E dopo il glorioso episodio dedicato alla battaglia di Blackwater, recensito poco sott…. Come dite? Non l’ho recensito?

Davvero?

Beh, in realtà l’avevo recensito, ma siccome il mio computer è in un periodo un po’ così, ha deciso di freezare e portare via con sé nel buco nero del crash la recensione. Se ne è salvata metà, che starà nelle bozze non ultimate vita natural durante. Se volete la mia impressione sul climax della stagione, comunque, eccovela:

BEST… EPISODE… EVAH!!!!!

Ora che ci siamo tolti ‘sto peso di dosso, torniamo a focalizzarci sul finale di stagione, della lunghezza niente meno che di un’ora e cinque minuti. Vi ricordate lo scorso finale, che era stato farcito di monologhi straccia balle di Pycelle e dialoghi awesome Varys/Littlefinger giusto per occupare quei benedetti cinquanta minuti, giusto in tempo per l’epica nascita dei draghi di Daenerys? Ecco, in Valar Morghulis, invece, succedono tante di quelle cose che di riempitivi quasi non ce n’è bisogno.

Il rovescio della medaglia è che alcune storie sono state chiuse troppo di fretta e in maniera insoddisfacente, sia da un mero punto di vista narrativo che dall’ottica di uno che ha letto i libri.

Ma andiamo con ordine perché tra colpi di scena, morti e ritorni, Valar Morghulis è un episodio piuttosto ricco.

A King’s Landing, subito dopo la conclusione della battaglia, si snodano le sorti parallele dei due vincitori: da una parte Tyrion, ferito, privato del suo titolo di acting Hand of the King e confinato in un letto alla mercè di Pycelle, che non vede l’ora di rendergli la gentilezzadi qualche puntata fa; e dall’altra lord Tywin, sceso in battaglia all’ultimo minuto assieme all’esercito dei Tyrell, che si vede tributare onori e gloria (e un pizzico di foreshadowing).

Momento di onori e tributi anche per gli altri “salvatori” di Blackwater. Littlefinger, che ha reso possibile l’alleanza con i Tyrell, viene nominato lord di Harrenhall (a dispetto dell’accento di Aidan Gillen che secondo me ha acquisito vita propria), mentre Margaery Tyrell confessa il suo amore per Joffrey e gli chiede di prenderla in moglie.

Joffrey dopo un momento di titubanza, e senza dubbio spronato dal di lei decolté, accetta e Sansa, che ha osservato tutta la scena dal gineceo, vive il primo momento di pura gioia dal giorno che i Lannister l’hanno presa in ostaggio. Gioia che non dura poi molto perché Littlefinger comincia a fare il creepy pedo, in una dinamica che non ci abbandonerà per il resto della prossima stagione e di quelle a venire.

Tutto sommato l’epilogo delle vicende di King’s Landing non mi è dispiaciuto. Per alcuni personaggi la situazione è cambiata in peggio (cosa farà Tyrion ora che non è più protetto dal suo status di Primo Cavaliere, e Sansa che non è più protetta dalla promessa di matrimonio con Joffrey?), per altri, come Joffrey, Cersei e Tywin si è consolidata. Di sicuro, nella prossima stagione, Tyrion non sarà impegnato il 90% del tempo a fare il saccente con Lancel, e questo non può essere che un bene.

Spostiamoci un ciccino più a nord, alla Roccia del Drago, dove incontriamo Stannis che si mangia le mani dopo la disfatta di Blackwater. Durante la battaglia Stannis è stato epico, tanto che si era piazzato al numero uno della Top 10 personaggi dell’episodio di quell’articolo mai scritto. Il primo a scendere sul campo, il primo a salire le scalette durante l’assedio, l’ultimo a lasciare King’s Landing e solo perché l’hanno trascinato via con la forza – il tutto senza indossare elmo e scudo perché Stannis è il re dei badass motherfuckers. Ma ora il breve momento di gloria è finito e a Stannis non resta che prendersela con Melisandre, che gli aveva detto di aver visto nelle fiamme la sua vittoria e la sua incoronazione, una visione alla quale Stannis ha perfino sacrificato il sangue del suo sangue. Melisandre, però, riesce a rigirare la situazione a suo vantaggio e chiede a Stannis che sia lui stesso a guardare nelle fiamme e a vedere il suo futuro. Non si sa se per autoconvincimento o perché R’hllor gli abbia effettivamente mostrato il suo destino, Stannis ne esce convinto che sarà lui a prevalere nella guerra dei cinque re.

Stannis è stato forse la migliore aggiunta al cast di questa seconda stagione, merito della profondità che Stephen Dillane è riuscito a dare al personaggio, ma anche al contrappunto che Stannis stesso fa con Joffrey. Due re, due Baratheon, almeno sulla carta, uno è l’emblema di tutto ciò che è sbagliato nel potere, mentre l’altro, pur con le sue debolezze, si è più volte dimostrato il degno erede di Robert (il Robert della ribellione, non quello che abbiamo incontrato all’inizio della prima stagione). Tuttavia questo epilogo manca di chiusura: che Stannis si ritenesse il solo e unico legittimo erede dei Sette Regni lo sapevamo già, R’hllor o meno, mentre invece non si è fatta menzione di Davos, visto l’ultima volta durante la gloriosa scena dell’esplosione dell’altofuoco nella baia di Blackwater.

Ancora a nord, ma solo un pochino, Arya, Gendry e Hot Pie sono scappati da Harrenhall e stanno presumibilmente viaggiando in direzione di Riverrun, per raggiungere i Tully. Durante il viaggio incontrano per l’ultima volta Jaqen H’ghar e Arya non può fare a meno di dirgli di voler diventare come lui, salvo poi tornare sui suoi passi perché prima ha degli obblighi nei confronti della sua famiglia (tipo far sapere che è viva e che non è ostaggio dei Lannister, cose così…). Jaqen le offre una moneta e una parola – Valar Morghulis, che ho sempre pronunciato nel modo sbagliato, a quanto pare – dicendole che, un giorno, avrebbe potuto servirsene per raggiungere Braavos e diventare un’assassina cambia faccia come lui. E poi… taaaaaa-DAH!

Salutiamo Jaqen H’ghar, che ci ha dato tanti bei momenti in questa stagione, e salutiamo anche Arya, protagonista di molte delle migliori scene, sia con il già menzionato Jaqen, sia con Gendry, sia, soprattutto, con Tywin Lannister.

Da qualche parte nelle Riverlands, invece, Robb e NonJeyne si sposano a dispetto della promessa che legava il re del Nord alla nipote di lord Frey. Una scelta che, sono pronto a scommetterci, non avrà il benché minimo impatto nel futuro della serie.

In ogni caso, ho sempre trovato un po’ stonata la storia di Robb e Talisa, troppo “moderna” rispetto al contesto medievaleggiante in cui, se eri il promesso sposo di qualcuno che non avevi mai visto lo sposavi e basta, senza domande, perché era la mentalità del tempo a dire che si faceva così. Ciò non toglie che ho avuto di nuovo l’opportunità di vedere insultata Catelyn, il che mi ha soddisfatto.

Raggiungiamo sulle nere ali di un corvo Winterfell e vediamo come si è sviluppata la storia di Theon e dei lupetti Stark.

Da una parte Theon è fermamente deciso a resistere all’esercito del bastardo di Bolton – che non si vede ma si sente, armato com’è di vuvuzela – nonostante i consigli di Luwin di fuggire e unirsi ai Guardiani della Notte, dove i suoi crimini saranno perdonati. Non sembrano essere dello stesso avviso gli Ironborn che, dopo che il loro signorotto li ha intortati con un discorso epico, lo fanno secco consegnandolo agli uomini di Bolton. Anticlimaticità allo stato puro, ma lo vedremo in seguito.

Dall’altra parte, Brann e Rickon escono dalle catacombe di Winterfell per trovare la città distrutta e data alle fiamme. Nel parco degli dei incontrano un Luwin morente e gli dicono addio, prima di fuggire diretti verso nord.

Se da una parte la scena dell’addio a Luwin è veramente toccante e la visione di Winterfell in fiamme un vero e proprio colpo al cuore, non si può fare a meno di domandarsi perché la città sia stata distrutta e da chi. Eliminare il personaggio di Reek, complicato da adattare quanto volete, ma pur sempre necessario alla trama, lascia il lettore con un po’ troppe domante. E lo costringe anche ad assistere all’ingloriosa fine di Theon, un personaggio che in questa stagione ha veramente brillato e che, ancora una volta, è stato protagonista di una toccante scena di autoanalisi/vi-odio-tutti-perché-voi-odiate-me.

Lasciamo il potenziale sprecato della caduta di Winterfell, per raggiungere il potenziale sprecato oltre la Barriera. Jon è sempre prigioniero dei wildlings, Qhorin gli insulta la mamma e Jon lo uccide, i wildlings vedono che ha ucciso un Guardiano della Notte e lo invitano a unirsi a loro. The End. Peccato che nel libro ci fosse un ciccino più di pathos, che la serie tv non è stata neanche lontanamente in grado di trasmettere. Qui sembra quasi che abbia ucciso la leggenda vivente dei Guardiani in un impeto di rabbia, mentre nel libro è stata una decisione sofferta che ha torturato interiormente Jon per capitoli e capitoli.

In conclusione, Jon Snow è bocciato. Tutta la sua storia, dal primo episodio fino a ora, non c’è una sola parte che si salvi. Speriamo che faccia meglio alla corte di Mance Ryder nella prossima stagione.

Un cambiamento che non mi è affatto dispiaciuto rispetto al libro è, invece, la House of the Undying. Invece di avere tutte le cinquecentomila visioni di passato-presente-futuro-congiuntivo che erano descritte nel libro, la serie tv si limita a un paio, ma riesce a fare leva sulla loro emozionalità. Ma davvero. Non vediamo il foreshadowing del Red Wedding né Rhaegar con Aegon, ma abbiamo una visione di Daenerys che cammina nella sala del Trono di Spade in rovina e completamente coperta di neve (Stark? Il ghiaccio e il fuoco? Simbolismo?). Dany non fa in tempo neanche a posare la mano sul trono perché è distratta dalle grida dei suoi draghi che provengono dall’esterno, così decide di lasciare il Trono di Spade per seguire i draghi (simbolismo?). Una volta fuori, si ritrova nel Red Waste dove ad attenderla c’è una tenda. E dentro la tenda Khal Drogo con in braccio Rhaego. Magone e occhio lucido. Dany però non si fa ingannare dalla visione e abbandona suo marito e suo figlio. Esce dalla tenda e si ritrova di nuovo nella House of the Undying, finalmente al cospetto dei suoi draghi. Pyat Pree, però, la prende prigioniera. Dany pronuncia la parola “Dracarys” e, in un richiamo all’epilogo della prima stagione, che li aveva visti nascere, i draghetti sputano per la prima volta fuoco, incenerendo lo stregone e liberando la mammina.

Sebbene mi sarebbe piaciuto vedere Rhaegar e Aegon, e un po’ più di foreshadowing, devo dire che, per una volta, sono estremamente soddisfatto di come sono andate le scene di Daenerys. Il non riuscire a toccare il trono perché l’urgenza è correre dai suoi draghi può interpretarsi come un’anticipazione di ciò che succederà nel futuro della serie, e l’inserimento di Khal Drogo e del piccolo Rhaego è stato davvero apprezzato e commovente. Daenerys non farà molto nella prossima stagione e in quelle a venire (hanno anche tagliato di netto il sottoplot lesbo), per cui gioiamo per le piccole cose, va’…

Infine, una seconda stagione buona quanto la prima, con alti e bassi, deviazioni dal libro che si sarebbero potute evitare e deviazioni dal libro che hanno arricchito la storia. Le nuove aggiunte del cast sono state apprezzate, chi più (Stannis, Margaery), chi meno (Ygritte, Yara), e solo in un paio di casi ho storto il naso: Gregor Clegane #2 che non è affatto inquietante come il #1, e NonJeyne perché… non è Jeyne Westerling, che cacchio.

Ci sono stati alti e bassi anche per quanto riguarda le vicende, con Theon e Tyrion che fanno la parte del gigante e si beccano tutte le migliori scene, mentre Jon e Daenerys deludono parecchio. Si tratta però di alti e bassi che esistevano anche nel libro, e quindi più o meno fisiologici. La sorpresa è stata Arya che, con Gendry, Jaqen e Tywin, è stata trasformata da una piccola vittima delle circostanze in Little Miss Badass.

Giusto per dovere di cronaca, sono state annunciate le casting call per la terza stagione, che ci danno delle indicazioni sui personaggi che vedremo nel futuro di Game of Thrones. Avremo Mance Ryder, il Re oltre la Barriera, Daario Naharis, che farà scattare l’ormone adolescenziale a Daenerys, Jojen e Meera Reed, perché gli autistici dei libri avevano rotto troppo i coglioni, Edmure e Brynden Tully, il che significa che forse, finalmente, vedremo Riverrun, Selyse Florent e Shireen Baratheon, quest’ultima inserita dopo che Stannis aveva detto di non avere figli (e, no, non intendeva figli maschi che potessero ereditare, perché nei libri è stabilito che nei sette regni vige la primogenitura agnatica-cognatica e quindi una figlia femmina può ereditare il dominio del padre se non ci sono eredi maschi diretti), Thoros di Myr, Thormund Giantsbane, e stanno castando anche Beric Dondarrion, ma mi suona strano perché mi pareva di averlo già visto nella prima stagione. Ah, sì, e Olenna Redwyne, per la quale ho solo due parole: MAGGIE SMITH!

Orbene, anche questa è fatta. Non ci resta che aspettare i 300 e passa giorni che ci separano dalla stagione 3. Nel mentre, io recupero Breaking Bad.