Qualche giorno fa, Joe Abercrombie, autore della First Law Trilogy e da queste parti particolarmente apprezzato, ha pubblicato sul suo blog personale un lungo intervento intitolato “The Value of Grit”. Nel post, l’autore britannico, che in pratica è il più famoso esponente di quel fantasy che io chiamo brutto-sporco-e-cattivo, a partire da un’analisi delle critiche più comuni al fenomeno dei romanzi fantasy molto dark, cinici e violenti, offre una lista delle motivazioni per le quali la violenza e l’attenzione al macabro che contraddistingue questi stessi romanzi non sia, in realtà, solo una forma di voyeurismo messa lì per titillare il lettore.

Abercrombie individua una prima motivazione nel passaggio del fantasy tolkeniano, in cui ampia attenzione era destinata alla costruzione e descrizione del mondo, a quello incentrato sul personaggio. Narrativamente, aggiungo io, ciò corrisponde al passaggio dal narratore onnisciente al narratore a focalizzazione interna. Se l’epic fantasy parla di guerre e battaglie, è normale che abbassando il punto di vista sul personaggio, la guerra e la battaglia mostrino i loro lati meno piacevoli. Parafrasando il compagno Stalin, vedere dall’alto una battaglia è statistica, ma trovarcisi in mezzo e sentire l’odore del sangue è tutta un’altra cosa.

Seconda motivazione, nel fantasy moderno scompare la classica dicotomia tra hero e villain. Abercrombie domanda, retoricamente, quante cose negative debba fare a fin di bene un protagonista. È un’ambivalenza affrontata già nel medioevo da Machiavelli, per cui, a grandi linee, il fine giustificava i mezzi, e ripresa da molti autori di speculative fiction che hanno popolato i loro romanzi di antieroi.

Si prosegue con l’onestà narrativa. “La gente caga. La gente dice parolacce. La gente si ammala. La gente muore in maniera anticlimatica. La gente si ubriaca e si droga. La gente fa e dice cose spregevoli. La gente può comportarsi in maniera orribile,” scrive Abercrombie. E non mi sembra ci sia molto altro da aggiungere.

Quarto punto, e forse più importante, il gritty fantasy nasce come risposta all’epicità idealizzata dell’high fantasy, in cui tutto è nobile e pulito. Nel gritty fantasy, invece la vita a volte fa schifo, perché il più delle volte è logico che sia così.

Il quinto e sesto motivo sono legati al rapporto con il lettore. Intanto la modernità: il fantasy moderno viene letto nel presente e quindi il linguaggio che ha più senso utilizzare è quello del presente. Inoltre il gritty fantasy è perfetto per scioccare efficacemente il lettore e tenerlo incollato alla pagina.

Abercrombie conclude dicendo che il brutto-sporco-e-cattivo è solo un altro arnese alla portata dello scrittore per cui, fa notare, i libri che preferiscono essere puliti e virtuosi, si privano della possibilità di rappresentar una parte del mondo (contemporaneo) che in ogni caso esiste. E dei millemila modi di usare la parola fuck.

Ora, a me personalmente il discorso di Abercrombie sembra tanto figlio del suo contesto. Abercrombie sarà anche la next best thing del fantasy, ma da noi è un signor nessuno. Purtroppo.

La vera questione che io, da lettore e osservatore del mercato del fantastico italiano, mi pongo è: nel mio Paese il gritty fantasy esiste?

La risposta è: non proprio. Però servirebbe.

Del resto, da noi, la più famosa e letta scrittrice fantasy, ha ammesso di non aver mai letto le Cronache di Martin oltre a un certo punto, un po’ per la trama eccessivamente bizantina (critica che non mi sembra, in tutta onestà, così campata per aria), un po’ proprio a causa dell’eccessiva enfasi sulla violenza. Fermo restando che la Troisi può leggersi quello che le pare (ci mancherebbe), mi sembra un messaggio di una tristezza unica. Perché la Troisi non è la sola a pensarla in questo modo. E così il fantasy in Italia è bollato come un genere per bambini, ma non solo: quando un romanzo viene marketizzato come “un fantasy maturo” quel “maturo” si riferisce a un linguaggio più complesso e a una trama che si discosta appena da “eroina adolescente + love interest + spade”. Non è realmente un fantasy adulto, è solo un libro più complesso da leggere. Ad esempio Il trono delle ombre di Pagogna, che tolto lo stile (maturo e ricco quanto volete) resta un cumulo di fuffa poco interessante.

In Italia abbiamo bisogno del fantasy brutto-sporco-e-cattivo, per superare la recente definizione di fantasy uguale narrativa per ragazzini che ci viene imposta dalle case editrici. Un po’ come quando ai tempi, sulle copertine della fantacollana c’era la donnina con le tette grosse e l’abito succinto, proprio per far capire al lettore che quello che si trovava tra le mani non era un libro per bambini.

Da noi, mi direte, un vero e proprio gritty fantasy italiano non esiste perché se non sei Martin non vendi neanche mezza copia. Sì e no. Sì nel senso che è vero. No nel senso che il mercato è talmente abituato alla definizione che va per la maggiore di fantasy che qualsiasi romanzo che si discosti da essa è percepito come un rischio commerciale per la casa editrice. Ed è per questo motivo che due post fa sostenevo – a costo di beccarmi del “pretenzioso” – che ci fosse la necessità di educare il pubblico italiano e di mostrargli che, se si cerca bene, un’alternativa esiste e forse vale perfino la pena di provarla.

Note estemporanee

  • Paolo Barbieri sarebbe il disegnatore ideale di donnine poppute per gritty fantasy; nonostante alcuni lo trattino da zimbello per le copertine della Troisi, a me i suoi disegni strapiacciono.)
  • Questo mese esce, finalmente, Il richiamo delle spade, ossia l’edizione italiana di The Blade Itself. L’ho già detto cinquanta milioni di volte: è un libro che vale la pena leggere, compratelo.