Questa recensione è un po’ meno approfondita delle altre, perché nasce da un commento al libro che ho postato ieri su aNobii e che è andato piacendomi. Senza contare, ovviamente, che Cormac McCarthy non ha bisogno che qualcuno dica se i suoi libri sono belli o brutti, non è uno scrittore emergente che si muove nel mercato italiano, per cui penso possa accontentarsi di quello che passa in convento.

La scheda del libro

Figlio di Dio di Cormac McCarthy

Pubblicato da: Einaudi

Anno: 1973

168 pagine

Figlio di Dio sul sito dell’Einaudi e su IBS

La trama

Direttamente dal sito dell’editore:

Lester Ballard, il protagonista di questo romanzo, è uno dei tanti «poveri bianchi» che popolano le catapecchie e i cortili del Sud rurale, le campagne fuori dal tempo dove la Storia è scandita dai linciaggi e dalle pubbliche impiccagioni, dove la promiscuità e l’incesto sono la regola, dove la miseria e l’abiezione rendono incongrua, quasi surreale, la sporadica comparsa di un’aula di tribunale o di una stanza d’ospedale.
Nello spazio di una breve gelida stagione, Ballard, il contadino solitario, amante della caccia e del whisky fatto in casa, si trasforma in un animale da preda: da feticista a stupratore, ad assassino, a necrofilo.
Le scorribande sempre piú sanguinose di questo serial killer controcorrente hanno come cornice la natura violenta e il paesaggio incantato delle montagne del Tennessee, e a commentarle è un coro di personaggi che, come sempre, attinge a quel museo degli orrori che è l’immaginazione di uno scrittore peraltro capace di insospettate, improvvise delicatezze.

Come sempre ci sarebbe da discutere sull’effettiva vicinanza della trama in quarta di copertina con i fatti letti nel libro. Lo spazio, lì dietro, è poco. Sarà, ma fino ad ora non ho visto una sola sinossi che corrispondesse degnamente all’opera che mi apprestavo a leggere. Qui almeno ci vengono risparmiati i sofismi metafisici.

Il mio commento

Se fossi intellettualoide, userei termini come “discesa nella follia”, “rottame umano e metafisico”, “stritolato dall’implacabile ingranaggio sociale” e l’immancabile “critica della società americana”.

Ma non sono un lettore intellettualoide. Sono un lettore che si lascia affascinare dalle storie per quello che sono sulla carta, e non per ciò che appaiono nella mente dei critici.

Per questo Figlio di Dio di Cormac McCarthy mi è piaciuto. Forse anche più di Non è un paese per vecchi. Anzi, senza il forse, molto di più.

Lester Ballard è un reietto, Lester Ballard è cresciuto in una famiglia disfunzionale, Lester Ballard è inquietante, Lester Ballard è violento, Lester Ballard ha una sessualità deviata.

Lester Ballard diventa un serial killer. Non succede “perché”, succede e basta.

La prosa di McCarthy porta alle estreme conseguenze lo show, don’t tell che deve essere la regola numero 1 di ogni scrittore, e crea un romanzo nudo e crudo, in cui i personaggi (anzi, IL personaggio) sono caratterizzati dalle loro azioni più che dai loro pensieri.

Fossi un lettore intellettualoide, cercherei a tutti i costi un significato recondito. E probabilmente lo troverei, sbagliato, ma lo troverei.

Ma non sono un lettore intellettualoide. Io guardo alla storia. E quella c’è ed è fantastica.

Voto finale 4/5