Premessa: conosco l’autore di questo romanzo. Certo, non siamo migliori amicissimi forever and ever, ci limitiamo a frequentare il medesimo forum, però a differenza di altri autori che ho recensito, con Gianpiero Possieri ho scambiato due parole prima di leggere il libro (anzi, prima ancora di sapere che fosse l’autore di questo libro, a essere onesti).

Traetene voi le debite conseguenze, sempre ammesso che ve ne siano.

La scheda del libro

Il predatore di anime in fuga di Gianpiero Possieri

Pubblicato da: Foschi editore

Anno: 2008

344 pagine

Il predatore di anime in fuga sul sito della Foschi e su Ibs

Jack Shark vs. The Invisible Man

In pochissime parole, Il predatore di anime in fuga racconta la storia di una sfida tra due personaggi dotati di poteri psichici. Da una parte, quella dei buoni, c’è l’investigatore newyorkese Jack Shark, specializzato nel ritrovare persone scomparse anche grazie a un piccolo “dono” soprannaturale: lo Squalo, infatti, è in grado di leggere le tracce psichiche che una persona lascia su oggetti di sua proprietà. Nemesi di Shark in questo libro è l’Uomo Invisibile, inafferrabile serial killer dotato anch’egli di poteri psichici di controllo della mente.

Questa lotta tra titani si inasprisce quando l’Uomo Invisibile uccide la ragazza che Shark era stato chiamato per trovare e prende una piega inaspettata quando un’altra ragazza scompare. Giunti al confronto finale, Jack Shark e l’Uomo Invisibile scopriranno di avere in comune molto più di quello che sembra.

Questa, a grandi linee, è la trama del Predatore. Devo dire che, elemento soprannaturale a parte, pur non sembrando particolarmente distante da quelle dei classici “procedurali” alla Jeffrey Deaver o Kathy Reichs (tralascio la Cornwell perché da cinque anni a questa parte scrive solo merda), è ben strutturata e non si perde in momenti inutili.

La figura di Jack Shark l’ho intesa più come caricaturale che altro. L’investigatore trentenne proveniente da New York con tutti i cliché del genere, sembra preso in prestito da una puntata di Criminal Minds o di Medium. Nonostante questo riesce a essere esilarante, specialmente quando è impegnato in uno dei suoi battibecchi con l’assistente/spalla Bob Taylor.

[Jack:]”Che posto tetro, Bob”

“Siamo proprio sicuri di voler andare? Sai come lo chiamano gli abitanti della zona?”

“Non possiamo tornare indietro proprio adesso. Come lo chiamano?”

“L’infernaccio,” rispose Bob, con aria saccente.

Lasciate ogni speranza, voi ch’intrate. Dante. Divina Commedia.”

Me la sto facendo sotto. Taylor. Memorie di un viaggio in Italia.”

Che l’americanità di Jack Shark riempia il racconto (ambientato in Italia) di situazioni implausibili o che comunque lasciano il lettore perplesso è comunque un dato di fatto. Intanto per buona parte della lettura mi sono chiesto: “Ma in che lingua parlano?”. Ci viene detto che Jack parla italiano perché suo nonno era italiano, però quando Bob parla con la polizia italiana – che di certo non è famosa per la conoscenza delle lingue straniere – in che lingua lo fa?

Un’altra cosa che, da studente di criminologia, mi ha lasciato un po’ stranito è il profiling che Shark fa dell’inafferrabile Uomo Invisibile.

“Cominciamo: maschio, bianco, tra i venticinque e i trentacinque anni. Bianco perché i serial killer tendono a cercare le proprie vittime fra quelle della razza di appartenenza […].”

(pp. 225-226)

Se quest’affermazione non è del tutto errata, è anche vero che vale solo e soltanto  per la criminologia statunitense. In Italia non c’è mai stato un serial killer nero per altri motivi. Credo sia rischiosa questa commistione di scienza criminologica americana applicata alla criminalità italiana, anche perché la prima cosa che insegnano al corso di criminologia avanzata è che ogni generalizzazione deve tenere conto dei fattori dell’ambiente in cui avviene. Un esempio su tutti: se Jack Shark vedesse un cadavere incaprettato, ricollegherebbe subito l’omicidio agli ambienti omosessuali; se l’appuntato Esposito di Santa Maria Capua Vetere vedesse lo stesso cadavere incaprettato nel suo paesello, non esiterebbe a dire di trovarsi di fronte a un omicidio di mafia.

Ma forse mi soffermo su sottigliezze. Era solo per dire che Jack Shark poteva benissimo provenire da Milano, anche se non avrebbe avuto un nome altrettanto fico.

L'Uomo Invisibile prende il suo nome da una canzone dei Queen, per cui non può che starmi simpatico.

Un’altra cosa che non mi è del tutto piaciuta, ma di cui eviterò di parlare nel dettaglio per non spoilerare, è il finale. Secondo me si è svolto tutto in maniera piuttosto affrettata, come se Possieri avesse detto: “Oh, sono già oltre pagina 300, devo chiudere in fretta che ho la pasta sui fornelli che altrimenti si scuoce”. Paradossalmente – e dico paradossalmente perché la tendenza del libro sembrava suggerire il contrario – il capitolo in cui si consuma il confronto finale è brevissimo e piuttosto lineare. Ed è un peccato, perché si poteva osare molto, ma molto di più.

Leggere un film

Passimo allo stile, secondo me la vera pecca di un romanzo che, altrimenti, sarebbe filato liscio come una trama della Vernier. Devo ammetterlo, più volte mi sono trovato ad alzare seccato gli occhi dal libro per colpa dei numerosi difetti stilistici che, soprattutto nella prima parte, appesantivano e rallentavano la narrazione.

Un esempio chiarificatore su tutti. Siamo a pagina 61-62.

(1)Erano appena le cinque di pomeriggio, ma l’oscurità si era già impadronita dell’Italia. Un cielo senza luna e senza stelle faceva da fondale a un forte temporale che si stava abbattendo sulla capitale. Impetuose saette scaricavano a terra tutta la loro furia, illuminando a giorno l’aeroporto di Fiumicino, seguite da tuoni imponenti che facevano vibrare le vetrate della torre di controllo. (2) Il nervosismo era palpabile fra gli uomini radar che seguivano con apprensione sui loro monitor i pochi aerei a cui era stata concessa l’autorizzazione al volo.

(3) Le luci sulla pista erano tutte accese, quando il volo dell’Alitalia proveniente da New York sbucò dalla coltre di nubi per prepararsi a un atterraggio tutt’altro che facile; (4) all’interno del velivolo un italo-americano si divertiva a riempire sacchetti per il mal d’aria (5) e il suo compagno di volo guardava fuori dall’oblò sognando le spiagge assolate della Florida.

(6) All’ingresso dello scalo un uomo passeggiava nervosamente fumando una sigaretta dopo l’altra, guardando in continuazione l’orologio e prestando molta attenzione a ogni annuncio di partenze e arrivi.

Quelli che ho evidenziato con i numeri rossi (grigio scuro per i daltonici), sono i cambi di prospettiva. All’interno di tre soli paragrafi si assiste a ben sei mutamenti del punto di vista. Si parte con (1) il narratore onniscente che descrive la situazione atmosferica, poi lo “sguardo” del lettore si sposta (2) sugli uomini della torre di controllo, per tornare poi (3) all’onniscenza. All’interno dello paragrafo, separato dal periodo precedente con uno dei miei nemici personali, il punto e virgola, (4) c’è il punto di vista di Jack, che si trova sull’aereo e, riga sotto (5) quello di Bob. L’ultimo paragrafo (6) è dedicato all’autista che aspetta Jack e Bob al terminal. Non serve specificare che questo tipo di narrazione è quantomeno mesmerizzante, vero?

Il problema di stile è che col narratore onniscente il lettore fatica a “entrare” nel personaggio – perché è un modo narrativo che rende ardua l’identificazione – e, appena ci riesce, ne viene subito sbalzato fuori per poi magari ritrovarsi all’interno della testa di un altro personaggio. È confusionario, e a me personalmente fa passare la voglia di andare avanti a leggere.

Un’altra cosa che non mi è affatto piaciuta, sempre restando in tema stile, è l’utilizzo dell’impersonale “un uomo” per indicare personaggi che sono già stati introdotti. Un esempio i trova già nel paragrafo citato poco sopra, quell'”un italo-americano” che tutti sappiamo essere Jack Shark, ma la faccenda si ripresenta più volte nel corso della lettura:

Erano le otto di mattina e una flebile luce filtrava attraverso le tapparelle della finestra della camera d’albergo dove Jack e Bob alloggiavano, in riva al lago Trasimeno; sotto le coperte un uomo dormiva di un sonno profondo, frutto dello stress e della stanchezza di quegli ultimi giorni, mentre l’altro letto era intatto, a testimoniare il fatto che qualcuno aveva deciso di impiegare in altro modo le ore della notte. (p. 215)

Ora, è la camera di Jack e Bob? Sì. E allora perché non dici “Bob dormiva e Jack non aveva chiuso occhio per scartabellare appunti”? Perché “un uomo”, perché “qualcuno”, quando sappiamo benissimo chi sono questi due innominati?

Il paese era profondamente addormentato sotto la coperta di una notte particolarmente tenebrosa; le strade erano pressoché deserte e la quiete quasi innaturale era turbata solo dal motore chiassoso di un Fiorino che attendeva fermo a un incrocio. All’interno, un uomo, con la mente in subbuglio, cercava di riordinare le idee per sbrogliare la matassa intricata in cui si era aggrovigliato (p. 265)

Anche qui mi chiedo il motivo di quell’orribile “un uomo”. L’articolo indeterminativo va bene se non si conosce il personaggio di cui si sta parlando, ma in questo caso è da 11 capitoli (questo è l’incipit del dodicesimo), che so con esattezza che è l’Uomo Invisibile a giudare il Fiorino. Se questo paragrafo fosse stato piazzato all’inizio del libro non ci sarebbe stato niente di male, ma qui no, proprio non ci va.

Altra cosa, la mia solita fissazione per i dialoghi. Qui funzionano nel 90% delle volte. Poi però capita di ritrovarsi di fronte a discorsi tipo:

“Ora basta con le chiacchiere, non farmi perdere la pazienza ed esponimi immediatamente un resoconto dettagliato su tutto quello che hai scoperto,” disse Jack, ansioso. “Comincia naturalmente dal tuo puledro vincente.” (p. 234)

Ma chi parla così? Forse Lord Archibald, XXVII Visconte di Stutton, non di certo Jack Shark, investigatore americano che è in lotta contro il tempo per salvare una ragazza da un serial killer. Ma, lo ripeto, dialoghi del genere non sono che un’esigua minoranza all’interno del libro.

Voto finale: 3/5

Postilla

Ma chi l’ha ideata la copertina? Sul retro leggo “Copyright dell’immagine dell’autore”, ciò implica che la foto appartiene a Possieri e che p stato lui a sceglierla? In tal caso credo che non si sia fatto un favore. La copertina del predatore a me sembra una di quelle che si definiscono “copertine ammazzavendite”, un po’ tipo quella di V.M. 18 della Santacroce. Nessuno vorrebbe andare in giro a mostrare un libro che reca in copertina una ninfetta che succhia amabilmente un oggetto di forma fallica o un tizio completamente lavato nel sangue, dai! Tanto più che di sangue nel libro ce n’è relativamente poco.

Ma questo è solo un pensiero mio, e non centra niente con la bontà della storia in sè.

Altra cosa. Dato che mi è capitato di scambiare online due battute con Possieri, so che uscirà a breve il suo secondo (e probabilmente ultimo, se nessuno riesce a fargli cambiare idea) romanzo. Avendo letto una sinossi, posso dire che la trama si presenta ancora più interessante di quella del Predatore e che, con ogni probabilità, poserò le mie manacce anche su quel libro.