Scrivo ancora due parole sulla faccenda dell’esperimento sociale finito in fuffa e volto originariamente a scoprire qual è il vero potere di leva di un blog letterario. Il succo della questione lo trovate qui, mentre un mio pacato commento al riguardo qui.

Vorrei ora, a mente semifredda, intraprendere un discorso più ad ampio spettro, ovvero: che cosa significa essere un lit-blogger. In più mi sono rivisto di recente la prima stagione di The Newsroom, per cui sono carico.

Quando ho aperto il mio blog l’ho fatto soprattutto per spirito di imitazione. Mi piacevano un sacco i blog di Zweil, Gamberetta e del Duca, e volevo creare qualcosa del genere, un posto in cui incanalare il mio sarcasmo e la mia vis polemica. Recensire brutti fantasy è divertente, tutto sommato.

Però poi viene il momento in cui la frustrazione prende il sopravvento sul divertimento, e corrisponde all’incirca al momento in cui realizzi che lo schifo è ovunque. Non devi andare a scegliere attentamente quale libro prendere per il culo nella prossima recensione, basta che ti allunghi a caso nell’espositore della libreria e afferri il primo che ti capita. E il fantasy è un genere anche di nicchia, figuriamoci questo discorso applicato alla narrativa mainstream.

Questo, assieme a una crescente familiarità con il mercato editoriale italiano, di cui ho già ampiamente parlato.

Insomma, io assieme a molti altri blogger sono arrivato al punto in cui mi guardo intorno e mi chiedo, ma chi me lo fa fare?

La risposta per alcuni è stata “scappo all’estero”. Per altri, cosa agghiacciante, “sto bene nel mio angolino di mondo e non ho intenzione di cambiare le cose”, mediocrità allo stato puro.

Per quanto mi riguarda, sono fermamente convinto che un blogger possieda la stessa dignità di un giornalista, pur non essendo considerato tale. Ora, in un mondo ideale, un giornalista riceve il mandato di informare ed educare il suo pubblico. Thomas Jefferson, ad esempio, sosteneva che alla base di ogni democrazia ci fosse un elettorato informato.

Ma in questo caso si parla di politica, e la politica è una cosa seria. Non sto mettendo sullo stesso piano la selezione dei leader del mondo libero con l’ultimo libro della Troisi, però, ecco, il meccanismo è poi così diverso?

Una generica KikkettinaRibellina96 che, in calce a una recensione della Troisi, mi commenta “A me questo libro è piaciuto tantissimo, mi sono rivista nei personaggi e nelle loro straordinarie avventure, sono rimasta ipnotizzata dall’universo che Licia ha creato e dalla sua capacità di tenermi incollata alla pagina con un rapido susseguirsi di colpi di scena”, è realmente da biasimare?

In realtà no. Perché se è vero che l’ignoranza non è una scusante, è altresì vero che non lo è neppure lasciare consapevolmente il tuo pubblico a mantecare nella sopracitata ignoranza.

L’estate scorsa i miei capoccia a Scrittevolmente hanno chiesto a me e ad altri redattori di mettere insieme una mezza facciata su cosa significava scrivere per Scrittevolmente e quale direzione ci avrebbe aggradato il sito prendesse per il futuro prossimo. Questo è un estratto del mio elaborato:

Per ogni persona che si riesce a convincere che Fabio Volo è merda e non letteratura, per ogni persona che viene fulminata sulla via di Damasco dalla realizzazione che un lunghissimo capitolo di puro infodump non è proprio il modo migliore per aprire il proprio romanzo fantasy, la mia nicchia di mondo diventa un posto un pochino migliore.
Scrittevolmente ha un compito pedagogico, che gli piaccia o no, lo ha ricevuto nel momento stesso in cui ha deciso di essere un blog letterario, ed è quello di educare i lettori e gli aspiranti scrittori alla buona lettura e alla buona scrittura, cercando di sviluppare in loro un minimo di senso critico che, si sa mai, magari può venir comodo anche al di fuori dell’ambito letterario.

Sono passati sei mesi e il mio pensiero non è cambiato di una virgola. Sono tutt’ora convinto che anche un blog letterario, nel suo piccolo, riceva dal proprio pubblico un mandato pedagogico e che la sua responsabilità sia quella di educare i lettori.

Per questo non posso dare a KikkettinaRibellina96 dell’ignorante e lasciarla perdere. KikkettinaRibellina96, probabilmente, adora il sofisticato plotting di Licia Troisi perché il suo mondo letterario è fatto di soli Licia Troisi e cloni vari. Licia Trosi, un po’ come la Rowling, sta al fantasy come la cannabis sta alle metamfetamine. A volte ho ceduto alla facile tentazione di prendermi gioco della generica KikkettinaRibellina96 di turno e me ne scuso, perché quello che in realtà avrei dovuto fare sarebbe stato cercare di capire se questo suo amore per il pessimo fantasy era un comprensibile guilty pleasure, o celava una scarsa formazione sull’argomento.

Grazie a dio questa non è politica e cercare di far capire alla gente che il movimento cinque stronzi è una manica di idioti populisti inadatta a sedere a un’assemblea di condominio, figuriamoci in Parlamento, è molto più estenuante che educare KikkettinaRibellina96 alla buona letteratura.

Il che ci riporta, trasversalmente, allo scandaloso esperimento sociale con cui ho aperto il post. Esperimento che, apriti cielo, voleva misurare quanto effettivamente i lit-blog fossero in grado di influenzare le scelte del consumatore. E quindi quanto pesassero i sopracitati blog sul mercato editoriale.

Dal momento che è il mercato editoriale il responsabile dei libri che vengono prodotti, un per lit-blogger tentare di educare il pubblico quando il pubblico è affogato nella pessima letteratura è un po’ come combattere i mulini a vento.

Oggi come oggi il rapporto tra blog e case editrici è di tipo passivo: l’editore si crede padrone del mondo e il blog letterario è solo una vetrina in cui esporre i suoi prodotti. Il lit-blogger accetta di buon grado questa collaborazione perché gli permette a) di ricevere libri gratuitamente – che spesso sono l’unica forma di “stipendio” che viene corrisposta al blogger; b) di esporre in bella vista un banner con su scritto “Collaboriamo con la Sperindio Editore” – tranne per il fatto che non è per nulla una collaborazione.

In realtà il tipo di rapporto che mi piacerebbe vedere instaurato è più simile a quello tra i critici e le case cinematografiche. Lo so che il mercato dei film non è lo stesso di quello dei libri, ma ciò non toglie che, negli Stati Uniti, basta un pugno di recensioni negative da parte di critici autorevoli e un film floppa al box office. Bastano un pugno di recensioni entusiaste, e un film si vede nominato all’Oscar. Magari (anzi, senza magari) non sarà possibile avere un rapporto di questo genere con le case editrici, ma per lo meno sarebbe carino cominciare stando sullo stesso livello.

Da qui la necessità di sapere quanto effettivamente pesano i book blog sulle vendite di un libro, quanto è il loro potere di leva. Un esperimento che, vabbè, ormai è finito in fuffa. Sarà per un’altra volta, nel frattempo godiamoci il nuovo romanzo della Troisi.