Ci sono tre cose che, leggendo le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, non ho mai perdonato a George R.R. Martin. La prima è il non aver mai approfondito la relazione tra Robert e Joffrey in modo da spiegare almeno in parte perché il nuovo re dei Sette Regni ha il carattere che si ritrova, la seconda è il tradimento di Theon Greyjoy nei confronti di Robb, che per lui è quasi un fratello. La terza per ora è spoiler, quindi sorvoliamo.

Ora, visto che la serie tv esiste col benestare dello stesso Martin e il suo occhio di produttore esecutivo spesso si allunga anche sulla storia e sulle modifiche che la versione televisiva impone, c’è una buona probabilità che le “zone oscure” dei libri vengano spiegate meglio in un contesto narrativo che non è limitato ai vari POV. Con la relazione tra Robert e Joffrey non è stato così, mentre il terzo episodio della seconda stagione, What Is Dead May Never Die, ha fatto luce sui conflitti emotivi che dilaniano il giovane Greyjoy e che nel libro, a mio avviso, non erano resi altrettanto bene.

Parliamoci chiaro, che io straveda per Theon Greyjoy è cosa nota, del resto dopo quella-cosa-che-succede-più-avanti-in-A-Clash-of-Kings non poteva essere altrimenti, ma nella serie Theon è sempre stato un personaggio secondario con ben poca personalità, buono solo per qualche full frontal e un po’ di sexposition. What Is Dead May Never Die, invece, è stata decisamente il Theon Greyjoy Show. A lui sono andate le scene più potenti, più emozionanti e, diciamolo, con la musica più epica.

Per primo, il confronto col padre Balon, che lo ha sempre trattato come se la decisione di lasciare le Isole di Ferro fosse stata di Theon e non una conseguenza della sua ribellione contro il Trono di Spade. Poi c’è la scena che tra tutte mi è piaciuta di più, perché colmava finalmente una delle zone oscure di cui sopra, in cui Theon è diviso tra la lealtà verso la sua famiglia di sangue e l’amicizia che lo lega a Robb. E, infine, il battesimo nel nome del Dio Annegato in cui Theon, a tutti gli effetti, torna a essere un membro della casa Greyjoy.

In tutta questa greigioiezza c’è spazio per poco altro. Tyrion è sempre Tyrion ed è alle prese con una serie di intrighi per scoprire chi tra Pycelle, Ditocorto e Varys sia la spia di sua sorella e con l’organizzazione del matrimonio politico di sua nipote Myrcella. Ah, Game of Thrones, se c’è una cosa che mi piace di te è che i tuoi banchetti di nozze sono indimenticabili.

Assistiamo anche all’incontro tra Catelyn e Renly, che serve a introdurci due nuove personaggesse: Brienne di Tarth, splendidamente resa da Gwendoline Christie, che nella vita vera è molto più graziosa, e Margaery Tyrell. In particolare quest’ultima, sempre lasciata un po’ in ombra nei romanzi, viene fuori più donna calcolatrice e affamata di potere che graziosa principessa coinvolta in un gioco politico, un aspetto che nei libri era lasciato intuire. E poi, per la gioia di grandi e piccini, abbiamo un po’ di pastrugnamenti tra Renly e ser Loras e anche un paio di tette perché questo è pur sempre Game of Thrones.

Ma la scena che veramente mi ha riportato alla mente l’altro motivo per cui guardo Game of Thrones (oltre alla trama e al copioso ammontare di nudità, quindi) è quella finale con Yoren. Io l’avevo detto che il Guardiano della Notte era uno che spaccava culi, e qui Yoren è il re assoluto dei Badass Motherfuckers. Mi è anche parso che, in 30 secondi di scena, abbiano praticamente dimezzato il plot di Arya (una carta che, forse, avrebbero dovuto giocarsi nella prossima stagione). Probabilmente è per dare spazio ad altri personaggi meno prominenti nei libri… coughRobbeJeynecough

Inoltre, lo so che nella scena finale c’è quello che sembra essere un riferimento a Skyrim, ma se la memoria non mi inganna, andava più o meno così anche nel libro.

Tutto sommato questa puntata è stata migliore delle due precedenti. Ci sono state scene migliori, più in linea con il tono della serie e che non fungessero solo da set-up per i personaggi, le due nuove arrivate sono convincenti e, cosa che ho gradito assai, la serie è riuscita, distanziandosi dall’originale, a colmare quei buchi che, da lettore, mi avevano lasciato perplesso.