Partiamo col dire che ho letto il libro in inglese ma sto facendo la recensione di un’edizione italiana perché sono veramente una persona orribile.

Ciò detto, c’è un intero mondo di romanzi fantasy considerati in qualche modo fondamentali e che io ancora non ho letto. The Second Apocalypse di Bakker, Ender’s Game di Card, The Black Company di Cook, Malazan, Tigana di Guy Gavriel Kay, Il libro del nuovo sole di Gene Wolfe, La ruota del tempo di Jordan e tanti, tanti altri. E in tutto questo voi mi chiedete di leggere Goodkind?

Comunque, nella lista c’era anche un piccolo mattoncino (digitale) intitolato The Name of the Wind di un certo Patrick Rothfuss. In verità è rimasto a prendere polvere metaforica nel mio ereader per parecchio, prima che mi decidessi a intraprenderne la lettura. A un certo punto ero indeciso se leggere appunto Rothfuss o il primo volume di Mistborn di Sanderson.

Poi ho visto questa foto su Wikipedia. E, mi dispiace signor Sanderson, ma non c’è stata partita.

La scheda del libro

The Name of the Wind (The Kingkiller Chronicles: Day One)
Pubblicato in Italia da Fanucci
Anno 2007
728 pagine
Prezzo di copertina (paperback) 16,90€
Il libro su Amazon

Che cosa succede

Il nome del vento è la prima parte di una trilogia che racconta le gesta dell’eroico Kvothe, famoso arcanista, guerriero e cantante, la sua ascesa alla fama e, probabilmente, la sua caduta nell’infamia.

Il romanzo si apre con un’introduzione scritta in terza persona nella quale veniamo introdotti a due personaggi, il taverniere Kote e il suo assistente Bast, che sembrano tutto fuorché straordinari. Se non fosse che uno dei clienti di Kote racconta di essere sopravvissuto per miracolo all’attacco di alcuni demoni-ragno. La sera stessa, Kote salva la vita da un attacco dei demoni-ragno a uno scriba in viaggio per i boschi di nome Chronicler (in italiano Cronista). Chronicler riconosce Kote per quello che realmente è, ossia il leggendario Kvothe e lo supplica di narragli la sua storia. Kvothe acconsente e gli concede tre giorni durante i quali racconterà gli eventi della sua vita dal suo punto di vista. Il primo romanzo della trilogia è il giorno uno del racconto di Kvothe e copre la parte della sua infanzia e prima adolescenza.

La storia di Kvothe, a questo punto narrata in prima persona, comincia con i suoi primi anni trascorsi in famiglia tra gli Edema Ruh, un gruppo di artisti viaggianti. Già subito Kvothe ci viene presentato come estremamente intelligente e dotato, tanto che, ancora bambino, riceve i primi insegnamenti di arti arcane da Abenthy, un arcanista proveniente dall’università, che lo introduce allo studio della simpatia (una forma di magia che, in maniera quasi scientifica, permette a una persona di “collegare” due oggetti insieme e modificare uno degli oggetti attraverso il legame che lo lega all’altro). Inoltre, Abenthy conosce il nome segreto del vento, che gli consente di chiamare a sé il vento e di servirsene.

La formazione di Kvothe, però, si interrompe bruscamente quando l’intera troupe di Edema Ruh viene sterminata dai Chandrian, esseri mitologici sui quali il padre di Kvothe stava componendo una canzone. Ritrovatosi solo al mondo e del tutto incapace di reagire, Kvothe trascorre i tre anni seguenti a fare il mendicante nella città di Tarbean. Questa è la parte Oliver Twist del romanzo.

In seguito al breve incontro con un cantastorie di nome Skarpi che gli racconta la storia dei Chandrian e dei loro nemici, gli Amyr, Kvothe si sveglia dallo stato semi-catatonico in cui lo aveva gettato la morte dei suoi genitori e decide che vuole saperne di più su questi mitologici Chandrian. E l’unico posto in cui farlo è l’Università.

Aiutato dalla sua astuzia e dall’abilità come attore ereditata dai genitori, Kvothe riesce non solo essere ammesso nella prestigiosa accademia di magia, ma anche a diventare ben presto lo studente più popolare della scuola. Questa, nel caso ci fossero dubbi, è la parte Harry Potter del romanzo, c’è perfino Ambrose, il Draco Malfoy di turno (solo che, a differenza di Malfoy, Ambrose non odia Kvothe perché la trama dice così, ma perché, sotto sotto, Kvothe è un’insopportabile testa di cazzo).

Segue Kvothe che riesce a cavarsi dai guai usando la sua scaltrezza, una love story, indagini sui Chandrian, un drago che mangia alberi e Kvothe che scopre grazie a un potere in lui innato il nome del vento.

Alla fine, nella taverna, dopo l’incontro con un mercenario posseduto da un demone, il racconto di Kote si interrompe con la promessa di continuare il giorno successivo (che poi sarà narrato in La paura del saggio/The Wise Man’s Fear).

Che cosa ne penso

Il nome del vento ha molti aspetti positivi e molti negativi.

Cominciamo con l’elephant in the room, la magagna che si sarà senz’altro notata anche solo leggendo il riassuntino della poco sopra. Sì, Kvothe è un Gary Stu, ma di quelli belli grossi. Non solo sa fare tutto, ma lo sa fare meglio di chiunque altro e non grazie a particolare allenamento, perché il talento sembra essere innato in lui. Inoltre, è un personaggio arrogante e supponente. Tuttavia c’è una certa grazia nel modo in cui le avventure di Kvothe sono raccontate, una cura da parte di Rothfuss che fa sì che Kvothe vada a collocarsi più tra i Gary Stu sopportabili (Harry Potter) che fra quelli indigeribili (Richard Rahl). C’è anche da dire una cosa importante al riguardo: la storia di Kvothe è narrata dallo stesso Kvothe, non da un narratore estraneo e affidabile. In tutto il romanzo Rothfuss non fa altro che parlarci del potere della narrazione sulla realtà, quindi non mi stupirei se, alla fine della fiera, si scoprisse che Kvothe è un personaggio con più difetti di quanti non emergano dal suo resoconto.

E c’è anche il fatto che Rothfuss, spesso e volentieri, non rifugge dagli stereotipi del genere. Quando si incontrano i suoi genitori e viene descritta la vita in tourné con gli Edema Ruh, ad esempio, si vede già lontano un miglio che quella serenità sarà di breve durata. Un po’ perché, d’accordo, è l’inizio, è ovvio che debba venire accesa una qualche sorta di conflitto, altrimenti non ci sarebbe una storia. Eppure, non appena i genitori di Kvothe sono comparsi in scena, io già sapevo che sarebbero morti. E va altresì apprezzato il fatto che Rothfuss non abbia fatto partire in quarta la ricerca di vendetta del protagonista, che invece si prende addirittura tre anni prima di iniziare a fare qualcosa che sia collegato allo scoprire la verità su chi ha ucciso i suoi genitori e perché.

Delle tre parti in cui è diviso il romanzo (Edema Ruh, Oliver Twist e Harry Potter), quella ambientata all’interno dell’università è senz’altro la più interessante da leggere. Un po’ perché la garystuaggine di Kvothe, pur essendo ai massimi, deve comunque confrontarsi con un’ambiente in cui, il più delle volte, non basta essere bello-bravo-intelligente-talentuoso per spuntarla, un po’ perché Kvothe comincia ad apparire un pochino più come un essere umano e un po’ meno come lo struggente orfanello di strada protagonista di romanzi d’appendice di fine Ottocento.

In ogni caso, la storia di Kvothe, anche se verso il finale comincia un po’ a trascinarsi, non è mai noiosa. In parte ciò è dovuto all’eccellente stile di Rothfuss, semplice ma non banale e ricco di metafore e similitudini molto visive. Basta leggere il primissimo capitolo per rendersi conto, del resto, che lo stile di Rothfuss è parecchie spanne sopra la media, uno stile che cerca il lirismo ma che riesce nel contempo a non risultare pedante e pretenzioso. Non è roba da poco, specialmente oggigiorno in cui il fantasy o è epico – e quindi piagato da uno stile inutilmente aulico – oppure è brutto, sporco e cattivo – e quindi infarcito di umorismo cinico che, tuttavia, in un romanzo di formazione come questo sarebbe risultato stonato e non di poco.

Insomma, è un romanzo di formazione e assolutamente non autoconclusivo, non è impegnativo da leggere, nemmeno in lingua inglese, perché la prosa di Rothfuss è chiara ma riesce comunque ad avere quel non-so-che di speciale, che la fa risaltare. Il protagonista è decisamente un Gary Stu, ma il più delle volte la cosa non è irritante. Non si tratta di sicuro di un romanzo perfetto, ma l’ho trovato un buon inizio di trilogia e penso proprio che Rothfuss una lettura se la meriti. E non solo per il cosplay da gnomo da giardino.

Voto finale