È la sindrome del bastian contrario ad avermi spinto a leggere Hunger Games, il romanzo di Suzanne Collins che ora, grazie all’adattamento cinematografico campione d’incassi, si appresta a diventare ancora più popolare di quanto già non fosse. In particolare a spingermi all’azione è stata la promozione a pieni voti che l’emintentissima ac reverendissima webmistress Queenseptienna ha assegnato al libro.

Doveva esserci un errore. Voglio dire, è un romanzo che rientra nella categoria young adult, il che significa che non può essere assolutamente una buona lettura. In più è popolare, e tutto ciò che è mainstream è anche meritevole del mio sdegno, perché lo sappiamo tutti che l’Arte e la Letteratura sono di nicchia. Hunger Games è un best seller, e sapete chi altro scriveva best seller? Hitler.

Come se tutto ciò non bastasse, la trama è anche copiata da Battle Royale di Koushun Takami, e Battle Royale di Koushun Takami è uno dei libri che disprezzo di più in assoluto.

Young adult, mainstream e plagio di Battle Royale, cinque stelline un par di palle, suvvia!

Non mi restava che prendere il romanzo in questione, leggiucchiarlo con la dovuta spocchia e dire a tutti che era un’altra schifezza per il pubblico di poveri illetterati che campa a pane e Fabio Volo.

Poi, facendo le ricerche sull’unica fonte di sapere legittima per un intellettuale come me, ossia Wikipedia Italia, scopro questo:

E, seguendo un paio di link, sono arrivato a questo:

The Hunger Games […] is a violent, jarring speed-rap of a novel that generates nearly constant suspense and may also generate a fair amount of controversy. I couldn’t stop reading
[…]
Reading The Hunger Games is as addictive (and as violently simple) as playing one of those shoot-it-if-it-moves videogames in the lobby of the local eightplex; you know it’s not real, but you keep plugging in quarters anyway

Dannazione, Stephen King! Perché devi metterti in mezzo e complicare le cose? Ora mi toccherà leggere il libro con attenzione e senza saltare le pagine!

Ok, d’accordo, tagliamo corto e vediamo com’è andata.

La scheda del libro

Hunger Games di Suzanne Collins
Pubblicato in Italia da Mondadori
Anno 2008
369 pagine
Il libro su Amazon

Reality killed the video stars

La trama penso la conosciate a grandi linee più o meno tutti, anche perché non mette niente di nuovo sotto il sole. Il romanzo è ambientato a Panem, una nazione sorta dopo il crollo degli Stati Uniti. Il potere è accentrato nella capitale e il resto del territorio è suddiviso in dodici distretti. A seguito di una fallita rivolta, i distretti sono costretti a inviare, con cadenza annuale, un ragazzo e una ragazza per partecipare agli Hunger Games, un reality show in cui i 24 ragazzi, i tributi, si affrontano in un’enorme arena finché non resta un solo sopravvissuto.

Katniss Everdeen vive nel distretto 12, uno dei più poveri, e si ritrova a offrirsi volontaria per gli Hunger Games al posto di sua sorella Prim quando questa viene sorteggiata come tributo. Assieme a Katniss viene scelto anche il secondo tributo, Peeta, che sembra essere il ragazzo più buono sulla faccia del pianeta.

E il resto va esattamente come ve lo immaginate: Katniss viene spedita nella capitale e prende parte agli Hunger Games, dove dovrà uccidere o essere uccisa. Riuscirà a sopravvivere? Vi do un indizio: il libro è narrato in prima persona.

Per cui, sì, ci ritroviamo davanti a un “reality mortale”, che se fosse un genere letterario, avrebbe i suoi capostipite in La lunga marcia e L’uomo in fuga, entrambi scritti da un tizio poco famoso che si chiama Richard Bachman rispettivamente nel 1979 e nel 1982, e probabilmente affonderebbe le radici nelle suggestioni del racconto La lotteria di Shirley Jackson (1948). L’opera più di spicco di questo genere immaginario potrebbe essere Battle Royale di Koushun Takami, storia di una classe di ragazzi giapponesi che viene sequestrata, segregata su un’isola e costretta a massacrarsi fino a che non resta in vita un solo studente. E poi, nel 2008, ecco che arriva Hunger Games. Nel mentre, anche il sottoscritto se ne è uscito con una storia con una trama simile, ma è venuto fuori che era una schifezza e quindi non ne parleremo mai più.

Tutto questo per dire che l’idea che sta alla base di Hunger Games non è né innovativa, né rivoluzionaria. Però una differenza fondamentale tra Hunger Games e Battle Royale c’è e merita di essere rimarcata: la storia di Takami pone l’enfasi sulla violenza. È la brutalità della storia che sciocca il lettore, e i protagonisti non accettano passivamente il loro destino, difatti hanno il collare esplosivo che li monitora costantemente. Viceversa, nel romanzo della Collins permane sì la brutalità del reality show, ma lo shock deriva dalla reazione del resto della società al programma. Gli Hunger Games sono presentati come un gioco, una spettacolare festa, gli autori e i produttori si divertono a creare love story e rivalità tra i partecipanti, stimolano i ragazzi all’azione durante i periodi di protratta inattività, gli sponsor possono acquistare oggetti d’aiuto per il tributo che fa loro un’impressione migliore. Inoltre i tributi accettano passivamente il loro destino, senza bisogno di collari, perché non possono fare altrimenti, essendo cresciuti in una società in cui gli Hunger Games sono la norma.

Ogni romanzo è figlio del proprio tempo, e il modo in cui Hunger Games pone l’accento sulla strumentalizzazione della violenza e della sofferenza realizzata dalla società per mero intrattenimento è in un certo senso un elemento innovativo. Parzialmente era presente in L’uomo in fuga (e posso affermare con certezza che quello sì che è un libro profetico – se avete in mente l’immagine che chiude il romanzo sapete senz’altro a cosa mi riferisco), ma direi che con il libro della Collins l’effetto è migliore perché il romanzo stesso è stato generato nell’era del reality selvaggio, nell’era delle barbara d’urso e dei “suo figlio è appena morto investito da un’auto, lei come si sente?”.

Insomma, c’è abbastanza critica sociale in Hunger Games per far bagnare le mutande di una dozzina di scrittori fantasy italiani. Il che non significa che Hunger Games sia tutto critica sociale e niente arrosto. La parte relativa al reality, cioè tutto il secondo atto e tre quarti del terzo, è un concentrato di azione e suspense che si legge tutta d’un fiato perché è letteralmente impossibile staccarsene. E poi abbiamo un abbozzo di love story e lo spettro futuro di un triangolo d’ammmmoreH, perché siamo pur sempre in un romanzo young adult.

Non che la storia sia perfetta, va precisato. Ho personalmente trovato tutto il terzo atto un po’ sottotono rispetto ai due precedenti. Ma in generale la storia è promossa a pieni voti.

Lo stile

Mi è piaciuto. Non ho molto da aggiungere, la Collins scrive bene e la traduzione non aveva note stonate – o, per lo meno, io non ne ho notate.

C’è un buon senso del ritmo e una buona gestione dei tempi narrativi. Sono stato molto soddisfatto dalla caratterizzazione dei personaggi, Katniss in particolare. Forse perché mi aspettavo un’eroina disneyana o qualcosa che piacesse alle ragazzette, in stile Bella di Twilight, non nutrivo molte speranze in lei. Sì, sapevo che doveva partecipare a un programma che prevedeva l’uccidere o l’essere uccisi, ma continuavo a ripetermi che la Collins non le avrebbe mai fatto uccidere qualcuno in maniera diretta, con l’intenzione di uccidere. E invece, alla faccia del politically correct, mi sono dovuto ricredere. Impressionante. Tanto di cappello.

Sì, ci sono alcuni buchi logici. Tipo le telecamere che ci sono eppure non si vedono mai. Però non mi hanno dato più di tanto fastidio.

In conclusione

Per me, dal punto di vista delle letture, il 2012 è stato finora un anno di magra. Non avevo ancora incontrato un libro che mi convincesse e che mi entusiasmasse e non pensavo che proprio Hunger Games sarebbe stato quel libro. Mi sbagliavo, ma sono contento di essermi sbagliato.

Hunger Games è un buon romanzo d’avventura con un sottotesto non banale e che guarda con occhio critico alla società contemporanea. È divertente e nello stesso tempo angosciante, spietato ma anche dolce (ok, a tratti zuccheroso, ma in almeno un punto è di una dolcezza quasi commuovente), indicato per i giovani lettori ma anche per noi snobboni che schifiamo gli young adult.

Insomma, diffido ancora dei libri che mi consiglia Stephen King, ma almeno questa volta ci ha beccato. E visto che Hunger Games sembra essere destinato a fare la stessa fine di Twilight, pur essendo dieci milioni di volte meglio dell’obbrobrio vampiresco di Stephenie Meyer, non posso che felicitarmene e riacquistare un briciolo di fiducia nelle nuove generazioni e nella razza umana.

Fino al sequel, La ragazza di fuoco, ovviamente. Che, lo ammetto, ho un po’ paura di leggere.

E ora beccatevi Abraham’s Daughter degli Arcade Fire, che fa da colonna sonora al film e mi garba assai.

Voto finale