Da un po’ di giorni sto pensando agli incipit. Non una fissa da serial killer, ma comunque abbastanza intensamente da spingermi a scrivere un post. Che, lo dico preventivamente, non vuole essere una giuda al “buon incipit”, perché parte da una posizione del tutto diversa.

 

Questo è un incipit, non è tenerissimo?

 

Un incipit, anche se buono, è totalmente inutile se sproporzionato al testo, e se mi ritrovo a giudicare un libro dal primo paragrafo, tanto varrebbe sceglierlo in base alla copertina, il livello di pigrizia è lo stesso.

Eppure, se c’è una convenzione diffusa nella comunità degli scrittori, è che l’incipit debba essere il più possibile accattivante per trascinare il lettore dentro la storia, spingendolo a leggere, leggere e leggere.

 

Questo è un incipit una volta che gli avete voltato le spalle. Vi ucciderà e vi mangerà il cuore nel petto.

 

Un buon incipit, che dà subito il senso di epicità alla storia che precede è:

L’uomo in nero fuggì nel deserto e il pistolero lo seguì.

Stephen King, L’ultimo cavaliere

Ma l’importanza dell’incipit vale, forse, soprattutto per i racconti. Ecco allora che Nick Hornby nel suo È nata una star? scrive:

Ho scoperto che mio figlio era una pornostar quando Karen, la vicina di casa, ci ha lasciato una busta nella buca della porta.

Bum. Oh, God, il figlio di Lynn è una pornostar, non una cosa che capita tutti i giorni… andiamo avanti a leggere, dai. Questo dovrebbe essere un buon esempio di come si scrive un incipit. Una semplice frase che invoglia a proseguire con la lettura.

Eppure non di soli buoni incipit è fatta la letteratura. Opere memorabili, infatti, hanno inizi pessimi. Ad esempio, se vi dico Edgar Allan Poe, cosa vi viene in mente? A me Il pozzo e il pendolo. E sapete come comincia? Così:

Io ero ammalato… ammalato fino alla morte per quella lenta agonia; e come alfine essi mi sciolsero e potei sedere, mi sentii venir meno. La sentenza – la paurosa sentenza di morte – fu l’ultimo accento distinto che mi arrivasse all’orecchio. Poi le voci degli inquisitori sembrarono perdersi in un sognante e indefinito ronzio. Il suono che udivo, ridestava, in me, l’idea di una ‘ rotazione ‘ ma soltanto, forse, perché, nella mia immaginazione, si associava al ritmo d’una macina da mulino. Tutto questo durò pochissimo tempo: in capo ad alcuni minuti non udii più nulla. E nondimeno vidi ancora, per qualche istante, vidi – ma per quale orribile deformazione del mio organo? – vidi le labbra dei giudici vestiti di nero. Esse mi parvero bianche, più bianche ancora del foglio dove io segno, al presente, queste parole; e sottili, ancora mi parvero, sottili fino a diventar grottesche, sottili, per l’ostinazione e profondità della loro dura espressione, per l’irrevocabile decisione che tradivano, per il severo spregio dell’umano dolore che esse ostentavano. Così ch’io vidi uscire fuori da quelle labbra i decreti di ciò che, per me, era il Fato. Le vidi mentre si torcevano in un mortifero eloquio. Le vidi mentre foggiavano le sillabe del mio nome e fui squassato da un violento tremore poiché, a quel movimento, non seguì alcun suono. E vidi ancora, per taluni istanti di delirio e di orrore, la lenta e quasi impercettibile ondulazione dei neri cortinaggi che pendevano dai muri della sala. E in quel punto il mio sguardo cadde sopra i sette enormi candelabri che erano poggiati sul tavolo. E distinguendo, in essi, da principio, solo i simboli della carità, furono veduti da me quali snelli angeli candidi, votati alla mia salvezza; ma come in seguito, improvvisamente, una nausea mortale annegò il mio spirito e sentii vibrare il mio corpo in tutte le sue fibre, come se avessi toccato il filo d’una batteria galvanica, quelle angelicate immagini si trasmutarono in incomprensibili spettri dalla testa incendiata e parlarono per apprendermi che sarebbe stato invano, per me, sperare nel loro soccorso. E allora, simile a una armoniosa nota musicale, penetrò nel mio animo l’idea del dolce riposo dal quale siamo attesi nel sepolcro. E quel pensiero mi vinceva fuggevolmente e con grande dolcezza e sembrò che impiegasse un lungo tempo ad assumere tutt’intero il suo valore, e proprio nel mentre che l’animo mio giungeva a possederlo, e a divenire, infine, una sola cosa con esso, sparirono, per opera di magia, le figure degli inquisitori, si disfecero gli steli dei lunghi candelabri, si spensero le loro fiammelle e gravò la tenebra.

Eh? Come? Cosa? Chi ha parlato?

Se lo leggessi su internet o in una raccolta di racconti, senza sapere nulla del racconto, avrei già gettato la spugna. Eppure questo è non solo uno dei capolavori di Poe, ma anche e soprattutto uno dei capolavori della letteratura horror di fine Ottocento-inizio Novecento e anche di quella contemporanea, direi. E se mi fossi fermato all’incipit non l’avrei mai saputo, perché l’incipit qui è ewwwwwwwwww

"In principio Dio creò il cielo e la terra." Una cosa bella della fantascienza è che da sempre produce grandiosi incipit.

Ma la conferma del fatto che l’incipit non sia affatto rappresentativo di un buon romanzo me l’ha data – metaforicamente parlando, come scrivevo sul forum del Writer’s Dream La storia infinita di Michael Ende. In particolare il pezzo in cui l’Infanta imperatrice ringrazia Atreyu per aver compiuto la sua Grande Ricerca ed essere tornato da lei.

“Tu hai fatto molto bene ciò che dovevi, Atreyu. Sono molto soddisfatta di te.”
“No!” gridò Atreyu quasi con furia. “È stato tutto inutile. Non c’è salvezza.”
[…]
“Ma tu lo hai portato.”
Atreyu alzò la testa.
“Chi?”
“Il nostro salvatore.”

Atreyu non sa che il salvatore di Fantàsia è Bastian, che sta leggendo il libro nel suo mondo, quello degli umani, ma l’Imperatrice provvede a rassicurarlo: Bastian lo ha seguito fin dall’inizio e Atreyu, grazie alle sue avventure, lo ha portato fino alla Torre d’Avorio.

Ora, che cos’è Atreyu? Un personaggio di un libro (di un metalibro, in effetti, ma questa è un’altra storia… per un altro giorno). Chi è Bastian? Un lettore. Cosa fa Atreyu di così speciale? Tiene incollato Bastian al libro, con le sue avventure, i suoi incontri fantastici, il suo carattere forte e coraggioso. A Bastian della Storia Infinita non è piaciuto l’incipit, gli è piaciuto Atreyu, il protagonista.

Per cui l’idea importante è che l’incipit non valga più di qualsiasi altra pagina nel libro. Quello che veramente è importante, e lo si scoprirà a libro acquistato, questo è vero, è che l’autore sia riuscito a creare personaggi non piacevoli, di più! Personaggi fantastici, in grado di conquistare il lettore e portarlo fino alla Torre d’Avorio.

D’accordo, mi direte, ma visto che i libri costano, come faccio a giudicare lo stile di uno scrittore se non ne leggo l’incipit?

Io non lo so, perché quando compro in libreria leggere l’incipit è l’ultimo dei miei pensieri. Io mi fido delle trame, per questo quando scrivo recensioni me la prendo con chi ci inserisce di straforo inutili pipponi metafisici. Però se siete di quelli che vogliono “toccare con mano” (miscredenti!), si dice che la virtù non stia nel mezzo, ma a pagina 99 (o 69, se temete spoiler).

Difatti, a romanzo inoltrato, uno scrittore è libero di buttarsi nella narrazione senza quasi più vincoli e, con ogni probabilità, a pagina 99 tutti i personaggi saranno già stati introdotti e le situazioni drammatiche già innescate.

Lo si vede lì, insomma, nel mezzo di un libro, come scrive per davvero uno scrittore, non all’inizio.

Diverso è il caso dell’incipit per impressionare un editore, che verosimilmente leggerà solo il  primo capitolo dei romanzi che riceve in visione. Ma anche questa è un’altra storia, per un altro giorno.