Questa è la recensione di un romanzo di Stephen King, per cui partirò con la doverosa premessa che feci anche l’anno scorso, al momento di recensire Notte buia, niente stelle: Stephen King non è il mio scrittore preferito, Stephen King è DIO.

Stabilita questa fondamentale premessa, passiamo alla reccy vera e propria. Il romanzo in questione è il nuovo 22/11/’63, quello col titolo osceno (che, per una volta, è orribile anche in inglese e non solo frutto di una traduzione fatta ad minchiam) e con i viaggi nel tempo. Proprio così: al momento dell’annuncio si parlava di viaggi nel tempo per impedire a Lee Harvey Oswald di uccidere John Fitzgerald Kennedy quella mattina del 1963 a Dallas.

Insomma, siamo nel campo della fantascienza, più o meno. Ok, non è proprio fantascienza canonica, perché alla fin fine anche in La straniera della Gabaldon si parlava di viaggi nel tempo, e quel libro è considerato un precursore del filone paranormal romance, però se proprio devo classificare 22/11/’63, la mia scelta ricadrebbe sul genere fantascientifico. Che, a voler ben guardare, non è un genere con cui si diletta spesso. A memoria, l’unico altro pezzo di King in cui fosse presente un elemento fantascientifico è il racconto Il Viaggio contenuto nella raccolta Scheletri. [Edit delle 19:00 – mi fanno notare che di fantascientifico c’era anche L’acchiappasogni… chissà come mai mi era passato di mente.]

Il mio dubbio era: come farà King a essere King scrivendo di materie a lui estranee? Basti pensare che i suoi ultimi due romanzi (uno riuscito, l’altro – dicono – un po’ meno) parlavano di una cupola che imprigionava una città del Maine e di un pittore senza un braccio che si ritira in un’isola infestata nel sud della Florida.

La risposta è semplice. Ricordate? Stephen King è Dio.

La scheda del libro

22/11/’63 di Stephen King
Pubblicato in Italia da Sperling & Kupfer
Anno 2011
Pagine 768
Prezzo di copertina 23,90€
Il libro su Amazon

Il viaggio nel tempo secondo Stephen King

La storia parte con Jake Epping, giovane insegnante alle prese con la correzione dei paper dei suoi studenti (e qui è una goduria leggere che cosa ne pensa King sull’argomento), che viene interrotto da una telefonata del suo amico Al Templeton, proprietario della tavola calda preferita di Jake, che gli chiede senza mezzi termini di raggiungerlo alla Casa del Fatburger perché deve dirgli una cosa parecchio importante. Jake raggiunge l’amico – che aveva visto quel giorno stesso non più tardi della pausa pranzo – e, con sommo stupore, lo trova invecchiato ed emaciato. In più, Al ha un cancro incurabile in fase terminale che apparentemente si è preso dalla mattina alla sera.

Alla richiesta di spiegazioni da parte di Jake, Al ne spara una che potrebbe essere degna di una gara di sboronate tra ubriachi: nella cantina del bar c’è un passaggio temporale che collega il nostro quando con il 1958. E quale miglior modo di convincere Jake se non mostrandoglielo? Entrato nella buca del coniglio, Jake si trova teletrasportato nell’America di fine anni ’50.

Ritornato nel 2011, Al comunica a Jake che la buca del coniglio non è un bel posto in cui andare in vacanza (o cercare di curarsi il cancro con terapie vecchie di cinquant’anni che, sorpresa sorpresa, non funzionano), ma è anche l’unica possibilità che hanno per cambiare il futuro del mondo. Certo, non si potrà impedire l’attacco alle Torri Gemelle, ma si potrà attendere fino al 1963 e impedire l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy stimando che questo influenzerà l’omicidio di Martin Luther King e la guerra in Vietnam.

Si tratta di una missione particolarmente impegnativa, perché l’omicidio Kennedy è tutt’ora avvolto nel mistero e nelle cospirazioni. Jake non può rintracciare Lee Harvey Oswald e sparargli nel 1960, perché né lui né Al sono sicuri che sia stato realmente lui e che abbia agito da solo (mossa tremendamente intelligente da parte di King per evitare di cadere in un plot hole non indifferente).

Così, Jake comincia a vivere nel 1958. Troverà amici, amore e, alla fine, proverà a cambiare il nostro futuro.

Quindi, come dicevo, uno scenario abbastanza inconsueto per colui che è (a ragionissima) universalmente riconosciuto come il re dell’horror. E, va precisato, il meccanismo del rabbit-hole – che poi è più o meno un ponte di Einstein-Rosen, non è questa grande novità nella narrativa del viaggio nel tempo, così come non suonano nuove le chiacchiere sull’effetto farfalla. Tuttavia King è pur sempre l’uomo che ha fatto narrativa horror con automobili e dita che escono dalle tazze del cesso.

E anche terribili mostri-lampada...

Il meccanismo del viaggio nel tempo in 22/11/’63 è ridipinto in una maniera che trovo molto inquietante. Un esempio su tutti: la prima persona che Jake incontra una volta nel 1958 è un barbone che Al chiama l’uomo con la tessera gialla, perché porta infilata nella fascia del cappello una tesserina gialla. Durante il primo viaggio, la tessera è, per l’appunto, gialla. Nel secondo diventa arancione e nel terzo è diventata completamente nera. Eppure il passato non avrebbe dovuto sentire la presenza dei viaggiatori.

Il 1958 di King è un passato che non vuole essere cambiato e farà di tutto per impedire a Jake di compiere la sua missione. Creepy.

I favolosi anni ’60

Grande protagonista del libro, ancora più della missione per salvare Kennedy, a dire il vero, è la vita di Jake nel passato. Si tratta anche della parte migliore del libro, quella più toccante, quella in cui King dà il meglio di sé, prendendo il lettore (Fedele Lettore, nel mio caso) e accompagnandolo per mano nel mondo che è stato in grado di creare con le parole.

Jake, che ora si fa chiamare George, riprende a fare l’insegnante – del resto dovrà pure occupare gli anni che vanno dal 1958 all’assassinio di Kennedy – si trasferisce in un paesino di nome Jodie, dove avrà modo di cambiare la vita di molte persone e di innamorarsi di Sadie, la bella bibliotecaria della scuola. Una storia d’amore bella e genuina come non si leggeva dai tempi de La storia di Lisey (l’altro grande capolavoro post Torre Nera).

Ma ovviamente siamo in un romanzo di Stephen King, e quindi può andare tutto dritto per i due piccioncini? Ma certo che no. Sadie ha infatti un ex marito la cui bussola da tempo non segna più il Nord e Jake teme, perché il passato è infido, che sia un pericolo.

Perché è il passato il grande antagonista in 22/11/’63, sia esso sotto forma di ex mariti squilibrati o di delinquenti con i quali si è scommesso qualche soldo di troppo (leggete il libro e capirete), non tanto Lee Harvey Oswald, che qui ci viene restituito con un’umanità che va al di là delle risibili teorie del complotto che l’hanno circondato nel corso degli anni.

Una persona così perbene... Salutava sempre...

In conclusione

Quando i vuminghi (vuminguno ha curato la traduzione, un’impresa che deve essere stata ardua) scrivono sul loro blog che

22/11/63 è il romanzo più intenzionalmente politico di King.

mi viene voglia di far partire qualche bestemmione carpiato. Perché sono tutte stronzate pretenziose. 22/11/’63 non è un libro politico, non è un libro filosofico, è una Grande Storia che casualmente parla dell’assassinio di Kennedy. Oswald e Kennedy sono solo degli espedienti che servono per raccontare una bellissima storia in grado di inquietare, appassionare, divertire e commuovere.

È un libro che vale la pena di leggere perché è in grado di tenere il lettore incollato alla pagina dall’inizio alla fine delle oltre settecento pagine. Anzi, a un certo punto non vi ritroverete più con di fronte una pagina scritta. Sarete a Derry, a Jodie, a Dallas, a respirare l’aria (maleodorante e fumosa) dei primi anni ’60, a ballare il lindy-hop, a bere una root beer dal sapore intenso. È questa la grande magia racchiusa in 22/11/’63: il libro stesso è un rabbit-hole che conduce nel mondo descritto da King.

C’è gente che lo dice ogni volta che King pubblica un romanzo, perché è una bella frase a effetto. Questa volta mi aggiungo anch’io perché 22/11/’63 merita.

Il Re è tornato, lunga vita al Re.

Voto finale