Le cose stanno così, io adoro la storia alternativa. E gli zombie. Per cui se in un romanzo ci sono storia alternativa e zombie in linea teorica dovrei sciogliermi in brodo di giuggiole e cominciare a sbavare come il cane di Pavlov. E guarda caso, il romanzo che ho appena letto, I misteri di Black Port di Fabrizio Fortino, parlava proprio di storia alternativa e zombie. Dunque brodo di giuggiole e ipersalivazione?

No. Purtroppo no. Anzi, proprio per niente.

La scheda del libro

I misteri di Black Port di Fabrizio Fortino

Pubblicato da Casini Editore

Anno 2011

430 pagine (anche se non sono numerate, va’ a sapere perché)

I misteri di Black Port sul sito di Casini (non Pierferdinando) e su Amazon

La trama

A Black Port, nella base militare che ospita il XVII Reggimento, avvengono due brutali e inspiegabili omicidi. Il maggiore Jack Reynolds indaga ricorrendo a mezzi non del tutto ortodossi, grazie ai quali però scopre che i crimini sono collegati a delle presenze nascoste nelle fogne della città. Delle presenze non-morte. Black Jack allora parte alla testa di un centinaio di soldati per il sottosuolo, ma la spedizione si trasforma in un massacro e, ovviamente, nessuno ai piani alti crede alle parole del maggiore e dei suoi uomini (sì, nessuno crede alle parole di sessanta soldati… sospensione dell’incredulità, gente, sospensione dell’incredulità).

Il processo contro Jack, però, viene interrotto dall’arrivo del colonnello Dagworth, inviato direttamente da Sua Maestà la tentacolare Regina Vittoria per prendere il controllo dell’intera città e porla sotto una specie di dittatura militare. Cosa, questa, che viene accolta sorprendentemente bene da Jack e dai suoi. Fino a che, ovviamente, Jack non scopre che Dagworth sta cercando di farlo fuori, e il tutto è collegato alla scomparsa di misteriosi documenti top secret, a loro volta collegati a un’altra storia, ancora più incredibile e potenzialmente devastante.

Una storia talmente segreta da essere quasi una leggenda narra infatti che Napoleone Bonaparte si fosse imbattuto, in Egitto, in quattro Portali che custodivano un immenso potere, la cui chiave di lettura si trovava niente meno che sulla Stele di Rosetta. Avete fatto caso che gli manca un pezzo, quello in alto? Ecco, chi pensate l’abbia fatto rimuovere?

Tuttavia Napoleone, sconfitto a Waterloo, non fece mai in tempo a sfruttare la sua scoperta. Eppure il potere da lui rinvenuto era talmente grande che, al momento del Congresso di Vienna le quattro grandi potenze europee, Gran Bretagna, Prussia, Russia e Impero Asburgico, hanno ben pensato di dividerlo in quattro tomi (ma il tomo di proprietà dell’Austria è passato ben presto nelle mani del Vaticano, perché gli austriaci sono stupidi, duh!) e spartirselo con la promessa di non farne mai uso. Promessa che, ovviamente, viene presto disattesa dai prussiani kattivi e dai russi necromanti. Eppure il potere dei tomi potrà essere utilizzato appieno solo quel giovane ragazzo ormai invecchiato che, al servizio di Napoleone, riuscì a decifrare il codice. E indovinate in quale città inglese si trova?

Nel finale, poi, c’è un bel colpo di scena. Sarà che sono incline al farmi stupire da rivelazioni teatrali, logiche o meno che siano. Però il finale me lo sono gustato.

Insomma, al di là del fatto che quando uno scrive di Egitto e Portali maggici, non so se a torto o a ragione, a me viene in mente Stargate (e tenetevi forte, non sarà il solo riferimento a Roland Emmerich in questa recensione), la trama è di sicuro la cosa migliore del libro. Non fosse altro che non è conclusa, perché I misteri di Black Port è la prima parte di – presumo – una trilogia, sì, perché se sei un autore fantasy e non scrivi per lo meno una trilogia sei uno sfigato e ti puzzano anche i piedi. Come dite? Avrei dovuto dirvelo prima? Beh, è la stessa gentilezza che avrebbe dovuto accordarmi la Casini.

Napoleone intento a leggere la prima stesura di I misteri di Black Port. Per colpa della quale, avrebbe perso la campagna di Russia.

I personaggi

Jack Reynolds è delineato abbastanza bene, la caratterizzazione è convincente, ma ciò non toglie che sia un idiota. Nel senso che è un pessimo ufficiale, perché nonostante i brutali omicidi di due dei suoi uomini, si guarda bene da informare i suoi superiori (perché sono ricchi, e quindi cattivi). Inoltre non è in grado di supervisionare le sue truppe. Se lo fosse stato, gli uomini della sua divisione non si sarebbero rivoltati contro quelli del maggiore Bingham causando lo spargimeto di altro sangue. E, ciliegina sulla torta, lascia che sia un dado a prendere le decisioni per lui durante le missioni. Non è un buon condottiero, e quando i kattivi aristocratici di Black Port, dopo il massacro di un terzo del suo reggimento, lo mettono sotto processo per inettitudine al comando, la mia reazione è: “Mi consenta, queste sono indagini a orologeria!” “Ben venga!”

Poi, l’alcolismo. Black Jack è tormentato, no? E allora lo facciamo alcolizzato. A intermittenza, però, perché non vogliamo che faccia cose disdicevoli per assecondare la sua dipendenza, vero? L’abuso alcolico di Jack dovrebbe essere un modo per caratterizzare il personaggio, ma non lo è affatto. Sarebbe stato lo stesso se, anziché sbronzarsi, il nostro amato e instabile maggiore fosse stato uno che per hobby alleva criceti russi e confeziona loro abiti elisabettiani. Questo per dire che il tratto “alcolizzato” nel momento in cui non influisce direttamente né sulla psicologia del personaggio, né sugli eventi della trama, è ininfluente e non fa affatto caratterizzazione.

Per contro i personaggi di supporto sono spesso aderenti allo stereotipo: l’amico paziente e comprensivo, l’antagonista sgradevole e snob, il delinquente inquietante ma nobile, la ragazza combattente  aggressiva ma intrinsecamente fragile, perfino il barista nerboruto e con le mani in pasta.

Ah, sì, e gli zombie.

Gli zombie che possono venire uccisi con una baionettata in petto. Mi dite a che caspio serve un esercito di zombie che vengono uccisi come se fossero soldati normali? È perché puzzano, forse? Mah…

Lo stile (ovvero: cominciano le note dolenti)

Non c’è un modo di indorare la pillola. Lo stile è pessimo. Grezzo, goffo, stridente, dilettantesco. Una Caporetto. Anzi, una Waterloo, per restare in tema. Fabrizio Fortino scrive male, e l’essere un esordiente, anche se in parte può spiegare la situazione, non lo giustifica. Come non è giustificabile chi ha corretto la bozza del romanzo e ha detto: “Ok, così va bene”.

Perché così non va affatto bene.

La cosa più evidente sono i seri, serissimi problemi di gestione del punto di vista. E con ciò intendo che se il punto di vista avesse le tette, si chiamerebbe Ginger Rogers.

I problemi sono ben evidenti quando Fortino descrive le scene in cui è presente più di un personaggio principale, e puntualmente il POV si sposta dall’uno all’altro con una noncuranza che francamente ho trovato agghiacciante. Sono probabilmente errori imputabili alla scarsa esperienza dell’autore, che, lo ripeto, è un esordiente, ma ciò non toglie che errori del genere in un romanzo pubblicato dovrebbero essere eliminati dall’editor.

Nei dialoghi, c’è un uso massiccio –  e pertanto irrealistico – del vocativo. Tipo i dialoghi delle soap opera: “Che cosa gli hai detto, Jack?”, “Niente che ti riguardi, Bob”, “Sono anche i miei uomini, Jack”, “Ora basta, Bob, io sono l’ufficiale di grado più alto!”.

Ci sono momenti, poi, che dovrebbero suscitare tensione e tenere il lettore incollato alla pagina, ma spesso falliscono nel loro scopo, perché c’è troppo raccontato e poco mostrato e quindi il lettore non connette coi personaggi.

Un esempio su tutti è la scena in cui il sergente Connery e Khaill e Sinclair sono nelle fogne a caccia degli assassini dei commilitoni, che è un disastro totale: si parte con il punto di vista che si sposta da Connery a Khaill e si finisce con una fuga disperata che è tutta raccontata e quasi mai mostrata. Il risultato è lo spaesamento totale del lettore che non solo non prova niente per i personaggi (sono delle comparse, nulla di più), ma non si crea neppure la connessione emotiva che dovrebbe scaturire dal modo in cui la scena è descritta.

È un po’ come nei film di Roland Emmerich. Uno a caso, prendiamo Independence Day. Emmerich è bravo quando si tratta di far esplodere cose, un po’ meno quando c’è da caratterizzare un personaggio. Come fa allora il nostro regista a connettere emotivamente lo spettatore alla pellicola? Fa distruggere dagli alieni brutti e cattivi dei simboli come la Casa Bianca o l’Empire State Building, perché il pubblico, specialmente quello statunitense, è già emotivamente legato a essi.

In Black Port è come se l’autore dicesse: “Guarda, questi tre stanno per morire e fanno parte del XVII Reggimento, non può non importartene!”. Ma perché dovrebbe? Del resto io non lo so mica che cosa fa Connery nel tempo libero, se va a puttane nei bordelli del porto o si fa chilometri a piedi solo per rivedere la madre inferma. Non so se la scelta di Khaill di arrularsi sia dipesa da un desiderio mai sopito di diventare un eroe o è stata solo una decisione opportunistica basata sui tre pasti quotidiani garantiti che avrebbe avuto nell’esercito. Non so nemmeno se Sinclair ama cantare canzoni volgari mentre è sovrappensiero o se invece è il classico tipetto ligio al dovere. Connery, Khaill e Sinclair sono tre sconosciuti per me: di loro non m’importa. E difatti sono tre comparse destinate a vedere la luce e morire nel giro di sei-sette pagine. Eppure per quelle sei-sette pagine io sono stato forzato a empatizzare per tre emeriti sconosciuti, il che è dannatamente difficile, se l’autore non dà al lettore gli strumenti adeguati.

Con questo non voglio dire che ogni personaggio deve avere alle spalle una storia e che il lettore debba udirla. Non tutti scrivono à la Stephen King, con aneddoti e flashback relativi anche alla gente che passa per strada. Però anche un solo tratto, una piccola parentesi di personalità, se ben descritta, può fare molto. Perfino rimpiangere la sorte di Connery, Khaill e Sinclair.

Nota Le riflessioni su Roland Emmerich sono in parte basate su un video di Nostalgia Chick. Qui la prima parte, qui la seconda.

Scorcio di Black Port in uno dei tanti (bellissimi) disegni che fanno da "contenuto extra" del romanzo.

Un altro esempio di scrittura (a dirne bene) acerba è questo:

Tutto si svolse in pochi attimi. L’uomo che portava Coleman sulle spalle cadde a faccia in avanti, sopraffatto da un fardello che imporvvisamente era divenuto troppo pesante. Rimase bloccato ventre a terra mentre Coleman si agitava convulsamente sopra di lui. Urla strozzate e latrati frenetici gli riempirono le orecchie, lo assordarono a tal punto che cominciò a divincolarsi, cercando di sciogliersi da quella presa mortale. Sentì un forte bruciore alla schiena e percepì un liquido caldo e denso colargli sul volto e inzuppargli i capelli. Prese a muoversi con più foga, ma il peso che lo schiacciava a terra sembrò aumentare. Allora urlò con tutto il fiato rimastogli in gola.
Un urlo che ben presto divenne di dolore: il bruciore raggiunse l’apice come se mille lame gli stessero squarciano la carne. Poi l’urlo gli morì in gola mentre la vita lo abbandonava

Questa descrizione è semplicemente orribile, perché non si capisce nulla. Che cosa sta succedendo a Coleman, povera comparsa sacrificale di turno (credo sia la trentacinquesima che viene uccisa così a random)? Così com’è scritto non si riesce proprio a capirlo, mi spiace.

Poi, non so se si è notato già nel pezzo sopra, ma questo romanzo è pieno di avverbi. Avverbi da tutte le parti, avverbi che escono dalle fottute pareti. C’è una frase che io definirei addirittura emblematica, ed è la seguente:

Probabilmente sapevano chi realmente fosse.

Tra l’altro una delle (tante) critiche mosse alla saga di Amon di Paola Boni, lavoro di punta della casa editrice, è proprio quello che c’è un avverbio ogni riga. Allora a questo punto o gli editor di Casini sono troppo teneri con gli avverbi (magari sono succubi di un incantesimo e ai loro occhi gli avverbi assumono la forma di teneri coniglietti che piangono, provate voi a cancellarli a queste condizioni…), oppure dormono.

Per la cronaca, gli avverbi ci possono stare qua e là, ma se si riesce a sostituirli con un’altra espressione è molto meglio. Parola di qualunque editor sulla faccia della terra. E anche di Stephen King.

Varie ed eventuali

Ho ancora alcune annotazioni da rilevare, ma poiché non sono state fondamentali nel formare la valutazione del libro, ma solo elementi di contorno, le ho raccolte tutte in questa sezione. Potete saltarla a pie’ pari, comunque. Giuro che non mi offendo.

Prima di tutto, voglio spezzare una lancia in favore del libro. I misteri di Black Port è un bell’oggetto. Casini ha sicuramente investito molto nel packaging e chi acquista il libro si trova tra le mani un prodotto curato e bello da possedere. In particolare il progetto grafico di copertina è semplicemente stupendo (trovate alcune immagini qui).

Anzi, voglio sbilanciarmi, la copertina (nella foto: la mia) è forse la più bella che io abbia mai visto.

Ma passiamo ad altro. E, tremate, sto per indossare la maschera di Furio Zoccaro.

C’è un errore che mi ha fatto inalberare, nonostante si tratti probabilmente solo di un refuso. E lo ammetto, potrebbe essere una cosa che ho riscontrato solo io, perché ho passato mesi a documentarmi sulla servitù nell’Inghilterra georgiana e vittoriana (per il famoso giallo steampunk, tra parentesi). Ogni recensore ha le sue fisse maniacali. Il Duca Carraronan ha le armi e le armature (e i coniglietti). Io ho la gestione della casa nell’Inghilterra vittoriana. La vita è crudele.

Dunque cosa c’è di tanto scandaloso?

La servitù del Primo Cittadino non si trovava in quell’ala del palazzo ma  dormiva sul retro, al pianterreno, lì relegata appositamente dalla vecchia nutrice, Miss Deidre Peacock, una complice ben pagata dalle distratte casse dell’esercito di Sua Maestà la Regina.

Nutrice? Ma WTF!?

La nutrice è la balia, quella che allatta e cura i bambini delle famiglie benestanti ed è una degli ultimi nella gerarchia della servitù. Di certo non ha il potere di far spostare l’intera servitù in un’ala della casa – potere che dubito avrebbe perfino un maggiordomo: dove alloggia la servitù lo decide il padrone. Qui, più che la nutrice, forse ci si riferisce alla governante, ovvero colei che è responsabile della cura della casa e che comanda tutti i servitori di sesso femminile. Ma anche la governante non ha il potere fisico di relegare l’intera servitù da qualche parte, per corrotta o meno che sia. La governante viene al quinto posto dell’ordine gerarchico della servitù, e risponde ai quattro uomini che la precedono.

Per maggiori informazioni c’è questo prezioso articolo su un blog che io ho sempre considerato oro puro se serve documentazione sul periodo imperiale inglese, Georgiana’s Garden.

Helen Mirren interpreta la governante in Gosford Park. E DETESTA quando la scambiano per una nutrice.

Quest’altra è un po’ uno spoiler, per cui occhio.

Nel libro si dice che Alessandro I di Russia si finse morto per continuare i suoi studi di necromanzia e poi incontrò un giovane Rasputin con il quale si unì per perfezionare la sua arte. Ma è improbabile che le date coincidano. Alessandro I è morto nel 1825, all’età di 47 anni, mentre Rasputin è nato nel gennaio del 1869, cioè 44 anni dopo. Il che significa che, al momento della nascita di quello che sarebbe diventatp il suo partner in crime, Alessandro I aveva la bellezza di 91 anni. Ma al momento del loro incontro, Rasputin viene definito “adolescente”. Dato per assodato che, secondo gente che ne sa più di me (Erik Erikson), l’adolescenza è quel periodo della vita umana che va dai 13 ai 19 anni, Alessandro I doveva avere dai 104 ai 110 anni. Che non è impossibile, per un essere umano, ma quantomeno improbabile.

Ho inserito qui la questione perché è anche possibile che a) Alessandro sia stato in qualche modo corrotto e insieme fortificato dalla necromanzia che praticava; b) io sia un terribile cagacazzi. Probabilmente sono vere entrambe le due proposizioni precedenti (specialmente la seconda), sta di fatto che, appena letto il nome di Raspiutin, la mia reazione istintiva è stata di scetticismo. Mi sono detto che non era plausibile, dato che Rasputin era coinvolto in eventi che avvennero cento anni e quattro zar dopo. E non venite a dirmi che tanto è fantasy.

"Sempre il cattivo mi tocca fare. Ma va' in mona, va'!"

Ultima cosa, poi, lo giuro, ho finito.

C’è la questione del tatuaggio. Ecco, quella non sono proprio riuscito a digerirla per due gravi motivi. Primo: è gestita male. Secondo: è intrinsecamente stupida.

Ci sono tatuaggi utili, e poi c'è quello di Black Jack.

Spiego meglio. Circa a metà del libro, il lettore viene informato che il protagonista, Black Jack, ha un misterioso tatuaggio che raffigura il numero romano VII, che poi sarebbe la cosa che lo connette alla scoperta di Napoleone Bonaparte e all’uso distorto che ne hanno fatto i britannici. Così, di punto in bianco. Con una delicatezza seconda solo a quella di Leatherface (che devo aver già menzionato nella precedente recensione, peraltro). Cioè: il protagonista della storia, quello dal passato nebuloso ha un tatuaggio che si porta con sè sin dall’infanzia e si degna di nominarlo solo a pagina 200?? Non si poteva trovare un modo meno anticlimatico e meno violento per fare di Jack la connessione tra le due trame? Che ne so, mai sentito parlare di una cosa che si chiama pistola di Chekhov?

Quindi di viene a sapere che [spoiler] Jack e le altre guardie reali sono degli esperimenti genetici di superuomo – Jack, uno dei primi, è verosimilmente difettoso. Il tatuaggio è in sostanza un marchio di riconoscimento che viene assegnato a ogni soggetto vittima dell’esperimento. E le guardie reali sono tante. Il che mi porta a pensare che, da qualche parte, ci deve essere un povero cristo con tatuato CCLXXXVII. Comodo, no?

Conclusioni

Cosa salvare – perché di questo si tratta, alla fine: di salvare il salvabile – di I misteri di Black Port? La trama centrale, o meglio, la premessa da cui si snoda e che verràforse sviluppata degnamente nei sequel.

Però basta questo a redimere il romanzo? No, proprio per niente. Il livello dello stile è troppo al di sotto della soglia di sufficienza sia per i miei gusti personali, sia a livello oggettivo, con errori di POV molto ma molto gravi per un romanzo pubblicato e in generale una tecnica narrativa troppo dilettantesca, con troppe cose raccontate e pochissime mostrate.

Siamo ben al di sotto della soglia di accettabilità-anche-chiudendo-tutti-e-due-gli-ochhi.

Voto finale