Voglio sovvertire la struttura ossessiva compulsiva delle mie recensioni. Qui partirò subito dal voto, ne spiegherò le motivazioni e poi… vai con l’insalata!

La strada di Cormac McCarthy è uno di quei libri che mi ricorderò per sempre. È uno di quei libri che consiglierò agli amici. È uno dei migliori libri letti quest’anno. Il che significa che è il primo libro a meritarsi una recensione da 5/5.

Questo vuol dire che è un libro perfetto? No. È un romanzo molto ma molto buono, però ha le sue pecche.

E allora perché quel voto così alto, papà castoro?

Perché alle volte le storie che certi scrittori raccontano sono così potenti che smettono di essere parole nere scritte su carta giallognola e diventano qualcosa di simile ai ricordi. Ti penetrano e si scavano un cantuccio vicino al cuore – anche nel cuore di quelli più aridi. Ecco, questo è stato per me leggere La strada. Un’esperienza, più che un passatempo. E capita così di rado con dei libri, ultimamente.

Ecco, il voto è questo e la spiegazione sta scritta sotto. Ho ucciso la suspense (come no…), però il lato positivo è che potete mandarmi a quel paese subito e non a fine articolo. Il che è un bel vantaggio.

La scheda del libro

La strada di Cormac McCarthy

Pubblicato da Einaudi

Anno 2006

218 pagine

Vincitore del premio Pulitzer 2007 per la fiction

La strada sul sito dell’editore, su Ibs e su Amazon

La storia

La trama del libro è quanto di più semplice ci possa essere. Alcuni dicono che è anche troppo semplice e che per duecento e passa pagine non succede niente. Io non sono d’accordo. Può sembrare che sia così, e ammetto che l’azione è poca, ma in realtà la trama non è mai noiosa.

La strada parla di un padre e un figlio – chiamati l’uomo e il bambino non tanto perché siano figure rappresentative di specifiche categorie, quanto perché non c’è assolutamente nessun motivo di dar loro alcun nome – che viaggiano all’interno di una cornice postapocalittica. Cercano di arrivare al mare, sapendo già di non trovarci granché, e poi proseguono il loro viaggio fino al drammatico finale. Tutto qua.

Ora, Cormac McCarthy di solito scrive western, mentre questo è a tutti gli effetti un horror postapocalittico. Eppure può non sembrare il classico horror postapocalittico, difatti gli aspetti sociali della fine del mondo sono talmente in secondo piano da essere quasi invisibili, e tutta la storia è focalizzata su una parte del viaggio dell’uomo e del bambino.

E poi c’è da dire una cosa. McC non racconta nulla di epico, ma si limita a snocciolare una serie ciclica di eventi: l’uomo e il bambino camminano, hanno fame, quasi muoiono di fame, sopravvivono, riprendono a camminare. Ecco, in un libro postapocalittico in genere il villain non è la fame, ma un Randall Flagg che tenta di ricreare una società autoritaria, violenta e in possesso di tecnologie atomiche. Ma nei libri di McC il grande avversario dei protagonisti è di rado un uomo, è piuttosto la natura a essere quella che, in senso canonico, chiameremmo antagonista. Per cui in La strada, McC piega le regole del postapocalittico e fa misurare l’uomo e il bambino non con gli umani crudeli – cioè, ci sono anche loro, ma il loro apporto è assai trascurabile – ma con i loro bisogni fondamentali.

Uno su tutti: mangiare.

Può sembrare banale, ma ci vuole talento per fare qualcosa del genere. Ad esempio c’è una scena, a pagina 95, in cui l’uomo e il bambino, sul punto di morire di fame, trovano dell’acqua incredibilmente potabile in una cisterna e delle mele avvizzite ma ancora commestibili.

Passarono il pomeriggio avvolti nelle coperte a mangiare mele. E a bere acqua dai barattoli. L’uomo tirò fuori il pacchetto di polverina al gusto d’uva, lo aprì, lo versò nel barattolo, mescolò e lo diede al bambino, che gli disse: Sei stato bravo, papà.

Ecco, arrivato a questo punto il lettore si sente quasi liberato da un peso. L’uomo e il bambino stanno solamente mangiando mele e bevendo acqua, però la scena banalissima diventa quasi epica, perché mangiare e bere significa vivere. È come se avessero sconfitto centinaia di draghi o orde di zombie. Eppure ci vuole talento per trasformare in epica la banale azione di mangiare una mela marcia. E difatti McC di talento ne ha da vendere.

Dico non dico

Capitolo stile. McC è un minimalista, uno che non crede nei fronzoli e nelle descrizioni dettagliate. Se deve dire “maglione” dice “maglione”, non ti sta a raccontare il maglione partendo dalla vita della pecora che ha dato la lana. E questo è un bene, perché evita di riempire il libro di inutile infodump, ovvero di sbrodolamenti informativi che dovrebbero rendere più chiaro un concetto ma che finiscono inevitabilmente per appesantire il testo. Certo, l’assenza di infodump obbliga il lettore a tenere acceso il cervello e a colmare da sè alcune cose che McC omette volontariamente.

Un esempio su tutti: l’evento che ha causato la fine del mondo.

Ora, se La strada fosse stato scritto da, chessò, Stephen King, non solo sapremmo nel dettaglio che cosa ha causato lo scenario apocalittico, ma non meno 300 pagine del libro – che, se fosse stato scritto da King, sarebbe stato lungo per lo meno 800 pagine – sarebbero state dedicate alla descrizione dell’evento e agli effetti che questo ha sulle vite dei protagonisti.

E invece McC? Lui decide di relegare il tutto a un minuscolo flashback.

Gli orologi si fermarono all’una e diciassette. Una lunga lama di luce e poi una serie di scosse profonde. Lui si alzò e andò alla finestra. Cosa c’è?, disse lei. Lui non rispose. Andò in bagno e premette l’interruttore ma la corrente era già andata via. Un debole bagliore rosato alla finestra. Lui si chinò su un ginocchio e alzò la levetta per bloccare lo scarico della vasca e aprì al massimo tutti e due i rubinetti. Lei era ferma sulla porta in camicia da notte, aggrappata allo stipite, una mano a sostenere il pancione. Cosa c’è? Che succede?

Non lo so.

Perché ti fai il bagno?

Non mi faccio il bagno.

Tutto qua. Solo un misero paragrafo in duecento e passa pagine. Che poi, mentre leggevo, mi sono chiesto come mai McC non descrivesse una cippa di niente del cataclisma. Da una parte so che è il suo modo di scrivere, di suo ho già letto Non è un paese per vecchi e Figlio di Dio e anche lì scene vitali erano omesse e salti temporali dati per scontati. Però da un altro punto di vista mi è venuto il sospetto che, alcune volte, lo stesso McC non sapesse dove andare a parare.

Il libro comincia con l’uomo e il figlio in viaggio ed è la narrazione del cammino. Però McC non si è mai degnato nemmeno una volta di dirmi che cosa sperassero di trovare una volta raggiunti al mare. Non ha creato una motivazione sufficiente, e questo per un libro può essere fatale. Se non sei un maestro della scrittura, per lo meno. CoughClaudia SalvatoriCough.

Un altro plot hole riguarda il bambino. Ora, premetto di essermi fatto un’idea del tutto personale di che età abbia. Io credo abbia più o meno dieci anni, a giudicare da come si esprime; posso anche inserire la sua età in una forbice che va dagli otto anni, all’età dell’attore Kodi Smit-McPhee, che interpretava il bambino nell’adattamento cinematografico, cioè tredici anni. Ma se quando l’apocalisse è cominciata (vedi flashback precedente) il bambino non era ancora nato, quanto tempo ci ha messo la società per collassare? Quanto tempo ci hanno messo l’uomo e sua moglie per decidere di andarsene verso sud? No, perché in altri punti, McC lascia intendere che l’apocalisse è stata improvvisa e ha fatto subito molte vittime (descrive, ad esempio, i morti all’interno delle macchine in coda sull’autostrada). Quindi perché non partire subito? Perché aspettare almeno dieci anni in un posto devastato anziché cercare un luogo sicuro?

Certo, con problemi come questi sembra quasi strano che La strada si sia beccato un 5/5 e gli elogi del sottoscritto.

Forse perché sei un paraculo e ti diverti a dare voti bassi agli esordienti italiani e non ti azzardi a stroncare autori del calibro di Cormac McCarthy?

A parte che non ce lo vedo McCarthy o perfino il suo agente leggere una recensione negativa su un blog che non si caga nemmeno mia madre e incazzarsi. A parte che non ho mai detto di non essere un paraculo. Il motivo della recensione positiva c’è ed è il bambino.

Il bambino

Ecco, so già quello che state pensando, ma quando dico che il libro mi è piaciuto per via del bambino, intendo che il personaggio creato da McC, pur nella sua quasi sovrabbondante assenza di caratteristiche utili a individualizzarlo (non ce n’era bisogno), è uno di quelli che ho trovato impossibili da non amare.

Ora, io già lo sapevo qual’era il significato metaforico del libro. Un romanzo postapocalittico può avere una sola morale, ed è quella che gli uomini, immancabilmente, con la dissoluzione della società regrediscono allo stato di bestie. La strada non fa eccezione, McC, volontariamente o meno parla anche di questo.

Ma non solo. Infatti, in un mondo privo della forza delle regole sociali, valgono le regole della giungla, e questo lo si osserva anche nel romanzo più e più volte. Però qui entra in scena il bambino. Con lui è come se McC ci dicesse: “Guardate che, apocalisse o meno, è possibile rimanere umani”. E il bambino è umano, estremamente umano. Nella sua innocenza, si dimostra anche più buono del padre, che alla fine della fiera è stato il suo mentore – ossia quello che gli ha insegnato a essere umano.

Eppure la cosa che a me personalmente ha colpito è che il bambino non ha mai conosciuto la società degli uomini così com’era prima dell’apocalisse. Difatti, come sta scritto nel flashback di poco sopra, la madre era incinta al momento del cataclisma. In sostanza, da un bambino che non ha mai conosciuto cose come la solidarietà e l’altruismo, mi aspetterei come minimo cinismo, o che trovasse per lo meno naturale la legge del più forte del nuovo mondo postapocalisse. Invece niente di tutto questo.

C’è una scena, a un certo punto, in cui un ladro ruba all’uomo e al bambino tutti i loro averi. Ecco, quelle sono le pagine credo più toccanti di tutto il libro (a me personalmente hanno fatto molto più effetto del finale, per dire).

Consiglio finale

E poi c’è l’ultimo, immancabile consiglio per gli aspiranti scrittori. Non centra niente con la recensione in sé, però, se rientrate tra questi, io una leggiucchiatina la darei.

Leggete McCarthy, e parecchio. McCarthy scrive bene, senza fronzoli, in maniera un po’ troppo minimal, ma comunque impeccabile. Potete anche cercare manuali di scrittura, incluso quello che sto cercando di buttare giù, impararne a memoria ogni insulsa regolina, anche quelle che sono in contraddizione tra loro (come con la Bibbia, insomma), ma non vi servirà a niente se non vi prendete la briga di leggere gente che ci sa fare. McCarthy è uno di questi.

Un esempio. A volte leggo scritti di esordienti, alcuni pubblicati altri no. La cosa di cui mi lamento più spesso è l’irrealtà nei dialoghi. Ora prendiamo La strada:

[L’uomo e il bambino, nascosti nella boscaglia, si imbattono in un tizio che fa parte di una specie di banda di survivors]

[L’uomo:] Dove stavi andando?

[Il tizio:] Stavo andando a cacare.

Con il camioncino, intendo.

Non lo so.

Cosa vuol dire non lo so? Togliti la mascherina.

L’uomo si sfilò la mascherina dalla testa e se la tenne in mano.

Vuol dire che non lo so, disse.

Non sai dove stai andando?

No.

A cosa va quel camioncino?

Va a gasolio.

Quanto ne avete?

Ci sono cinquantacinque taniche da tre litri nel cassone.

Avete le munizioni per quei fucili?

L’uomo guardò verso la strada.

Ti ho detto di non voltarti.

Sì. Ce le abbiamo le munizioni.

Dove le avete prese?

Le abbiamo trovate.

Bugiardo. E cosa mangiate?

Quello che troviamo.

Quello che trovate.

Già. Guardò il bambino. Tanto non mi sparerai, disse.

Questo lo dici tu.

Hai solo due pallottole. Magari una. E poi gli altri sentiranno lo sparo.

Gli altri. Ma tu no.

E tu che ne sai?

Perché la pallottola viaggia più veloce del suono. Entrerà nel tuo cervello prima che tu la senta. Per sentirla ti servirebbero il lobo frontale e degli affari chiamati collicolo e giro temporale, che tu non avrai più. Saranno ridotti in poltiglia.

Sei un medico?

Non sono un bel niente.

Generalmente chiunque pronunci parole come “velocità del suono”, “collicolo” e “giro temporale” in un dialogo, scriverà una frase o piena di infodump, o che suonerà terribilmente falsa. Qui no, è come nei dialoghi di Tarantino, con meno parolacce.

Bene, direi che più o meno è tutto. Ci ho messo una vita a scrivere questa recensione; tra capodanno, febbre e bronchite sono stato un po’ impegnato. Ritardo giustificabile, e poi ne valeva la pena, no?😄

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