Dall’Orlando furioso a Il conte di Montecristo, un classico della letteratura è un’opera letteraria a cui viene universalmente tributato un peso a livello culturale, e talvolta anche sociale. I classici della letteratura sono studiati a scuola, citati quali ispirazioni da autori di ogni genere e risma, discussi nei circoli letterari. Capita perfino che vengano letti, pensate.

Il discorso è che a me, personalmente, i classici della letteratura non piacciono.

Ora, non voglio dire che tutto quello che viene considerato un classico della letteratura mi faccia schifo – sarebbe un ragionamento riduttivo e poco elegante al pari di “tutte le donne guidano male” o “tutti gli extracomunitari sono criminali”. Ci sono classici che mi sono piaciuti (uno, ad esempio, è Finzioni di Borges, che è anche l’ispiratore di questa riflessione) e quelli che mi hanno fatto chiudere il libro a pagina ventidue. E, sì, sto parlando con te, Il rosso e il nero di Stendhal.

Quello che sto cercando di dire è che, proprio come per le donne incapaci di guidare, quando dico che i classici non mi piacciono, non è che questa affermazione sia vera per tutti i classici, ma per la maggior parte lo è.

Chiaramente sto parlando a livello personale. Se adorate il nulla in salsa di nulla che per me è Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen, buon per voi. Se il solo pensiero dell’Ulisse di Joyce ve lo fa venire duro, sono contento per voi (un po’ meno per i vostri partner sessuali). Ma questo è il mio articolo, sul mio blog. Non voglio convincere nessuno che questo o quell’altro grande classico della letteratura è un brutto romanzo, voglio solo spiegare perché a me non piacciono.

Principalmente per tre motivi.

1) Sono distanti dai miei gusti

Partiamo da una confessione in ambito musicale: non mi è mai piaciuto Michael Jackson. Né da vivo, né da morto. Non canticchio le sue canzoni, non tento di imparare il moonwalk, quando in Grand Theft Auto: San Andreas alla radio passava Billie Jean in genere cambiavo stazione. Così preferisco alla versione originale, la cover punk rock/nu metal di Smooth Criminal realizzata dagli Alien Ant Farm. E lo so che farsi piacere una cover è un peccato capitale (ma poi lo è davvero? come se Hurt di Johnny Cash non fosse infinitamente meglio di Hurt dei Nine Inch Nails) però sta di fatto che la versione punk rock di Smooth Criminal è più affine ai miei gusti musicali, e quindi la preferisco all’originale pop anni Ottanta.

Lo stesso discorso vale per i libri. Quando qualcuno dice che il Manzoni scrive da cani lo fa ponderando l’informazione rispetto ai propri gusti letterari, influenzati senza dubbio da il secolo trascorso dalla stesura dei Promessi sposi all’affermazione in questione. Non è che Manzoni scriva male, è che il suo modo di scrivere non è più efficace con un lettore del terzo millennio, perché i gusti in fatto di stile si sono evoluti. Ed “evoluti” non significa necessariamente “imbastarditi”, badate bene. Lo stile, come le persone, invecchia. Come un oggetto, i meccanismi che lo regolano con il passare del tempo smettono di funzionare alla perfezione. Si tratta dello stesso motivo per cui mi fa ridere chi pretende di trovare, oggigiorno, delle regole di stile universalmente accettate che vadano al di là della grammatica di base. Uno può anche mettersi lì e scrivere cinquecento manuali di istruzioni su come gestire il punto di vista, lo show don’t tell e menate varie, ma immancabilmente, tra cento anni, qualcuno dirà che le tue regole sono antiquate, e pertanto tu scrivi da cane.

Lo stile invecchia, un romanzo scritto nel 1820 per dei lettori del 1820 invecchia con esso ed è poco appetibile per me, lettore del 2012.

2) Sono considerati intoccabili

Può sembrare una motivazione cretina, ma è in realtà un corollario della precedente. Sembra quasi che sia proibito criticare (alla luce di quanto scritto più sopra) un grande classico della letteratura.

È la solita storia del significato dell’opera che, per la critica, viene prima del valore dell’opera stessa come lavoro di fiction. Ho sempre trovato Frankenstein, ovvero il Prometeo moderno di Mary Shelley di una noia monumentale, ma, accipigna, il Frankenstein di Mary Shelley è un’opera così importante che non ti può non piacere, no? È un must, un romanzo che non può mancare nelle librerie del lettore che si rispetti.

Una cosa simile mi è capitata con uno di quei romanzi che si possono definire in tutta tranquillità dei “classici moderni”, ossia Meridiano di sangue di Cormac McCarthy. Ora, io adoro tantissimo McCarthy, ma Meridiano di sangue, che pure è considerato il suo capolavoro nonché uno dei lavori più significativi della moderna letteratura statunitense assieme a Underworld di DeLillo, semplicemente non fa per me. Perché è noioso. Perché manca quella magia che ho trovato, ad esempio, in La strada (che è uno dei miei libri preferiti, per la cronaca). Eppure guai a dire che Meridiano di sangue non mi piace. È un must, un romanzo che non può mancare nella libreria. Deve piacerti.

Ecco, a me il concetto che qualcosa deve piacermi per imposizione superiore sta un po’ sul cazzo. Trovo che alcuni classici vivano di rendita, un po’ come quei politici che occupano il cadreghino da eoni e non hanno intenzione di staccarcisi.

3) Hanno creato qualcosa che altri hanno perfezionato

Terzo e ultimo punto, lasciatemelo articolare un po’ con due esempi, Uno studio in rosso di Arthur Conan Doyle e Noi di Yevgeny Zamyatin.

Uno studio in rosso è il romanzo che ha praticamente inventato la moderna detective story. Anche se il primo romanzo del genere è ritenuto La pietra di Luna di Wilkie Collins, che fu pubblicato una ventina di anni prima rispetto a quello di Doyle, e la figura di Sherlock Holmes deve molto al Dupin di Poe, è proprio grazie a Uno studio in rosso che abbiamo avuto i capolavori indiscussi del genere che sono L’assassinio di Roger Akroyd di Agatha Christie e La figlia del tempo di Josephine Tey.

Il problema è che il primo romanzo giallo è anche un pessimo romanzo giallo.

Mi spiego. La prima parte di Uno studio in rosso è più che valida. Il lettore viene introdotto dal narratore John Watson all’affascinante personaggio di Sherlock Holmes e comincia a familiarizzare con le sue peculiari capacità deduttive, si incontra in seguito un mistero e Holmes, attraverso le sue capacità analitiche, riesce a venirne a capo. Dove il romanzo naufraga è nella seconda parte, in cui viene analizzata per filo e per segno la storia dell’assassino. Quello che la Christie avrebbe condensato in uno spocchioso monologo di Poirot davanti a una stanza gremita di sospetti, qui è un lungo flashback che spezza la narrazione e occupa l’intera seconda metà del romanzo. Non so se mi spiego.

Lo stesso dicasi di Noi di Yevgeny Zamyatin, che è il romanzo che ha inaugurato il genere distopico finendo per ispirare capolavori indiscussi (ebbene sì, ancora quel termine) quali 1984 di George Orwell, Il mondo nuovo di Aldous Huxley e Antifona di Ayn Rand. In sostanza, è il nonno di Hunger Games. Ma è anche un romanzo talmente antiquato da suonare quasi ridicolo – ed è questo forse il motivo per cui i “figli” di Zamyatin sono oggi più famosi del padre.

Alcuni classici hanno sì il merito di aver creato qualcosa di nuovo, ma la realtà dei fatti è che, il più delle volte, sono altri che sono venuti dopo ad aver, per così dire, perfezionato l’arte.

Direi che delle tre ragioni che ho cercato di buttar giù, la principale, quella che per quanto mi riguarda ha più peso, è senza dubbio la prima. La terza può invece considerarsi quella più “oggettiva”, ma è sempre un aggettivo che va preso con le pinze.

Insomma, questo è quanto, i tre motivi per cui non vado matto per i classici della letteratura – oddio, in realtà è applicabile anche ad altre cose, tipo i film. Ancora una volta, non sto tentando di convincere nessuno: se amate i classici, buon per voi. Come sempre, sono solo i miei due cents.