Fate partire nella vostra mente (o su Youtube) la sigla di Doctor Who perché oggi parliamo di… FANTASCIENZA! Yay.

Ok, partiamo col dire che non sono il più grande patito del genere. Da piccolo ho letto Cronache della galassia e metà di Il crollo della galassia centrale di Asimov e li ho belli che dimenticati – anche se mi dicono dalla regia che la Trilogia della Fondazione è un pilastro della speculative fiction e che quindi devo inserirla di rigore nella lista dei libri da leggere. Ho letto un solo romanzo di Dick, uno minore, I simulacri, e solo perché si legava in qualche modo al concetto di società simulacro teorizzato dal sociologo Jean Baudrillard, e quindi per mera deformazione professionale. Poi ho letto Tommyknockers e L’acchiappasogni di King che però è meglio se ci stendiamo sopra un velo pietoso.

Insomma, non sono mai stato un lettore fi fantascienza, ma devo ammettere che la space opera mi è sempre piaciuta. Il concetto che sta alla base, più che altro. Anche se non siamo più negli anni della Guerra Fredda e il programma spaziale della NASA è ridotto all’osso, il fascino di leggere di avventure ambientate nello spazio esterno, razze aliene, coloni umani e tecnologie evolutissime esercita su di me ha sempre fatto presa.

A febbraio, mentre mi preparavo spiritualmente all’uscita di Mass Effect 3 ho deciso di comprare qualcosa di Peter F. Hamilton, autore britannico contemporaneo che scrive appunto space opera. Alla fine ho scelto Pandora’s Star, il primo volume della saga del Commonwealth, un mattoncino di 988 pagine che ho impiegato oltre sei mesi a finire.

Intanto facciamo un minimo di contesto. La Commonwealth Saga è composta da due romanzi più un prequel e si collega alla successiva Void Trilogy perché è ambientata nello stesso universo e si reincontrano alcuni dei personaggi. In sostanza i libri sono:

  1. Misspent Youth (2002, prequel)
  2. Pandora’s Star (2004, Commonwealth #1)
  3. Judas Unchained (2005, Commonwealth #2)
  4. The Dreaming Void (2008, Void #1)
  5. The Temporal Void (2009, Void #2)
  6. The Evolutionary Void (2010, Void #3)

Io ho acquistato, in uno slancio di ottimismo, sia Pandora’s star sia Judas Unchained e, come dicevo poco sopra, ci ho messo sei mesi abbondanti per finire il primo. Il motivo? Non solo la lunghezza…

La scheda del libro

Pandora’s Star (Commonwealth Saga #1) di Peter F. Hamilton
Pubblicato da Ballantine Books
Anno 2004
988 pagine
Prezzo di copertina 8.99$
Il libro su Amazon

Che cosa succede

Come ogni space opera che si rispetti, l’universo di Pandora’s Star è popolato da alieni misteriosi, colonie umane e invenzioni scientifiche rivoluzionarie. Ma andiamo con ordine. Innanzitutto il genere umano ha fatto un enorme balzo avanti grazie alla scoperta dei mass relay della tecnologia per creare i wormhole, il che ha consentito all’umanità di espandersi a macchia d’olio nella galassia e di colonizzare mondi a più non posso. Inoltre la vita umana si è potenzialmente allungata all’infinito grazie alla re-juvenation (la cui scoperta è narrata nel prequel Misspent Youth), una tecnologia che consente, in sostanza, di “stoccare” la propria memoria in una banca dati e “reinstallarla” in un nuovo corpo geneticamente modificato una volta che il vecchio ha superato una certa età. È anche possibile “resuscitare” un individuo morto semplicememnte downloadando in un nuovo corpo creato in laboratorio il file di backup contenente tutti i suoi ricordi.

La storia vera e propria, però, comincia quando l’astronomo Dudley Boose scopre che due stelle sono misteriosamente scomparse e ipotizza che siano state racchiuse all’interno di una enorme sfera di Dyson. Una spedizione guidata dal comandante Wilson Kime, membro della spedizione che ha portato l’uomo su Marte e uno dei pochi “esploratori spaziali” rimasti dopo il boom dei viaggi tramite wormhole, è incaricato dal Commonwealth di fare luce sul mistero, scoprendo che cosa è realmente successo alle due stelle, chi ha eretto la sfera di Dyson e se lo ha fatto per proteggere sé stesso da una minaccia esterna o per imprigionare una specie aliena pericolosa.

Parallelamente alla scoperta di ciò che realmente sta accadendo alla coppia di Dyson si snodano una serie di altre avventure. Pandora’s Star è un romanzo corale che conta una quintalata di personaggi principali. Notevole e importante per la trama è la vicenda di Paula Myo, investigatrice che non sbaglia un colpo, che da secoli è impegnata a contrastare il terrorista Adam Elvin, che lavora per un gruppo chiamato Guardians of Selfhood, convinto che un’entità aliena, lo Starflyer, stia controllando i vertici politici del Commonwealth. Ufficialmente lo Starflyer viene trattato alla stragua di una leggenda metropolitana, ma mano a mano Paula Myo scopre che potrebbe esserci un fondo di verità.

Inoltre c’è Ozzie Isaac, il co-creatore della tecnologia dei wormhole, che è convinto che la soluzione agli interrogativi generati dalla coppia di Dyson sia da cercare dai Silfen, una forma di alieni simili a elfi e quasi soprannaturali. Per questo parte in un lungo viaggio lungo i sentieri dei Silfen, accompaganto solo da un ragazzo di nome Orion.

Ci sono come minimo un’altra badilata di storie, ma queste tre sono le principali, e quelle che occupano più spazio.

Che cosa ne penso

Pandora’s Star è una space opera dal respiro epico. Lunga quasi mille pagine nell’edizione economica, presenta decine e decine di personaggi e si snoda in un periodo di un centinaio di anni.

Non è solo fantascienza nel senso più canonico del termine perché, oltre alla presenza di teconologie futuristiche, il libro vede anche elementi fantasy, i Silfen, e, per lo meno nella storyline di Paula Myo, anche di elementi di police procedural.

E qui veniamo subito al primo problema: nonostante una commistione di generi così variegati e un’infinità di personaggi, il romanzo sembra sempre alla ricerca di un’identità precisa che, però, fatica a trovare. La colpa risiede anche nell’eccessiva prolissità di Hamilton, che alle volte la tira un po’ troppo lunga. Ad esempio, la scena che introduce Justine Burnelli la vede impegnata in una discesa in aliante, che ha zero rilenvanza sulla trama ed è utile solo per “stabilire il personaggio”, per un totale di dieci e passa pagine, o ancora, le infinite peregrinazioni di Ozzie e Orion che, per più di metà libro, non fanno altro che camminare, camminare e camminare. Capisco che siano magari scene necessarie per lo sviluppo futuro della storia, ma sono davvero sbilanciate quando, dall’altra parte dell’universo, si sta verificando l’incontro con una civiltà aliena forse aggressiva o un complotto internazionaleplanetario di dimensioni e portata sconvolgenti.

Inoltre i personaggi sono davvero troppi, e a volte si fa fatica a tracciare chi è chi e chi fa cosa.

Ok, visti i miei gusti letterari, suona un po’ un controsenso…

Ma per affrontare il vero motivo per cui questo tomone di epica fantascienza mi ha lasciato, alla fin fine, quasi del tutto indifferente, occorre fare una piccola digressione.

Battlestar Galactica, la serie reimmaginata del 2004, è una delle mie serie tv preferite di sempre. Nonostante si perda un po’ in chiacchiere teologo-metafisiche, BSG è per la maggior parte un’avventura epica per la salvezza della razza umana, con personaggi profondi e a tuttotondo, un’efficacissima resa della tensione narrativa e del conflitto e scene memorabili a ogni episodio.

And also, boobies

Per chi non lo sapesse, BSG narra le vicende della Galactica che guida una flotta di sopravvissuti della razza umana all’attacco dei Cylon, robottoni sintetici creati dall’uomo e che in seguito si sono evoluti e ribellati. Caratteristica fondamentale dei Cylon è che, in quanto macchine, non possono morire: anche quando il loro corpo fisico viene distrutto, la loro coscienza può essere trasferita in un nuovo corpo, di fatto rendendoli immortali. Suona già una campanella?

Funziona alla grande dal punto di vista del conflitto perché i Cylon sono parecchio determinati a distruggere la razza umana e quindi il fatto che si reincarnino li rende gli antagonisti perfetti, perché sono in una posizione di grande vantaggio rispetto agli umani, i protagonisti per cui lo spettatore è portato a tifare.

Non a caso, uno degli episodi migliori di Battlestar Galactica – tre episodi, a onor del vero – è quello in cui gli umani distruggono la Resurrection, la nave Cylon in cui sono immagazzinate le coscienze dei Cylon, rendendoli di fatto mortali e quindi vulnerabili.

Nell’universo di Hamilton, invece, accade l’opposto.

Abbiamo una società in cui la scienza ha sconfitto la morte, il che teoricamente è fantastico perché apre a svariate situazioni che il sociologo che è in me trova molto interessanti. Ma nel momento in cui si inserisce l’elemento del conflitto, in questo caso una guerra tra razze aliene, essere virtualmente immortali è come usare la godmode in un videogame. Non intendo dire che è scorretto, ma di sicuro non è altrettanto interessante. Il conflitto non è molto interessante quando una delle due parti è immortale, o meglio, non lo è quando a essere immortale è la parte per cui si suppone il lettore debba tifare.

In Battlestar Galactica l’immortalità dei Cylon funzionava magnificamente come elemento di conflitto perché non solo i Cylon sembravano essere sempre un passo davanti agli umani, ma anche perché la loro immortalità li rendeva dei nemici difficilissimi da sconfiggere.

Il conflitto funziona meglio quando la parte per cui si suppone che il lettore/lo spettatore tifi è in posizione di perenne svantaggio e lotta contro un antagonista molto più potente. In Pandora’s Star, invece, l’unico vantaggio che gli alieni di Dyson hanno è l’effetto sorpresa e, sostanzialmente, che gli umani sono un mucchio di stupidi burocrati. Ma l’ansia che deriva da uno scontro con una forza estremamente più potente non si sente mai, proprio perché è il genere umano a essere avvantaggiato nel conflitto. Per fare un paio di esempi, la parte centrale del romanzo, alla fine del primo atto (essendo la saga del Commonwealth composta da due volumi, la struttura narrativa classica in tre atti sembra essere divisa di modo che ad ogni volume corrisponda un atto e mezzo), riguarda la nave guidata da Kime che finalmente raggiunge la coppia di Dyson e ha un primo contatto con gli aliemi. Ovviamente gli alieni si rivelano ostili e Kime perde due uomini, uno dei quali proprio Dudley Bose, che vengono catturati dalla forza aliena. Ora, questo escamotage è importante perché dà modo a MorningLightMountain, l’alieno, di estrapolare dai due prigionieri le conoscenze di base riguardo la società umana, che poi gli saranno utili una volta che attaccherà il Commonwealth. Era un punto della trama che doveva esserci, insomma. Il problema però è che Hamilton spende parecchia energia per tratteggiarlo come un momento drammatico di conflitto: per la prima volta l’antagonista si palesa nelle sue intenzioni e colpisce il protagonista. Solo che non è così, perché Dudley Bose e l’altra astronauta catturata con lui sono immortali, e difatti, una volta uccisi, vengono fatti rivivere e li reincontriamo pochi capitoli dopo. Capite che questo smorza di parecchio la tensione. Lo stesso dicasi per le scene degli attacchi, nel finale. Ok, è drammatico e concitato, ma alla fine della fiera nessuna di quelle persone è veramente morta, e quindi perché dovrei essere in ansia per il genere umano, visto che è chiaramente overpowered?

In sostanza, apprezzo l’idea di una società in cui la morte è stata sconfitta e tutte le implicazioni che ciò porta con sé, però da un punto di vista narrativo non posso fare a meno di notare che quest’idea ammazza il conflitto. E un libro di mille pagine senza un vero e proprio conflitto è solo un fermaporte. Diverso sarebbe stato, ad esempio, se MorningLighiMountain, in possesso delle conoscenze di Dudley Bose, avesse deciso che lanciare un attacco in grande scala contro il genere umano sarebbe stato inutile se prima non avesse distrutto le banche dati che ospitano i file di backup necessari per le procedure di re-life. In questo modo, il genere umano si sarebbe trovato di punto in bianco impotente contro un nemico, questa voltà dì, estremamente più forte. Purtroppo così non è stato, e la storia ne ha risentito.

In conclusione

Perché ci ho impiegato sei mesi a finire questo romanzo? Un po’ perché dopo la delusione che è stata Mass Effect 3 la fantascienza mi è scesa un pochetto, ma soprattutto perché, per la sua mole, Pandora’s Star presenta un paio di difetti che me l’hanno reso una lettura non facile. Primo su tutti la presenza di un conflitto che vede l’equilibrio dei poteri troppo sbilanciato in favore dei protagonisti, il che rende il tutto poco interessante da leggere. Poi c’è lo stile di Hamilton, semplice e lineare quanto volete, ma troppo fissato su dettagli non fondamentali che annacquano la storia. Taglia, Peter, taglia.

Ciò detto, l’idea che sta alla base di Pandora’s Star, per quanto classica, è trattata con la dovuta cura, e la società ipertecnologica in cui il Commonwealth vive e cresce è senza dubbio interessante. Non priva di difetti narrativi, ma comunque interessante. Alcuni personaggi sono ben riusciti, altri non si discostano molto dallo stereotipo, altri ancora sono mere sagome di cartone. È interessante la resa della parte meno “scientifica” del romanzo, quella che sconfina nel fantasy, ma il tutto risulta annacquato da uno stile troppo prolisso.

L’idea generale, però, resta quella che Hamilton abbia scelto di non correre troppi rischi, andando sul sicuro con una storia d’impianto classico e non azzardandosi a spingersi verso l’ignoto, in più cannando magistralmente il bilanciamento del conflitto.

Voto finale