Una piccola premessa: questa è la mia prima recensione. Avrei voluto essere più buono e accomodante con’unautrice emergente italiana, ma forse ho scelto il libro sbagliato con cui cominciare.

La scheda del libro

Clipart di Elisabetta Vernier

Pubblicato da: Delos Books

Anno: 2003

Prezzo: 9€

Vincitore del Premio Italia 2004 per la miglior opera fantascientifica.

Clipart su Delos Store

La trama

Riporto fedelmente da ibs.com:

Qual è il terribile segreto celato nella clip video che minaccia di distruggere la reputazione di David Xander, il più ammirato uomo d’affari della City, bello come una rockstar e ricco come pochi al mondo? Deve scoprirlo Alexandra Hill, la sua responsabile della sicurezza, in una caccia senza tregua attraverso la Periferia e le Wastelands sulle tracce di un misterioso ricattatore. Intorno a lei si muovono personaggi curiosi e indimenticabili, come Rue la ragazza hacker, gli squinternati Faxer, i nomadi del deserto radioattivo e Candy la bomba sexy.

Invitante eh? Ed è solo l’inizio…

Parto subito col dire che quello che ci viene presentato come un romanzo cyberpunk, in realtà non è un romanzo cyberpunk. Scordatevi William Gibson e Bruce Sterling, qui ci troviamo di fronte a un action-thriller che potrebbe essere stato scritto dal fratello gemello sfigato di Ken Follett. Non c’è nessuno degli elementi che caratterizzano la fantascienza cyberpunk, a parte uno o due innesti tecnologici; se il romanzo fosse stato ambientato a Cernusco Sul Naviglio l’altroieri, non sarebbe cambiata una beata fava.

L’unico, misero, elemento di fantascienza ripreso in parte dal cyberpunk è l’ambientazione statunitense invasa dalle multinazionali commerciali giapponesi. Non c’è niente di nuovo sotto il sole, e infatti la Vernier ci mette anche la guerra nucleare, che, si sa, non deve mai mancare in uno sci-fi coi controcazzi. Quindi abbiamo una metropoli ipertecnologica (almeno penso sia ipertecnologica, perché il libro si dimentica di menzionarlo), piena di giappo e di gentaglia poco raccomandabile. E attorno alla metropoli che c’è? Un deserto postnucleare radioattivo e pericolosissimo, le Wastelands. Ok, sospensione dell’incredulità a parte, come me la giustifichi, Vernier, l’esistenza di questo luogo mortale? Così:

Se c’era un posto infame nel mondo, quello erano le Wastelands: chilometri e chilometri quadrati di deserto radioattivo, abitato solo da fuggiaschi e animali mutanti.

Solo un secolo prima, quelle terre erano state fertili e produttive, coperte da immense coltivazioni che contribuivano a sfamare tutto il continente.

Poi, una serie di test nucleari ne aveva irrimediabilmente compromesso il delicato equilibrio e in pochi anni la vegetazione era morta, lasciando il terreno esposto agli agenti atmosferici che in breve tempo avevano creato il deserto. (pag. 73)

Ora, passi la desertificazione flash, ma chi cavolo farebbe dei test nucleari su una zona altamente produttiva e quindi redditizia per l’economia? Ma inventarsi qualcosa su una guerra nucleare no? Tanto non è che sia fondamentale per la storia l’evoluzione sociologica del pianeta, però almeno un po’ di coerenza in più non avrebbe guastato.

Ma ancora non siamo al nocciolo del problema. La trama di Clipart, quella vera e propria, infatti, è di un inconsistente da far paura.

Qualcuno sta ricattando David Xander, multimiliardario figaccione e spietato, con un sex tape trafugato in casa sua. Xander chiede alla sua responsabile della sicurezza, Alexandra, l’eroina del romanzo, di recuperare il video. Alexandra lo recupera e vissero tutti felici e contenti. Sì, avete capito bene, quasta è la trama di Clipart. Forse Ronald Tobias nel suo 20 Master Plots non aveva previsto una trama di questo genere, perché, in effetti, questa non è una trama. È un fatto, e costruire un romanzo su un fatto è una cosa che può riuscire a Virginia Woolf, ma non a Elisabetta Vernier.

Senza contare che, poi, pur essendo la trama così semplice, ci sono anche degli errori madornali e delle sottotrame senza senso. Un esempio su tutti: per le prime 30 pagine, l’indagine di Alex si basa unicamente sul filmato fornitole da Xander, in cui sono registrate le prodezze sessuali di Xander, di un senatore e di un generale gaio. I sospetti ricattatori sono tre escort: la rossa, il ragazzo efebico e la bionda. Ora, per tenta pagine Alex e Rue, l’assistente nerd, si scervellano su chi dei tre possa essere il colpevole ma, udite udite, il filmato era registrato con un eyecam, una videocamera oculare, cioè uno di quegli inserti cibernetici tipici della fiction cyberpunk. E allora che caspio di bisogno c’è di indagare? Non è ovvio che il ricattatore è l’unico che non appare nel filmato perché sta indossando la eyecam? Mah… Una cosa è certa, la sicurezza della Xander Enterprises è in buonissime mani.

Inoltre la trama, già esile, poggia per intero su una protagonista che definire imbarazzante è dir poco. Tutto quello che fa, scaturisce da motivazioni RI-DI-CO-LE. Ad esempio, nelle prime 60 pagine pare esserci un solo evento, per così dire, critico, ossia quando Alexandra uccide, sparandole a sangue freddo, una testimone rea di aver usato le parole “il tuo capo” e “checca” nella stessa frase, nientemeno. Tuttavia, quello che dovrebbe essere l’evento drammatico non è trattato con la dovuta drammaticità! Accade, viene dimenticato per un paio di pagine, se ne parla brevemente, e poi scompare nel limbo delle incongruenze della trama. Per non parlare di quello che nelle intenzioni dell’autrice doveve essere l'”eclatante plot twist” del romanzo: a un certo punto, dal niente, Alex si accorge che David Xander è un imprenditore corrotto. Duh. Va bene tutto, ma uno che organizza festini erotici con membri dell’esercito e della politica per avvantaggiare la sua compagnia – cose che Alex sa sin dal primo capitolo, per inciso – proprio uno stinco di santo non deve essere, che dite?

Alla fine Alex sceglie, senza alcuna motivazione razionale, di rivoltarsi contro il suo capo e lo minaccia di divulgare il video. Xander, ovviamente, la scopre e la rende inoffensiva. Ora, quale stratagemma genialerrimo usa la Vernier per salvare capra e cavoli? Fa cancellare la memoria di Alex dagli scienziati al soldo di Xander! Ma perché? Ma mi prendi per il culo? Che cazzo di senso ha? E finisce così. Le cancellano la memoria e fine. Roba che al confronto il finale di Natale in India è paragonabile a quello di Psycho.

Velo pietoso.

I personaggi

L’unico commento che posso fare è che sono stereotipati e caricaturali a voler essere gentili.

Rue è una nerdessa sociopatica genio dei computer e abituata a non lasciare mai la sua postazione. Abbiamo una sua foto:

 

Chloe O'Brian Rue al lavoro.

 

John e Lobo sono i tizi tutto muscoli e niente cervello che fanno il lavoro sporco per Alexandra e quindi per Xavier. Uno è esperto di arti marziali, l’altro non è immune al fascino delle armi da fuoco.

 

John e Lobo, olio su tela.

 

Alex, la protagonista, è una sexy-rossa che occupa una posizione prestigiosa nonostante la giovane età e che è andata a letto col suo capo.

 

Alex... oh, wait a minute! Non ha la treccia!

 

O_O Non ho idea di come sia finita lì l’ultima immagine…

In ogni caso, farsi un’idea di come sia Alex è difficile, anche perché cambia personalità ogni due pagine. Ad esempio, a pagina 45 viene definita “un po’ brusca nei modi” (sic) e irritabile, mentre a pagina 46 diventa “calma e riflessiva”. In precedenza la Vernier ce l’aveva descritta mentre estorceva con la minaccia informazioni a una sospetta, che poi freddava con un colpo di pistola in mezzo agli occhi. Un po’ sono confuso, lo ammetto. E solo in minima perte per il reggicalze.

Lo stile

Il vero problema di Clipart, però, non è la trama insulsa esconclusionata o i personaggi cliché, ma lo stile della Vernier. La scrittura è farraginosa, stridente e amatoriale – ma nel senso negativo del termine. Di errori, poi, ce ne sono abbastanza per riempire un manuale. E sono tutte cose che un buon editor avrebbe potuto, anzi, dovuto segnalare e correggere.

Innanzi tutto abbiamo i doppi avverbi, che non sono sbagliati in sé, ma risultano parecchio fastidiosi da leggere.

– Grazie a lei – lo congedò Xander e, dimenticandosi istantaneamente di lui, incominciò a lavorare febbrilmente sui dati contenuti nel prezioso memopad. (pag.26)

Quest’altro è un doppio avverbio inserito in una frase particolarmente elaborata, il che provoca un effetto poco melodioso. Molto poco melodioso.

Quando il cellulare prese a strillare istericamente sul comodino, Alexandra si svegliò di soprassalto, interrompendo bruscamente il sogno che aveva agitato il suo breve riposo. (p. 72)

Come se non bastasse ci sono problemi nei dialoghi, artificiosi e “da film”:

– Accidenti!- esclamò, scaraventando nel gettacarte la pallina colorata. – Forse è il caso che vada a fare un giro. Stare in casa mi fa diventare una donnetta isterica. (pag. 9)

Allora, Elisabetta, lasciatelo dire: io parlo spesso da solo. Sul serio. Posso parlare tra me e me anche per ore. E quindi so con esattezza che nessuno, ma proprio nessuno parlerebbe in quel modo rivolgendosi a un suo io interiore, alle voci nella testa o a quello che ti pare. No. Intanto “Accidenti”, ma quando mai uno usa la parola accidenti nella vita quotidiana? Forse una vecchia zia pudica e conservatrice, ma dal capo della sicurezza del presidente di una multinazionale mi aspetto come minimo che sia una dura.

E poi c’è quell’altro piccolo problema che fa entrare di diritto la Vernier nel Club delle Sottocorno, un club che, prima d’ora, contava un solo membro, e cioè Cristina Sottocorno, autrice di Fashion [&] Victims. Il club ha una sola regola: nel proprio libro si devono inserire il maggior numero di frasi esclamative possibili. E la Vernier sembra impegnarsi per eguagliare la maestra: nelle pagine 65 e 66, ad esempio, ce n’è quasi una ogni paragrafo:

– Nessuno, eh? Non essere ipocrita, Alex! – esclamò Rue incredula che Alexandra arrivasse anche a negare l’evidenza. – Se ti fosse permesso baceresti la terra su cui cammina David Xander! Mi chiedo che cos’abbia fatto quell’uomo per meritare tutta questa devozione da te! (p. 66)

Oooh, la Sottocorno scorre potente in te, giovane padawan.

Mentre leggevo mi domandavo: “Ma la Vernier non è in grado di esprimere la sorpresa, l’atto di sbottare in un modo che non implichi l’utilizzo grafico del punto esclamativo? Non può raccontarmelo, mostrarmelo, anziché sbattermelo in faccia così?” Beh, pare di no.

Giudizio

A voler essere gentili, Clipart sembra un romanzo giunto alla sua seconda revisione. Abbastanza decente in apparenza, ma ancora pieno di angoli da smussare e cose da mettere a posto, rifinire e correggere.

A voler essere stronzi, Clipart, che è risultato “Miglior romanzo fantascientifico dell’anno 2004” la dice lunga su quanto desolante sia lo stato attuale della fantascienza all’italiana. Cioè in coma profondo.

Voto finale: 1/5

Consiglio: Evitatelo. Con nove euro si possono comprare tante cose che offrono un intrattenimento migliore di Clipart, chessò, delle puntine da infilarsi nei bulbi oculari.

Note sparse che non c’entrano con il post. Ho ordinato, perché disgraziatamente alle Feltrinelli non lo si trova, Il predatore di anime in fuga di Giampiero Possieri. Inoltre, mi è capitata tra le mani una copia di Esbat di Lara Manni, libro di cui sento parlare parecchio bene. Li leggerò e probabilmente li recensirò entrambi.