Come si scrive un libro?

La risposta a questa domanda è più o meno: E io che ne so? Non ne ho mai scritto uno.

Però ne ho letti parecchi e credo di essere in grado di distinguere abbastanza oggettivamente un libro scritto bene da uno scritto male. Talmente in grado, mi voglio rovinare, che potrei finalmente dare un minimo di utilità a qusto blog e mettere su un piccolo manuale di stile.

Premetto di essere fortemente contrario ai manuali di stile, ma non perché trovi ciò che in essi è scritto pretenzioso o sbagliato. Semplicemente perché vi è il rischio che, facendo un eccessivo affidamento su di essi, si tenda a ingarbugliare la scrittura in una gabbia d’acciaio alla ricerca di una fantomatica ricetta della scrittura perfetta. Che non esiste.

 

Scrivere è come imparare a cucinare. Nel senso che Antonella Clerici è meglio che non lo faccia.

Tuttavia esistono delle regole che sono un po’ i pilastri della scrittura non dico eccelsa, ma quantomeno decente. Si chiamano ortografia e sintassi.

La fortuna è che le insegnano alle elementari ma, visto lo stato della scuola italiana e le capacità degli studenti italiani, vale la pena cominciare il manuale di stile dando loro una ripassatina, perché c’è ancora chi si ostina a voler fare lo scrittore senza saper impostare correttamente i congiuntivi in una frase seguendo la consecutio temporum.

Per che cosa potrei uccidere l’autore di un testo? Ci sono alcuni errori che mi fanno partire la ciabatta più di altri. Partiamo da questi, dagli esempi negativi di cosa non fare, per cercare di ritrovare la Retta Via verso una scrittura per lo meno decente.

• I segni di punteggiatura staccati alla parola che precedono o attaccati a quella che seguono o entrambe le cose contemporaneamente sono il Male. Anche se lasciati per errore.

• I doppi o tripli punti esclamativi, interrogativi o, peggio del peggio, entrambi combinati. “Che cosa!!!???” Ebbene sì, fanno schifo al cazzo.

• La sovrabbondanza di punti esclamativi. Gente, la vita non è il gioco dei Pokémon per Game Boy (“Picachu usa TUONOSHOCK! È superefficace! Squirtle nemico è esausto!” Capito l’antifona?), per cui, vi prego, siate parchi quando usate i punti esclamativi. Ancora meglio, lasciate che sia il contesto a far leggere al lettore la frase pronunciata dal presonaggio nel modo corretto, non ricorrete a segni grafici. Se avete dei dubbi, al massimo, consultate Fashon (&) Victims di Cristina Sottocorno e fate l’esatto contrario.

• Per i motivi precedentemente detti, il TUTTO MAIUSCOLO nelle frasi è verboten. Sul serio, verrò a cacciarvi e a farvi lo scalpo, se lo userete.

• I puntini di sospensione dovreste usarli solo se necessario. E con necessario intendo che vi trovate sprofondati nelle sabbie mobili fino alla cintola e il vostro unico modo per salvarvi la vita è usare i … per ricavarne una corda con cui trascinarvi sul terreno solido. Inoltre, vi invito caldamente a usarli nei discorsi e non nella parte narrata (“Nella camera si trovava un tavolo di legno, un paio di sedie e… un figorifero degli anni Cinquanta.” Fa cagare, vero?).

• Capitolo virgolette. Purtroppo non si possono mettere a caso; esiste una sorta di ordine gerarchico. In ordine decrescente abbiamo trattino medio (–), che non è molto simpatico da vedere ed è preferibile usarlo per gli incisi, caporali («»), virgolette alte (“”) e apostrofi (‘’) che però sono più in uso nei libri anglosassoni. Quando si sceglie che tipo di virgolette usare per introdurre il discorso diretto, è bene mantenerlo costrante in tutto l’arco del testo (sembra la scoperta dell’acqua calda, ma vi assicuro che non è così). Inoltre, quando invece del dalogo si rappresenta il pensiero, si deve scegliere un tipo di virgolette di ordine inferiore rispetto a quello scelto per i dialoghi. Ad esempio:

«Anastasia, mi fa così piacere rivederti», esclamò giuliva Morgan. Ma dentro di sè pensava: “Maledetta oca senza cervello, cosa fai ancora da queste parti? Non dovevi essere a Seattle?”

Oppure:

“Anastasia, mi fa così piacere rivederti,” esclamò Morgan. Ma dentro di sè pensava: ‘Maledetta oca senza cervello, cosa fai ancora da queste parti? Non dovevi essere a Seattle?’

Io, in quest’ultimo caso, userei il corsivo per la frase pensata. Ma sono scelte personali. L’importante è che non usiate le virgolette alte per il discorso e il trattino lungo per il pensiero. E, sì, mi è capitato di leggerlo.

• La virgola è un segno d’interpunzione molto utile. Ma non se ne deve mai abusare, giacché troppe virgole rendono il periodo inutilmente contorto. E, soprattutto, non vanno mai, mai, mai e poi mai inserite tra il soggetto della frase e il verbo a esso riferito. Promettetemi di non farlo. Per piacere piacerino.

• Collegato al punto precedente, quando rileggete il vostro scritto (perché dovete rileggerlo, sapete? Siete moralmente tenuti a rileggerlo, altrimenti Dio ucciderà il vostro criceto) provate a farlo a voce alta. Fila o dovete sospendere e rubare la bombola d’ossigeno alla nonna per tirare il fiato? Beh, nel primo caso tutto ok, mentre nel secondo forse, e dico forse, dovreste dare una ricontrollata alla punteggiatura. E con questo intendo inserire punti fermi. Punti fermi come se piovesse.

 

Punti fermi! Punti fermi come se piovesse! Muahahahah!

• Un altro segno di punteggiatura da venerare e rispettare con il timore che vi si possa rivoltare contro è l’apostrofo. Prima regola dell’apostrofo: “Non parlare mai dell’apostrofo” “Non offendere l’apostrofo”. Si scrive è, non e’ (in maiuscolo È lo trovate premendo ALT+212) quando indica il verbo essere. Allo stesso modo si scrive però e non pero’, così e non cosi’, più e non piu’, pietà e non pieta’. Questa è una regola da osservare con estrema attenzione, perché se dovessi leggere una cosa del genere (ma non solo io, vi assicuro), mi partirebbe una ciabatta che, in confronto, la Seconda Guerra Mondiale era uno screzio tra marmocchi al parco giochi.

• Seconda regola dell’apostrofo: “Usatelo, cazzarola!”. L’apoostrofo serve a troncare le parole, in particolare alcuni verbi indicativi, che vengono usati comunemente nel parlato. Ma questo non impedisce ad alcuni di dimenticare l’uso dell’apostrofo. E allora: vanno apostrofati va’ (vai), di’ (dici), sta’ (stai). E soprattutto po’ (poco). Non Pò (famoso fiume lombardo scritto in forma dialettale). Mi raccomando. Vi controllo.

• Terza regola dell’apostrofo: “Stranamente, non tutte le parole che sembra richiedano un apostrofo vogliono in realtà un apostrofo”. Prendete ad esempio gli aggettivi “tal” e “qual”. Qual è non vuole l’apostrofo, anche se è dalle elementari che la cosa mi insidia.

• Altro discorso per gli accenti. Qui una cosa mi preme dirla: si scrive perché e non perchè, sicché e non sicchè, finché e non finchè, giacché e non giacchè, gilé… ah, no, gilet si scrive in un altro modo ancora. Fate caso al tipo di accento che usate sulle parole: “è” è un accento aperto, e si pronuncia all’incirca come la “e” in “modella”, mentre “é” è chiuso, come in “tempo”.

• Capitolo maiuscole e minuscole. Per cosa si usa la maiuscola? Per i nomi propri. Per cosa non la si usa? Per i nomi comuni. Bravi bambini. Quindi si scrive Italia, ma non Italiani, Milano, ma non Milanesi. Vanno in minuscolo i nomi dei mesi (giugno, luglio, agosto) e i giorni della settimana (lunedì, martedì, lamponedì, pignedì). Vanno in minuscolo luna, terra e sole quando sono intesi in senso geografico(“Un raggio di luna le illuminò il volto, glielo dissi e lei mi spintonò a terra, facendomi notare che, da cretino che ero, non sapevo che i raggi di luna sono in realtà il riflesso dei raggi del sole.”), mentre si scrive Terra, Luna e Sole per parlarne in senso astronomico (“Ritornammo sul pianeta Terra dopo un vaggio di cinque lunghi anni. Dopo una breve sosta alla base NASA sulla Luna.”). Plutone, invece, si scrive sempre in maiuscolo.

 

Sarà anche stato declassato a pianeta nano, ma per lo meno Plutone si scrive sempre in maiuscolo.

 

• Un ultimo accorgimento, ma non meno importante. La “d” eufonica, nemico personale di ogni editor. Intanto che cos’è la “d” eufonica? La “d” di ed e ad. Quando la si usa? Solo ed esclusivamente quando la parola che segue l’ed o ad comincia con la stessa lettera della congiunzione. Ad esempio si scriverà “ed essi” e non “ed anche”, “ad alcuni” e non “ad incominciare”. Come forse avete notato, l’unica eccezione è “ad esempio”. Perché? Che cazzo ne so. In ogni caso, la d eufonica è infida, si infila dove non dovrebbe e sfugge anche ai più bravi. Se vi state chiedendo se questo discorso è un modo per paracularsi delle millemila d eufoniche che sicuramente ho lasciato in questo mini-manuale, sappiate che la risposta è sì.

Direi che più o meno è tutto. Anche se non è mai tutto quando si parla di regole dell’ortografia. Diciamo che se avessi scritto tutto ma proprio tutto avrei dovuto annullare la mia vita sociale (già ai minimi di suo) e redigere un post lungo quanto l’arnese lavorativo di Rocco ma molto meno interessante. Quello che posso aggiungere è: riprendete il vostro libro di grammatica delle medie o anche delle superiori, la Verità si cela all’interno di queste pagine. Se i dubbi persistono, consultate il vocabolario.

Il mio vocabolario mentre sodomizza la mia tesi di laurea sotto gli occhi di Stephen King. Porcelli tutti e tre.

Nota finale. Nel redigere questa miniguida, mi sono basato su una dispensa gentilmente fornitami da Tanja Sartori. Per tutto ciò che in essa c’è di giusto e costruttivo, il plauso va a lei. Per gli errori, gli esempi sbagliati, le infiocchettature polemiche, biasimate pure me.