Scrivo questo rant, riprendendo l’omonimo titolo del post dedicato mesi fa a Licia Troisi, perché non so se riuscirò a finire il libro che sto leggendo e quindi a farne una recensione lunga e completa. Il motivo è presto detto: il libro che sto leggendo è la pila di merda fumante che si fregia del titolo di “fantasy italiano” più maleodorante in cui mi sia mai imbattuto. Peggio di Abel della Salvatori, peggio di Nashira della Troisi. Peggio del peggio.

Un po’ di contestualizzazione. Il romanzo in questione è del 2003 e Zweil lo definisce “uno dei capostipiti del fantatrash”. Appartiene all’era del baby boom del fantasy italiano, in cui editori beoti facevano a gara a pubblicare adolescenti senza arte né parte la cui massima conoscenza del genere era la trilogia (cinematografica, ovvio) del Signore degli Anelli.

Il romanzo in questione è Ethlinn la dea nascosta di Egle Rizzo, e fa piangere i coniglietti.

Dico questo dopo aver letto OTTO PARAGRAFI del primo capitolo. Sono stati più che sufficienti. Non ci credete? Volete delle prove?

Eccovele.

Quello che segue è il primo paragrafo, l’incipit del romanzo:

L’isola al centro del Lago di Wyriant era chiamata Isola degli Dei e bianchi erano i suoi templi, bianche le tuniche dei sacerdoti che la popolavano. Cinquecento re avevano governato sulle terre di Wyriant e adesso riposavano nei loro sepolcri, nell’isola dei morti; cinquecento monarchi si erano mutati in Dei dopo aver abbandonato le loro spoglie mortali, e come Dei erano venerati e riveriti. Cinquecento erano gli antichi re, l’ultimo sovrano era scomparso ormai secoli addietro, e nessun uomo vivente aveva più portato la corona del Regno. Tuttavia i cinquecento Dei continuavano ad esercitare il proprio potere, per bocca dei loro servitori vestiti di bianco, perché i sacerdoti non si limitavano a recitare preghiere e a distribuire oracoli, ma erano i guardiani delle leggi e da loro proveniva l’autorità dei nobili del Regno di Wyriant.

BOOM! WALL OF TEXT!

Parliamo un po’ di questo incipit. Parliamo di come faccia schifo perfino a me, che non giudico MAI un libro dal primo paragrafo. Parliamo di come scarica addosso al lettore un cumulo di informazioni che avrebbe potuto invece dosare con un briciolo di cervello nel testo. Parliamo di come riesca l’ascolto passivo a tenere il lettore incollato alla pagina. perché il mostrare è sopravvalutato, no?

Ciò non voleva dire che tutti fossero soddisfatti di una simile situazione, no di certo.

Acciderbolina, proprio no!

Ai margini della città di Wyriant sorgeva l’Accademia dei guaritori; e da quel punto il Lago era solo un trasparente riflesso che si perdeva nella distanza. L’Isola non si vedeva, ma pur celata alla vista non cessava di esistere, ed ai membri dell’Ordine dei guaritori non era dato di dimenticarlo: la stessa tunica dell’arte medica, nera per il colore, quanto al resto identica a quella dei sacerdoti, impediva loro di farlo. Anche i guaritori in teoria facevano parte del clero, e avevano un tempio sull’Isola del Lago, ma non erano legati ad alcun Dio in particolare e avrebbero volentieri fatto a meno di quel loro antico legame con i sacerdoti, che li vedeva eternamente subordinati agli uomini vestiti di bianco.

L’accademia dei guaritori è il luogo in cui incontreremo il nostro protagonista, quindi questo paragrafo serve a contestualizzare, già da subito, dove mi ritroverò e con chi avrò a che fare. Se non ne avessi già le palle piene.

“L’Isola non si vedeva, ma pur celata alla vista non cessava di esistere”, ma che cagata è? Cosa dovrebbe essere, un virtuosismo stilistico?

“[…] ed ai […]”, l’editing gentilmente offerto da un rom che passava di là per caso.

E, ovviamente, altro infodump che sarebbe stato IMPOSSIBILE inserire in maniera più armoniosa all’interno della storia.

Ma affrettiamoci a fare la conoscenza del protagonista:

Adrhyss era soltanto un semplice studente all’Accademia dei guaritori, eppure in quel giorno, con lo sguardo perso in direzione della città e del Lago, sentiva un cupo rancore scendere nei suoi occhi.

Questa frase è meravigliosa. Se ci fate caso, è composta da due periodi raccordati con una congiunzione avversativa. Perché “eppure” è una parola che ha un senso e uno scopo, non un modo figo per collegare due frasi. Forse l’autrice e il suo l’editor non lo sanno, ma una congiunzione avversativa, e cito da wikimerda, “introduce un’opposizione” tra i due periodi. Ora, qual è la relazione tra la frase “Adrhyss era soltanto un semplice studente all’Accademia dei guaritori” e “in quel giorno sentiva un cupo rancore scendere nei suoi occhi”? Adrhyss o come cavolo si chiama era uno studente MA era anche emo? Perché, il regolamento di NonHogwarts non prevede che le due cose possano sussistere? Si tengono lezioni compulsorie di felicità? Se questo è il caso, perché non dirlo? Non è che fino a ora l’incipit sia stato parco d’infodump, del resto…

Il paragrafo successivo:

Quel giorno di primavera d’altronde non era un giorno come un altro, ma la vigilia che precedeva l’inizio del nuovo anno e la scuola si era quasi svuotata in attesa della festa.

La vigilia che precedeva. Non dico altro, se non che questo libro, pubblicato dalla Dario Flaccovio, una casa editrice non a pagamento, non è stato né letto né editato da una persona competente o, se l’editing è stato fatto, chiunque se ne sia occupato andrebbe licenziato in tronco.

Adrhyss, immobile su di una delle tante terrazze della costruzione, sentiva un vago senso di nausea per una festività dettata dalle tuniche bianche, in cui i sacerdoti celebravano i loro Dei, e l’inserimento dei nuovi apprendisti all’interno dei vari templi. Perché solo chi era figlio di una tunica bianca poteva diventarlo a sua volta, e quanto avveniva sulla così detta Isola degli Dei non aveva niente a che vedere con la vita della gente comune. Agli occhi di Adrhyss non c’era proprio nulla da festeggiare.

È come se fossi all’interno della mente di Adhryss, come se potessi percepire la sua rabbia, anzi, meglio, come se le sue emozioni fossero anche un po’ mie. Non si sente affatto la mano dell’autrice che mi infila in ogni orifizio delle informazioni.

Poi il giovane sentì un rumore di passi, e una voce familiare che gli chiedeva il motivo della sua aria così grigia e depressa. Il ragazzo dal canto suo era più che disposto ad esporre le sue lamentele, ed era pronto a farlo adoperando frasi involute e termini magniloquenti.

La mia magniloquenza, invece, vacilla nell’adoperare frasi involute per riferire quanto faccia cagare a spruzzo questo paragrafo.

Ma Nyck, l’amico del giovane, con un’occhiata si era reso conto del cattivo umore dell’altro e dopo averlo ascoltato per pochi secondi già aveva compreso quale ne fosse la causa. Anche Nyck era uno studente della scuola dei guaritori, Adrhyss però sapeva che assai difficilmente quel ragazzo magro e abbronzato si lasciava prendere dalla tristezza, e nel vedere lo sguardo divertito dell’altro anche lui sorrise.

E dopo quest’altra perla di talento ho chiuso il libro (aka spento l’ereader).

Otto paragrafi e già ho la nausea. Nessun romanzo, neanche il più becero e imbecille, e ne ho letti tanti che rientrano in queste categorie, mi aveva suscitato una tale repulsione. Non manca solo il talento, mancano le minime conoscenze delle BASI della scrittura da parte dell’autrice, e dell’editing da parte dell’editore. Una scrittura così brutta, così sciapa, così inetta ha solo la capacità di risucchiare i miei poveri neuroni indolenziti in un buco nero di frustrazione. Non posso ignorare lo stile per concentrarmi sulla trama – che, ne sono certo, sarà una figata epica e innovativa, perché, dopotutto, questo è “il romanzo che segna il passaggio del fantasy italiano alla maturità”, parola di Valerio Evangelisti, cioè la risposta alla domanda “Quanto grande la può sparare, se gli infiliamo in tasca abbastanza soldi per una marchetta?”.

A differenza del post sulla Troisi, però, mi preme di far notare che qui l’autrice e la sua incapacità scrittoria c’entra ben poco. Di scrittori italiani incapaci ce ne sono a centinaia, a migliaia. La colpa, qui, è tutta dell’editore che, consapevolmente, pubblica merda e non si prende nemmeno la briga di leggere le schifezze che vomita sul mercato, a intasare le librerie.

Recensire schifezze piace perché è divertente, ma ho come l’impressione che continuare a leggere questa puttanata abbia solo l’effetto di farmi dimenticare come si scrive in italiano decente. E questa, mi spiace, è una cosa che non posso permettermi.