Vi piacciono gli stupri anali, gli animali smembrati e ricomposti a forma di svastica e gli incesti? Se la risposta è sì, allora Millennium: Uomini che odiano le donne di David Fincher è il film che fa per voi. E inoltre avete qualcosa che non va, mettetevi al più presto in contatto con uno psicologo…

Mi sono approcciato al film di Fincher senza prima aver visto l’originale svedese di cui questo non è un remake (si tratta infatti di un nuovo adattamento del libro) né aver letto il romanzo di Stieg Larsson sul quale entrambi sono basati. L’ho fatto principalmente perché Fincher è uno dei miei registi preferiti e l’autore di The Social Network, che considero il primo capolavoro cinematografico del decennio.

La trama dovrebbe essere ben nota a tutti, ma la riassumo lo stesso in breve. Il giornalista Mikael Blomkvist è nell’occhio del ciclone dopo aver perso una causa contro l’industriale Hans-Erik Wennerström, da lui accusato di corruzione ma senza prove sufficienti. Blomkvist viene contattato da un altro ricco industriale, Henrik Vanger, che gli offre delle prove con cui incastrare Wennerström se in cambio lui accetterà di risolvere un mistero che lo perseguita da decenni.

Negli anni ’60, Harriet Vanger, nipote di Henrik è scomparsa all’improvviso dall’isola di proprietà della famiglia e Henrik Vanger è ossessionato dall’idea che sia stata uccisa da un membro della famiglia – gli unici presenti sull’isola al momento. Blomkvist, fingendo di scrivere il memoriale di Vanger, comincia la sua indagine, affiancato dall’hacker e paria sociale Lisbeth Salander.

La storia di Lisbeth è molto più cruda. Dichiarata mentalmente incompetente, il suo patrimonio è legalmente controllato dallo Stato. Dopo che il suo tutore legale viene colpito da un ictus, Lisbeth viene assegnata a Nils Bjurman, un uomo spregevole che non si fa scrupoli a violentarla.

Insieme, Blomkvist e Lisbeth proseguono le indagini e riescono a venire a capo del mistero che circonda non solo Harriet Vanger, ma anche una serie di omicidi che dura da oltre cinquant’anni.

La prima osservazione che ho da fare riguarda la storia in sé. Nonostante il caso della scomparsa di Harriet Vanger venga presentato come il più classico dei “misteri della camera chiusa” – il presunto omicidio avviene su un’isola collegata alla terraferma mediante un ponte che, al momento, era chiuso a causa di un incidente stradale che impediva a chiunque di attraversarlo e le correnti erano troppo forti per abbandonare l’isola a nuoto – nel finale si riduce tutto alla classica risoluzione da police procedural anni ’90. Insomma, scordatevi Agatha Christie: nonostante i Vanger abbiano un maggiordomo, l’assassino non è lui. Il che mi porta a concludere che il capostipite della mania dei thriller scandinavi che ha conquistato l’Italia (fatevi un giro in libreria se non ci credete) non sia in realtà niente di diverso da quella che è la routine già consolidata negli Stati Uniti da autori come Michael Connelly e Jeffrey Deaver.

Per quanto riguarda l’aspetto puramente cinematografico, invece, c’è da dire che David Fincher è riuscito a mettere insieme proprio un bel film. Il centro dell’attenzione è, ovviamente, la performance di Rooney Mara, già diretta da Fincher nell’epica scena iniziale di The Social Network, e il personaggio da lei interpretato, Lisbeth Salander. Impossibile non fare il paragone con la sua controparte svedese, Noomi Rapace. Io posso limitarmi a comparare l’aspetto dei due personaggi, in realtà, perché, come ho detto, non ho visto il film originale. La Lisbeth di Noomi Rapace ha l’aspetto di una donna forte e anticonformista, una dura che ne ha passate tante, mentre la Lisbeth di Rooney Mara è una vittima che lascia trasparire di più le sue emozioni. Noomi Rapace intimidisce, Rooney Mara no. Personalmente, avendo studiato le reazioni psicologiche delle vittime a seguito di crimini violenti, ho trovato estremamente convincente la performance di Rooney Mara, che le è valsa una meritatissima nomination all’Oscar.

Il resto del cast è di alto livello. Daniel Craig è un Mikael Blomkvist che porta in sé un po’ della confidenza e anche della sfacciataggine di James Bond, altro celebre personaggio letterario interpretato da Craig, mentre Christopher Plummer è perfetto per il ruolo del vecchio Vanger.

Da sottolineare anche la fotografia cupa e particolarmente efficace, che sottolinea molto bene il mood della storia, e il tappeto musicale della colonna sonora di Trent Reznor e Atticus Ross, alla seconda collaborazione con Fincher dopo quella, che è valsa loro l’Oscar, in The Social Network. In particolare ho amato la sequenza d’apertura, una cover di Immigrant Song dei Led Zeppelin cantata da Karen O degli Yeah Yeah Yeahs.

Millennium: Uomini che odiano le donne è, tutto sommato, un ottimo film, uno dei migliori dell’annata appena conclusa. Non è un film per tutti, va detto: ci sono parecchie scene decisamente forti. In particolare è scioccante lo stupro di Lisbeth; perfino io che ho guardato impassibile sia Cannibal Holocaust di Ruggero Deodato che Cannibal Ferox di Umberto Lenzi, ne sono uscito un po’ turbato. Si dice che l’attore che interpreta Nils Bjurman, il tutore-stupratore, abbia passato una settimana chiuso nella sua camera d’albergo a piangere dopo aver girato la scena, questo per darvi un’idea.

Il mio consiglio, comunque, è quello di guardare il film, anche se avete la puzza sotto il naso e pensate che sia l’ennesimo remake di cui non si sentiva affatto il bisogno. Non lo è.