La città e la città di China Miéville è uno dei pochi libri a poter vantare un Locus Award, un World Fantasy Award, un Arthur C. Clarke Award e uno Hugo Award, più una nomination al Nebula Award. Un caso raro e anche un indiscutibile sinonimo di qualità. Del resto è cosa nota e universalmente riconosciuta che un libro che è stato riconosciuto da un premio letterario di genere deve per forza essere un capolavoro. Come Clipart di Elisabetta Vernier, vincitore del Premio Italia, o L’ultimo eroe del Klaidmark di Alberto De Stefano, finalista al Premio Cittadella e pubblicato stampato nientepopodimenoche dal Gruppo Albatros.

Ok, d’accordo, alla luce di questi fulgidi esempi l’affermazione d’apertura andrebbe rivista, ma qui stiamo parlando di premi internazionali, non della robetta di noi soliti italiani. E poi China Miéville è un signor scrittore, uno dei pochi autori weird-urban fantasy che godono del favore di pubblico e critica. Questo per lo meno vorrà dire qualcosa, no?

Lo vedremo.

La scheda del libro

La città e la città di China Miéville
Pubblicato in Italia da Fanucci
Anno 2009
360 pagine
Il libro su Amazon

La trama

Tutto comincia con un omicidio. Una donna viene ritrovata cadavere nell’immaginaria città esteuropea di Besźel e l’ispettore Borlú indaga sul caso. Nel corso delle indagini scopre che l’omicidio non è avvenuto a Besźel, ma in un’altra città, Ul Qoma. Qual è il problema? Che Besźel e Ul Qoma occupano lo stesso spazio geografico. Le due città, in virtù di un non meglio precisato fenomeno (a me piace pensare che si trovino in due dimensioni diverse), sono contemporaneamente presenti nello stesso luogo. Gli abitanti dell’una e dell’altra città sono allenati a disvedersi pur condividendo lo stesso spazio, perché passare da Besźel a Ul Qoma è considerato un grave reato. A vigilare sui confini delle due città c’è la Violazione, una forza misteriosa in grado di prendere con sé e far sparire per sempre chiunque sia sorpreso a oltrepassare il confine della propria città d’appartenenza.

L’indagine di Borlú sembra a un punto morto quando scopre che la donna uccisa, un’archeologa, stava facendo delle ricerche sulla misteriosa Orciny, una terza città oltre Besźel e Ul Qoma, considerata dai più solo frutto del folklore e dei miti locali.

Lasciatemi dire che la premessa è fantastica, meravigliosa, unica nel suo genere e assurdamente ben costruita. Tanto di cappello a Miéville. La realizzazione è tuttavia un po’ più claudicante e, nonostante il tema innovativo e la descrizione delle due città, il libro procede nella sicurezza dei binari del genere police procedural.

Lo stile

Il punto debole del libro risiede tuttavia nello stile di Miéville. Quando si tratta di descrivere la realtà di due città che condividono lo stesso spazio geografico e poco altro, differendo per usi, costumi, architettura e mode, si vede che Miéville sa il fatto suo. Del resto è laureato in antropologia sociale – a proposito, benvenuto nel club dei laureati in discipline inutili, fratello.

Però un thriller per essere considerato tale ha bisogno di thrill, di brividi, di emozioni forti. Non è che non ce ne siano, il problema è che lo stile sciapetto di Miéville rende faticoso il trasferimento di emozioni dalla pagina al libro. Certo, potrebbe darsi che il vincitore dei premi Hugo, Locus, Arthur C. Clarke e World Fantasy sia uno scrittore mediocre, ma sapete che vi dico? Potrebbe anche essere a causa della traduzione.

La traduzione

Sì, lo so, è come sparare sulla croce rossa. Però facciamolo. Prendiamoci cinque secondi per parlare della traduzione, vi va?

Di solito Maurizio Nati traduce per Fanucci i romanzi di Joe R. Lansdale e lo fa molto meglio dei suoi colleghi che lavorano per Einaudi, perché riesce a non stuprare la parlata gergale americana come hanno fatto il defunto Curtoni, Stefano Massaron, Luca Conti e Costanza Prinetti (roba che, al confronto, chi si lamenta della traduzione di Stephen King del vumingo uno dovrebbe solo starsene zitto). Qui non so che gli è preso, è impazzito o ha disimparato non l’arte della traduzione, ma l’italiano di base.

All’inizio del capitolo 25 abbiamo:

Everyone, in both cities, seemed tense. We had returned through the two crosshatched cities not to the offices where I had woken […]

Che in italiano diventa:

Tutti, nell’una e nell’altra città, sembravano tesi. Eravamo tornati attraverso le due città intersezionate non agli uffici in cui mi ero risvegliato […]

Ma santo cielo, ci sei o ci fai? Intersezionato? Mi stai prendendo per il culo?

Intersezionato non è una parola italiana, non esiste. Il verbo corretto è intersecato. E non è che Nati ha inventato un neologismo per tradurre un altro neologismo: in inglese cross-hatched esiste e significa “incrociato”. Controlla. Un. Cazzo. Di. Dizionario.

Magari, direte, è solo una svista. No. Intersezionato di ripete più di una volta nel corso del libro. Non è una svista, è capraggine.

Poi abbiamo altra roba, tipo quell’“inviare un’allerta” in luogo di spiccare un mandato, ma in confronto a intersezionare sono bazzecole.

In conclusione

A romanzo finito posso dire che non condivido l’entusiasmo della critica internazionale. Forse l’edizione è stata penalizzata da una traduzione fatta coi piedi, ma lo stile di Miéville a me è sembrato sciatto, poco curato, piatto, noioso. Un libro con una storia del genere si merita di essere scritto da qualcuno che, per lo meno, ha una minima cognizione del senso del ritmo narrativo, cosa che, secondo me, Miéville non ha.

La storia è fenomenale in sé, una delle migliori che abbia letto quest’anno (lo so che siamo solo a febbraio, ma sono tre mesi che leggo roba che rasenta a malapena la sufficienza.

Per fare un paragone cinematografico, avete presente Il padrino parte seconda? Ecco, è universalmente riconosciuto come uno dei film migliori di sempre (e piace pure a me, pur non essendo un fan del genere), e ci sono dei buoni motivi per questo: storia, interpretazione, regia, sceneggiatura. Ora immaginate se Il padrino parte seconda, sempre interpretato da Robert De Niro, sempre sceneggiato da Francis Ford Coppola e Mario Puzo, però diretto da Michael Bay. Cosa pensate succederebbe? Succederebbe La città e la città, ecco cosa.

Insomma, il libro vale la pena di leggerlo solo in virtù della storia (che è l’unico motivo per cui questa recensione è positiva) e se ciò significa doversi turare il naso e sopportare lo stile blando di Miéville, beh, pazienza.

Voto finale