Oh, scrittori fantasy italiani, scrittori fantasy italiani, perché non riuscite a essere come le vostre controparti britanniche o statunitensi? Perché non riuscite a ispirarvi alla Rowling, a Martin, a Vance, alla LeGuin, a Tad Williams, a Joe Abercrombie, e non cavate fuori dal cappello a cilindro un romanzo che sia simile ai loro senza tuttavia essere un plagio?

Perché nella stragrande maggioranza dei casi mi tocca leggere roba che fa piangere i coniglietti?

Il caso in esame oggi è il romanzo Il fiume a nord dell’autrice esordiente Carlotta De Melas, un libro che aveva catturato la mia attenzione già da tempo perché prometteva di essere un buon romanzo steampunk, nonostante fosse rivolto principalmente a un pubblico di ragazzi.

Come la stessa autrice ha dichiarato in un’intervista a True Fantasy:

È un romanzo che non definirei propriamente fantasy, ma piuttosto d’avventura. Ho cercato di affrontare il tema dell’amicizia, dello sviluppo tecnologico e della guerra.

Va bene, posso accettarlo, dopotutto gran parte della narrativa steampunk è più avventurosa che fantasy e i tre temi elencati dalla De Melas sono presenti quasi sempre, no?

Vediamo come è andata.

La scheda del libro

Il fiume a nord di Carlotta De Melas
Pubblicato da Casini Editore
Anno 2011
Pagine… non ne ho idea perché a Casini fanno schifo i numeri di pagina
Prezzo di copertina 18,90€
Il libro su Amazon

Sì, questa è una di quelle recensioni, quelle in cui la sezione trama rivela in parte o del tutto la trama dell’opera al solo scopo di prendersene gioco. Procedete a vostro rischio e pericolo.

La trama

Diara, una ragazza di dodici anni con una situazione famigliare disneyana (vive con la zia cattiva e la cugina stronza), ruba un libro dal mercato e, inseguita dalle guardie della città di Fes, si nasconde a bordo di un vascello volante con palloni aerostatici e motori alimentati a vapore. Steampunk!

Diara incontra l’equipaggio dell’aeronave: Sergej Nobillier, il capitano, Marlene, sua figlia maschiaccio, Tangela, la ragazza con la carica a molla, e Abel, il ragazzo col braccio meccanico. Sono tutti mercanti e, come ci tiene a precisare spesso Tangela, anche e soprattutto scienziati. C’è anche un criceto meccanico depresso. For teh lulz.

Durante la prima notte a bordo della Peaceful Willow, Diara scorge qualcuno intento a curiosare tra le invenzioni custodite a bordo della nave e poi fuggire in volo grazie a un paio di ali meccaniche.

Il giorno successivo, l’equipaggio si reca nella città di Erdfourd per commerciare con il califfo Omar e veniamo introdotti al nostro main villain, Markus Rapharof, capitano di una nave appropriatamente battezzata Black Hope e commerciante in schiavi e organi umani. Una personcina esecrabile, insomma. Ma che cosa colpisce di più Diara? Che il terribile capitano Markus Rapharof venda delle armi. A un paese in guerra. Orribile!

C’è questa concezione disneyana, nel senso buonista del termine, non nel senso antisemita, per cui le armi siano il male supremo anche se è del tutto logico commerciare armi con un paese che rischia di finire travolto da una guerra, ecco, mi sembra un po’ troppo naif, anche per un libro il cui target ha un’età molto più bassa della mia. Certo, è bene precisare che un’arma in particolare di quelle prodotte da Markus è abbastanza terribile, si tratta delle sfere della morte. Che sono bombe atomiche steampunk.

Ancora scioccata per le “sfere della morte” (Dun dun duuuuun!) Diara segue l’equipaggio nella prossima avventura, dalla Badessa dagli occhi bianchi, una specie di oracolo che predice il futuro guardando le stelle. Lì Diara incontra Ofelia, un’indovina, che le fa un dono particolare. Non scopriamo di cosa si tratta fino a che la Peaceful Willow non viene travolta da un ciclone. Si tratta di delle pietre che, servendosi dei nomi delle stelle, sono in grado di predire il futuro. Ad esempio, durante il ciclone, Diara estrae la pietra con su scritto Aladfar, cioè “Cavalcare le nuvole”. Capito? La pietra prevede il ciclone mentre il ciclone sta imperversando. Se non è magia questa non so cosa…!

Dopo un atterraggio di emergenza, l’equipaggio viene catturato da un’armata della federazione di Mandem. Il cui hobby, a quanto pare, è coltivare piante. Una cosa maschia, insomma. No, in realtà si tratta di piante carnivore meccaniche usate come strumenti di tortura, la qual cosa trasforma di nuovo Diara in un’eroina Diseny dalla morale facilotta.

Il comandante trattiene l’equipaggio della Willow perché le lacrime di Diara sono… l’unica cosa in grado di nutrire le sue piante meccaniche? Ma WTF!? Anyway, i nostri eroi, in quello che sarà uno sviluppo tipico della storia (praticamente ogni capitolo è un alternanza di: arrivo in una terra magica, cattura, fuga), riescono a fare ritorno sulla Peaceful Willow e a riprendere il loro viaggio.

Per la seconda volta, durante la notte, Diara vede una figura avvolta nell’ombra che si aggira a bordo della nave. Questa volta, però, si fa furba e riesce a vederne il volto. L’intruso misterioso è… uno gnokko! E ha il tatuaggio dei cattivi parascienziati militari che creano innesti tecnologici da usare durante la guerra!

Uno gnokko. Immaginatevelo biondo, con un paio di ali meccaniche e uscito dalla pubertà e il gioco è fatto.

Ah, e ovviamente vede per ben due volte un intruso che traffica con fare sospetto nelle stanze della Peaceful Willow dove si trovano le apparecchiature scientifiche, riconosce il tatuaggio dei cattivi e cosa fa? Non lo dice a nessuno, ovvio!

In più Diara scopre che Marlene, la figlia del capitano, e lo gnokko volante (che è “bellissimo, come un angelo con le ali divine”) sono amanti. Lo scopre spiando, per la precisione. Ora, l‘escamotage di Diara che spia, origlia o segue di soppiatto è veramente troppo abusato come modalità di avanzamento della trama in questo libro.

E, tra parentesi, perché gnokko volante deve sgattaiolare in gran segreto a bordo della Peaceful Willow, quando è evidente anche in seguito che Sergej Nobillier (il padre della ragazza che ha deflorato) non ha alcun problema nei suoi riguardi e anzi lo tratta con rispetto? Visto che è evidentemente bene accetto, non può, chessò, fare sesso spinto e animalesco e poi fermarsi a prendere un tè coi pasticcini? Boh…

Tuttavia, in una scena altamente caotica e confusa e poco descrittiva, mentre la Willow è approdata al porto di Tinacria, luogo di residenza del vescovo Teodosio, Marlene viene uccisa. In seguito, in una scena che l’autrice non si prende la briga di narrare, ma che fa solo ricordare a Diara come un dato di fatto, scopriamo che Axel lo gnokko alato ha rivelato a Diara che Jagen il signore della guerra e il suo alleato Markus vogliono eliminare l’equipaggio della Peaceful Willow… perché? Perché Nobillier “rappresentava un pericolo per la diffusione della morte”, che parafrasando si può tradurre con: perché la trama dice così!

Marlene, tuttavia, non resterà morta per sempre (non sia mai che i teneri pampini siano esposti al tema della morte): la Badessa dagli occhi bianchi lo ha profetizzato e a Fantasylandia le profezie sono più affidabili delle previsioni meteo del colonnello Giuliacci. Per riavere sua figlia, Sergej Nobillier dovrà raggiungere “i Luoghi non conosciuti” e “spostare il tempo”. Possibilmente non con la Giratempo di Harry Potter e il prigioniero di Azkaban che si è già visto che crea solo casini e paradossi.

Giusto per dare una direzione alla trama, durante il funerale di Marlene, la Dama degli spiriti (nome romantico, per un becchino) dice all’equipaggio che la loro missione è di salvare lo gnokko alato, perché così desiderava Marlene, con cui la Dama è in grado di comunicare. Come la Dama sia a conoscenza anche del luogo in cui si trova lo gnokko alato non ci è dato sapere, perché tanto è fantasy.

Siamo a Lutèce, paese molto inquinato, dove l’equipaggio della Willow è costretto a viaggiare in incognito per paura di essere riconosciuti dagli uomini di Jagen. Quale elaborato stratagemma usano per passare inosservati? Indossano un mantello e un cappuccio neri!

Sarà un po' come giocare a "Dov'è Wally: Islamic Edition"

Comunque, a Lutèce Sergej Nobillier raggiunge una sorella che nessuno aveva mai nominato e di cui nessuno prima sapeva nulla. E ovviamente i due non spendono neanche un minuto a parlare della recente e terribile morte di Marlene.

La sciura Ines Nobillier ha un dono: l’Incanto (con la maiuscola perché è importante), una specie di potere magico che deriva dalla natura e che non si sa bene in cosa consista ma che è osteggiato dalla scienza malvagia. Quindi, yay, ora i nostri eroi sono alla ricerca della macchina del tempo perché è l’unico modo per disarmare Jagen e Markus. L’unico. E senza dubbio il più logico, no?

Appare per altro chiaro fin da subito che la macchina del tempo è solo uno stupido McGuffin, visto che né Sergej Nobillier né nessun altro ci spiega come pensano di costruirla ma solo i luoghi in cui trovare i pezzi necessari a completarla, che poi sono solo tre spunti per altre avventure banali e di rapida risoluzione.

Lasciata Lutèce, la Peaceful Willow oltrepassa il fiume a nord del titolo e, per un motivo non ben definito, un’elica della nave va in avaria. Gnokko volante esce a ripararla e poco dopo rientra ferito. Lo abbiamo visto riparare l’elica? Sappiamo cosa è successo o perché si è ferito? No e no, signori e signore. È così e basta, perché descrivere scene d’azione costa fatica e allora è meglio presentarne solo l’origine e l’effetto. Elaborare è il male, e mostrare è ancora peggio.

Per curare gnokko volante, l’equipaggio atterra nel bosco di Amariliss dove Tangela avverte Diara di non mangiare NIENTE. Diara si perde e mangia delle fragole tutta contenta. Ma è cretina? Cioè, va bene tutto, ma questa mi pare proprio una presa per il culo! Comunque, mentre Diara è incosciente, gnokko volante viene guarito (ancora una volta: senza che niente sia mostrato e/o raccontato, è un dato di fatto che il lettore deve prendere come tale o attaccarsi al tram) perché la trama dice così ed è ora di andare a Lemuria, i cui abitanti custodiscono il legno di un albero sacro che è un componente fondamentale della macchina del tempo.

Arrivati a destinazione, i nostri eroi vengono posti dinnanzi a un interrogativo metafisico e filosofico di grandissima importanza. Viene loro domandato: “Anche se cambiate il tempo, come potete salvare il mondo quando è l’anima stessa degli uomini a essere corrotta e, in ultima analisi, li spinge verso l’autodistruzione?” La risposta è quasi poetica: “Oh, fanculo, la trama dice così e ora dateci il legno dell’albero sacro. Grazie e arrivederci”.

Dopo Lemuria è il turno dell’isola di Perdita, che è situata sul dorso di un’enorme balena, una delle immagini più affascinanti dell’intero libro, e ottengono senza troppi problemi il secondo componente della macchina del McGuffin tempo.

L’ultima tappa del viaggio è la capitale del regno degli iperborei che si chiama… Reykjavik? Ma perché? Cioè, si era capito che il mondo di Diara e il nostro sono collegati, però c’era bisogno di usare anche gli stessi nomi delle città reali? Vabbè, magari sono io che mi fisso su cose di poco conto, però a me “Reykjavik la capitale degli iperborei” suona proprio male.

E poi, a questo punto, il fiume a nord? Sarà mica il Po?

Torniamo alla storia, va’. Tangela scopre che i cristalli del regno degli iperborei sono in possesso di Diara. Si tratta, in una versione piuttosto fiacca della pistola di Chekhov, di quelle pietre più inutili delle palline Zigulì che riuscivano solo a predire il presente o il passato e che sembravano essere sparite. In buona sostanza, tutto è già stato stabilito, perché è un fantasy, il destino è deciso a priori e bla bla bla con le solite cazzate.

Le Incantatrici di Bergen rivelano infatti a Tangela che per salvare il genere umano non basta tornare indietro ai tempi della scoperta delle sfere della morte, ma bisogna retrocedere a un’altra data. Tangela torna sulla Peaceful Willow e ci rivela che la data è… quella del giorno in cui suo figlio è nato morto. Proprio così, Tangela aveva un figlio nato morto. Lo sapevate? Io no. Ne siete sorpresi? A questo punto, sarò sincero, non me ne frega più niente.

Già perché il messaggio di questo libro è: umani, siete fottuti, l’unica soluzione che avete ai vostri problemi è buttare giù tutto e rifare daccapo. Che è una delle cose più stupide possibili immaginabili.

Comunque, per concludere, Diara torna indietro nel tempo grazie alla McGuffin machine finalmente completa e scopre che nella nuova realtà Tangela è morta dando alla luce il figlio di cui non aveva mai parlato e che, nonostante i paradossi, tutto l’equipaggio della Peaceful Willow si ricorda di lei. Ma, a parte questo, com’è che funziona il viaggio nel tempo? Va bene una seconda opportunità, ma in genere se un bambino nasce morto non si può cambiare la cosa tornando indietro nel tempo. È un FATTO, non una scelta reversibile a piacere. Ma, sapete una cosa, chissenefrega, tanto è fantasy!

Non deve per forza avere senso, è fantasy!

Una storia facilotta

Il primo problema che ho riscontrato con Il fiume a nord è che è un libro per bambini. Non fraintendetemi, non ho niente contro i libri per bambini, anche oggi La storia infinita è uno dei miei libri preferiti, per dire e non ho mai fatto mistero di quanto mi sia piaciuta la serie di Harry Potter (nonostante il vero critico snob i libracci della Rowling li schifi a prescindere, puah!). Il problema è che in questo caso il romanzo usa la scusa dell’essere un libro per ragazzi per tentare di nascondere i suoi enormi problemi.

Uno su tutti, a livello di trama il romanzo si presenta come una serie di brevi avventure dalla risoluzione peraltro piuttosto elementare che, a lungo andare, rende la storia ripetitiva e stufa. Il conflitto principale è piuttosto fumoso e i due antagonisti sono solo delle macchiette senza alcuna caratteristica e con i quali non ci sarà mai un vero e proprio confronto risolutivo, rendendoli, di fatto, inutili.

Nei brevi momenti tra un’avventura e l’alta, la trama va avanti in maniera un po’ troppo forzata e certi “colpi di scena” sembrano buttati lì a caso per salvare dalla maretta un’autrice impelagata.

Ed è facilotta anche la morale, spesso anche picchiata nella testa del lettore a martellate. Sì, la guerra è brutta, lo sappiamo, ma la tua soluzione è tornare indietro nel tempo? Scappare anziché affrontare il problema? Ma andiamo…

Lo stile

Ma parliamo di stile. Metto subito le mani avanti, la De Melas è un’esordiente e lo stile è quello che ci si aspetta dall’esordiente medio: alcuni difetti dovuti all’inesperienza, un po’ stridente ma aperto a ampie possibilità di miglioramento. I dialoghi, ad esempio, suonano irreali e un po’ troppo “apparecchiati”.

C’è però un problema un po’ più pressante e che emerge rispetto alle altre piccolezze. Mi fa male il cuore a dirlo, ma si tratta del famigerato e sopravvalutatissimo show don’t tell. Cos’è lo show don’t tell lo sanno anche i miei pesci rossi perché sembra che sia l’unica preoccupazione degli internet reviewer italiani. Io di solito non ci do peso, me ne accorgo anche di rado, sinceramente. Non sto con la matita rossa a segnare quando l’autore tal dei tali scrive “un lauto e delizioso pranzo” anziché descrivermi con minuzia le portate e i loro sapori. Non me ne frega niente. Ragion per cui quando me ne accorgo significa che c’è davvero qualcosa che non va. E in questo caso non va che Carlotta De Melas ricorra troppo al narrato e quasi mai al mostrato nelle scene d’azione. Non va perché l’effetto è quello di lasciare indifferente il lettore.

E poi posso dirla una cosa? I titoli dei capitoli sono davvero pessimi. Sono tutti tipo: “CAPITOLO DODICESMIO – In cui la Peaceful Willow raggiunse Tibesti, la fortezza volante”. A parte che non mi convince l’uso del passato remoto, ma soprattutto a volte contengono veri e propri spoiler di quello che avverrà nel corso del capitolo stesso e tolgono il piacere della lettura.

Capitolo Se7en - In cui... NELLA SCATOLA C’È LA TESTA DI GWYNETH PALTROW!!!

In conclusione

Beh, che questo libro non mi sia piaciuto mi pare il segreto di Pulcinella. Come già ho avuto modo di precisare, non disprezzo a prescindere la narrativa fantasy per ragazzi, ma non mi piace quando un libro risolve tutti i suoi problemi giustificandosi con “tanto è un fantasy per bambini scemi”. E questo libro lo fa.

La trama è ingenua, eccessivamente ingenua. La tecnologia steampunk vero e proprio è come la magia nei romanzi di Goodkind, c’è quando serve ma nessuno che spieghi come funziona o perché. La caratterizzazione è scarsa o del tutto assente, tanto che molti personaggi si distinguono più per i loro inserti tecnologici che non per la loro personalità articolata.

Ma Il fiume a nord ha anche i suoi lati positivi, uno su tutti il world building. Il mondo creato dalla De Melas è senza dubbio affascinante, pur non essendo appaiato a una buona storia, ed è molto ma molto creativo.

Per me questo libro è insufficiente, ma in tutta onestà non penso che vada buttato tra le fiamme. Se vi piace il fantasy leggero, senza troppe pretese, se volete leggere qualcosa in un’oretta o due, se non vi aspettate personaggi memorabili o una storia che vi tenga col fiato sospeso da pagina boh a pagina boh (dico boh perché Casini non usa numerare le pagine), allora potete dare al fiume a nord una chance. Se non è il vostro genere ma volete leggerlo perché siete affascinati dallo steampunk, come ho fatto io, però, stateci alla larga.

Voto finale