Ho recentemente letto Mondi in divenire, una raccolta di racconti di Andrea Zanotti, e non mi è piaciuta per niente per una serie di motivi.

Non sono un fan delle recensioni-autopsia (sono lunghe da scrivere e sa dio se ho voglia e tempo di mettermi lì a sviscerare un testo che non mi è piaciuto per convincere qualcuno), ma visto che di recente mi è stato detto che le mie recensioni negative sono negative perché SONOSOLOINVIDIOSO™, ho deciso di specificare per filo e per segno che cosa c’è che non va nella presente raccolta di racconti. Per dimostrare cosa? Niente, in effetti – ho sempre detto che le mie recensioni sono opinioni e, in quanto tali, insindacabili – ma visto che in questo caso è stato l’autore a chiedermi di recensire qualcosa che non mi è piaciuta, un po’ di spiegazioni in più suonano d’obbligo (ma non abituatevici, è solo una particolare concorrenza d’eventi, non ho intenzione di fare ulteriori autopsie letterarie).

La recensione che segue, quindi, farà parecchio le pulci, per lo meno, parecchio per i miei standard. Se non siete amanti di questo genere di reccy, saltate subito alla parte finale. Also, spoiler. Poi non dite che non ve l’avevo detto.

La scheda del libro

Mondi in divenire di Andrea Zanotti
Autopubblicato
Anno 2012
123 pagine
Prezzo 0,99€
Il libro su Bookrepublic

La prima parte della raccolta è intitolata “Sezione infiniti mondi – fantasy” e racchiude… wait for it… racconti fantasy!

IL TRAGHETTATORE DEI MONDI è il primo racconto, quello che di fatto presenta l’antologia al lettore, ed è irrilevante, confuso, pomposo e banaluccio. Di certo non una partenza col botto. Vediamo perché.

Il rollio della nave mi infastidisce.
Sono settimane che navighiamo e non si vedono più lembi di terra in nessuna direzione. Solo infinite distese d’acqua il cui colore nero denota una profondità abissale, inquietante. Noi della Centuria non siamo gente di mare, eppure sulla nave di cristallo siamo tranquilli.
Le parole del Templare ci hanno rassicurato: «È opera del Dio Bianco, non può affondare!»
Da ore Enoc, il Templare che ci accompagnerà nella missione, e i suoi confratelli, stanno celebrando un rito in onore del loro Dio.
L’ennesimo.

Ok, cominciamo col dire che l’incipit non mi dispiace. Parte in medias res senza dare spiegazioni su cosa sia la Centuria o il Dio Bianco – qualcosa che il protagonista, ossia la voce narrante, non ha bisogno di spiegare a sé stesso, perché ovviamente è già una sua conoscenza pregressa.

Non mi garba, viceversa, la frase esclamativa, perché pone un’enfasi non necessaria. Così com’è messa, l’immagine che contribuisce a creare nella mia testa è quella di un templare (Alistair di Dragon Age: Origins dopo la quest al Circolo dei Maghi, ovviamente) che mi guarda con occhi invasati e mi strilla: «È OPERA DEL DIO BIANCO!!!!!!! NON PUÒ AFFONDARE!!!!!». Ok, forse così è un po’ troppo enfatica, ma in quella frase, comunque non ci andava l’esclamativa. Ci marcio sopra perché è una cosa che si ripete nel corso di tutto il libro, ed è parecchio fastidiosa, così è meglio levarsi ora il sassolino dalla scarpa. Gente, riducete le esclamative al minimo indispensabile, la vita non è il gioco dei Pokémon per Game Boy.

Inoltre c’è una virgola tra soggetto e verbo. Se proprio si vogliono scrivere frasi con settordicimila subordinate, almeno non perdiamo di vista dove sta la principale, ok?

Dunque, la trama è quanto segue: il protagonista e la sua compagnia, la Centuria, di non ho capito bene se mercenari, delinquenti, gruppo paramilitare o “insieme generico di personaggi che l’autore si è inventato dopo una sessione di D&D di troppo” (sul serio, Dungeons & Dragons ha fatto più danni al fantasy di quanti ne abbia fatti il baby boom del 2005-2010), sono al soldo di questi templari e stanno raggiungendo via mare il punto d’incontro con un non meglio definito traghettatore dei mondi, che a sua volta li porterà da qualche parte di non meglio definito. Sì, il traghettatore dei mondi. Con un nome così, ho il forte sospetto che la meta misteriosa sia Ibiza.

In seguito facciamo conoscenza con la compagnia. “Conoscenza” è un termine un po’ vago perché, in realtà, nessun personaggio è più di un abbozzo. Ci sono Jitara e Leila, due assassine definite dal loro essere lesbiche, e Deifobo, definito dal fatto di essere il membro di una banda di delinquenti che oggettivizza le donne salvo poi finire comicamente vittima del suo stesso comportamento. L’originalità.

E questo è molto importante perché, in seguito, c’è una scena in cui i membri della Centuria si ritrovano ad affrontare le loro paure ataviche.

«Saranno qui a momenti, stringetevi a me!» urla il Templare. Rok sembra riaversi. «Chi sta arrivando?»
Prima che quello possa articolare una risposta, sono qui. Enoc brandisce la sua spada disegnando un arco al suolo. Una luce fuoriesce dal ventre della terra, andando a frapporsi fra noi e gli incubi.
Non serve più che ci illumini con le sue sagge profezie, tutti ci rendiamo conto di cosa ci è piombato addosso: gli spettri delle nostre peggiori paure.

Il punto è che quando i coprotagonisti non hanno spessore o personalità, non si crea un legame con il lettore e quindi al sopracitato lettore non frega niente del loro destino. Leila per me non è niente, quindi quando viene impalata la mia reazione è più o meno un sonoro ‘sticazzi.

Capisco che le regole del racconto impongano una restrizione degli spazi, ma allora l’autore deve fare a meno di creare il dramma a partire da personaggi che non hanno caratterizzazione psicologica e nei quali, a causa di ciò, il lettore non ha alcun investimento emotivo.

Poi abbiamo un altro enorme problema, che forse avete già riscontrato nei due branetti.

Sfioro il confine e in quell’istante il volto del pargolo si deforma: zanne esplodono dalla bocca, mentre questa si espande andando a occupare buona parte del volto del piccolo. Si scaglia contro la barriera con foga belluina, emettendo mugghii spaventosi. Balzo indietro sgomento, il cuore che mi batte all’impazzata.

Il tono è inutilmente pomposo, che è del tutto fuori luogo nel momento in cui la voce narrante è un delinquente magari anche di bassa levatura sociale. Sarebbe stato lecito aspettarsi un lessico colloquiale – anche se, va detto, un’aggettivazione un po’ più impegnata contribuisce a rendere meglio l’ambientazione. Io personalmente sono Team-Lessico-Semplice-E-Lineare, ma poi ognuno è libero di fare come gli pare.

Ma, seriamente, cazzo sono i mugghii spaventosi?

Poi abbiamo il finale che è esattamente quello che era lecito aspettarsi da un racconto titolato in quel modo. La mia unica reazione una volta finita la storia è stata un sonoro: «Embè?»

Il racconto in questione non ha personalità perché i personaggi che lo popolano ne sono privi, non esiste attaccamento emotivo e quindi il loro fato è per il lettore di poca importanza. A peggiorare la situazione abbiamo anche un tono inutilmente pomposo, macchiato qua e là da un po’ troppe incertezze stilistiche e orrori di sintassi, e una trama tutto sommato scontata e priva di sorprese.

Si prosegue con RIVOLTA, che è una sorta di prequel alla saga di Corvo Rosso, che mi pare di aver capito sia il principale lavoro dell’autore. Il primo volume, Forze ancestrali, è disponibile in download gratuito (purtroppo solo nell’esecrabile formato pidieffe) sul sito dell’autore.

Il racconto in questione è, se possibile, addirittura peggio del precedente. Sembra uno di quei prologhi da romanzo fantasy: non si capisce niente e si preferirebbe passare in fretta a qualcosa di più succoso.

Il Mago, figlio mezzosangue del Dio Ohlmet, osservava l’afflusso continuo delle anime. Spiriti che avrebbero suscitato il rispetto, e forse l’ammirazione, di tutti i mortali. Sciamani, druidi e sacerdotesse si accompagnavano a demiurghi, sapienti, aeromanti e aeromastri. Fra loro c’erano anche cerusici, stregoni, veggenti e incantatori. Non mancavano negromanti e divinatori.
Personaggi di spicco, carismatici, dotati di sensibilità e poteri superiori alla media.
Il Semidio li osservava sciamare ordinatamente all’interno del recinto sacro da lui predisposto, nel cuore del bastione.

Questo è l’incipit. No, sul serio, che accipigna sta succedendo? Va bene partire in medias res quando si parla di qualcosa riguardo cui il lettore può raccapezzarsi e fare da solo due più due, ma così è un po’ troppo. Dove ci troviamo? Cosa sta succedendo? E, soprattutto: che cazzo è un cerusico?

Quello che ho capito è che c’è una specie di incontro tra questo semidio-barra-mago e una serie di spiriti dotati di grandi poteri magici, c’è un rito da eseguire e devono fare in fretta perché c’è una sorta di assedio. Non lo so, forse è più chiaro per chi ha letto Forze ancestrali – o se si sta nella testa dell’autore – ma per chi, come me, non l’ha fatto né ha intenzione di farlo, non c’è veramente alcun indizio riguardo a cosa stia succedendo.

Il mezzo-dio iniziò a cantilenare una litania che avrebbe dovuto smuovere le creature degli abissi del Tartaro. Aveva bisogno di loro per forzare la guardia degli Antichi e distrarli il tempo necessario a far progredire il rito.
I maestri lì riuniti seguirono le istruzioni come discepoli modello. Le loro voci si unirono a formare un cantico blasfemo e proibito, le cui note non erano mai state composte in millenni di esistenza.
Non appena proferirono le prime frasi, dai loro occhi iniziò a sgorgare sangue. I rivoletti colavano prima sul volto, per poi percorrere l’intera loro figura, andando a depositarsi nei solchi aperti sul nudo pavimento di pietra. Da qui proseguivano irruenti verso il Mago.

Ha chiamato GL, ha detto che rivuole la sua aggettivazione strabordante. Sul serio, il racconto è tutto così, se non peggio.

Inoltra tantissimo è raccontato e pochissimo è mostrato. Ad esempio qui:

Assorbite le ultime stille di sangue, il Mago generò dal nulla i quattro elementi: Aria, Acqua, Terra e Fuoco iniziarono a vorticare fra le sue mani, parodiando uno spettacolo da guitto. A questi, mano a mano che la rotazione aumentava di velocità, si andò ad unire una quinta sostanza: un vortice filamentoso e oscuro che avviluppò gli elementi della natura, generando qualcosa di nuovo. Un ampio sorriso affiorò sulle labbra del Mago: stringeva fra le mani l’embrione della sua più grande creazione. Secoli di ricerche nei meandri tenebrosi dello scibile, dove nessuno aveva mai azzardato a inoltrarsi, sarebbero presto stati ripagati. Le sofferenze indicibili cui si era sottoposto, le rinunce folli cui aveva dovuto acconsentire… ora avrebbe riscosso quanto gli spettava di diritto!

Il mago dice che l’incantesimo che ha appena compiuto è qualcosa di straordinario, e che erano addirittura secoli che ci tentava. Il brano dovrebbe trasmettere qualcosa, non dico soddisfazione, ma per lo meno il senso della grandiosità di quello che sta avvenendo, e invece no, perché i secoli di ricerche sono qualcosa che il lettore è costretto a prendere come un dato di fatto. Diverso sarebbe stato mostrare le sofferenze e le folli rinunce per permettere al lettore di entrare in sintonia con il protagonista. Invece no. E l’esclamativa finale così tanto per.

Insomma, anche questo racconto non mi è piaciuto. La prosa è troppo pomposa e distaccata per riuscire a coinvolgere il lettore, succedono ottomila cose ma sono tutte raccontate e non mostrate, aumentando la distanza tra gli eventi descritti nel testo e chi sta leggendo, la storia in sé non va da nessuna parte e, ancora una volta, il protagonista non coinvolge neanche per un secondo, perché lo stile è troppo distaccato e tutto ciò che il mago fa “piove” addosso al lettore come un dato di fatto da prendere senza obiezioni o coinvolgimento emotivo.

Segue AGONIA, che, come i precedenti, è un cumulo di «Embè?». Sembra più un esercizio di stile che un racconto vero e proprio, e a dirla tutta come esercizio di stile non è neanche ben riuscito.

Il racconto parte così:

La sua colpa era stata veramente così grave?

Una frase messa in corsivo in questo modo di convenzione indica un pensiero, con il corsivo che sostituisce le virgolette (è pratica comune, ad esempio, nei romanzi di Stephen King, di George R.R. Martin e moltissimi altri), però la frase è in terza persona, “la sua colpa” e non “la mia”, quindi non è un pensiero. O si tratta di un modo innovativo per porre enfasi sulla condizione di disperazione del protagonista, o è un errore stilistico – e io propendo per la seconda ipotesi.

Il protagonista senza nome è prigioniero, in una situazione che ricorda Il pozzo e il pendolo di Poe, ma con un’aggiunta di “creature” – insetti? – che gli divorano le membra. Il prigioniero non riesce più a sostenere la prigionia e decide di uccidersi, ma i suoi carcerieri intervengono:

«Il bastardo ci ha provato ancora. Povero stolto, i chierici ti rimetteranno in sesto e ritornerai qui dentro ancor prima di aver assaporato l’aria pulita. Devi scontare tutta la tua pena!» Disse aspramente il carceriere.
«Pensavi veramente di poter mancare di rispetto al Re senza subirne le conseguenze? Non inchinarsi innanzi al proprio Sovrano? Maledirai il tuo orgoglio!» Lo accusò con disprezzo l’altro, sollevandolo e portandolo da coloro che lo avrebbero curato, strappandolo dall’abbraccio salvifico della morte.

E poi basta, finisce così. Come dicevo prima, esercizio di stile.

Sì, beh, lo stile. Abbiamo ancora gli aggettivi sbrodolanti che ci hanno accompagnato sin dall’inizio della raccolta:

Una luce nefasta filtrava stancamente dal piccolo abbaino che costituiva il suo unico contatto con l’esterno. Il disco della luna pareva schernirlo, facendo capolino da grasse nubi temporalesche.
Assimilò quel terrore ingiustificato, trasformandolo in sublime aspettativa, in puerile speranza: il suo carnefice era giunto e con lui la fine della sofferenza.

In aggiunta, forse lo avete notato nel brano precedente, c’è il verbo fraseologico del discorso diretto che è in maiuscolo, come se fosse un’altra cosa rispetto alla frase tra virgolette. È brutto, molto brutto, ma in realtà non è sbagliato. Di sbagliato c’è che questo modo di gestire il discorso diretto non è lo stesso che è stato usato, ad esempio, nel primo racconto (andate a rivedere i quotes più sopra) e continua ad altalenare nel corso dell’intera raccolta. Questa è sciatteria, significa che chi ha messo insieme l’antologia non si è preso la briga di rileggere il prodotto finito per vedere se le norme sintattiche erano coerenti all’interno del testo.

Passiamo a QUATTRO QUARTI, il racconto più complesso e corposo della raccolta. Una complessità che, contrariamente a quanto mi augurassi, non si è concretizzata in una storia più coerente o di piacevole lettura.

La prima parte della storia, ambientata nel Quarto dell’Aria, vede protagonista l’aeromante Remiel, intenta a sopprimere un’insurrezione nelle baronie che si suppone fomentata dai seguaci del Quarto della Terra. Assieme a lei c’è Falco, warrior livello 85 veterano di mille battaglie.

Toh, altra roba raccontata anziché mostrata:

Purtroppo per lui presentava evidenti limiti nella sfera nonordinaria. Non era mai stato in grado di apprendere e applicare le arcane leggi che consentivano agli iniziati di entrare in contatto con gli altri Mondi. Questo sua lacuna gli aveva precluso una carriera nell’esercito che sarebbe stata altrimenti ben più brillante. Remiel era comunque soddisfatta di averlo al suo fianco anche in questa missione. La sua rude pragmaticità le era sempre tornata comoda, e le concedeva di concentrarsi maggiormente sulla sua arte: l’Aeromanzia.

Tra parentesi, l’aeromanzia è una figata che non sapevo nemmeno esistesse prima di leggere questa antologia. Limite mio. I pochi paragrafi in cui quest’arte divinatoria viene utilizzata da Remiel, però, presentano due o tre brutture che mi hanno fatto storcere il naso:

Una leggera brezza iniziava a spirare, portando con sé informazioni preziose.
Remiel non perse l’occasione di coglierle. La sua arte le permetteva di interpretare le parole del vento. Il sibilo delle masse d’aria in movimento non preannunciava nulla di buono. Parlava di massacri, di sacrifici umani, di innocenti immolati a entità indegne.
Falco notò l’espressione dell’Aeromastra e volle sapere cosa avesse percepito.
«Che vi succede, mia Signora?»
Remiel, intenta com’era a fiutare l’aria e a decodificarne i significati, si era allontanata dalla realtà circostante.
«Non lo so ancora con certezza, Falco, ma è meglio procedere con cautela. Invia degli uomini in avanscoperta.»
«Certo, Signora.» Rispose prontamente il veterano, abbaiando ordini a un paio di soldati che lo affiancavano.

Nel secondo paragrafo c’è un pochino di roba mostrata anziché raccontata, ma in realtà mi sta anche bene – sarebbe stato meglio qualcosa di più vivido di un “massacri, sacrifici umani e innocenti immolati”, ma, insomma, era quello che c’era da aspettarsi, dilungarsi in descrizioni in questo caso non è fondamentale. I problemi sorgono, invece, nel pezzo successivo. Non solo il POV fa un breve saltino all’interno di Falco, ma soprattutto la frase “volle sapere cosa avesse percepito” è del tutto inutile e ripetitivo alla luce di ciò che viene dopo, ossia Falco che chiede informazioni in proposito. (Giosualdo andò dal salumiere per comprare due etti di coppa e uno salame: «Buongiorno, vorrei comprare due etti di coppa e uno di salame».) Meglio sarebbe stato tagliare tutto e ridurre la frase a un: Falco si accigliò. «Che cosa vi succede, mia signora?».

Poi abbiamo quel “rispose il veterano abbaiando ordini”. Che è fisicamente impossibile. Provateci. Il fatto è che il verbo al gerundio indica contemporaneità, mentre dal contesto (e dall’uso della logica) si intuisce che le due azioni, quella di rispondere e quella di reagire abbaiando ordini, non sono contemporanee ma consequenziali. Era un errore che andava corretto in fase di editing, assieme a molti altri. Ma del resto il rischio con gli autopubblicati è sempre quello.

Remiel viene contattata da un entità soprannaturale e scopre che ciò che sta accadendo nel Quarto dell’Aria è causato da un dio/demone/whatever di nome Negrar, mentre Falco e il resto degli uomini devono proteggerla mentre è in trance. Suona come una quest di un generico RPG, ma in realtà l’esecuzione non mi è dispiaciuta. E poi la storia finisce, ma non prima che Remiel trovi una bacchetta da rabdomante.

Passiamo al Quarto della Terra, dove un geomastro di nome Sariel si è infiltrato nella città di Kash per spiare gli adepti di Marduk, l’Unico Dio per volere del re Dorik.

Sariel deve avere una bella storia alle spalle, peccato che tutto ciò che ci viene raccontato (e, sì, non mostrato, tanto per cambiare) è questo:

Aveva predicato con loro, aveva celebrato riti sacri e quando non aveva potuto evitarlo, aveva purificato eretici che si ostinavano a concedere la loro fedeltà a Re Dorik. Era stato proprio quest’ultimo a dirgli che il suo fine veniva prima di qualsiasi dettame della sua coscienza.
Così Sariel si era conquistato la fiducia di quei pazzi invasati, rinunciando al rispetto verso sé stesso e forse alla sua anima.

Ancora una volta, un elemento che potrebbe essere fondamentale per la caratterizzazione del personaggio viene buttato in faccia al lettore, che è costretto a prenderlo così come viene. Un’occasione perfetta per permettere al lettore e al protagonista di entrare in sintonia buttata nel cesso.

Sariel sta discutendo di teologia con gli altri tre sapienti che, assieme a lui, detengono il potere temporale.

Il vecchio barbuto e dal volto incartapecorito, argomentava l’impossibilità da parte del Dio Unico di governare a suo piacimento il Fato. Quest’affermazione non era condivisa dagli altri due chierici, che formavano con Sariel il quartetto che in concreto aveva assunto il comando della Baronia.
L’anziano Matuzay, sostenitore di quell’audace tesi, era venerato dalla gente, da lui stessa definita Popolo Eletto, come l’unico portavoce di Marduk.
«Se quello che dici corrispondesse al vero, allora Marduk non potrebbe essere definito né onnisciente, né onnipotente.» Lo accusò uno dei chierici.
…naturale che sia così, altrimenti perché sarebbe chiuso in una prigione di cristallo? Pensò fra sé il vecchio, rammaricato.
«Non voglio ascoltare simili bestemmie in questo consesso!» lo ammonì il vegliardo che era il solo a possedere la visione globale della questione. Il solo a sapere chi in realtà fosse il Dio Unico.
«È una Sua scelta ben precisa quella di non governare il Fato, di lasciarsi stupire, di far sì che accadimenti imprevisti possano arricchire la Sua esistenza eterna!» Mentì concitato Matuzay, ben sapendo quanto invece il suo padrone bramasse quel potere totale
che gli avrebbe concesso di avere l’universo alla sua mercé.

Cosa c’è che non va in questo branetto? Tralasciamo che il lessico è inutilmente pomposo, tralasciamo che nessuno parla così nella vita vera, tralasciamo anche che nell’ultimo paragrafo il POV lascia Sariel e si sposta all’interno di Matuzay. Il vero problema – e indice di una pigrizia sconcertante – è che lo spostamento del punto di vista è uno stratagemma per mettere il lettore al corrente non solo che Matuzay è l’antagonista, ma anche e soprattutto di quali sono le sue motivazioni. Va bene che lo spazio è limitato, ma ci sono altri diecimila modi per dare al lettore le stesse informazioni senza servirsi di un trucchetto atroce come questo.

Grazie a Mr. Exposition veniamo a sapere che il piano di Marduk è di inviare i suoi quattro discepoli nei quattro quarti per convertire le popolazioni alla fede nell’unico dio con il terrore.

Da qui arriviamo al Quarto del Fuoco, dove incontriamo Uriel Septim, piromante incaricato di fermare la furia distruttrice di Nehrer, emissario di Marduk. Quindi il punto focale del capitoletto è lo scontro tra Uriel e il demone del fuoco, giusto? Ebbene, ecco come ce lo racconta l’autore.

La battaglia titanica che ne scaturì fu capace di attirare tutti gli sguardi dei sopravvissuti del villaggio. Creature sovrannaturali si davano battaglia utilizzando le proprie malie per avere la meglio. Turbini di fiamme avvilupparono il mostro cornuto. Si dibatteva e scalciava tentando di colpire l’Elementale di Fuoco con le sue zampe belluine dotate di zoccoli massicci e affilati. Quello che appariva agli stolti come un combattimento fisico, avveniva in realtà sul piano della dimensione non-ordinaria, e ciò che osservavano era solo l’immagine riflessa in questo mondo. Uriel lo sapeva. Erano le loro menti a dare forma e corpo a quelle creature sovrannaturali, per non impazzire.
Il corpo dell’entità di fuoco da lui evocata, pur non possedendo una fisicità concreta, non era immune ai colpi di Nehrer, dotato di un’aura di potere chiaramente percepibile.
Il Piromante recitò un’antica formula, compiendo strani movimenti con il braccio e disegnando glifi dardeggianti nell’aria. La sua spada cominciò ad ardere come una fiaccola, emanando un bagliore accecante.

Che fa schifo perché di quello che, per l’appunto, dovrebbe essere l’evento fulcro, al lettore viene fornita una descrizione talmente sommaria che sembra di leggere la trascrizione di una brutta radiocronaca.

E veniamo all’ultimo quarto, il Quarto dell’Acqua, dove incontriamo Raguel, un rabdomante intento a studiare un antico testo.

A fargli da uditorio aveva evocato alcune fate d’acqua che avrebbe interpellato nel caso alcuni passi del libro gli fossero risultati oscuri o troppo ambigui.

Già, forse dovrebbero allegarne un paio pure a questo, di libro.

Nell’antico testo, Raguel trova una profezia che, tra le altre cose, avverte:

Narrano che colui che giacerà recluso potrà rialzare la testa. Si nutrirà di superbia, avarizia, ira e accidia. Questi saranno i suoi strumenti prediletti.

Però la seconda parte della terribile profezia che presagisce terrore, distruzione, morte e repliche di Pomeriggio Cinque è scritta in una lingua che solo un piromante può decifrare. Questo lo sappiamo grazie al deus ex machina:

Devi farlo tradurre a un Piromante, lui sarà in grado di farlo! Bandisci la superbia, chiedi aiuto. Cantilenava una vocina cristallina che non proveniva affatto dalle fate dell’acqua, ma sprigionata direttamente dalla sua anima.

(Tra parentesi, lo vedete ora che non si può separare la parte tra virgolette e il verbo fraseologico con un punto come è stato fatto qui sopra? Lo vedete che fa schifo? Lo vedete che non sono folle? Eh? Vedetelo, filistei!)

Ehm… Riformulo. La terribile profezia che ha sconvolto il nostro protagonista con immagini di morte imminente e che lo avverte, nel passaggio poc’anzi riportato, che il male che minaccia il mondo si nutre, tra le altre cose, della superbia umana. Il deus ex machina in persona si scomoda a dirgli che, in ottemperanza alla profezia, il protagonista deve mettere da parte la superbia e chiedere aiuto a un piromante, e Raguel cosa fa? Fuck it, I’ll be a stripper. O qualcosa del genere. Suona logico e coerente, no?

Ma veniamo all’epilogo – anche se uso questa espressione con il dovuto distacco, perché per avere un epilogo bisognerebbe avere una storia, cosa che non abbiamo. Nella prigione-fortezza di cui sono posti a guardia i quattro simpatici ragazzotti di cui sopra è rinchiuso niente meno che Marduk in persona, che ora può tornare libero perché…

Avarizia, accidia, ira e superbia erano state in grado di colmare le lacune di Marduk, concedendogli onniscienza ed onnipotenza e consentendogli di tornare libero.

In sostanza, poiché Ramiel è stata avara, Sariel accidioso, Uriel iracondo e Raguel superbo, adesso moriremo tutti. Grazie tante.

Non mi è piaciuto questo racconto, non mi è piaciuto come è strutturato e non mi è piaciuta la cornice generale della storia. L’idea delle quattro storie che si intrecciano ha un problema di fondo che poi lo accomuna a tutti gli altri racconti di questa raccolta (ma qui traspare con addirittura più evidenza): il lettore non prova niente per i personaggi. Niente. Perché tutte le occasioni che l’autore avrebbe avuto per creare un legame protagonista-lettore sono sprecate e perché la caratterizzazione è assente.

Posso leggere questo racconto da un altro punto di vista, ovvero come la versione fantasy del destino del genere umano, che è quello di soccombere a sé stesso a causa dei propri vizi, ma non voglio farlo. Perché nemmeno una ricerca dei significati allegorici può cancellare il fatto che questo racconto è solo una raccolta di quattro schegge, storielle non coinvolgenti tenute insieme con lo sputo e unite alla meglio con un epilogo assolutamente insoddisfacente.

Abbiamo poi PREVEGGENZA che chiude la parte “high fantasy” della raccolta, in cui un “selvaggio” è in fuga da dei sedicenti “dei” che altro non sono che conquistatori che hanno invaso la sua terra.

Devo dire che, una volta che non si fa caso alla prosa piena di fronzoli, rispetto agli altri racconti questo è partito un po’ meglio, riuscendo a creare un certo feeling tra protagonista e lettore. E a tutti gli effetti ha anche un buon colpo di scena alla fine.

Mi è piaciuto e ho poco da aggiungere, se non: era ora, cazzarola.

Veniamo ora ai tre racconti che compongono la sezione “moderna” della raccolta. Il primo di questi è SONICA ed è… brutto. Senza mezzi termini. Il tono sarà anche meno pomposo, ma il racconto in sé e il suo protagonista sono da accapponare la pelle.

Il mondo come noi lo conosciamo è immerso in una semioscurità perenne che tutti sembrano ignorare ma che il nostro protagonista, Ascanio detto Orso, sa di per certo essere un segnale della venuta dei cavalieri dell’apocalisse. Perché tutto il mondo è stupido tranne lui.

Orso è il protagonista più saccente, arrogante e antipatico che abbia letto da parecchio tempo a questa parte.

Orso era sceso dal bus numero 7, quello che prendeva tutte le sacrosante mattine per recarsi in ufficio, al gabbio. Ora camminava lungo le passeggiate che tagliavano perpendicolarmente la città. La sua mente era in subbuglio. Una nebbiolina fitta sovrastava i prati circostanti, mentre in cielo il sole era ancora invisibile. I suoi pensieri fluttuavano verso lidi lontani che non era in grado di riconoscere, quando si sentì urtare a una spalla.
«Giovanotto, almeno chiedere scusa!» imprecò l’anziano.
Le riflessioni che gli aggrovigliavano la mente lo lasciarono libero per un istante. Orso scrutò l’anziano.
Vide le vene pulsare irruente sotto la sottile pelle che ricopriva quel volto scheletrito. Vene blu, simili a orridi lombrichi pitturati da un moccioso in vena di scherzi.
Ipertensione galoppante, pensò senza eccessi di commiserazione.
«Mi chiami dottore, anzitutto, ed è lei che è venuto a sbattermi contro. In trentatré anni di vita non ho mai dovuto chiedere scusa a nessuno per una mia azione.» rispose deciso.

State già facendo il tifo per lui, vero?

Le folle, pur di non apparire ignoranti come in realtà erano, fingevano di comprendere e continuavano con la solita routine quotidiana fatta di sveglia all’alba, otto ore di lavoro, aperitivi serali e il meritato riposo, mai sufficiente. Non era quella semioscurità a inquietarlo, ma il fatto stesso che gli altri non le dessero peso.
Ascanio, detto Orso dagli amici, non era certo fra questi. La sua spiccata sensibilità gli faceva percepire chiaramente che qualcosa nell’equilibrio del mondo si fosse infine spezzato. Quella penombra non sarebbe regredita con il passare del tempo, ma piuttosto costituiva solo l’anticamera di una notte buia e potenzialmente infinita.

Visto? Egli SA. Ed è anche uno schifido radical-chic.

Le già granitiche convinzioni di Ascanio detto Orso si fanno se possibile ancora più certe quando si imbatte in una vecchia mendicante indiana, che gli dice:

«Ragazzo tu sei il Prescelto. Il Distruttore degli Ostacoli ha fame! Dammi qualcosa e ti dirò come sfamarlo.»

NO! NO! NO! Prescelto è una parola che non si deve MAI utilizzare in una storia del fantastico. A meno che non si voglia sovvertire lo stereotipo, ma qui, a quanto vedo, non c’è né l’intenzione né la capacità di farlo.

In seguito, Ascanio detto Orso parla con un prete. Il prete è vagamente importante nell’epilogo, ma in realtà lo menziono perché, ancora una volta, ci dà parecchie informazioni su chi, in realtà, sia il nostro protagonista.

«Tutto bene, figliolo?» chiese affabile il canuto ministro di Dio.
Orso era spaesato. Rifletteva su quanto tempo fosse passato dall’ultima volta che aveva messo piede in quel luogo. Si guardò attorno, non riconoscendone neppure la conformazione. Sicuramente avranno ristrutturato a spese della collettività tutta e non solo della comunità dei fedeli… dannati ladri.
«Che cosa cerchi nella Dimora del Signore? Vuoi confessarti, figliolo?»
«Non credo nella confessione, Padre.» rispose deciso. Il prete arretrò di un passo, quasi avesse ricevuto un pugno allo stomaco.
«Troppo comodo. Una dozzina di Ave Maria e l’anima risplende come appena sfornata? No, Padre, questa è follia!»
Lo sguardo del ministro di Dio si fece duro. «Parli per ignoranza, ragazzo.»
Orso sentiva chiaramente l’astio che quell’uomo ben pasciuto nutriva nei suoi confronti, anche se il suo tono era mellifluo, quasi paterno.

Già, che persona deprecabile il prete che prova astio nei confronti di Ascanio detto Orso. Neanche lo avesse attaccato senza motivo, come lo stupido pallone gonfiato che è.

Ok, gente, statemi a sentire. I personaggi principali dei vostri romanzi non devono essere Eroi senza macchia e senza paura. Possono essere imperfetti, anzi, è vivamente consigliato che lo siano, perché l’imperfezione li rende normali, e quindi più vicini al lettore. È anche vero che creare un personaggio non gradevole e renderlo gradevole agli occhi del pubblico non è un’impresa in cui tutti possono cimentarsi con successo. È difficile, richiede una grande abilità di caratterizzazione. Abilità che a questo punto sono convinto Andrea Zanotti ancora non possiede.

Prendiamo ad esempio Marion Crane, sia nella versione letteraria che in quella cinematografica di Psycho. Marion Crane è una ladra e ha una relazione sessuale al di fuori del matrimonio (tenete presente il periodo storico in cui la storia e il film sono usciti) eppure nel film – visto che nel romanzo la sua storia occupa più o meno due capitoli – riesce a diventare l’eroina, e nel momento in cui decide di andare a farsi la doccia, è già entrata nelle simpatie del pubblico. Perché? Caratterizzazione. Lo stesso dicasi per Charles Foster Kane di Quarto potere, per i giovani protagonisti di Attack the Block (che nella prima scena che li vede protagonisti rapinano e minacciano una donna indifesa, nientemeno). American Psycho, Il silenzio degli inncocenti, Meridiano di sangue, tutti romanzi con un protagonista non simpatico. Vogliamo parlare delle Cronache di Martin, visto che siamo comunque nel campo del fantasy? Quanti personaggi veramente senza macchia e senza paura ci sono nella folla che compone il cast della serie?

Il punto è che non simpatico non significa non sopportabile, e il protagonista di questo racconto, così come quello del successivo, che è una copia carbone di Ascanio detto Orso, è insopportabile, non invoglia a continuare la lettura perché non ha una sola qualità che possa redimerlo.

Tirò fuori il pacchetto di Chesterfield, si accese l’ultima sigaretta e si rimise in marcia.

Chesterfield. Allora devono essere quelle che rendono le persone insopportabili. Lo so perché è la stessa marca che fumo io.

Comunque, si procede sui binari prestabiliti fino al plot twist che non è né interessante né ingegnoso come quello del racconto che l’ha preceduto. E la cosa peggiore è che la vicenda di Ascanio detto Orso si conclude con queste parole:

«[…] In trentatrè anni di vita non ho mai dovuto chiedere scusa per una mia azione.» rispose deciso Orso […].

Cioè la stessa identica roba che ha detto al prete all’inizio. Il che significa che nonostante tutto quello che è successo, il personaggio non è maturato né si è sviluppato lungo un arco narrativo.

Fatemi tirare le fila. Il tema dell’antologia è il peccato e le sue conseguenze. Nelle parole dell’autore:

Cuore di ogni racconto è il peccato, inteso in ogni sua possibile sfaccettatura e la punizione che a esso viene associata, senza mai scendere in giudizi sull’equità o meno della stessa.

Ma secondo me il tema è svolto in maniera troppo sciatta e poco approfondita. In quasi ogni racconto il protagonista è un peccatore e pertanto viene punto. Non solo non c’è redenzione, ma soprattutto – cosa assai più grave – non c’è neanche la consapevolezza dell’errore. In nessun racconto il peccatore qualifica la sua azione peccaminosa come differente dal normale, per tutti sono gli altri ad essere strani. Sonica ne è un esempio perfetto.

Ancora una volta, non c’è un arco narrativo o psicologico.

RIENTRO DALLE FERIE è sostanzialmente il fratello gemello di Sonica, presenta gli stessi problemi, le stesse inconsistenze, ed è pure questo osceno.

C’è un protagonista che, dicevo, è essenzialmente lo stesso di Sonica solo con un nome diverso. Per il resto l’insopportabilità è identica. Il protagonista è appena rientrato dalle ferie e seguiamo da vicino il suo primo giorno di lavoro.

«Ciao Toni, come va?»
Come cazzo vuoi che vada? Sono tornato a lavorare, per Dio!
«Tutto bene, dai!»
Di sottecchi butto l’occhio sulla mia scrivania: un marasma di scartoffie che ha sommerso tastiera e i dieci metri quadri che compongono la mia postazione da ectoplasma in camicia e cravatta. Ghigno osservando che alcuni fogli mi sono stati gentilmente posati sulla sedia, a indicare la loro presunta importanza. Che pensiero gentile!
«Passate bene le ferie?»
Insisti ancora su questo tasto ed è la volta buona che ti defenestro. È un trattamento riservato a monarchi e regine, siine orgoglioso! Immagino che neanche cadendo dal quinto piano perderesti il tuo contegno, limitandoti a schiantarti al suolo con il minimo rumore per non dar eccessivo disturbo. Riattaccati al dannato monitor, prima che la tua mente comprenda che si può sopravvivere anche senza!
«Al mare tutto è migliore, quella sì che è vita.» sentenzio amaramente.
«Non si può essere sempre in ferie… purtroppo.» azzarda quasi timoroso, come se quell’affermazione potesse portarlo innanzi agli Inquisitori.
«Già, hai ragione, non si può.»
Perché non si può, cazzo? Ma è sempre stato così?

State già facendo il tifo per lui, eh?

La giornata si trascina lenta, sempre con il protagonista che si lamenta di qualcosa, di qualcuno, sempre supponente, sempre arrogante. È una palla mortale. E la domanda, ovviamente, è “perché sto leggendo tutto ciò? Ci sarà una qualche forma di ricompensa per la mia pazienza?” La risposta è no.

Dopo il lunghissimo resoconto di una giornata fatta di nulla e lamentele, avviene l’evento soprannaturale. Un santone che sta facendo una telepromozione si mette a parlare direttamente con il nostro amabile protagonista, che si convince di dover mondare il mondo del peccato originale e che il modo migliore per farlo è ammazzando coppiette. The end.

Questa storia è totalmente sbilanciata, si trascorre troppo tempo in compagnia di una persona insopportabile e arrogante ad ascoltare le sue lagnanze interminabili senza che nulla di rilevante succeda, e quando qualcosa finalmente succede, non solo non è appagante, ma quello che dovrebbe essere un contrappasso filtrato da humour nero suona solo stupido. E ancora una volta non c’è un arco, il protagonista stronzo è e stronzo rimane.

Chiude la raccolta IL DEMONE DELL’ORO, un western. Il che è bene, perché forse ci risparmiamo i rant del protagonista sulla tecnologia canaglia. A meno che non mi tocchi leggere qualcosa su “quei maledetti treni a vapore”.

È l’ultimo, per cui caviamocela alla svelta. Un pistolero deve uccidere l’emissario del Demone dell’Oro. Il Demone dell’Oro è esattamente quello che state pensando sia. Impalpabile.

Il pistolero non è odioso come i protagonisti dei due racconti precedenti, ma pure lui ha lo schifoso vizio di ergersi al di sopra degli altri.

Indispettita, la mignotta cercò di rifilargli una sberla, ma l’uomo le intercettò il braccio e fu svelto a mollare a sua volta un ceffone. La donna barcollò sulle gambe, riuscendo a stento a reggersi in piedi. Lacrime inviperite iniziarono a scorrerle ai lati degli occhi celesti.
Kenny aveva perso la sua espressione da sfinge.
«…non si alzano le mani su una ragazza indifesa…» azzardò alzandosi in piedi, mentre carte spiegazzate gli fuoriuscivano dalle maniche della giubba.
Moho sollevò il suo sguardo sull’uomo, cercando di capire se stesse per caso scherzando. Un miserabile baro che si ergeva a paladino di una mignotta? Entrambi servi del Demone dell’Oro, senza dubbio.
Accortosi che il damerino faceva sul serio, Moho si alzò e si portò al banco, dandogli le spalle. «Non è altro che una zoccola, non scaldarti tanto.» Non cercava grane.
Kenny parve ringalluzzito dall’apparente ritirata dello straniero, convintosi non fosse il duro che sembrava.
«Chiedile scusa, immediatamente.» pretese.

Ed è pure un ipocrita:

Il pistolero si stava voltando, pronto a dare la giusta lezione al damerino, quando lo sceriffo entrò nel locale.
Qualche cittadino troppo zelante doveva averlo avvisato della piccola baruffa.
«Che diavolo succede qui?» tuonò il rubizzo uomo di legge.
«E’ lo straniero, Doc, continua ad attaccar briga.» piagnucolò Kenny.
Lo sceriffo portò lo sguardo su Moho, scrutandolo da testa a piedi. «Non posso concedermi problemi, non questa sera. E’ vero che alloggiate al Silver River, Signore?»
Moho, parimenti non cercava rogne. «Si.»
«Sarebbe così cortese da seguirmi nel mio ufficio, così risolveremo la questione in un baleno.» Lo rassicurò lo sceriffo, con fare accomodante.
Senza opporre resistenza, il pistolero seguì l’uomo di legge.
Furono sufficienti dieci dollari a comprare il suo lasciacondotto.

Perché i dieci dollari non sono un tributo al Demone dell’Oro, quando fa comodo, eh?

Questo pezzo è anche l’incubo di ogni editor che si rispetti, è pieno di refusi. Abbiamo E con l’apostrofo in luogo di È accentate (le corregge in automatico Word, per dio, come si fa a lasciarle in un testo?), il sì affermativo che non è accentato e lo sceriffo che passa con nonchalance dal voi al lei. Inoltre sono più che convinto che “lasciacondotto” non sia una parole. E il correttore di Word è d’accordo con me.

Abbiamo anche il solito POV ballerino:

«Offrici da bere, bello, abbiamo visto che alloggi al Silver River. Sei uno con la grana.» Biascicò in tono minaccioso il gorilla che non amava apparire per quello che era, uno straccione messicano arricchitosi ripudiando i suoi natali e con essi, i suoi parenti.

E l’ennesimo modo diverso di impostare i dialoghi:

«Billy – gridò l’uomo a un fattorino – aiuta il signor Hatkinson con il suo bagaglio.»
«Non occorre – rispose il pistolero – la mia merce è troppo preziosa perché venga maneggiata da un moccioso.»

Ebbene sì, quello è un inciso. Una cosa che personalmente non vedevo dai vecchi romanzi di Agatha Christie in edizione Oscar Mondadori.

E chiudiamola qui.

In conclusione

Mondi in divenire è una brutta antologia con molto, ma molto poco di salvabile.

I racconti sono sciapi, prevedibili tranne in un solo caso, e noiosi nella stragrande maggioranza. Il tono è inutilmente pomposo, tanto da risultare ridicolo e fuori luogo in alcuni punti. Lo stile è incerto, grezzo, pieno di errori: ci sono punti di vista che si spostano, cose mostrate anziché raccontate, errori ortografici e grammaticali. La caratterizzazione è o del tutto assente o fatta nel modo sbagliato. I pochi personaggi con una personalità sono intollerabili per il semplice gusto di esserlo, e peggio ancora non maturano nel corso delle loro vicende.

Se qualcuno mi chiedesse se gli consiglio o meno questa antologia, la mia risposta sarebbe un no secco e deciso.

All’autore posso dare tre consigli. Il primo è di scrivere semplice, perché, per lo meno in letteratura, le cose semplici sono anche quelle migliori. Il che non vuol dire scrivere stupido. Il secondo consiglio, direttamente derivante dal precedente, è quello di lavorare sullo stile, smussando gli spigoli, anche per quanto riguarda il mostrare e la gestione del punto di vista. Il terzo è quello di imparare a caratterizzare fisicamente e psicologicamente un personaggio senza renderlo un essere insopportabile o una sagoma di cartone.

Voto finale