Doverosa premessa. Stephen King non è il mio scrittore preferito. Stephen King è DIO.

Nonostante io cerchi di essere il più possibile oggettivo, la recensione che segue, sarà probabilmente viziata da questo fatto.

La scheda del libro

Notte buia, niente stelle di Stephen King

Pubblicato da Sperling & Kupfer

Anno: 2010

418 pagine

Tradotto da Wu Ming 1!!!!1one!

Notte buia, niente stelle su Ibs

La raccolta si compone di quattro storie, tre novelle di un centinaio di pagine cadauna e un racconto-cuscinetto che è tipo il Lussemburgo tra Francia e Germania. Vediamoli uno per uno.

1922

Un uomo, un agricoltore dell’America rurale, con la complicità del figlio adolescente, uccide la moglie, rea di essere un po’ stronza e di non voler rispettare il volere del marito sulla vendita di un terreno di sua proprietà. L’omicidio è brutale, animalesco (kinghiano) ma è solo l’inizio. Infatti avviene a pagina 18. Per le restanti 130 pagine seguiamo il declino morale ma soprattutto fisico di Wilf James e suo figlio Hank, tormentati non tanto da impalpabili fantasmi, ma da ratti affamati che spuntano fuori nei punti più improbabili.

 

Il Nebraska. È un posto palloso, a meno che tu non abbia uscciso tua moglie e sepolto il cadavere in giardino.

Qui, in 1922, l’orrore soprannaturale sta a zero. Certo, ci sono i già citati ratti e l’incontro con la moglie morta, ma avvengono quando Wilf è in preda al delirio della febbre. In realtà nel corso di tutta la storia l’orrore deriva per la maggior parte dall’atmosfera di degrado, miseria e ineluttabilità e, soprattutto, da quel gesto iniziale, l’atto tutto umano di privare della vita un’altra persona.

Maxicamionista

Una storia di vendetta. Una donna, l’immancabile scrittrice-da-romanzo-di-Stephen-King, viene brutalmente stuprata e quasi uccisa dopo una conferenza.Similmente a moltissime donne che subiscono lo stesso trattamento, nasconde tutto non sporgendo denuncia alla polizia. Ma questo solo perché ha intenzione di vendicarsi di persona dell’uomo che l’ha violentata.

In questo racconto abbiamo la donna borghese che si trasforma in una spietata (?) assassina, in quello che ormai è un topos letterario abbastanza comune: la persona “come tante” che fa qualcosa di straordinario e che per nulla si adatta al suo ruolo sociale.

Sulla carta, poi, questa avrebbe potuto essere la storia più dura e di difficile digestione dell’intera raccolta. Ma non è così, una volta letta. Intanto perché si può veramente biasimare una donna stuprata e strangolata che si fa giustizia da sè? Ma, al di là di questo – dettaglio che, semmai, porterà il lettore a simpatizzare per la protagonista – King inserisce nella storia elementi grotteschi che rendono il racconto non solo piacevole da leggere, ma anche divertente, in alcuni punti. Già, perché Tess, la nostra scrittrice sventurata, forse per il trauma cranico, forse per lo shock, forse perché dopo l’aggressione è veramente cambiata, non si limita a sentire le voci nella testa come l’80% dei personaggi di King. No, lei le vede e ci parla proprio. Pagine di dialoghi con gatti, vecchine protagoniste dei suoi gialli, cadaveri e, soprattutto, con il Tom Tom, che è il suo grande alleato nel suo percorso verso la vendetta e la verità. Se King con questa tecnica abbia voluto alleggerire la storia io non lo so, non lo posso sapere, sta di fatto che ha funzionato, per lo meno con me.

Un esempio su tutti, l’incontro tra Tess e Goober, un cane.

«Goober?» Che diamine, per un cane di campagna era un nome come un altro. «Mi chiamo Tess. Ho un po’ di hamburger per te. Ho anche una pistola con dentro un proiettile. Adesso aprirò la porta. Se fossi in te, sceglierei la carne. Siamo d’accordo?»
[Tess entra in casa e scopre che Goober è solo un innocuo Jack Russel]
Tess rimise la pistola nella tasca del giubbotto e accarezzò il cane. «Buon Dio! E pensare che ero terrorizzata!»
«Non c’è bisogno di aver paura», disse Goober. «Ehi, dov’è Al?» [Il padrone di Goober]
«Meglio non chiedere», rispose Tess. «Vuoi un po’ di hamburger? Ti avviso, potrebbero essere andati a male.»
«Qua, baby», fece Goober.
[…spoiler…]
«Perché sorridi?» chiese Goober. «Vuoi favorire?»
«No, grazie», rispose Tess. «Da dove posso cominciare?» [A perquisire la casa]
«E che ne so? Io sono solo il cane. Posso avere un altro po’ di quella carne di mucca? È saporita.»
(p. 267)

Ecco, questo è il livello di grottesco. Mi sembra un po’ propenso a scivolare verso l’assurdo, senza scaderci mai completamente.

Un’ultima nota. Anzi, una tirata d’orecchie a King – che sono sicuro, leggerà questa recensione. A pagina 230 c’è quella che io chiamo una piccola disonestà da parte dell’autore nei confronti del lettore. Anzi, del Fedele Lettore, nel caso mio e di King.

Risalite le scale e tornata in cucina, [Tess] prese il coltellino svizzero multilama e lo infilò nella stessa tasca, la sinistra. Nella destra mise invece la Lemon Squeezer calibro 38… e un altro oggetto.

Non si fa. Cattivo Stephen King. Non si dice al lettore “un altro oggetto” quando tu scrittore sai benissimo che cos’è. Il lettore si fida di te e rimette i suoi occhi nei tuoi, vede quello che tu vuoi fargli vedere, signor scrittore. E se non è immorale nascondere le cose in piena vista (non sarebbe esistita Agatha Christie, altrimenti), lo è fare quello che King ha fatto in questo passaggio. Come se dicesse: “Ha-ha, qui c’è un dettaglio fondamentale, io lo vedo e voi no, pappappero”. Capito che intendo?

La giusta estensione

Sarà per lo meno il terzo racconto in cui King varia sul tema “uomo che fa patto con diavolo-barra-entità soprannaturale che gli propone un’offerta terribile”. Nella passata antologia Tutto è fatidico, i racconti di questo genere erano due: L’uomo vestito di nero e Riding the Bullett – Passaggio per il nulla. Solo che questa volta è divertente. Il che mi porta a pensare che “questi sono racconti cupi e duri come pugni nello stomaco” sia solo l’ennesima panzana sparata per vendere più copie. Già perché su tre racconti che dovevano essere difficili da digerire, questo è il secondo che finisco di leggere con un sorriso soddisfatto sulle labbra.

Comunque, qui abbiamo un uomo, malato terminale di cancro, che incontra un ambulante. L’ambulante è il diavolo. Il diavolo sembra che non abbia nulla da fare a parte fare patti con gente a caso. Questa volta l’affare è: tu mi dai il cancro e io rovino la vita alla persona che odi di più. Io ci metterei la firma, e anche il protagonista. Segue lungo elenco di disgrazie. Fine del racconto.

Una storia perversamente a lieto fine, ma banalotta, a mente fredda. Sembra quasi un racconto scritto di fretta per riempire trenta pagine. In breve, La giusta estensione, finora, è il racconto più brutto di NBNS. Del resto anche Wu Ming 1 ci aveva avvertito, quando in quarta di copertina lo definiva: “un buon racconto breve”. Il che mi fa pensare che “un buon racconto breve”, nel gergo di quelli che non sputano nel piatto in cui mangiano, significa in realtà un racconto sciapetto, al di sotto della media del Re.

Diciamoci la verità, queste trenta-quaranta pagine potevano benissimo essere riempite in tutt’altro modo. Perché perché perché, invece di questo sgorbietto grottesco e cinico, King non ci ha ficcato una ristampata di Morality, bellissimo e, quello sì, duro come un calcio sui denti, o un Blockade Billy, sempre affascinante storia sul baseball?

Intendiamoci, non è un brutto racconto, ma è dannatamente sottotono. Tantoché, prima del finale spietato e divertente, l’unico giuzzo è avvenuto quando, di punto in bianco, si è citata la Torre Nera. Sì, proprio lei, giusto per scaldare il cuore del Fedele Lettore impantanato in una storia che, sinceramente, fa rimpiangere La canzone di Susannah (il capitolo peggiore della saga, a mio avviso).

«La vita è bella, eh?»
«Molto bella», rispose Streeter. «Lunghi giorni e piacevoli notti.»
Goodhugh alzò le sopracciglia: «Questa dove l’hai presa?»
«Boh, forse l’ho inventata. Ma è vera, no?»
(pp. 301-302)

Lunghi giorni e piacevoli notti.

In questo racconto, forse per la prima volta in vita mia in una storia del Re, mi trovo anche a riscontrare brutture stilistiche.

A pagina 300, ad esempio, abbiamo nientepopodimeno che una frase in sospeso.

[La fontanella neoclassica col putto pisciante] Era stata un’idea di Norma, ne era certo. Norma era tornata all’università per studiare arte e letteratura e aveva pretese classicheggianti. Eppure, vedere una cosa del genere, illuminata da un perfetto tramonto del Maine, sapendo che anche quello veniva dagli affari di Tom con la spazzatura…

Eh, e poi cosa? Ti eri stancato di scrivere? Non si lasciano i pensierini aperti, non nella narrazione, per Diana.

C’è anche un errore di quelli gravi. Non narrativi, leggete e capirete.

L’aereo su cui viaggiavano due membri della rock band Blink-182 precipitò. La cattiva notizia: morirono quattro persone. La buona notizia: i due musicisti sopravvissero, una volta tanto… anche se uno sarebbe morto dopo qualche tempo. (p. 312)

Ora, io non so se l’errore sia di traduzione, oppure di nonno Steve che sarà ferratissimo quanto vi pare sul rock anni Settanta, ma di punk revival non ne sa una beata mazza, fattostà che l’incidente aereo non coinvolse due membri dei Blink, ma solo uno, il batterista Travis Barker. Che, grazie a Dio, non morì e si riprese dall’incidente. L’altro musicista coinvolto era la buonanima di DJ AM, al secolo Adam Goldstein, ex membro dei Crazy Town (altra band sfigata: due dei sette membri originari morti prematuramente) e collaboratore di Barker, ma mai, mai membro dei Blink. Ok, sono un cagacazzi, ma se lo so io che vivo in Italia e non sono un fan sfegatato dei Blink-182, lo saprà King, che vive nella loro stessa nazione, no?

Aggiornamento delle 19:30 Lo stesso Wu Ming 1, frase inglese alla mano, mi ha mostrato che l’errore è di Stephen King.

Travis Barker e DJ AM.

Un bel matrimonio

Il migliore dei quattro, se mi è concesso dirlo. E l’unica storia che si potrebbe definire, come da battage pubblicitario “dura e spietata”. Qui una donna scopre che il marito è un serial killer e cercherà di venirci a patti.

Tra tutte, lo ripeto, è la storia più dark. La protagonista è uno di quei personaggi che ti sembra di conoscere, che non possono essere solo immagini mentali di uno scrittore riportate su carta, sono troppo reali per esserlo. A tratti ricorda un po’ Dolores Claiborne, a tratti no. A differenza dei precedenti, qui non è presente nè l’elemento grottesco, nè un briciolo di soprannaturale. Ed è un bene. La storia è tesa e si fa leggere con foga.

In conclusione

La sensazione finale è che NBNS sia molto diverso dalla raccolta-capolavoro cui era pretestuosamente stato avvicinato, cioè Stagioni diverse. Di là avevamo corruzione, ma anche speranza e redenzione. Qui più che un certo perfido gusto per il grottesco non ho visto, sinceramente. Le tanto decantate storie “durissime” non ci sono. O per lo meno, non sono così dure. Per un paragone, provate a leggere La ragazza della porta accanto di Jack Ketchum (edito in Italia da Gargoyle Books). È un libro di merda, ma quella è una storia dura. Lo stupro di Maxicamionista al confronto è una puntata della Melevisione. Ma, sia chiaro, non me la prendo mica con King, lui il suo lavoro di mastro narratore l’ha fatto. No, ce l’ho ancora una volta coi buffoni che marketizzano un’opera spacciandola per quello che non è. King negli anni Ottanta e Novanta era solo uno “scrittore horror”, privo di dignità letteraria grazie ai babbei che non sapevano vedere in lui niente che non fosse horror. Ora gli stessi babbei hanno deciso che quelle di NBNS sono storie dure che parlano di donne. Contenti loro…

Voto finale 4/5