Quando il primo Scream comparve nelle sale era la fine del 1996 e segnò una rivoluzione nello slasher horror. Prima di Ghostface, infatti, il tipico “mostro” dei film di questo genere era una creatura soprannaturale, tipo Freddy Krueger di Nightmare, Jason Vohres di Venerdì 13 o semi-soprannaturale tipo il Mike Myers di Halloween. Raccontando la storia di un gruppo di ragazzi minacciati da un serial killer che gioca con i riferimenti alla cultura pop e conosce le regole dei film horror, l’accoppiata Craven/Williamson ci ha regalato un film estremamente intelligente che rielabora gli stereotipi del genere e li decostruisce per creare qualcosa di nuovo. Scream è una pietra miliare che, a suo modo, è riuscita a reinventare un genere che attraversava un periodo di maretta.

Scream è stato seguito da Scream 2 l’anno successivo, sempre diretto da Wes Craven e sceneggiato da Kevin Williamson. Il risultato è stato un po’ meno incisivo, a dirla tutta, e il successo della pellicola è dipeso più dalla presenza di volti noti come Sarah Michelle Gellar, Jada Pinketts, Jerry O’Connell e Joshua Jackson che non dalla solidità della trama. Ma la pellicola era comunque piena di scene memorabili e la rivelazione finale dell’identità dell’assassino era azzeccata, visto che si rifaceva agli eventi del primo Scream.

Nel 2000 è stata la volta di Scream 3, con Wes Craven sempre dietro la macchina da presa ma senza Kevin Williamson, impegnato in altri progetti. E l’assenza di Williamson si è sentita parecchio. Il film ha perso in parte quel sapore di autenticità che caratterizzava le due pellicole precedenti: la piccola comunità periferica è sparita in favore della città e il gruppo ristretto di personaggi dotati di una backstory e di una personalità è stato sostituito dal tipico agglomerato di carne da macello che costituisce i personaggi sacrificabili di un qualsiasi slasher horror. In sostanza, la serie di Scream era diventata molto simile ai film horror di cui all’inizio aveva fatto una intelligentissima satira. E, come se non bastasse, le tenaci Gale e Sidney erano diventate della donzellette piagnucolanti che ogni tre per due correvano da Dewey/Linus.

Ma veniamo al presente. Scream 4 è uscito nelle sale nel 2011, in un periodo in cui il genere horror è messo peggio di com’era nel 1996. Tra remake scadenti che mirano a umanizzare il killer e torture porn che puntano a schifare lo spettatore più che a terrorizzarlo con della cara vecchia suspense c’è moltissimo materiale da parodizzare. In Scream 4 ritornano non solo i tre personaggi principali (Sidney, Gale e Dewey) ma anche Kevin Williamson, oltre a Wes Craven. E torna pure Woodsboro, visto che è lì che il film è ambientato, esattamente a ridosso dell’anniversario degli omicidi di Ghostface.

Il ritorno alle origini è una scelta vincente non solo perché permette allo spettatore di riconnettere con una serie che, nel suo terzo episodio, sembrava essersi allontanata da ciò che l’aveva resa unica ed eccezionale ma perché obbedisce a una delle regole che tutti i sequel e i remake dovrebbero seguire (enunciata proprio da Sidney alla fine del film): don’t fuck with the original.

Al cast storico si affaccia la “nuova generazione”. Ragazzi per cui gli omicidi di Woodsboro sono una versione alternativa della festa di Halloween, non una tragedia personale che ha colpito amici e parenti.

Avete presente i personaggi di cui sono pieni gli slasher horror, no? Bionde la cui taglia di reggiseno è inversamente proporzionale alla massa cerebrale e ragazzi cafoni e ignoranti come dei manici di scopa. Sesso, sesso, sesso, birra, sesso e qualche canna che male non fa. I personaggi di Scream 4 hanno invece una cosa che si chiama personalità e che nell’horror deficita. Inutile dirlo, ma c’è gente che ancora non ha capito che, condizione necessaria affinché uno spettatore tema per le sorti di questo o quel personaggio, è che il personaggio in questione l’abbia colpito in un modo o nell’altro. Un branco di deficienti che viene macellato non mi fa né caldo né freddo. Dei ragazzi che sembrano normali, gente che potrei incontrare in università o in giro, invece, fanno un effetto un tantino diverso.

Un personaggio fondamentale dei primi Scream, inoltre, era il film geek Randy, che in Scream esponeva le “regole per sopravvivere a un horror” e in Scream 2 le “regole dei sequel”. Randy era colui che personificava l’aspetto satirico dei primi Scream: era un ragazzo che si ritrovava in uno scenario da film horror e, poiché ne aveva visti a centinaia, conosceva alla perfezione tutte le regole. Surreale e divertente, la sua morte in Scream 2 è stata inaspettata e scioccante. Tanto che in Scream 3 è stato più o meno “resuscitato” in un videotape in cui dava a Sidney dei consigli su come affrontare “il terzo e ultimo episodio di una trilogia”.

In Scream 4, avendo imparato dagli errori di Scream 3, troviamo non uno ma tre film geek, nelle persone di Robbie e Charlie, uno che riprende e trasmette in streaming sul suo blog tutta la sua vita e l’altro che è il presidente del club del cinema del liceo di Woodsboro (un club fin troppo popolare, per essere un covo di sfigati, se volete il mio parere) e che ogni anno in corrispondenza dell’anniversario degli omicidi di Woodsboro organizza una Stab-athon, una maratona in cui vengono proiettati tutti i sette film della serie Stab, ispirata agli omicidi di Ghostface e ai libri di Gale.

E poi c’è Kirby. Kirby Reed è il personaggio meglio riuscito del terzo sequel. Non solo è una film geek, ma è anche una ragazza popolare e attraente (è interpretata da Hayden Panettiere), arguta e sarcastica. Riuscite a immaginare un personaggio del genere in un film diretto da Rob Zombie? Ovvio che no. Kirby si becca tutte le migliori battute ed è protagonista di una scena fantastica che omaggia l’apertura del primo Scream, quella con Drew Barrymore. Non voglio spoilerarvi il finale per cui non vi dico altro.

Scream 4 ha anche i suoi limiti. In particolare ho trovato sottotono la regia di Craven, che non “spaventa” più di tanto e un po’ deludente lo spiegone finale dell’assassino. Che però, a posteriori, non è così male, in realtà. Anzi, riguardando il film e prestando attenzione alle battute che il personaggio aveva quando non era nel costume di Ghostface, il tutto ha molto più senso.

La cosa migliore di Scream 4 è il ritorno alle origini che non si riduce a una banale celebrazione del primo film, però. Il sapore è quello dell’originale, la confezione è diversa. E lo si capisce dalla scena di apertura, che solo l’accoppiata Craven/Williamson avrebbe potuto scrivere e dirigere.

In conclusione, Scream 4 è un buon film, un’ottima aggiunta al franchise (che spero si concluda qui, anche se ho sentito che Scream 5 si farà) e una boccata d’aria fresca rispetto al proliferare di filmacci horror scadenti e di remake che non fanno altro che umiliare l’originale di questi ultimi anni