non è in grado di piegarne del tutto la lealtà?
Jagang aveva già ucciso diverse Sorelle che lo avevano contrariato. Nicci era al sicuro con lui perché non si preoccupava affatto della sua vita. Ed era proprio quel disinteresse più totale che affascinava l’imperatore, il quale era perfettamente conscio del fatto che la donna non stava fingendo.
Sebbene questa sembri un tentativo di spiegazione, non lo è affatto. Il fatto che Nicci sia apatica non la rende affatto meno pericolosa per Jagang, e che l’imperatore non la faccia uccidere seduta stante continua a essere qualcosa che trovo priva di senso.
Ma basta con i plot hole, abbiamo una donna da stuprare!
L’imperatore la baciò: per quanto le stesse facendo male, Jagang si stava comportando in maniera dolce con lei. Le aveva detto più di una volta che era l’unica donna che si preoccupava di baciare. Sembrava credere che esprimendo tali emozioni lei si concedesse spontaneamente, come se il palesare un sentimento fosse la valuta con la quale comprare l’affetto.
Era solo l’inizio di una lunga notte… di un’ordalia… e lei lo sapeva. Avrebbe dovuto subire diverse violazioni prima dell’alba.
E va bene così – anche se si vede lontano un miglio che i continui stupri di Nicci servono solo a Goodkind per raggiungere l’erezione e non aggiungono niente di nuovo alla trama e alla caratterizzazione. Ormai ci abbiamo fatto il callo, no?
E intanto ci imbattiamo nuovamente in Zedd che…
«Zedd! Vecchio pazzo! Tu essere vivo!»
Oh no, non Adie…
Zedd ha raggiunto l’esercito del D’hara per portare tanto buon umore e consigli costruttivi.
«Generale Reibisch, comandante del contingente d’hariano al Sud» si presentò l’uomo, stringendo la mando di Zedd, dopo che Warren si decise a lasciarla e a tornare al fianco di Verna. «Il nonno di lord Rahl! Che fortuna incontrarvi, signore.» La presa era ferma, ma non dolorosa. «È proprio una fortuna.»
«Già» borbottò Zedd. «nonostante le circostanze siano sfortunate, generale Reibisch.»
«Sfortunate…?»
«Non fateci caso per il momento» lasciò correre Zedd. «Ditemi, generale, avete cominciato a far scavare le fosse comuni?» chiese. «O intendete lasciare che i pochi sopravvissuti abbandonino i cadaveri?»
«Cadaveri?»
«Certo… i cadaveri dei soldati che stanno per morire.»
Segue scena dolcissima in cui Verna e il generale tentano di ottenere maggiori informazioni ma Zedd li ignora perché è intento a mangiare del prosciutto. Ahahah migliaia di innocenti moriranno e zedd pensa solo a mangiare, che buffo tipetto !
Da Richard e Kahlan Teresino stabilisce che Richard è un grande e sensibile scultore grazie al dono.
L’immagine della donna che aveva scolpito per lei le suscitò molte emozioni. Richard aveva battezzato quella piccola statua alta una decina di centimetri intagliata in un pezzo di noce profumato con il nome di Spirito. La femminilità del corpo, la schiena arcuata e forte come se si stesse opponendo a una forza che cercava inutilmente di soggiogarla, ispirava appunto una grande spiritualità.
La statua non voleva essere un effigie di Kahlan, tuttavia si sentiva toccare in profondità da quell’immagine. C’era qualcosa in quella figura, qualcosa che spingeva Kahlan a voler stare bene.
Se non era magia, non sapeva come chiamarla.
Kahlan aveva vissuto in palazzi colmi di opere d’arte di fattura squisita concepite dai migliori artisti delle Terre Centrali, ma nessuna le aveva mai mozzato il fiato come quella statua di legno nella quale vibrava un senso di nobiltà individuale e orgoglio. La vitalità e la forza dell’opera le fecero venire un nodo alla gola e Kahlan non poté fare altro che abbracciare Richard, rimanendo senza parole per l’emozione.
Vi ricordate nei libri precedenti tutte le volte che Richard ha intagliato con maestria il legno? Nemmeno io, ma Goodkind più di una volta ha dimostrato che improvvisa il world building così come gli viene, per cui tutto ok. Tenerlo bene a mente, comunque, perché questo talento spuntato per magia ci sarà utile in seguito.
A un certo punto Kahlan si rompe le balle di vivere nella casa del nonno di Heidi e comincia a pensare di ritornare tra le truppe, ma se lo tiene per sé perché teme che Richard possa alternarsi. Perché non sia mai che in un libro di Goodkind succeda qualcosa di logico che avanzi la trama, no, Richard deve essere rapito e mostrare al mondo gli orrori del socialismo!
E a proposito di socialismo…
Kahlan alzò lo sguardo e si trovò faccia a faccia con una donna dagli occhi azzurri.
La sconosciuta era ferma a un paio di metri da lei e la stava osservando con attenzione. Kahlan sentì la gola che si stringeva e si accorse che le era venuta la pelle d’oca sulle braccia. La donna sembrava comparsa dal nulla in quel luogo dimenticato dal Creatore.
Oh, buongiorno Nicci!
Richard sapeva che doveva rimanere calmo se voleva salvare Kahlan. Ardeva dal desiderio di abbattere Nicci, ma sapeva che la soluzione non era tanto semplice. Zedd era solito ripetere che ‘non c’è mai niente di facile’ e in quel momento, Richard comprese a pieno il significato di quelle parole.
Pensò a tutto ciò che sapeva della magia, ma niente di quello che conosceva poteva dirgli cosa fare. La vita di Kahlan era appesa a un filo.
In quel momento Cara uscì di corsa dalla casa. Era completamente nuda. La vista non colpì particolarmente Richard, perché il vestito che indossavano tutte le Mord-Sith era molto aderente. L’unica cosa diversa era il colore della pelle. Cara era bagnata fradicia. Aveva i capelli sciolti e a Richard sembrò che quel fatto fosse molto più indecente della nudità, perché era solito vederla con la treccia.
La Mord-Sith si acquattò pronta a balzare con l’Agiel stretta in pugno.
«Cara, no!» urlò Richard.
Stava già correndo per il prato quando Cara saltò piantando l’Agiel nel collo di Nicci.
La Sorella dell’Oscurità gridò dal dolore e crollò in ginocchio. Anche Kahlan urlò e cadde in una posizione simile a quella di Nicci.
No, momento, se il POV è interno a Richard, come fa a sapere che Nicci è Nicci. Perché irradia l’aura di socialismo? Also boobies!
Nicci cattura Kahlan (che strano) e la lega a sé con un incantesimo grazie al quale, ogni volta che prova dolore, Kahlan ne proverà il doppio. Grazie al’incantesimo, obbliga Richard a seguirla… anziché ucciderlo. Ripeto, Nicci trova il suo acerrimo nemico, l’uomo che da solo rappresenta una minaccia a tutto quello che l’Ordine simboleggia, nonché alla sua espansione nei territori centrali, e decide di non ucciderlo all’istante.
E così Kahlan e Richard sono di nuovo divisi. Wow, proprio come IN OGNI ALTRO LIBRO!
«Ti porterò nel Vecchio Mondo, nel cuore dell’Ordine, per mostrarti contro cosa stai combattendo… la vera natura di ciò che credi sia il tuo nemico.»
In sostanza questo sarebbe il piano di Nicci: prendere Richard, fargli fare un tour del Vecchio mondo e convertirlo al socialismo, perché Nicci lo trova affascinante e vuole dargli la libertà di…
No, un cazzo, nel primo flashback sul’infanzia di Nicci, Goodkind ha fatto i salti mortali per mostrarci (o meglio ribadirci pigliandoci a mazzata sulla testa) quanto sia illiberale e odioso il socialismo, e ora, solo perché fa comodo a lui, il socialismo diventa la culla della libertà di scelta e conversione. Tutto questo, ovviamente, per portare Richard in un contesto in cui il socialismo è dipinto come virtuoso e mostrare a noi (o meglio ribadire pigliandoci a mazzate sulla testa) attraverso gli occhi del Gesù dell’oggettivismo randiano che il socialismo e in realtà brutto e kattivo.
Richard sentì un brivido lungo la schiena. «Ti aspetti di portare me, Richard Rahl, nel cuore del territorio nemico? Dubito che vivremo a lungo come ‘moglie e marito’.»
«Infatti non userai la magia e dovrai usare il cognome con il quale sei cresciuto: Cypher. Senza la tua magia e il tuo cognome sarai solo un uomo semplice che viaggia insieme alla moglie.»
Già perché è impensabile che qualcuno possieda una descrizione di Lord Rahl o conosca per sentito dire l’aspetto del capo supremo del D’hara.
«Be’, nel caso il nemico dovesse scoprire che sono qualcosa di più, credo che una Sorella dell’Oscurità possa esercitare… una certa influenza.»
«Non posso.»
Richard alzò lo sguardo. «Cosa vuoi dire?»
«Non posso usare il mio potere.»
A Richard venne la pelle d’oca. «Cosa?»
«Tutto il mio potere è riversato nel legame e serve per tenere Kahlan in vita. L’incantesimo di maternità funziona in questo modo. C’è bisogno di moltissimo potere sia per invocarlo che per mantenerlo. Il mio è investito nel mantenere vivo il legame ora. Un incantesimo di maternità non lascia neanche un briciolo di potere per il resto. Credo che non riuscirei neanche a far scaturire una scintilla
Questa roba non ha un fottuto senso, come tutte le volte che Goodkind entra nei cavilli della magia nel suo universo. Cos’è, Nicci non può nemmeno più dormire o distrarsi perché deve stare concentrata sul legame che la unisce a Kahlan altrimenti l’incantesimo la uccide? Oh, no, basta che non usi i suoi poteri, per il resto può distrarsi come le pare. Come vuoi, Goodkind, tanto è fantasy.
Fant… ehi, aspetta un momento…
Lasciato Richard, Kahlan e Cara si imbattono in Ann assieme a una sorella che era scappata con lei dal’accampamento di Jagang nel libro precedente. Normalmente non mi ci soffermarsi e andrei oltre, ma succede una cosa troppo lol :
«La Priora è venuta nel campo di Jagang e mi ha salvata, non solo dall’imperatore, ma anche dal Guardiano. Sono tornata a servire la Luce.» Un sorriso luminoso trasformò nuovamente il volto di Alessandra. «Ann mi ha riportata al Creatore.»
Per quello che riguardava Kahlan quell’affermazione non valeva neanche la pena di essere confermata. «Come ci avete trovate?»
Ann ignorò la domanda. «Dobbiamo sbrigarci. Dobbiamo sottrarre Richard dalle grinfie di Nicci, prima che lo consegni a Jagang.»
Non è bellissimo come Goodkind evidenzi i suoi stessi plot hole? Kahlan e Cara sono nel nuovo mondo e Ann era vicino ad Anderith, nel’accampamento di Jagang, come caspio hanno fatto a incontrarsi? E anche se poi una spiegazione c’è (glielo’ha detto Verna tramite libro di viaggio magico) ciò non toglie che la presenza di Ann è solo un ennesimo buttare personaggi alla rinfusa, arte di cui Teresino è maestro.
Intanto l’esercito dell’Ordine fa la sua comparsa contro quello del D’hara.
Il piano era quello di attirare il nemico a nord rimanendo fuori dalla sua portata… abbastanza vicini da farli sbavare, ma non troppo per permettere loro di mordere. Un esercito di quelle dimensioni non sarebbe riuscito ad attraversare il fiume in quel periodo dell’anno. Il fiume da una parte e le montagne dall’altra impedivano all’Ordine Imperiale di circondare facilmente e sopraffare i soldati dell’impero d’hariano, che erano in svantaggio di dieci o venti a uno.
Cioè mi stai dicendo che in un mondo in cui con la magia si possono fare le cose più assurde, basta un rigagnolo d’acqua a fermare l’esercito del’Ordine?
Torniamo da Richard e Nicci giusto in tempo per un succulento esempio di cos’è il socialismo per Goodkind.
«No» disse Nicci, torva e determinata. «Dobbiamo vendere i cavalli.»
«Cosa?» Richard batté le palpebre stupito. «Posso almeno chiedere perché?»
«Per condividere quello che possediamo con chi non ha nulla.»
Richard non sapeva cosa dire e si limitò a fissarla. Come viaggeremo? si chiese. Ci rifletté ancora per qualche secondo poi giunse alla conclusione che non era poi così ansioso di arrivare nel luogo dove Nicci aveva intenzione di condurlo. Avrebbero dovuto portare tutto a spalla. Era una guida, quindi era abituato a camminare con lo zaino in spalle. Sospirò e si avviò verso le stalle.
«Dobbiamo vendere i cavalli» spiegò Richard al padrone della stalla.
L’uomo corrugò la fronte, guardò i cavalli nelle scuderie, poi tornò a concentrarsi su Richard. Sembrava che fosse stato colpito da un fulmine.
«Sono bestie stupende, signore. Non ci sono cavalli così belli in questa zona.»
«Adesso si» dichiarò Nicci.
L’uomo guardò Nicci visibilmente a disagio. Succedeva molto spesso e quella reazione era dovuta in parte alla stupefacente bellezza della donna, ma anche al suo atteggiamento freddo e spesso inquisitorio.
«Non posso darvi il giusto prezzo per bestie simili.»
«Non vi abbiamo chiesto il giusto prezzo» ribadì Nicci, in tono piatto. «Abbiamo detto che vogliamo venderli a voi. Prenderemo quello che potrete darci.»
L’uomo fissò Richard, poi Nicci, poi di nuovo Richard. Richard capiva che l’uomo fosse a disagio all’idea di truffarli in quella maniera, ma sembrava non riuscire a trovare un modo per rifiutare l’offerta.
«Tutto quello che posso pagare sono quattro monete d’argento per tutti e due.»
Richard sapeva che valevano almeno dieci volte tanto.
«E i finimenti?» chiese Nicci.
L’uomo si grattò la guancia. «Penso di poter aggiungere un’altra moneta d’argento, ma è tutto quello che posso pagare. Mi dispiace, lo so che valgono molto di più, ma questo è il massimo che vi posso dare.»
«C’è qualcun altro in città che potrebbe comprarli a un prezzo più elevato?» domandò Richard.
«Non credo ma, se volete, potete andare a chiedere, non mi offenderò, figliolo. Non mi piace truffare le persone e so che cinque monete per i cavalli e i finimenti sono una truffa.»
L’uomo continuava a fissare Nicci. Sembrava che cominciasse a sospettare che Richard non aveva voce in capitolo nella transazione. Lo sguardo intenso di Nicci poteva far tremare chiunque.
«Accettiamo la vostra offerta» rispose Nicci, senza un’ombra d’incertezza o esitazione. «Sono sicura che è equa.»
In pratica, essere socialisti significa essere idioti privi delle basilari nozioni di economia politica. O logica se è per questo. Esattamente come ci tramanda la storia. Ora, io sono il primo a dire che lo stato sociale deresponsabilizza l’individuo, però questo non è il modo di mettere su una critica e tanto meno una satira. Esattamente come è stato per NonBillClinton e NonHillaryClinton nel libro precedente, Goodkind si mostra ancora una volta incapace di muovere una critica organica a qualcuno o qualcosa con cui non è d’accordo
Richard sentì un urlo di donna provenire dall’esterno e corse fuori. Non vide nessuno. Corse dietro l’angolo del granaio da dove aveva sentito provenire i suoni ovattati di un trambusto.
Una mezza dozzina di uomini avevano buttato a terra Nicci che cercava di difendersi dai pugni agitando le mani. Alcuni degli assalitori le tiravano i vestiti in cerca del borsellino. Stavano combattendo per qualcosa che non si meritavano. Intorno agli aggressori c’era un cerchio di donne, uomini e bambini: avvoltoi che non aspettavano altro che di impadronirsi dei resti.
Non riesco a capire se si tratta di una sorta di allegoria o se Teresino si era stufato perché era un po’ che nessuno abusava di una donna
Dopo una prima sconfitta contro l’ordine, Zedd sta facendo il punto della situazione con i generali d’hariani quando ecco sopraggiungere un maestoso esercito:
Zedd osservò i ranghi di cavalieri che si avvicinavano. Le fiamme degli incendi si riflettevano sulle corazze, sulle armi e sugli stivali lucidi. La colonna non rallentava, erano gli altri a doversi scansare. I pennoni si elevavano come aste, gli stendardi e le bandiere sventolavano. Il terreno imbevuto di sangue tremava al passaggio di migliaia di cavalli al galoppo. Sembrava una compagnia di fantasmi uscita dalla tomba.
I fumi arancioni e verdi, illuminati dalla luce spettrale dei fuochi, si aprivano arricciandosi mentre la colonna attraversava il campo al piccolo galoppo.
Zedd vide chi li stava guidando.
«Dolci spiriti…» sussurrò.
In groppa al cavallo di testa c’era una donna che indossava un piastrone di cuoio con un mantello di pelliccia che sventolava dietro di lei come se fosse uno stendardo infuriato.
Kahlan.
[...]
Kahlan valutò la scena con un’occhiata attenta. Gli uomini si stavano radunando da tutte le direzioni. I nuovi arrivati erano Galeani.
No. Un grande e fottuto no. La Galea fa parte dell’impero del d’ahara e quindi le sue truppe dovrebbero già fare parte del’esercito regolare, visto che Richard ha passato i 5 libri precedenti a sottomettere piccole nazioni privandole della loro libertà (nel nome della libertà, ironicamente) in base alla logica dell’“o con me o contro di me”.
La luce dei fuochi illuminava le rughe sul volto del generale Leiden facendole sembrare ferite. L’ufficiale premette le labbra, fece un inchino alla sua sovrana, ma quando si drizzò disse: «Mia regina, Madre Depositaria, non potete aspettarvi che compiamo un attacco notturno. Non c’è luna e le nuvole nascondono le stelle. Un simile attacco compiuto al buio sarebbe un disastro. Una follia!»
Kahlan si guardò intorno. «Dov’è il generale Reibisch?»
Zedd deglutì. «Temo sia lui.»
Kahlan fissò il cadavere indicato da Zedd. Era quello sul quale il mago si era addormentato mentre cercava di guarirlo. La barba colore della ruggine del generale era incrostata di sangue e gli occhi grigi erano vacui e privi di dolore. Zedd sapeva che sarebbe stato un tentativo folle. Non poteva guarire l’inguaribile, ma ci aveva provato lo stesso.
«Chi è il prossimo in comando?» domandò Kahlan.
«Sarei io, mia regina» rispose il generale Leiden facendo un passo avanti. «Ma, in quanto ufficiale in comando, non posso permettere ai miei uomini di…»
Kahlan alzò una mano. «È tutto, tenente Leiden.»
L’ufficiale si schiarì la gola. «Generale Leiden, mia regina.»
Kahlan lo inchiodò con uno sguardo implacabile. «Contraddirmi una volta è un errore e basta, tenente. Due, è tradimento e i traditori vengono giustiziati.»
Oh buono, Kahlan è tornata a essere una stronza arrogante senz’arte né parte… Proprio quello che serviva per rendere questo romanzo più piacevole.
Per cui Kahlan ha intenzionati mandare l’esercito d’hariano che è esausto dopo giorni di battaglia e fiaccato dalla sconfitta in un incursione suicida contro l’Ordine e contemporaneamente tenere l’esercito bello fresco della Galea a riposo. Non fa una piega. TORNATENE IN CUCINA CRETINA !
Ma vedrete che alla fine avrà ragione lei in barba ball’insensatezza del suo piano, perché Kahlan è una dei buoni e i buoni hanno sempre ragione.
E lasciatemi mettere in chiaro una cosa, l’idea di Khan assestata di vendetta che guida un esercito e massacra i nemici senza pietà non è affatto male. Se avesse un minimo di senso logico. Cosa che queste scene non hanno, servono solo a mettere in mostra le enormi lacune di Goodkind.
Ok, fast forward, Kahlan guida con discreto successo le truppe d’hariane contro l’Ordine e, nelle battaglie successive, riesce perfino a mettere a segno alcune vittorie grazie anche all’impiego di armi di distruzione di massa (vetro tritato dalle sorelle della luce e che sollevato dal vento va ad accecare i soldati dell’ordine). Tempi duri scelte dure, immagino. Fossi stato nei suoi panni anch’io avrei deciso di usare armi di distruzione di massa per uccidere centocinquantamila uomini, però, a differenza di Kahlan, Zedd, Verna e tutti gli altri, avrei provato un minimo di rimorso per l’enorme spreco di vite umane. Loro invece no, perché in questo libro – come in tutti gli altri libri di Goodkind – il nemico è completamente deumanizzato e quindi… risulta più facile accettarne lo sterminio? La gente parla tanto di Ender’s Game, ma questo mi pare un caso più palese di giustificazione delle atrocità della guerra. Va’ a sapere. Forse la Spada della Verità è adombrato da Ender perché non è famoso quanto la quadrilogia di Scot Card – e questo, credetemi, non è che un bene.
Anyway, a un certo punto Kahlan viene raggiunta dal fratello Harold, che le comunica che la sorella, legittima regina di galea che nel libro due era rimasta vittima di un selvaggio gangrape (lo so, inusuale, eh?) è tornata in possesso delle sue facoltà mentali.
«Regina…?» Kahlan si alzò dalla sedia. «Cyrilla si è ripresa? Harold, è una notizia bellissima. E ha ripreso la corona? Ancora meglio!»
Kahlan era molto contenta che le avessero tolto l’incombenza di essere anche la regina di Galea. Non era un dovere che si addiceva alla Madre Depositaria, ma, più di tutto, era contenta che la sorellastra si fosse ristabilita. Anche se non erano state mai molto vicine, le due donne avevano sempre condiviso un mutuo rispetto.
Oltre la gioia per il recupero di Cyrilla, c’era anche la felicità per le truppe che sicuramente Harold aveva portato con sé. Sperava che fosse stato in grado di radunare i centomila uomini di cui avevano parlato in precedenza: sarebbe stato un buon inizio per l’esercito che Kahlan aveva intenzione di creare.
Harold si umettò le labbra spaccate dal vento. A giudicare dalla curva delle spalle, Kahlan era sicura che lo sforzo di radunare l’esercito e portarlo fin lassù doveva essere stato arduo. Il principe aveva quello sguardo vacuo che le ricordava il padre.
Kahlan sorrise, esuberante, determinata a dimostrare il suo apprezzamento. «Quanti soldati hai portato? Possiamo sicuramente impiegare tutti e centomila gli uomini. Sarebbe il doppio di quello che è accampato là sotto. Gli spiriti sanno quanto ne abbiamo bisogno.»
Se ne stavano tutti in silenzio. Kahlan fissò i presenti e sentì la sensazione di sollievo che scompariva lentamente.
«Quanti soldati hai portato, Harold?»
Il principe si passò le dita tra i capelliscuri e lunghi. «Circa un migliaio.»
Kahlan lo fissò abbandonandosi sulla sedia. «Un migliaio?»
Harold annuì senza fissarla. «Il capitano Bradley e i suoi uomini. Quelli che hai già guidato in battaglia.»
Kahlan sentì il volto che si scaldava. «Abbiamo bisogno di tutte le tue truppe. Cosa sta succedendo, Harold?»
Il principe si decise a fissarla.
«La regina Cyrilla ha rifiutato il mio piano che prevedeva di portare i soldati a sud. Poco dopo la tua visita, nostra sorella si è ripresa. È tornata in sé… piena di ambizioni e fuoco. Ricordi com’era, vero? Lavorava in maniera instancabile per il benessere della Galea.» Tamburellò pigramente con un dito sul tavolo. «Ma temo che la sua infermità l’abbia cambiata. Ha paura dell’Ordine Imperiale.»
Dun dun duuuuuuuun!!
Ma ovviamente Kahlan nonsi arrenderà senza combattere. E con senza combattere intendo senza fare predicozzi oggettivisti.
«Madre Depositaria, sono stato incaricato dalla mia regina di proteggere la gente di Galea. Conosco il mio dovere.»
«Dovere?» Kahlan si passò una mano sul viso. «Harold com’è possibile che tu segua in maniera tanto cieca i capricci di quella donna? La strada della libertà e della vita esistono solo attraverso la ragione. Può anche essere la regina, ma devi farti governare solo dalla tua facoltà di pensare. Il fatto di non usare l’intelletto in tutto questo, non pensare, è anarchia intellettuale.»
Disse la donna che da tre libri sta privando i regni delle terre centrali della loro sovranità nazionale per formare il reich del D’hara in cui solo lei e Richard hanno potere decisionale. Ma con Kahlan e Richard è diverso, perché loro sono i protagonisti in un romanzo di Goodkind e quindi hanno sempre ragione, anche quando agiscono in barba alla logica.
Sapete cosa mi piacerebbe. Che Kahlan in preda all’ira urlasse: “Sarebbe stato meglio se il branco che ha stuprato mia sorella l’avesse anche uccisaH!”
«Di’ a Cyrilla che sarà meglio se subirà il destino che ho appena descritto, perché se l’Ordine non passa per la Galea, allora lo farò io. Ho promesso nessuna pietà per l’Ordine e il tradimento della Galea la condanna allo stesso destino del mio nemico. Se l’Ordine non prenderà Cyrilla, allora giuro che lo farò io e quando le avrò messo le mani addosso, la riporterò ad Aydindril e la butterò nel pozzo dal quale l’hai salvata. La lascerò là sotto in compagnia di ogni bruto criminale che troverò, per tutta la sua vita.»
Eh, close enough.., stay classy Kahlan, mi raccomando.
Kahlan estrasse la spada galeana, l’afferrò con entrambe le mani digrignando i denti, la posò sopra il ginocchio. Il metallo si fletté e dopo qualche attimo si spezzò accompagnato da un rumore secco. Kahlan buttò i due monconi sul pavimento ai piedi del fratellastro. «Adesso sparisci.»
Seeeeeee, vabbè…
E a questo va ad aggiungersi la notizia che un quarto di milione di soldati provenienti dal vecchio mondo stanno andando a ingrossare le fila dell’Ordine Imperiale. Così, per temprare il morale delle truppe, Kahlan decide di rinfrancare i loro animi spossati con un evento che li coinvolgerà, distrarrà e rallegrerà. Un torneo con in palio un ricco premio al cavaliere più valoroso? Nah, il matrimonio di Warren e Verna. Perché cosa può rallegrare una macchina da guerra d’hariana se non il matrimonio di un mago nerd e di una suora con la sindrome premestruale?
Ma invece tutti si fanno prendere dallo spirito festoso, anche Cara:
«Dove hai trovato tutti questi fiocchi?» chiese Kahlan stringendo tra le labbra degli aghi.
«È stato Benjamin a darmeli.» Cara rise mentre legava un fiocco a un cordino. «Ci credete? Mi ha fatto promettere di non chiedergli da dove venivano.»
Kahlan si tolse gli aghi di bocca. «Chi?»
«Chi cosa?» borbottò Cara prima di far uscire un pezzo di lingua da un angolo della bocca mentre infilava un ago.
«Chi hai detto che ti ha dato i fiocchi?»
Cara sollevò un altro pezzo di seta blu verso il soffitto. «Il generale Meiffert. Non saprei proprio dove lui…»
«Hai detto Benjamin.»
Cara abbassò il fiocco e fissò Kahlan. «No.»
«Invece, sì. Hai detto Benjamin.»
Non ci posso credere… Per la seconda volta questo libro mi ha strappato un sorriso genuino, e sempre grazie a Cara (la prima volta è stato quando Kahlan le ha sgamato la collezione di pietre e Cara per difendersi le ha ribattuto che erano oggetti contundenti che le piaceva avere a portata di mano da usare come armi). Sul serio, Cara rulla. Perché non sto leggendo un chick-lit su di lei anziché questo pseudo fantasy?
E ritorniamo da Richard e Nicci in viaggio nell’Unione Soviet… voglio dire, Vecchio Mondo.
Richard e Nicci sono senza dimora perché per avere un alloggio bisogna essere in lista e per salire in cima alla lista bisogna avere un lavoro, a quanto pare. Terry, mi spiace romperti le uova nel paniere, ma questo non è socialismo, è burocrazia.
«L’Ordine ha portato una grande abbondanza di lavoro» si intromise un uomo alle spalle di Nicci, attirando l’attenzione di Richard. Lo sconosciuto indossava una cerata chiusa alla gola e i grossi occhi castani ricordavano un bovino che ruminava. Il modo in cui la mascella si muoveva di lato, non faceva altro che rafforzare quell’impressione. «L’Ordine da il benvenuto a tutti i lavoratori che si uniscono alla nostra lotta, ma devi stare attento ai bisogni degli altri… proprio come il Creatore in persona desidera e ottenere il lavoro nel modo giusto.»
Richard, che sentiva lo stomaco brontolare, ascoltò l’uomo. «Prima di tutto devi iscriverti a un gruppo di cittadini lavoratori: servono a proteggere i diritti di coloro che lavorano per l’Ordine. Devi partecipare a un’assemblea d’esame per l’approvazione e a un comitato per far sì che un oratore del gruppo di lavoro possa garantire per te. Devi fare tutto questo per avere un lavoro.»
Lol, certo che Teresino è proprio etereo, quando traccia paralleli col mondo reale…
Dopo giorni, Richard e Nicci riescono a trovare un alloggio, che devono però condividere con tre bulletti.
Il pensiero dei tre ragazzi lo preoccupava. Ricordava bene quello che era successo a Kahlan quando Cara aveva colpito Nicci con l’Agiel. Se quei tre avessero stuprato Nicci, Kahlan avrebbe vissuto l’esperienza come se lo stessero facendo a lei. Il solo pensiero lo faceva star male.
Perché è scontato che i tre bulli siano anche stupratori, no? Del resto sono kattivi. E comunque se Kahlan venisse stuprata a distanza sarebbe una pietra miliare del fantatrash [NDR: giuro che ho scritto questo commento in corso di lettura, non avevo idea di ciò che sarebbe successo dopo.]
La cosa che mi irrita di più è l’immagine distorta che Goodkind crea del socialismo al solo scopo di portare l’acqua al suo mulino oggettivista. Io non sono affatto un simpatizzante del socialismo, ma distorcere una realtà per becera propaganda è un comportamento ridicolo e scorretto a prescindere da chi va a colpire. Il socialismo dell’Ordine è, ad esempio, del tutto privo di solidarietà, deumanizzato allo scopo di apparire il peggiore dei mondi possibili, ma così facendo goodkind lo rende anche qualcosa che non è il socialismo che questo libro vuole criticare. Il che significa che la cosiddetta parte filosofico-politica di questo romanzo é completamente vanificata dall’inettitudine del suo autore, e non avendo il romanzo una storia che vada al di là della critica sociale, il tutto si riduce a un cumulo di inutile merda.
E per inciso in un mondo in cui l’enfasi sull’uguaglianza a discapito della libertà è portata al ridicolo e alla follia, come è possibile che esista un imperatore che, per sua natura è migliore del popolo che comanda? Per lo meno nella Russia comunista esisteva una democrazia di facciata che dava al popolo l’illusione dell’uguaglianza, qui, ovviamente, no. Perché, per l’ennesima volta, Goodkind è uno scrittore inetto che non ha idea di come si faccia critica sociale.
Nel Vecchio Mondo, Richard comincia a smettere i panni del Gary Stu e a trasfigurare sempre più in una figura cristologica che potremmo chiamare San Gary Stu da Pietralcina. O Nostro Signore Gesù Crichard. Del resto, se ci fate caso, la salvezza dal male (l’Ordine) passa solo attraverso di lui – e l’unico modo per essere sicuri che Jagang non abbia potere su qualcuno è che questo qualcuno giuri fedeltà a Richard… vi suona familiare? In più, nell’arco di neanche tre capitoli San Richard Martire passa 48 ore filate a lavorare ininterrottamente per l’onore e la gloria del libero mercato, ci regala non uno ma ben due sermoni sulla supremazia della libertà razionale nei confronti dell’assistenzialismo solidale, riesce a convertire i bulli di prima alla sua dottrina e non ne sono sicuro al 100% ma mi pare che a un certo punto moltiplichi pure i pani e i pesci – ma senza darli via, perché sennò sarebbe socialismo.
Nicci mise i panni in uno dei cesti che Richard aveva insegnato a fare alle donne della casa usando scarti di legno. Aveva dovuto ammettere che il cesto era abbastanza facile da fare e molto comodo per trasportare la biancheria
Ma WTF? Mi stai dicendo che nel vm non sanno confezionare utensili di base? WTF!
Aveva portato Richard nel peggior posto del Vecchio Mondo, nel peggiore palazzo che avesse trovato e in qualche modo lui era riuscito a migliorarlo… proprio come lei aveva insistito più di una volta che fosse un suo dovere
SIMBOLISMO!
Nicci raggiunse le scale. Gadi, fermo a metà della scalinata, scese lentamente verso di lei senza toglierle gli occhi di dosso. Nicci pensò che avesse un bel corpo. Il ragazzo era abbastanza vicino da sentirne il calore.
Nicci lo fissò negli occhi. Erano alti uguali.
«Voglio che tu faccia sesso con me.»
«Cosa?»
«Mio marito non è in grado di soddisfare in maniera adeguata i miei bisogni. Voglio che lo faccia tu.»
STUPRO MAGICO A DISTANZA PER KAHLAN!! No, Sul serio, Nicci si fa venire la fregola per Richard ma Richard la rifiuta, allora Nicci chiama uno dei bulletti stupratori di prima (l’unico che casualmente Richard non era riuscito a convertire) e si fa scopare.
Questa roba è lo zenit del fantatrash, sul serio.
E se vi state chiedendo com’è strutturato uno stupro magico wireless, eccovi accontentati:
Kahlan sussultò e aprì gli occhi. Era così buio che poteva distinguere solo alcune forme indistinte. Sussultò di nuovo.
Sentì una sensazione inspiegabile alla quale non riusciva a dare un’interpretazione crescere in lei. Era qualcosa di totalmente sconosciuto, ma allo stesso tempo era anche ammaliante in maniera familiare. Qualcosa di fuori luogo, ma desiderato. Si sentì riempire da una forma di terrore appassionato che ondulava in maniera seducente in un piacere indecente, spingendo in avanti un senso di paura informe.
Sentì il peso delle ombre gravare su di lei.
Fu pervasa da un’ondata di sensazioni e sentimenti che non riusciva a controllare. Niente più sembrò reale e sussultò nuovamente per la crudezza di quella sensazione. Era confusa. Le faceva male, ma allo stesso tempo sentì una sorta di fame selvaggia che si risvegliava.
Era come se Richard fosse nel letto con lei. Era così bello. Stava ansimando e la bocca era secca come la polvere.
Ogni volta che Kahlan si era trovata tra le braccia di Richard aveva sentito quella sorta di deliziosa aspettativa sul fatto che il loro desiderio fisico non sarebbe mai stato appagato… che ci sarebbe sempre stato qualcosa da esplorare, da raggiungere, da definire. Lei si era sempre esaltata all’idea di quella ricerca senza fine per raggiungere ciò che era irraggiungibile.
Aveva il fiato corto. Le sembrava di essere in una corsa.
Ma quello era qualcosa che non aveva mai immaginato. Strinse le lenzuola con la bocca aperta in un urlo silenzioso contro il dolore.
Non c’era niente di umano in quanto stava succedendo. Non aveva senso. Sussultò di nuovo in preda al panico, mentre le sensazioni peggiori ribollivano in lei. Emise un gemito di orrore per quanto stava succedendo e alla traccia di piacere contenuta in quella sensazione e per la confusione dovuta al fatto che sentiva, in un certo senso, di godere della situazione.
In quel momento capì tutto. Sapeva cosa stava succedendo.
Le lacrime le bruciarono gli occhi. Si girò su un lato lacerata tra la sensazione di gioia di sentire Richard e il dolore per il fatto di sapere che anche Nicci lo stava sentendo in quella maniera. Fu spinta di forza sulla schiena.
Urlò dal dolore. Si contorse e lottò coprendosi il seno con le braccia. Gli occhi si riempirono di lacrime a causa di un’agonia che non riusciva a capire.
Richard le mancava molto e lo desiderava tantissimo, fino a stare male.
Si arrese a lui, nonostante le condizioni, e un gemito basso le sfuggì dalla gola.
I muscoli erano legati come le radici di una quercia e fu squassata da ondate successive di dolore misto a un desiderio insoddisfatto che si era trasformato in repulsione. Non riusciva a prendere fiato.
L’ordalia cessò. Kahlan sentì che poteva tornare a muoversi, ma era troppo esausta per farlo. Scoppiò a piangere odiando ogni istante di quanto era successo, dispiaciuta al tempo stesso che fosse finita, perché almeno era riuscita a sentire il suo amato.
Provava un misto di gioia e rabbia. Strinse le lenzuola e pianse in maniera inconsolabile
Visto? È stata stuprata, però le è piaciuto! Ah, queste donne, sempre a godersi i loro stupri…
Tra l’altro la scena dello stupro a distanza mi ha fatto venire in mente una cosa: ma quando Nicci fa la cacca, Kahlan lo sente? Ed è sollevata quando Nicci si libera l’intestino? Sono domande di un certo peso alle quali il libro dimentica di dare una risposta.
Cara si inginocchiò a fianco di Kahlan e la prese per le spalle. «Cosa succede?»
Kahlan respirava a stento.
«Cosa c’è che non va? Cosa posso fare? State male?»
«Oh, Cara… è stato con Nicci.»
E ovviamente per Kahlan il tradimento è l’unica spiegazione… Ok, ritratto, è pur sempre più verosimile del magico stupro wireless. E poi volete mettere tutto quel succoso angst?
«Se lo ha fatto, lo ha fatto per salvarvi la vita. Deve averlo minacciato» insisté Cara.
Kahlan scosse il capo. «No, no. Si stava divertendo. Era come un animale. Non si è mai comportato così con me. Non ha mai… Oh, Cara, si è innamorato di lei. Non le ha resistito. Lui è…»
E Kahlan come fa a saperlo? Lei è collegata con Nicci mica con Richard… O mi state dicendo che le donne riescono a sentire cosa pensa l’uomo che le sta penetrando? Oh cazzo…
Kahlan si rese conto che Cara era avvolta in una coperta che si era parzialmente aperta rivelando il corpo nudo. C’era un segno scuro sulla metà superiore del seno e ce n’erano anche altri, ma meno evidenti. Kahlan aveva già visto Cara nuda e non ricordava quei segni, a parte le cicatrici il corpo della Mord-Sith era perfetto al punto di essere esasperante.
«E quello cos’è?» chiese Kahlan, indicando.
Cara diede un’occhiata e chiuse la coperta.
«È… voglio dire… un’escoriazione.»
Un’escoriazione… provocata dalla bocca di un uomo.
«Benjamin è nella tenda con te?»
Cara si alzò in piedi. «Madre Depositaria è ovvio che siete ancora mezza addormentata. Tornate a dormire.»
Kahlan osservò che andava via sorridendo.
Sì, sono appena stata stuprata, ma niente di serio, parliamo pure della tua vita amorosa, Cara.
In seguito, arriva la notizia che Jahang sta marciando in direzione di Aydindril e Warren sembra convinto che, tempo un anno, la capitale del reich del D’hara cadrà nelle mani dell’Ordine.
Kahlan sentiva il sangue che le scaldava il viso. «Parli come se fosse tutto stabilito… come se tutto fosse deciso dal destino e noi non potessimo fare nulla al riguardo. Non possiamo vincere se manteniamo un’attitudine tanto disfattista.»
Warren sorrise e il suo modo di fare timido tornò a galla. «Mi dispiace, Madre Depositaria. Non volevo darvi quest’impressione. Vi sto solo offrendo la mia analisi dei fatti. Non possiamo fermarli e non ha senso nutrire illusioni su questo. Il loro numero aumenta con il passare dei giorni. Inoltre dobbiamo tenere conto che ci saranno regni come Anderith e Galea che temono l’Ordine e che si uniranno a esso piuttosto che patire il destino terribile di chi si rifiuta di arrendersi.
«Ho vissuto nel Vecchio Mondo proprio mentre cadeva pezzo dopo pezzo nelle mani dell’Ordine Imperiale. Ho studiato i metodi di Jagang. So quanto è paziente quell’uomo. Ha conquistato in maniera metodica il Vecchio Mondo quando tutti pensavano che si trattasse di un’impresa inconcepibile. Ha passato anni a far costruire strade al solo fine di portare a compimento i suoi piani. Ha sempre bene in mente quali sono i suoi obiettivi. Ci sono momenti in cui si riesce a umiliarlo e a farlo agire in maniera avventata, ma si riprende molto rapidamente.
«Questo succede perché crede in una causa.
«Dovete comprendere qualcosa di molto importante su Jagang. È la cosa più importante che posso dirvi su quell’uomo: crede fermamente che tutto ciò che sta facendo sia giusto. Gode della gloria e delle vittoria, ma il suo piacere più intimo è quello di essere colui che porta il suo concetto di giustizia a coloro che vede come pagani. Crede che l’umanità potrebbe migliorare dal punto di vista etico solo se sottomessa all’autorità dell’Ordine.»
«È una follia» disse Kahlan.
«Potete anche pensarla in questo modo, ma è fermamente convinto di fare il bene dell’umanità. È molto pio in questo suo credo. La considera una verità morale.»
Non è vero per un cazzo, Goodkind, e lo sai benissimo. In sei libri non riesco a pensare a un personaggio che non abbia palesato le proprie verità morali. Tranne Jagang. La verità è che, in origine, Jagang era un generico kattivo barra macchina da stupro che a Teresino piacciono tanto. L’evil overlord che sostituiva Cattivik Rahl, se vogliamo. Poi Goodkind ha deciso che i suoi libracci dozzinali in realtà erano un compendio filosofico di oggettivismo randiano, e allora l’Ordine è diventato il terribile esercito socialista e Jagang una sorta di messia dell’anticapitalismo. E poco importa se la filosofia che muove Jagang e l’Ordine, che in questo libro sembra essere fondamentale, nei volumi precedenti non era MAI stata menzionata (perché ancora Goodkind non sapeva esistesse), ora è così ed è un dato di fatto, come Nicci e il suo rapporto con Richard durante la permanenza nel palazzo dei profeti o il fatto che Richard sia un eccellente intagliatore. IT’S CONTINUITÀ RETROATTIVA, BITCHES!
«Pensa che lo stupro, gli omicidi e la schiavitù siano giuste?» chiese il generale Meiffert. «Deve essere impazzito.»
«È cresciuto ai piedi dei preti della Fratellanza dell’Ordine.»
Stupro, preti… libro, sono io che devo scrivere le battute, non tu.
Nel Vecchio Mondo, Richard viene arrestato dall’Ordine con l’accusa di tradimento, perché la trama dice così. Nicci, che ora ama di nuovo Richard, si reca assieme a uno degli ex bulli convertiti alla caserma in soccorso di Nostro Signore Gesù Crichard.
«Posso chiedervi chi è il responsabile?»
Il soldato squadrò la donna, sembrava che la stesse giudicando visto che da lì a poco sarebbe rimasta vedova.
«Quello al tavolo. Il Protettore del Popolo Muksin.»
Il vecchio sedeva nascosto dietro una pila di documenti. Sotto il mento che ricadeva verso il petto, il corpo largo sembrava fondersi con il calore dell’estate. La grossa maglia bianca era macchiata dal sudore dell’uomo che contribuiva notevolmente ad aumentare il lezzo che pervadeva la stanza
È brutto, per cui è decisamente…. kattivo!
Nicci spostò una ciocca di capelli sudati dalla fronte. «Non ti piaccio, vero?»
Il ragazzo evitò di guardarla negli occhi. «No.»
«Ti dispiace se ti chiedo perché?»
Kamil si guardò rapidamente intorno per vedere se qualcuno stava spiando, ma tutti erano troppo immersi nei loro problemi.
«Sei la moglie di Richard però l’hai tradito. Hai portato Gadi nella tua stanza. Sei una puttana.»
Nicci batté le palpebre sorpresa da quanto aveva sentito
«Non capisci la situazione» sussurrò Nicci.
Vide con la coda dell’occhio Kamil che scrollava le spalle. «Hai ragione. Non capisco. Non capisco come una donna possa fare una cosa tanto brutta a un marito come Richard, che lavora duro e si prende cura di lei. Per fare una cosa simile devi essere una persona cattiva che non si preoccupa del marito.»
Voglio dire, fosse stato un altro uomo ok, ma lui è Richard Rahl, il più perfetto degli esseri umani!
Il giorno dopo, il protettore Muskin comunica a Nicci che Richard sta venendo torturato. Ma questo non è un problema per il nostro eroe, fintanto che c’è nei pressi qualche bambina da prendere a calci.
«Richard Cypher» disse Nicci rispondendo alla guardia con il cuore che batteva all’impazzata.
Il soldato diede una rapida occhiata alla lista e le fece cenno di passare. «Quest’uomo ti porterà da lui.»
Oh. Tempo due secondi e la stuprano.
La guardia non aprì subito la porta, girò Nicci e la prese per il seno. Lei rimase ferma. L’uomo la perquisì come se stesse tastando dei meloni al mercato. Aveva troppa paura di dire qualcosa, perché temeva di non poter vedere Richard. L’uomo si fece ancora più vicino le infilò una mano nella scollatura toccandole i capezzoli
Visto?
Allora, Richard può venire liberato su cauzione solo se si dichiara colpevole di un’infrazione minore. Il problema sono i soldi che Nicci non ha, la soluzione? Il capitalismo!
Ok, dopo che Nicci si è convinta che in questo frangente il capitalismo è il male minore, va alla caserma con i soldi che Richard ha guadagnato lavorando nottetempo (buuuu concorrenza sleale, zero Mario Monti) ma lì scopre che la vile pecunia non basta, per liberare Richard occorre che si metta al servizio dell’Odine usando un suo talento speciale… E che fortuna che Goodkind abbia in precedenza stabilito che il divino Richard è dieci volte meglio di Donatello!
La pena di Richard consiste nel lavorare come schiavo nel cantiere del palazzo di Jagang, incaricato di scolpire nientemeno che la statua principale dell’intero palazzo, una statua che raffiguri la turpitudine della razza umana e presumibilmente l’incubo del conservatorismo fiscale reaganianiano.
Perche intagliare il legno e scolpire la pietra sono la stessa cosa, giusto?
Ma per fortuna Gesù Crichard ha un piano:
«Cosa vorresti scolpire? Cosa vedresti prima di morire? Cosa può valere la tua vita?»
«La nobiltà dell’uomo… la forma più sublime di bellezza.»
In pratica Goodkind ha appena spoilerato il colpo di scena finale del suo libro. Che è peraltro una cagata.
Intanto, da Kahlan un assassino infiltrato dall’Ordine fa fuori Warren, e Kahlan su consiglio di Verna ordina che sia torturato da Cara fino all’alba, per poi essere ucciso.
L’uomo in ginocchio sogghignò in direzione di Verna. «Il Creatore mi darà un premio nell’aldilà. Non ho paura di morire. Ho guadagnato il diritto di passare l’eternità nella Sua luce eterna.»
Verna fece scivolare lo sguardo sui presenti.
«Non mi importa cosa ne farete di lui» disse «ma voglio sentirlo urlare per tutta la notte. Voglio che tutte le persone del campo sentano le sue urla per tutta la notte. Voglio che gli esploratori dell’Ordine le sentano. Sarà il mio tributo a Warren.»
Il ragazzo si umettò le labbra. Le cose non stavano andando come si era aspettato.
«Non è giusto!» gridò l’assassino
Beh, questo è un cambio di atteggiamento quantomeno repentino…
«Giusto? Quello che non è giusto» disse Verna con una calma terribile «è che tua madre abbia aperto le gambe a tuo padre. Ora noi, seppure in ritardo, correggeremo un errore. Quello che non è giusto che un persona buona e gentile sia morta per mano di un piccolo codardo così stupido da non riconoscere le menzogne che ci sputa addosso.
«Desideri scambiare la tua vita con quella che hai preso? Desideri morire per la folle causa che credi nobile? Sarai accontentato, ragazzo, ma prima di morire, capirai a pieno cosa stai cedendo, quanto sia preziosa una vita e come tu l’abbia sprecata. Arriverai a rimpiangere che tua madre ti abbia messo al mondo almeno quanto noi.»
Verna fissò nuovamente i presenti. «Questo è quanto desidero. Vi prego di esaudire la mia volontà.»
Cara fece un passo avanti. «Lasciatelo a me.» Il viso torvo indicava che non si divertiva. «Sono la più indicata a portare a compimento la tua volontà, Verna.»
Il ragazzo rise istericamente. «Una donna? Pensate veramente che una grossa puttana bionda e vestita di rosso possa darmi una lezione? Allora siete matti come mi hanno detto.»
E questo è un secondo cambio di atteggiamento piuttosto repentino. Sapete, per essere uno che se la mena di non scrivere fantasy ma studi psicologici sui personaggi, Goodkind è veramente carente nel reparto caratterizzazione.
E poco dopo succede questo:
Kahlan udì un trambusto fuori dalla tenda e un attimo dopo la testa di Cara fece capolino dall’entrata. Gli occhi azzurri della Mord-Sith erano pervasi da una furia letale. Entrò nella tenda trascinando il ragazzo per i capelli che batteva le palpebre freneticamente accecato dal sangue negli occhi.
Ringhiando, Cara lo gettò a terra ai piedi di Kahlan.
«Cosa succede?» chiese Kahlan.
Lo sguardo negli occhi di Cara rivelava una donna che stava per perdere totalmente il controllo e raggiungere quegli stadi dove era quasi impossibile definire una persona come umana. Stava camminando in un altro mondo: quello della follia.
Cara si inginocchiò, afferrò il giovane per i capelli, gli tirò indietro la testa e gli premette l’Agiel sulla gola. Uno spruzzo di sangue uscì dalla bocca del ragazzo.
«Diglielo» ringhiò Cara.
Il ragazzo lasciò penzolare le mani lungo i fianchi. «Lo conosco! Lo conosco!»
Kahlan aggrottò la fronte. «Chi?»
«Richard Cypher! Conosco Richard Cypher!… E sua moglie, Nicci.»
Colpo di scenaaaaaaaH
E come lo sa?
«Come ti chiami?»
«Gadi! Gadi!
Che poi sarebbe il bulletto coinquilino di Richard che ha stuprato Kahlan a distanza! Dopo qualche libro di latitanza, ecco che le celebri Coincidenze Goodkindiane fanno il loro ritorno! UIIIIII!!!
«Richard cominciò ad aiutare le persone a mettere a posto l’edificio. Lavorava per Ishaq alla compagnia di trasporti e quando la sera tornava a casa sistemava le cose. Lo ha insegnato anche a Kamil e a Nabbi.
«Lo odiavo.»
«Lo odiavi perché sistemava le cose?»
«Aveva indotto Kamil e Nabbi e gli altri a pensare che potevano farsi le cose da soli, quando non è così… la gente non può farlo. Era un inganno crudele. La gente deve essere aiutata da quelli che sanno fare le cose. È il loro dovere
Non è adorabile Goodkind quando cerca di fare critica sociale ma poi si ingarbuglia? Se la gente deve essere aiutata a fare le cose anziché improvvisarsi esperti e Richard ha aiutato i due bulli redenti perché sa fare le cose, il problema non sussiste. Ma c’è qualcuno che è troppo demente per comprenderlo.
«Cara, io… sto partendo.»
«Bene, anch’io penso che sia ora. Non ci impiegherò molto a radunare le mie cose. Prendete i cavalli e ci incontreremo…»
«No, vado da sola. Tu rimarrai qua.»
Cara carezzò la lunga treccia che le ricadeva sul petto. «Perché partite?»
«Non posso più fare nulla. Ho intenzione di piantare la mia spada nel cuore dell’Ordine: Fratello Narev e i suoi discepoli. È l’unica cosa che penso di poter fare per reagire.»
Ma per dio, i personaggi di questo libro la vogliono smettere di partire abbandonando i loro eserciti?
Kahlan uscì dalla tenda e vide che tutto era ricoperto di neve, come se il mondo fosse stato scolpito da un blocco di marmo.
SIMBOLISMO!
E, a proposito di marmo… back to Richard.
Ogni volta che un Fratello lo interrogava sulla statua, Richard era molto attento a nascondere la propria soddisfazione e ci riusciva bene ricordando il modello che gli avevano ordinato di scolpire. Chinava sempre la testa in maniera rispettosa e riferiva i progressi della sua penitenza, assicurando loro che il lavoro sarebbe stato pronto per il giorno previsto in modo che potesse essere installato sulla piazza in tempo per la cerimonia di consacrazione.
Il fatto di sottolineare la parola ‘penitenza’ faceva sì che i Fratelli distogliessero il pensiero dalla statua. I religiosi erano molto più interessati a vederlo stanco morto per il lavoro che stava svolgendo come punizione che alla statua
Ovvio, mica sta scolpendo, chessò, la fottuta statua principale del fottuto palazzo
Nicci osservò Richard che usciva dall’officina del fabbro, appostata dietro un angolo di una costruzione lungo la collina. Era molto probabile che andasse a prendere accordi con le persone che dovevano trasportare la sua statua. Chiuse la porta, ma non mise il catenaccio, non c’erano dubbi sul fatto che non stesse via molto.
C’erano molti uomini che lavoravano lungo la collina in una miriade di officine. Artigiani del cuoio e orafi contribuivano all’orchestra di lime, raspe, seghe e martelli. Il baccano era snervante. Gli uomini che passavano fissavano Nicci in maniera gentile, ma lei li guardava in cagnesco.
Appena vide Richard sparire dietro il laboratorio del fabbro, si incamminò lungo la strada. Gli aveva detto che avrebbe visto il lavoro solo una volta finito e aveva mantenuto la parola.
Si sentiva a disagio. Non sapeva dire perché, ma aveva l’impressione di profanare un luogo sacro. Richard non l’aveva invitata a vedere la statua, le aveva chiesto di aspettare che fosse finita. Era finita e lei non avrebbe aspettato oltre.
Nicci non voleva vederla sulla piazza insieme a tutti gli altri. Voleva rimanere da sola con quell’opera. A lei non importava nulla dell’Ordine e del suo interesse per la statua. Non voleva stare con gli altri, con gente che non ne avrebbe riconosciuto il significato. Quello era qualcosa di personale che voleva vedere in privato
Raggiunse la porta senza problemi, si guardò intorno ed entrò.
L’interno della stanza era buio, le pareti erano nere, ma la statua era illuminata dalla luce che arrivava dal soffitto. Nicci non fissò direttamente la scultura, ma tenne gli occhi bassi mentre girava intorno al basamento per poterla vedere di fronte.
Una volta giunta in posizione, si girò.
Il suo sguardo sfilò su per le gambe, i vestiti, le braccia delle due persone fino ai volti e sentì come se il cuore fosse stato fermato da un pugno gigante.
Quella era la materializzazione della luce che ardeva negli occhi di Richard riprodotta nel marmo. Nicci ebbe l’impressione di essere stata colpita da un fulmine.
In quell’istante tutta la sua vita, tutto quello che le era successo, ogni cosa che aveva sentito, sembrò unirsi in un lampo di violente emozioni. La vista di tanta bellezza la fece urlare dal dolore.
I suoi occhi caddero sulla parola incisa alla base.
VITA.
Nicci crollò a terra in lacrime, provando una vergogna abietta, una repulsione che derivava dall’aver compreso tutto improvvisamente.
… In piena gioia.
MA CERTO! Nostro signore Gesù Crichard è riuscito a convertire Nicci semplicemente facendo sì che guardasse la statua.
Ora, seriamente, questo plot point è ridicolo. Non per il fatto in sé della conversione mediante statua (ok, un po’ anche per quello), ma perché Goodkind ci dice che la statua è colma di significati senza tuttavia essere in grado di mostrarcene uno che sia uno. Del resto, questa è la descrizione della statua:
Le due figure posavano in un’armonia equilibrata. Il corpo dell’uomo mostrava una mascolinità orgogliosa e anche se la donna era vestita, non c’erano dubbi sulla sua femminilità. Entrambe le figure riflettevano un amore per la forma umana sensuale, pura e nobile. Sembrava che il male intorno a loro arretrasse terrorizzato di fronte a quella nobiltà pura.
Inoltre e soprattutto, la statua di Richard esisteva senza il bisogno del conflitto: le figure dimostravano consapevolezza, razionalità e decisione. Erano una dimostrazione del potere umano, della sua abilità. Quella era una vita che viveva da sola. Quelli erano un uomo e una donna orgogliosi della loro libertà di scelta
Una descrizione che farebbe vomitare merda perfino a Giulio Carlo Argan.
Inoltre, anche ammesso che la statua rivesta dei significati simbolici, essi varrebbero solo per Richard e la sua cultura, non per altri, e quindi non avrebbero effetto sull’Ordine… ma ‘MURICA! FUCK YEAH! giusto? I valori di Richard non possono che essere universali, right?
Nicci allora chiama il carpentiere amico di Richard e lo conduce alla statua, ma ci sono delle guardie. Curioso che il palazzo sia sorvegliato solo quando torna comodo, eh…
«Non possiamo andare lassù. Ci sono le guardie.»
«Io posso» rispose Nicci, asciugandosi le lacrime con un gesto rabbioso. La sua voce aveva assunto nuovamente quel tono di grande autorità e quel tono cupo con il quale aveva pronunciato la sentenza di morte di molte persone. «Aspettate qua.»
[...]
«Cosa ci fate qua?» sibilò Nicci, precedendoli.
«Cosa ci facciamo qua?» chiese uno. «Stiamo sorvegliando il palazzo dell’imperatore e tu cosa stai facendo…»
«Come osi replicare! Sai chi sono?»
«Be’… io non penso di…»
«L’Amante della Morte. Forse hai sentito parlare di me?»
Le guardie divennero improvvisamente attente. Nicci li vide squadrare il suo abito nero, i lunghi capelli biondi e gli occhi azzurri e a giudicare dalla reazione a Nicci sembrò ovvio che la sua reputazione l’avesse preceduta.
Sì cero, le barbare macchine da stupro dell’ordine, quelle che per tutto il libro sono state caratterizzate solo e soltanto dalla loro assoluta arroganza, si fanno impressionare in due secondi da una che potrebbe essere l’ultima delle contadinotte.
Comunque, Nicci entra, mostra la statua e una folla adorante vi si raduna in lacrime, convertita sulla retta via dell’oggettivismo randiano.
Il titolo sul piedistallo riassumeva tutti quei concetti in una sola parola.
VITA.
Il fatto che esistesse era una prova della validità di tale concetto.
La vita doveva essere vissuta in quel modo… orgogliosa, ragionata e libera da ogni forma di schiavitù nei confronti degli altri uomini. Quella era la giusta esaltazione dell’individuo e della nobiltà dello spirito umano.
L’unica risposta che giungeva dalle mura circostanti era la morte.
L’opera di Richard offriva la vita.
La gente saliva gli scalini sempre più numerosa radunandosi intorno alla statua colma di meraviglia. Molti caddero in ginocchio, piangendo dalla gioia. Tanti, come il fabbro, ridevano mentre le lacrime scendevano sui loro volti felici. Solo in pochi si coprirono gli occhi spaventati.
A mano a mano che la gente vedeva, correva a chiamare gli altri. Molto presto cominciarono ad arrivare anche i lavoratori dei laboratori sulle colline. Gli uomini e le donne che erano andati per visitare la costruzione correvano a casa per chiamare i loro cari e dire di recarsi al palazzo dell’imperatore.
La maggior parte di loro non aveva mai visto nulla di simile.
Era la vista per il cieco.
L’acqua per l’assetato.
La vita per il moribondo.
Lo stupro per il kattiv… No, wait…
Meanwhile, Kahlan e Cara si sono magicamente teletrasportate nel Vecchio Mondo e assistono allo spettacolo della folla adorante convertita dalla statua magica dell’oggettivismo e, dall’altra parte della città Richard viene catturato da fratello Narev (che poi sarebbe il capo della Fratellanza dell’Ordine nonché main villain del romanzo, un main villain talmente impressionante che mi sa che non l’ho mai nominato nella reccy)
«Fratelli cittadini dell’Ordine» intonò Fratello Narev con un tono di voce che Nicci pensò potesse crepare le mura «oggi vedremo cosa succede al male quando si confronta con la virtù dell’Ordine.»
Indicò nuovamente con il dito scheletrico e le guardie portarono avanti Richard. Nicci urlò, ma la sua voce si perse nello strepito che si levò dalla folla.
Fratello Neal arrivò con una mazza.
OH NO NED STARK NOOOO! Oh, già, quello era un altro romanzo.
Segue la scena per cui questo libro é famoso: il monologo oggettivista di Richard:
«La vita appartiene per diritto a ogni persona. La vita di un individuo può e deve appartenere solo a lui stesso, non a una società o comunità, altrimenti non è altro che uno schiavo. Nessuno può negare a un’altra persona il diritto di vivere o privarlo con la forza di quello che produce, perché questo significa rubare i suoi mezzi di sostentamento. Puntare un coltello alla gola di una persona e dirgli quello che deve fare è un tradimento nei confronti della razza umana. Nessuna società può essere più importante degli individui che la compongono, altrimenti voi darete importanza non all’uomo, ma a ogni idea o capriccio che passa per la testa di questa società al costo di un numero infinito di vite. La ragione e la realtà sono gli unici mezzi che portano a leggi giuste; se diamo il potere ai desideri insensati, essi possono diventare signori letali.
«Cedere la ragione in cambio della fede, permette a questi uomini di schiavizzarvi… di uccidervi. Avete il potere di decidere come vivere la vostra vita. Questo significa che gli uomini molto piccoli che sono quassù non sono altro che scarafaggi, se dite che lo sono. L’unico potere che hanno di controllarvi è quello che voi concedete loro!»
E fu così che Richard Rahl inventò il No Cav Day. No, seriamente. Gesù Crichard ha cambiato completamente la visione del mondo di centinaia di persone grazie a una statua e a un monologo noioso.
Quindi fratello Narev ordina a Richard di distruggere la statua, Richard esegue e si scatena una sommossa popolare. Durante gli scontri, Kahlan estrae la Spada della Verità e viene presa dal cieco furore che la pervade, così, scambiandolo per un fratello dell’Ordine, trafigge Richard.. Wow, è quasi shakespeariano. Se Shakespeare fosse stato demente. Richard chiede non si sa perché a Nicci di salvarlo solo che qualcuno la afferra e la strangola, mettendo così ko anche Kahlan. Ed ecco arrivare Neal, il tirapiedi di Narev, e Richard fa quello che un qualsiasi uomo trafitto da parte a parte farebbe nella sua situazione: si estrae la spada dal petto e lo infilza. Perché infilzare un uomo è esattamente come piantare un coltello in un panetto di burro il tre di agosto a Cagliari, no?
Bla bla bla, confronto finale così e cosà, potete immaginare benissimo cm va a finire.
Che cosa ne penso
Prendiamoci un po’ di tempo per analizzare perché questo romanzo fa schifo sotto ogni punto di vista e chiunque pensi il contrario non solo ha torto marcio, ma dovrebbe anche smetterla di esprimere opinioni su qualsivoglia argomento forever.
Da un lato posso concedere che questo libro in apparenza sembra migliore per lo meno di quello che l’ha preceduto – e probabilmente di quello che lo seguirà -, per il semplice motivo che il focus dell’azione è incentrato su Richard e Kahlan. Ma non solo: la trama è più articolata, c’è più azione, sembra perfino che la storia cominci a ingranare non solo perché l’Ordine Imperiale, che prima era stato solo un mezzuccio narrativo utile per far fare a Richard discorsi ispirati, ha cominciato la sua invasione in larga scala delle Terre Centrali arrivando perfino alle porte della città delle Depositarie, ma anche perché avanzano anche le storie personali dei personaggi secondari. Ed è una cosa notevole, se si pensa che Richard e Kahlam, innamorati per volere divino sin dal primo capitolo del primo libro, ci hanno messo due volumi per scopare e quattro per sposarsi. Insomma, l’universo pare allargarsi e svilupparsi, ma non è abbastanza.
Ci sono sempre i soliti problemi che caratterizzano lo stile di Goodkind. Intanto il livello di scrittura è basso, rasente allo zero assoluto. Goodkind ha tra le mani dei personaggi più o meno stereotiopati, sa che a un certo punto Richard dovrà fare un bel monologo sulle virtù dell’individualismo, della responsabilità fiscale, del capitalismo o quant’altro, ma per il resto non sa bene come gestirli. Difatti, se ci fate caso, quando non sono presi a dialogare sull’oggettivismo randiano, i personaggi di Goodkind fanno solo tre cose: si passano le mani tra i capelli, si grattano la barba se sono uomini o stuprano se sono kattivi. I protagonisti, per giunta, sono sempre – e dico sempre – stanchi per volontaria deprivazione del sonno. Può non sembrare nulla di grave, ma è sciapo ed è un indice di come Goodkind abbia ancora molta, molta strada davanti prima di considerarsi uno scrittore per lo meno decente.
Poi ci sono i problemi di caratterizzazione, come al solito. E non mi sto riferendo ai kattivi stupratori – anche se ce ne sono a iosa. La caratterizzazione dei personaggi di questo romanzo come dei percedenti è appena abbozzata, goffa, categorica. I cattivi sono talmente cattivi da risultare caricaturali e i buoni sono stucchevoli, eppure risultano buoni solo perché i cattivi sono troppo cattivi. Zedd, Kahlan, Richard compiuono terribili nefandezze nel corso della serie, non da ultimo il genocidio dei soldati dell’Ordine Imperiale, ma non mostrano nessun tipo di rimorso perché, si giustificano, fanno quello che fanno per un supposto “bene superiore” (escludo Cara dal ragionamento perché mi sta simpatica e perché è stata educata così). In loro soccorso arriva Goodkind stesso, che deumanizza l’antagonista in una maniera ai limiti del ridicolo. E non mi piace affatto, perché mi ricorda le strisce satiriche antisemite che dipingono gli ebrei come personaggi meschini dal naso adunco intenti a fregarsi le mani sotto a un ghigno mefistofelico.
E questi appena elencati sono solo i difetti che Goodkind già aveva mostrato di possedere nei precedenti romanzi. In questo sesto volume, inoltre, abbiamo l’ingombrante presenza della continuità retroattiva: Goodkind che cambia non una piccola cosa, ma l’intera motivazione del main villain. Quando Jagang è stato presentato nel libro tre assieme alla Stirpe dei Fedeli, non era l’araldo del socialismo venuto a invadere le Terre Centrali, era un semplice Evil Overlord il cui obiettivo era diminuire l’influenza del Creatore e del Guardiano sul mondo eliminando la magia. Di quel personaggio non c’è più traccia in questo libro. Cavoli, nemmeno il Guardiano viene quasi più menzionato – e lui è la fonte originaria di tutto ciò che è malvagio.
No, ora Jagang è un veicolo di propaganda politica. Fatta col culo, peraltro, perché il socialismo descritto da Goodkind non è socialismo.
E a questo punto, concedetemi di fare il figo.
SALVARE IL SALVABILE Ovvero: Come Goodkind avrebbe dovuto gestire la storyline dell’Ordine Imperiale per rimanere coerente all’interno della continuità della serie e nello stesso tempo muovere una critica ideologica al socialismo.
Due elementi devono rimanere costanti:
CONTINUITÀ: l’obiettivo di jagang è l’eliminazione della magia e non l’utopia/distopia socialista
CRITICA: è insensato porre l’uguaglianza al di sopra della libertà individuale
Svolgimento:
Il Vecchio Mondo era in origine una magicrazia in cui l’uso e l’abuso della magia erano la norma. La società magica era caratterizzata dall’abuso del potente sul debole, in una costante lotta individualista che aveva ridotto il paese in ginocchio.
Jagang è il leader che ha deciso di porre fine a questo mondo di sfrenata libertà e volontà di potenza nel solo modo che ritiene possibile: eliminando per sempre la magia, causa di tutti i mali. In breve tempo riesce a radunare a sé decine di migliaia di persone prive di magia, dà voce cioè a ql che erano considerati i reietti della società. Dopo aver fomentato la rivolta e aver dato vita all’Ordine Imperiale, prendendo il potere nelle sue mani e tuttavia giurando di amministrarlo per il popolo, Jagang instaura una sorta di regime del terrore in cui l’uguaglianza è lo strumento usato per assicurarsi che nessuno possa ergersi al di sopra degli altri, giustificando il proprio regime con lo spettro del regime precedente.
Quando la barriera che separa il vecchio mondo dal nuovo cade,l’ordine si ritrova a dover attaccare il D’hara e le terre centrali dopo aver fomentato nel popolo la paura di un ritorno al passato.
Ecco, Goodkind, ti ho sistemato il plot. You’re welcome.
In conclusione
Anche il volume sei è un pessimo fantasy. Carente dal punto di vista della caratterizzazione, della coerenza interna e perfino della trama, che si lascia “influenzare” a piene mani da un romanzo di Ayn Rand, La fonte meravigliosa, misogeno e, in ultima analisi, scritto male, non offre niente di rilevante. Ma a questo punto da Goodkind non è una sorpresa.
Ciò che lascia basiti è l’assenza di fantatrash. Si, è vero, lo stupro magico wireless è talmente offensivo da essere ridicolo (e viceversa), ma volete mettere con l’Evil Chicken of Doom? In effetti in questo volume il rapporto plot hole/stupri pende decisamente in favore dei primi.
Ricapitolando: non è un romanzo interessante dal punto di vista della storia, che non è originale, non è un romanzo interessante dal punto di vista dell’analisi politico-filosofica, che è imbecille, non è un romanzo interessante nemmeno dal punto di vista del fantatrash, perché ce n’è poco e quel poco che c’è è di cattivo gusto. Ma la cosa peggiore è che, con le sue settecento e passa pagine, La spada della fuffosità volume 6 non è nemmeno buono per pareggiare la gamba traballante del divano.
Bocciato su ogni possibile linea, in ogni possibile universo.
Partiamo col dire che ho letto il libro in inglese ma sto facendo la recensione di un’edizione italiana perché sono veramente una persona orribile.
Ciò detto, c’è un intero mondo di romanzi fantasy considerati in qualche modo fondamentali e che io ancora non ho letto. The Second Apocalypse di Bakker, Ender’s Game di Card, The Black Company di Cook, Malazan, Tigana di Guy Gavriel Kay, Il libro del nuovo sole di Gene Wolfe, La ruota del tempo di Jordan e tanti, tanti altri. E in tutto questo voi mi chiedete di leggere Goodkind?
Comunque, nella lista c’era anche un piccolo mattoncino (digitale) intitolato The Name of the Wind di un certo Patrick Rothfuss. In verità è rimasto a prendere polvere metaforica nel mio ereader per parecchio, prima che mi decidessi a intraprenderne la lettura. A un certo punto ero indeciso se leggere appunto Rothfuss o il primo volume di Mistborn di Sanderson.
Poi ho visto questa foto su Wikipedia. E, mi dispiace signor Sanderson, ma non c’è stata partita.
La scheda del libro
The Name of the Wind (The Kingkiller Chronicles: Day One)
Pubblicato in Italia da Fanucci
Anno 2007
728 pagine
Prezzo di copertina (paperback) 16,90€
Il libro su Amazon
Che cosa succede
Il nome del vento è la prima parte di una trilogia che racconta le gesta dell’eroico Kvothe, famoso arcanista, guerriero e cantante, la sua ascesa alla fama e, probabilmente, la sua caduta nell’infamia.
Il romanzo si apre con un’introduzione scritta in terza persona nella quale veniamo introdotti a due personaggi, il taverniere Kote e il suo assistente Bast, che sembrano tutto fuorché straordinari. Se non fosse che uno dei clienti di Kote racconta di essere sopravvissuto per miracolo all’attacco di alcuni demoni-ragno. La sera stessa, Kote salva la vita da un attacco dei demoni-ragno a uno scriba in viaggio per i boschi di nome Chronicler (in italiano Cronista). Chronicler riconosce Kote per quello che realmente è, ossia il leggendario Kvothe e lo supplica di narragli la sua storia. Kvothe acconsente e gli concede tre giorni durante i quali racconterà gli eventi della sua vita dal suo punto di vista. Il primo romanzo della trilogia è il giorno uno del racconto di Kvothe e copre la parte della sua infanzia e prima adolescenza.
La storia di Kvothe, a questo punto narrata in prima persona, comincia con i suoi primi anni trascorsi in famiglia tra gli Edema Ruh, un gruppo di artisti viaggianti. Già subito Kvothe ci viene presentato come estremamente intelligente e dotato, tanto che, ancora bambino, riceve i primi insegnamenti di arti arcane da Abenthy, un arcanista proveniente dall’università, che lo introduce allo studio della simpatia (una forma di magia che, in maniera quasi scientifica, permette a una persona di “collegare” due oggetti insieme e modificare uno degli oggetti attraverso il legame che lo lega all’altro). Inoltre, Abenthy conosce il nome segreto del vento, che gli consente di chiamare a sé il vento e di servirsene.
La formazione di Kvothe, però, si interrompe bruscamente quando l’intera troupe di Edema Ruh viene sterminata dai Chandrian, esseri mitologici sui quali il padre di Kvothe stava componendo una canzone. Ritrovatosi solo al mondo e del tutto incapace di reagire, Kvothe trascorre i tre anni seguenti a fare il mendicante nella città di Tarbean. Questa è la parte Oliver Twist del romanzo.
In seguito al breve incontro con un cantastorie di nome Skarpi che gli racconta la storia dei Chandrian e dei loro nemici, gli Amyr, Kvothe si sveglia dallo stato semi-catatonico in cui lo aveva gettato la morte dei suoi genitori e decide che vuole saperne di più su questi mitologici Chandrian. E l’unico posto in cui farlo è l’Università.
Aiutato dalla sua astuzia e dall’abilità come attore ereditata dai genitori, Kvothe riesce non solo essere ammesso nella prestigiosa accademia di magia, ma anche a diventare ben presto lo studente più popolare della scuola. Questa, nel caso ci fossero dubbi, è la parte Harry Potter del romanzo, c’è perfino Ambrose, il Draco Malfoy di turno (solo che, a differenza di Malfoy, Ambrose non odia Kvothe perché la trama dice così, ma perché, sotto sotto, Kvothe è un’insopportabile testa di cazzo).
Segue Kvothe che riesce a cavarsi dai guai usando la sua scaltrezza, una love story, indagini sui Chandrian, un drago che mangia alberi e Kvothe che scopre grazie a un potere in lui innato il nome del vento.
Alla fine, nella taverna, dopo l’incontro con un mercenario posseduto da un demone, il racconto di Kote si interrompe con la promessa di continuare il giorno successivo (che poi sarà narrato in La paura del saggio/The Wise Man’s Fear).
Che cosa ne penso
Il nome del vento ha molti aspetti positivi e molti negativi.
Cominciamo con l’elephant in the room, la magagna che si sarà senz’altro notata anche solo leggendo il riassuntino della poco sopra. Sì, Kvothe è un Gary Stu, ma di quelli belli grossi. Non solo sa fare tutto, ma lo sa fare meglio di chiunque altro e non grazie a particolare allenamento, perché il talento sembra essere innato in lui. Inoltre, è un personaggio arrogante e supponente. Tuttavia c’è una certa grazia nel modo in cui le avventure di Kvothe sono raccontate, una cura da parte di Rothfuss che fa sì che Kvothe vada a collocarsi più tra i Gary Stu sopportabili (Harry Potter) che fra quelli indigeribili (Richard Rahl). C’è anche da dire una cosa importante al riguardo: la storia di Kvothe è narrata dallo stesso Kvothe, non da un narratore estraneo e affidabile. In tutto il romanzo Rothfuss non fa altro che parlarci del potere della narrazione sulla realtà, quindi non mi stupirei se, alla fine della fiera, si scoprisse che Kvothe è un personaggio con più difetti di quanti non emergano dal suo resoconto.
E c’è anche il fatto che Rothfuss, spesso e volentieri, non rifugge dagli stereotipi del genere. Quando si incontrano i suoi genitori e viene descritta la vita in tourné con gli Edema Ruh, ad esempio, si vede già lontano un miglio che quella serenità sarà di breve durata. Un po’ perché, d’accordo, è l’inizio, è ovvio che debba venire accesa una qualche sorta di conflitto, altrimenti non ci sarebbe una storia. Eppure, non appena i genitori di Kvothe sono comparsi in scena, io già sapevo che sarebbero morti. E va altresì apprezzato il fatto che Rothfuss non abbia fatto partire in quarta la ricerca di vendetta del protagonista, che invece si prende addirittura tre anni prima di iniziare a fare qualcosa che sia collegato allo scoprire la verità su chi ha ucciso i suoi genitori e perché.
Delle tre parti in cui è diviso il romanzo (Edema Ruh, Oliver Twist e Harry Potter), quella ambientata all’interno dell’università è senz’altro la più interessante da leggere. Un po’ perché la garystuaggine di Kvothe, pur essendo ai massimi, deve comunque confrontarsi con un’ambiente in cui, il più delle volte, non basta essere bello-bravo-intelligente-talentuoso per spuntarla, un po’ perché Kvothe comincia ad apparire un pochino più come un essere umano e un po’ meno come lo struggente orfanello di strada protagonista di romanzi d’appendice di fine Ottocento.
In ogni caso, la storia di Kvothe, anche se verso il finale comincia un po’ a trascinarsi, non è mai noiosa. In parte ciò è dovuto all’eccellente stile di Rothfuss, semplice ma non banale e ricco di metafore e similitudini molto visive. Basta leggere il primissimo capitolo per rendersi conto, del resto, che lo stile di Rothfuss è parecchie spanne sopra la media, uno stile che cerca il lirismo ma che riesce nel contempo a non risultare pedante e pretenzioso. Non è roba da poco, specialmente oggigiorno in cui il fantasy o è epico – e quindi piagato da uno stile inutilmente aulico – oppure è brutto, sporco e cattivo – e quindi infarcito di umorismo cinico che, tuttavia, in un romanzo di formazione come questo sarebbe risultato stonato e non di poco.
Insomma, è un romanzo di formazione e assolutamente non autoconclusivo, non è impegnativo da leggere, nemmeno in lingua inglese, perché la prosa di Rothfuss è chiara ma riesce comunque ad avere quel non-so-che di speciale, che la fa risaltare. Il protagonista è decisamente un Gary Stu, ma il più delle volte la cosa non è irritante. Non si tratta di sicuro di un romanzo perfetto, ma l’ho trovato un buon inizio di trilogia e penso proprio che Rothfuss una lettura se la meriti. E non solo per il cosplay da gnomo da giardino.