Ho letto, oltre a questo, altri tre libri di Joe R. Lansdale. La morte ci sfida (bello), La notte del drive-in (molto bello) e La notte del drive-in 2: Il giorno dei dinosauri (pessimo).

Una stagione selvaggia, in originale Savage Season, è un romanzo che si discosta dai precedenti, ma soprattutto è il primo della fortunata serie che vede protagonisti i mitici Hap & Leonard. Dalla sinossi in quarta di copertina si apprende che il libro è stato a lungo inedito in Italia e, dopo averlo letto, il mio commento è “evidentemente non abbastanza”, perché quello che ho appena finito di leggere è davvero un romanzo deludente.

Spiegherò il perché inseguito. Ora, come da prassi,

La scheda del libro

Una stagione selvaggia di Joe R. Lansdale

Pubblicato da: Einaudi

Anno: 1990(prima edizione italiana 2006)

192 pagine

Una stagione selvaggia sul sito dell’Einaudi e su IBS

TL;DR*

La trama della storia è lineare, molto semplice. Quasi troppo.

Hap e Leonard sono due quarantenni che vivono più o meno alla giornata e fanno lavoretti saltuari. Perennemente in bolletta, quando Trudy, l’ex moglie di Hap, ricompare proponendo un “lavoretto” (uno di quelli con le virgolette, ai margini della legalità) che potrebbe fruttar loro parecchi verdoni, non si fanno scappare l’occasione.

La missione in sè non è particolarmente complicata: si tratta di recuperare del denaro proveniente da una rapina e finito sepolto sotto le acque limacciose di una palude texana. Il resto della banda è composto da Howard, idealista sessantottino nonché ennesimo ex di Trudy, Paco, idealista sessantottino con la faccia orrendamente deturpata e Chub, idealista sessantottino con problemi di autostima.

Ecco, le cose stanno così: la trama del romanzo è estremamente semplice, forse troppo per non scadere nel noioso. L’azione è troppo poca per Lansdale e, soprattutto, manca la goliardia che caratterizza i romanzi weird-pulp del miglior Lansdale.

Troppe digressioni su quanto fossero fiki ma intrinsecamente fallimentari gli anni Sessanta possono annoiare i gattini. E questa, Mr. Lansdale, è una cosa da evitare.

Senza contare che il più delle volte ci si trova di fronte a immensi wall of text sugli anni ’60. Ad esempio le pagine dalla 69 alla 71 ci regalano (ma è un po’ come quando tua zia Genoveffa ti regalava i calzini neri a Natale) la minuziosa – e metaforicissima – descrizione della vita di Paco.

Riporto alcuni passaggi:

«Comunque, sono all’università, e sono Mister Pezzo Grosso. Farò grandi cose. So come funziona il mondo e gli strapperò via il coperchio, lascerò che tutti guardino dentro e vedano gli ingranaggi, e una volta che lo avranno fatto andrà tutto liscio. Ci metteremo un po’ d’olio, ma una volta che il meccanismo di una cosa è stato capito, il mistero svanisce. Tutti possono vivere insieme e amarsi, senza sforzo.

«Ma quando finalmente tolsi il coperchio, e guardai dentro, vidi che il meccanismo era molto più complicato di quello che avevo pensato all’inizio. Non bastava dare un’occhiata veloce per capire quello che non funzionava. Dovetti scendere dietro la macchina e studiarla, diventare un meccanico. Cambiare qualcosa qua e là per renderla più semplice. Pensavo di esserne capace. Pensavo che quando sarei uscito fuori, la macchina sarebbe stata liscia e ben oliata e avrebbe funzionato a dovere. […]»

(pagg. 70-71)

Allora, prima di tutto se qualcuno parlasse così con me, lo sfanculerei. Sul serio, se vuoi dirmi che sei stato un mezzo hippy mezzo rivoluzionario dimmelo e basta, non cercare di costruire irritanti metafore buone solo a riempire i paragrafi.

Ma non è finita qui. Ad esempio, per introdurre per bene i personaggi di Hap e Leonard, Lansdale dedica un capitolo alla mattinata post coito che Hap trascorre a fare con l’amico giochi “da maschietti”.

A pagina 27 c’è, ad esempio, la descrizione minuziosa di una scazzottata.

Gli lasciai credere di avermi in pugno. Feci un goffo jab di sinistro, e quando lo evità gli diedi un calcio con il piede in avanti con un movimento circolare e lo beccai nello stomaco abbastanza forte da mozzargli il fiato. Poi gli fui addosso, lo colpii con un cross destro sopra l’occhio sinistro e cercai di sferrargli un gancio sinistro, ma tutto quello che riuscii a colpire fu uno dei suoi avambracci. Cominciò a saltellarmi intorno per confondermi, ed era veloce, ma ora avevo capito i suoi tempi, e i suoi colpi mi sfioravano il viso e scivolavano sul mio petto sudato, e non mi facevano davvero male. Mollai un calcio, stavolta all’indietro, lo colpii di nuovo al plesso solare e lo buttai all’indietro, partii con l’altra gamba e tentai lo stesso colpo e gli sfiorai il fianco con la punta del piede. Indietreggiò velocemente e io lo seguii. Si girò di schiena come per correre via. Istintivamente mi buttai per il colpo finale. Lui ruotò sul piede sinistro e si portò esattamente faccia a faccia con me, la sua gamba destra si inarcò in un calcio esterno a semicerchio, il dorso del suo piede mi beccò dritto su un lato della testa e finii giù steso riempiendomi di terra le narici.

Mettiamo ben in chiaro una cosa: si tratta di una descrizione magistrale, dove tutto è perfettamente mostrato e non c’è un solo aggettivo astratto che debba essere dedotto dal lettore. La lotta tra Hap e Leonard è tutta lì, nero su bianco. Il wall of text non è nemmeno dei più lunghi. Questa pagina, infatti, è una descrizione minuscola, se comparata a quella del massacro finale capitolo 29.

Però non va bene lo stesso, perché è inutile. Già, perché mentre il capitolo 29 è necessario per concludere la prima strampalata vicend di Hap e Leonard, questa scazzotatat tra due cuccioloni non lo è. Sembra solo un modo per riempire una paginetta.

Un wall of text malintenzionato mentre terrorizza una casalinga degli anni Cinquanta.

Lo stile

In mezzo a una storia poco movimentata e che non entusiasma quasi mai, lo stile è l’unica cosa che si salva. Anzi, lo stile è di gran lunga migliore della storia in sè.

Lansdale, bisogna dargliene atto, sa scrivere divinamente. Intanto vorrei erigerlo a mio personale dio delle similitudini, perché spesso e volentieri dalla sua penna escono cose meravigliose. Alcuni esempi:

Io cercavo di sembrare simpatico ma un po’ ottuso, come un cane a una conferenza di fisica nucleare. (p. 55)

Ero annoiato abbastanza da farmi una sega col pugno avvolto nel filo spinato. (p. 90)

[…] è freddo come la punta del cazzo di un pinguino. (p. 109)

Rofl! E non nè solo nei virtuosismi di questo genere che Lansdale se la cava a meraviglia. Che sa descrivere scene d’azione coi controcazzi l’ho già detto, ma anche nelle descrizioni, secondo la mia immodesta opinione, non è secondo a nessuno.

Ad esempio di Trudy dice:

Trudy aveva trentasei anni, circa quattro meno di me, ma ne dimostrava ventisei. Aveva lunghi capelli biondi e gambe che partivano dalla gola – belle gambe abbronzate e cosce piene. E sapeva bene come usarle, con quella camminata tutta-fianchi che le faceva ballonzolare le tette, roba da mandare un uomo e la sua macchina fuori strada per dare una sbirciata. (p. 6)

Una vividezza che francamente fa invidia e che dovrebbe essere presa come esempio.

Purtroppo lo stile di Lansdale è in parte rovinato dalla traduzione. Vogliamo dircelo? Costanza Prinetti ha fatto un lavoro inqualificabile, senza mezzi termini. Al di là delle sgrammaticature (l'”aveva fatto un piano per prendere il comando” di pagina 74) c’è una cosa che veramente mi ha fatto venire i cinque minuti, ed è questa:

Forse quando vedrò i soldi non farò quello che loro si aspettano. Non voglio dire gatto prima di averlo nel sacco. (p. 69)

Ma porco Giuda, perché? Se leggo Lansdale voglio sentire il Texas, non Trapattoni, perdincibacco!

Giovanni Trapattoni, l’uomo che ha insegnato il texano a Lansdale.

I personaggi

Non c’è niente da dire. Una stagione selvaggia è il romanzo di Hap e Leonard e della loro amicizia così normale e che pure nasce tra due individui che dire antipodici è usare un eufemismo. Il loro sarcasmo è impagabile, ma anche quei brevi momenti omoerotici di amicizia dura e pura sono qualcosa di sublime. Non mi sto riferendo al capitolo 4, che, sì, parla dell’amicizia tra i due, ma è anche lungo e prolisso. C’è un punto, verso la fine, a pagina 182, in cui, con poche righe, l’atipica relazione simbiotica che coinvolge Hap e Leonard diventa quasi poetica:

[…] «Hap, sai quando ti ho detto che sono stato peggio?»

«Sì.»

«Era una bugia.»

«Vale anche per me», dissi.

Leonard cercò di ridere, ma gli faceva troppo male. Aprì la mano. Gliela presi e la tenni stretta.

È in momenti come questi, con gli occhi vagamente a forma di cuoricino rosa glitterato, che ti chiedi: ma qualcuno ha mai scritto slash fiction su Hap e Leonard?

Tornando in tema, Hap e Leonard sono ovviamente i due personaggi meglio caratterizzati del libro, ma è su Leonard che Lansdale ha fatto il lavoro migliore. Il suo sarcasmo stizzito è una delle poche cose in grado di infondere brio alla storia, senza contare che il modo in cui Lansdale introduce la sua omosessualità è molto intelligente e sensibile.

[Leonard:] «Al contrario di te, potrei avere tutte le donne che voglio.»

«Vai pure avanti con le cazzate.»

«Potrei… un sacco, comunque. Non è questa la cazzata? Loro mi vogliono e io no. Fanno la fila per me, e io sono come sono.»

«Forse dovresti provare a essere in un altro modo. Dev’essere meglio che farsi le seghe.»

«Non dico che non sarebbe più facile, ma sarebbe come iniziare a lavorare a maglia o a giocare a backgammon. Con me non funziona.»

«Dicevo solo che le cose diventerebbero più semplici.»

Mollò una raffica al sacco, poi mi strizzò l’occhio.

«Tu potresti sempre darmi una mano, sai. Un po’ di sollievo per un amico.»

«Non ti sono così amico.»

Ecco, quando leggo cose del genere non posso fare a meno di pensare all’italiano medio che invece di descrivere un gay descrive un finocchio. Leonard non è una macchietta con boa di struzzo e parlata effeminata, è uno coi controcoglioni, non una parodia, è uno che merita rispetto. Questa è la differenza: Leonard non esiste in quanto omosessuale o nero, ma in quanto carattere a tuttotondo. Una lezione da imparare per molti italiani che non sanno distinguere un finocchio da un gay.

Per il resto, gli altri personaggi (tranne Howard, idiota e l’inspiegabilmente sexy Trudy) sono molto “alla Lansdale”, anche se si aspetta sempre l’arrivo di qualcuno che sia in grado di sovvertire il piattume. Bisogna aspettare quasi la fine, con l’inserimento di Soldier.

Tra tutti i coprimari, Soldier è quello caratterizzato meglio.

«È l’unico negro della cricca. So che voi dite nero. Nero un cazzo. Riconosco un negro quando lo vedo.» (p. 140)

È arguto, fondamentalmente ignorante e completamente  pazzo. Come ogni buon cattivo dovrebbe essere. Solo che, da solo, non basta a risollevare una storia fiacca, anche se, va ammesso, le cinquanta pagine scarse in cui compare sono le migliori di tutto il libro.

Voto finale: 2/5 a malincuore, perché Lansdale è Lansdale e Hap e Leonard li amano tutti.

Consiglio: Compratelo solo se siete interessati a farvi una cultura sulle origini di Hap e Leonard, altrimenti passate direttamente a Mucho Mojo.

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* Tl;dr sta per too long; didn’t read.