Ho sempre detto, per scherzare, che quando a scrivere è un uomo, il risultato è un romanzo premio Nobel per la letteratura, mentre quando è una donna, il risultato è un Harmony. E ultimamente ho cominciato a sospettare che non fosse solo una battuta, ma che ci fosse un fondo di verità.

L’ultima cosa che voglio è suonare come Loredana Lipperini, ma sappiate che questo è un post sul gender e la scrittura.

Sto leggendo Wild Cards, la raccolta di racconti in chiave supereroistica curata da George R.R. Martin (uno scrittore maschio, per la cronaca). Il primo racconto mi ha lasciato un po’ indifferente, ma, narrando del Wild Card Day originario, era anche fondamentale. Il secondo e il terzo erano già più creativi e interessanti. Poi ho letto le prime tre pagine del quarto racconto, ho alzato la testa dal libro e mi sono detto: “Questo è scritto da una donna”. E difatti è di Melinda M. Snodgrass, donna.

Questo ha spinto il sociologo che c’è in me a fare un po’ di analisi dei dati. Sono andato su aNobii e ho fatto un breve survey sui romanzi che ho letto nell’anno corrente. Di 42, ben 36 sono stati scritti da uomini, 5 da donne e 1 congiuntamente da un autore maschio e un’autrice femmina.

Analizzando i romanzi scritti da donne (che da ora per comodità chiameremo vaginamunite) abbiamo: I regni di Nashira – Nascita di un ribelle di Licia Troisi, 2 stelline, recensione negativa; Ethlinn, la dea nascosta di Egle Rizzo, 1 stellina, recensione negativa dei primi otto paragrafi, rant; La foresta degli amori perduti di Carrie Ryan, il peggior romanzo di zombie di sempre, 1 stellina, reccy negativa; Modelland di Tyra Banks, 1 stellina, recensione negativa. L’unica signora scrittevole a uscire a testa alta da questa ecatombe è Suzanne Collins, che con The Hunger Games si porta a casa quattro stelline, una recensione positiva e forse anche un posto tra i migliori libri letti quest’anno.

Nick and Norah’s Infinite Playlist di David Levithan e Rachel Cohn è invece il romanzo scritto a due mani. Letto a inizio anno, quando scrivere questo articolo non mi passava nemmeno per l’anticamera dell’anticamera del cervello (ho un cervello molto spazioso), volete sapere quale è stato il mio commento?

Manca quell’atmosfera quasi fiabesca delle altre storie di Levithan, che qui mi sembra si lasci inglobare un po’ troppo dallo stile della coautrice.

Il che significa che lo stile dell’autore uomo in genere mi piace e in quel romanzo era rovinato dallo stile dell’autore donna.

In linea di massima, tuttavia, i dati grezzi suggeriscono che, per lo meno per quanto mi riguarda, non solo le donne vengono lette molto meno degli uomini, ma soprattutto i romanzi scritti da mano femminile (e non intendo “romanzi rosa”, perché a ben guardare, i cinque romanzi scritti da donne non sono tipicamente femminili sulla carta, sono dei fantasy) sono in genere valutati negativamente, e quindi scritti peggio.

Preciso fin da subito che il mio campione non è affatto statistico e, non esistendo dei parametri oggettivi su cui valutare quando un romanzo è buono, i risultati di cui sopra sono ben lontani dall’essere definitivi o avere una parvenza di accettabilità scientifica.

Ma, per amore di riflessione, possiamo comunque discuterne.

È vero o non è vero che le femminucce scrivono peggio dei maschietti?

Magari la risposta sta nella prospettiva. Lo so che il più delle volte non sembra, ma sono un essere umano possessore di organi genitali maschili. E forse il problema non è che le donne scrivono peggio, ma che ciò che scrivono è meno appetibile per me di quanto non lo sia per il genere femminile.

Potrebbe darsi, invece, che le donne scrittrici inconsapevolmente aderiscano agli stereotipi del loro genere rendendo, di rimando, la loro scrittura meno appetibile per un lettore maschio?

Le differenze di genere hanno sia un’origine biologica, sia sociale. È la cultura a determinare quali caratteristiche siano considerate accettabili per una donna e quali lo siano per un uomo. Nel 1974 Sandra Bem e Janet Spencer svilupparono il Bem Sex-Role Inventory, un inventario degli item di mascolinità e femminilità. La leadership e l’individualismo sono caratteristiche maschili, l’assertività e l’empatia femminili. Si tratta di un’efficace rappresentazione del modo in cui la società, anche oggi, a quasi quarant’anni di distanza, percepisce i ruoli e le caratteristiche di genere. Fin da piccole, le bambine giocano con le bambole a fare la mamma. E se è vero che, con il passare degli anni, la demarcazione tra ruoli mascolini e ruoli femminili si sta facendo più labile (stare a casa a badare ai figli è un lavoro che richiede più energia – item mascolino – di fare sette ore in ufficio seduti davanti a un computer), certe differenze comunque permangono.

Permangono perché l’adesione a uno stereotipo – sociale, culturale, etnico o di genere – permette alla mente umana di agire per semplificazione e quindi di trovare ordine nel caos che è la vita di tutti i giorni. Viene quindi più facile per una donna, che si suppone essere empatica e assertiva, scrivere in modo empatico e assertivo? E visto che gran parte dei libri scritti da donne si rivolge a un pubblico femminile – perché chi vuoi che legga un romanzo scritto da una donna, un uomo? che cosa potrà dire una donna scrittrice che un uomo già non sappia? – si viene a formare un circolo vizioso dello stereotipo di genere in cui la donna scrittrice, già portata per conformità alla norma sociale a scrivere in un determinato modo, calchi la mano su uno stile “femminile” perché il suo mercato è composto in prevalenza da donne lettrici.

Suvvia, donna, sono quasi certo che quella sia una macchina da scrivere, non un sandwich

Questo ovviamente non vale per tutte le donne scrittrici. Ursula K. LeGuin, Octavia Butler, Jo Rowling, ad esempio, fanno eccezione, essendo da un lato appetibili a un vasto pubblico di entrambi i generi e dall’altro essendo (o essendo state, nel caso della Butler) in possesso di uno stile più maturo della media delle autrici donna in circolazione.

Il rovescio della medaglia è che, con un uomo dietro la macchina da scrivere, Twilight non sarebbe mai esistito. P.D. James, pur essendo un’aristocratica e parlamentare inglese (quindi non proprio una che fa fatica ad arrivare a fine mese), ha pubblicato le sue detective story, un genere prevalentemente maschile, utilizzando non il suo nome esteso ma solo le sue iniziali, di modo che rimanesse una sorta di mistero sul suo sesso. Allo stesso modo, un procedural di Patricia Cornwell, per quanto mi riguarda, è qualitativamente inferiore a un thriller di Jeffrey Deaver o di Michael Connelly perché la Cornwell, e se avete letto i suoi obbrobri post 2000 lo sapete meglio di me, scrive di un universo vaginocentrico in cui tutte le donne sono eroine positive e gli uomini, quando va bene, degli esseri insulsi e, quando va male, degli autentici figli di puttana, in una tipica connotazione del femminismo decerebrato che ha preso piede negli ultimi anni e che è un vero e proprio insulto a quello vero, di femminismo.

Insomma, il genere conta nella vita di tutti i giorni così come nella scrittura. Non solo dal punto di vista di chi scrive – le donne in particolare, perché partono da una posizione “socialmente svantaggiata” – ma anche del pubblico che legge. E sto parlando, ed è proprio questa la cosa che fa impressione, soprattutto di lettori forti. Cioè di quelli che, si suppone, siano “più colti” rispetto alla media. Sì, perché se ci pensate, uno che legge un anno Il codice Da Vinci, l’anno dopo Uomini che odiano le donne, l’anno dopo il nuovo libro di Vespa e quello dopo ancora Cinquanta sfumature di grigio ha molte meno occasioni di lasciarsi influenzare dal sesso dell’autore che va a leggere, perché è il mercato a scegliere per lui. Il lettore forte, viceversa, deve scegliere. Io vado nella sezione fantasy alle Feltrinelli in piazza Duomo – ok, non ci vado più perché l’hanno ridotto una schifezza – e devo scegliere che cosa leggere. Da una parte ho George R.R. Martin, che in copertina ha guerrieri cazzuti con armature cazzute, dall’altra ho Licia Troisi, che in copertina ha pucciose donzelle con draghetti e amenità assortite. Indipendentemente dal fatto che comprare la Troisi significa assecondare un mercato del fantastico malato di cancro in fase terminale, ma secondo voi, i miei acquisti, in quanto lettore maschio, da quale parte saranno orientati?

E questo è più o meno tutto. Non ho una risposta alla domanda posta all’inizio, su chi scriva meglio tra uomini e donne, perché ci sono troppi fattori soggettivi da prendere in esame, assieme a quelli un pochetto più oggettivi che ho tentato di snocciolare. Accontentatevi di questa riflessione.

E adesso, sul serio, tornatevene in cucina. Quei sandwich non si preparano mica da soli.