Alice nel paese della Vaporità di Francesco Dimitri è uno di quei libri che gli internet reviewer italiani amano odiare. Certo, non tanto quando Le cronache del Mondo Emerso della Troisi o Wunderkind dell’affabile GL, ma occupa comunque un posticino di tutto rispetto negli annali dei brutti fantasy italiani. È brutto, è confuso, è una cagata, è scritto male e a Dimitri gli puzzano pure un po’ i piedi.

Nel mio piccolo sono entrato in possesso del libro prima della celebre non-recensione/rant-natalizio su Gamberi Fantasy, quando ancora il romanzo era marketizzato come uno dei primi tentativi di portare il genere steampunk in Italia e, soprattutto, come il “terzo romanzo di Francesco Dimitri”, già autore del celebratissimo Pan (che io ancora non ho letto). Tra l’altro, in quel periodo stavo lavorando a un giallo classico all’inglese con ambientazione tipicamente steampunk, per cui il mio interesse per il genere era altissimo, cercavo avidamente qualcosa su cui documentarmi.

E, niente, ho comprato il libro, ho letto le recensioni e ho deciso di lasciarlo a prendere polvere infilato in libreria tra Lara Manni e gli steampunk di Lansdale.

Fino a oggi.

La settimana scorsa, in un impeto di follia, ho preso il romanzo e me lo sono portato sul pullman. L’ho letto, perfino.

E devo dire che, pur non concordando, se non in minima parte, con le molte recensioni negative che ho letto in giro, Alice nel paese della Vaporità non è un bel libro, ma non è nemmeno privo di aspetti in grado di redimerlo dalla dannazione eterna nell’Inferno dei Brutti Libri Fantasy.

Vediamo un po’ più nel dettaglio perché.

La scheda del libro

Alice nel paese della Vaporità di Francesco Dimitri
Pubblicato da Salani
Anno 2010
Pagine 277
Prezzo di copertina 16,80€
Il libro su Amazon

Ben nel paese di Alice nel paese della Vaporità

Intanto, Alice nel paese della Vaporità non è una rilettura del classico di Lewis Carrol, così come non ne è il rifacimento peggiore. L’Alice di Dimitri parte come la storia di Ben, londinese, afflitto dalla sindrome di Alice nel Paese delle Meraviglie, una condizione clinica che in sostanza gli altera le percezioni sensoriali. Ben è reduce da un trauma giovanile, in un incidente d’auto ha causato la morte di sua sorella, e si mantiene leggendo testi di autori emergenti per un’agenzia letteraria (e già da questo si capisce che è un fantasy).

Uno dei romanzi che gli capitano in visione è appunto Alice nel paese della Vaporità, quella che a prima vista gli sembra una rivisitazione in chiave steampunk dell’Alice di Carrol, scritto da un autore anonimo e irrintracciabile.

Durante una lunga notte, Ben legge la storia di Alice, un’antropologa di una Londra futuristica e postapocalittica in cui è risorta una tecnologia che potremmo definire steampunk, che decide di intraprendere un viaggio scientifico nella coltre di Vaporità che circonda la città e in cui si celano orrori inimmaginabili.

Ora, detto così non suona per niente male. E la cosa che mi fa girare le cosiddette è che per le prime cento-centocinquanta pagine non è per niente male davvero. È ciò che accade una volta che le due storie, quella di Alice e quella di Ben, si congiungono che fa piangere i coniglietti.

Provo a spiegarmi meglio. Mentre la storia di Alice è una Ricerca nel senso più classico del termine, una ricerca che converge addirittura nello scontro finale tra il Bene e il Male supremo, incarnato nella perfida Regina dello Steamland, la storia di Ben è centellinata (saranno sì e no quattromila parole ogni ventimila di Alice), ma offre tanti spunti interessanti: la malattia, l’incidente, l’autore misterioso che invia un romanzo a puntate, il romanzo stesso che sembra fare riferimento a lui che legge. C’è un’abile costruzione della suspense per tutta la prima parte della storia di Ben, un grande build-up. Che purtroppo deraglia in una conclusione deludente, ma tanto.

Che poi, essendo fan di King, un po' dovrei esserci abituato...

Steamscrittore

Quindi, il primo problema è il classico “tanto fumo e niente arrosto”. Il secondo è di natura meramente tecnica. Come già ho detto all’inizio, l’Alice di Dimitri era inteso da chi lo ha pubblicato come un tentativo di far esplodere la moda steampunk anche qui da noi. Ora, non che vi sia un proliferare di romanzi steampunk anche all’estero – e quindi non parlerei di “moda” vera e propria, impallidirebbe al confronto dei vampiri gay e degli elfi yaoi –, ma va detto che gli unici tentativi di diffondere la narrativa steampunk in Italia si devono al Duca e a Edizioni Scudo, con fortune peraltro nemmeno paragonabili a quelle degli altri trend letterari.

Quindi la Salani aveva a) un gran bravo autore italiano che era anche b) autore di un piccolo caso letterario per cui poteva considerarsi c) lanciato verso il successo. Orbene che si fa? Suoniamo la fanfara e importiamo lo steampunk nel Bel Paese.

Piccolo problema: Alice nel paese della Vaporità è un pessimo, pessimo, pessimo, pessimo, pessimo-per-dieci-alla-nona romanzo steampunk. È il peggiore romanzo steampunk che io abbia mai letto, e io leggo fantatrash. Non lo so che gli è preso, a Dimitri. Forse voleva sovvertire i canoni del genere perché, accipigna, fa figo sovvertire le cose, fattostà che il risultato è stato penoso.

Non basta aggiungere il prefisso “steam-” alle parole per far sì che diventino magicamente steampunk. Steamcarrozza, steamcomputer e roba del genere non sono sufficienti. I nomi degli oggetti nella letteratura steampunk sono pomposi, altisonanti, qualcosa tipo “Sistema di Computazione e Ottimizzazione di Calcolo a Vapore” o “Tecnologia a Vapore di Scansione e Osservazione Intelligibile per Algoritmi Operativi di Moduli Robotici” (questa è roba mia, l’ho usata in un racconto). Il punto è che non basta buttare a caso le parole “vapore”, “ingranaggi” e “bulloni” per creare l’atmosfera del genere. Senza contare che nemmeno l’ambientazione storica è rispettata, e manca anche quell’idealismo che, di solito, fa da sfondo alle storie steampunk, in contrapposizione al cinismo tipico del cyberpunk.

Per questo ho arbitrariamente deciso che Alice nel paese della Vaporità è un romanzo new weird. Perché come new weird funziona molto meglio. Dimitri ha una buona immaginazione e una fantasia alquanto perversa – in senso buono – tanto che in alcuni punti è in grado di rivaleggiare perfino con Il sentiero di legno e sangue di Luca Tarenzi.

Ah, e ovviamente non lo farei rientrare nemmeno nel genere fantasy, più che altro nell’horror, ma so bene che i confini tra il new weird e l’horror sono parecchio fumosi.

Steamverdure!

Show don’t chissene

La terza grande critica che l’Alice di Dimitri ha ricevuto era che era scritto male. È vero? Secondo me no. O meglio, sì, ho riscontrato in prima persona un utilizzo infantile dei caratteri per scrivere parole quali “vampiro” e “mostro”, ho assistito a quello che alcuni chiamerebbero “uso improprio di show don’t tell” e, oh perbacco, c’erano anche due o tre cliché ma di quelli belli grossi.

Però calma, contestualizziamo. Il punto focale del romanzo è che Ben sta leggendo una storia nella storia, le avventure di Alice sono un romanzo che Ben sta leggendo, un romanzo scritto da quello che Ben crede sia un esordiente e inviato via mail a un’agenzia letteraria. È normale che contenga bizzarrie tipografiche, errori di show don’t tell e qualche cliché, è fatto apposta. Cavoli, Ben lo dice pure:

La storia di Alice lo stava catturando e lui non capiva perché. Non era perfetta. C’erano dei problemi tecnici: dialoghi che potevano essere migliori, situazioni e personaggi un po’ forzati. Eppure, leggeva.

E, sebbene io sia d’accordo che alcune cose avrebbero potuto essere gestite meglio, sono d’accordo con Ben, perché la storia che stiamo leggendo è la sua, non quella di Alice.

In conclusione

Il romanzo non è quell’oscenità che dipingevano tutti, ma non è neanche un bel romanzo. Avrebbe potuto essere centomila volte meglio dando più spazio a Ben e meno ad Alice e avrebbe potuto essere un fantagigabazingagliardo di volte meglio ancora con un finale meno ad cazzum come quello che mi è toccato leggere.

Lo stile non è affatto pessimo come si diceva, tenuto conto della storia del romanzo dentro il romanzo. Si vede che a Dimitri piace sovvertire i topòi di genere. A tratti ci riesce, ad esempio con la profezia, che qui c’è, ma tutti sanno che è fuffa inventata dalla Regina per rabbonire il popolo, a tratti un po’ meno quando, come detto sopra, per giocare con gli stilemi dello steampunk ci pasticcia e basta.

L’unico personaggio davvero ben riuscito è Ben, che mi è stato simpatico da subito. Gli altri sono a malapena abbozzati e Alice, che è caratterizzata un pochino meglio rispetto alla media, non fosse altro che la seguiamo per buona parte del libro, non risulta né simpatetica né accattivante.

In buona sostanza un romanzo dimenticabile, con qualità redimibili che lo salvano dalla dannazione imperitura, ma che sono insufficienti per farne una lettura passabile.

Voto finale