È arrivato il momento di parlare di nuovo di Joe Abercrombie. Di Joe Abercrombie e del suo quarto romanzo, Best Served Cold, il primo che, pur essendo ambientato nello stesso universo e condividendone alcuni personaggi non fa parte della trilogia della First Law.

Questa recensione, notate bene, potrebbe essere composta solo da un’immagine. Questa:

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Ma poiché, dopotutto, il mio lavoro consiste nel recensire libri fantasy nella maniera più approfondita (e sarcastica) possibile, rimbocchiamoci le maniche e andiamo a vedere cosa c’è che non va in Best Served Cold.

La scheda del libro

Best Served Cold di Joe Abercrombie
Pubblicato da Gollancz, inedito in Italia
Anno 2010
664 pagine
Prezzo di copertina 8.99£
Prezzo ebook 6.49€
Il libro su Amazon, anche in formato digitale

Che cosa succede

Non bisogna essere dei geni per indovinare, anche a un’occhiata superficiale, di cosa parla Best Served Cold. La citazione completa è “Revenge is a dish best served cold” ovvero “La Viennetta vendetta è un piatto che va servito freddo” e non deriva, come abbiamo tutti erroneamente imparato da Kill Bill, da un proverbio Klingon, ma dal romanzo epistolare Le relazioni pericolose di Pierre Choderlos de Laclos. E siccome Abercrombie è un nerd delle citazioni, mi fido ciecamente di lui. A proposito, tenete in un angolino della vostra mente il riferimento a Kill Bill perché ci toccherà riprenderlo in seguito.

Quindi Best Served Cold è un romanzo che parla di vendetta.

La vendetta in questione è quella di Monzcarro Murcatto, detta Monza, mercenaria tanto faiga quanto spietata. Al picco della sua carriera come comandante delle Mille Spade, Monza inizia a essere percepita come una minaccia dal duca Orso, che decide di fare fuori sia lei che suo fratello Benna. Solo che Monza miracolosamente sopravvive e giura vendetta nei confronti di Orso e delle altre sei persone che hanno partecipato alla congiura per sbarazzarsi dei fratelli Murcatto.

Così Monza mette insieme un gruppo di anti-eroi – un avvelenatore e la sua apprendista, un veterano da tempo creduto morto, un’ex inquisitrice, un ex prigioniero, e un Northman in cerca di un nuovo inizio – ben disposti, in cambio di una cospicua ricompensa, a sporcarsi le mani e aiutarla nella sua vendetta.

Che cosa ne penso

Se non sono entrato nei dettagli della trama non è per scongiurare il rischio di spoiler. In realtà la trama stessa è la prima e più evidente debolezza del romanzo. Famoso per la sua attitudine a ribaltare i topói letterari del fantasy e non solo, qui Joe Abercrombie si adatta alla perfezione a quelli che sono gli stilemi della storia di vendetta, nel senso che, salvo i cinquecentomila tradimenti, che sono tuttavia delle diramazioni marginali del plot, la storia che Best Served Cold mette in scena si svolge esattamente come è lecito supporre. Monza subisce un torto, decide di vendicarsi, ottiene la sua vendetta. The End.

E va da sé che quando una trama è così lineare, quasi scolastica, diventa anche noiosa. Arrivato al momento in cui Monza e compagnia hanno fatto fuori il terzo nome sulla kill-list nell’elaborata scena del bordello (che vede, per la cronaca, anche la comparsata di uno dei personaggi principali della First Law), ne avevo già avuto abbastanza.

D’accordo, è il primo romanzo dopo la trilogia di debutto, e quindi il confronto rischiava già di partire impari, ma cosa è successo al Joe Abercrombie che reinventava i cliché del fantasy con cui avevo familiarizzato? Già nella recensione di Last Argument of Kings – una recensione a quattro stelle, come non sarà questa – avevo avanzato il dubbio che Abercrombie si fosse adagiato un pochino troppo sugli allori. Qui, in Best Served Cold, l’impressione è ancora più forte. Perché non solo manca il creativo capovolgimento dello stereotipo. Quello che mi ha lasciato ancora più perplesso e, in ultima analisi, ha contribuito maggiormente alla valutazione negativa del libro, è il tono cupo e miserevole della storia. Che è eccessivo e fuori posto, perfino per Abercrombie.

Recentemente, Joe Abercrombie è stato tra i protagonisti di un dibattito tra scrittori, blogger e scrittori/blogger anglofoni avente come argomento il “grimdark”, ovvero la deriva dark e spietata del fantasy moderno. Bello, vero? Mentre noi si parla dei lit-blog brutti e cattivi perché vogliono sapere se hanno o meno la capacità di influenzare gli editori, negli States e non solo parlano di cose interessanti. Ma torniamo al grimdark. Cercare di definire l’inizio del dibattito è quasi impossibile, perché è qualcosa che ciclicamente si ripropone. Ne ho parlato anch’io qualche post fa commentando proprio il post di Abercrombie sul perché scrive gritty fantasy. Se volete farvi un’idea, seguite il link al suo blog e poi da lì ai vari trackback. Oppure Google. Google è vostro amico.

Comunque sia, nel mio commento a The Value of Grit, il post di Abercrombie, mi ero detto tutto sommato concorde con le sue mi pare dieci motivazioni per cui il gritty fantasy è figo. Se avessi letto Best Served Cold, probabilmente avrei avuto da ridire. Perché quello di Best Served Cold è cinismo fine a sé stesso, e le cose fini a loro stesse a me non piacciono. Un po’ come gli stupri nei libri di Goodkind, che non mi dispiacerebbero (al di là di quanto male suona la frase messa così – chiedo perdono, non mi sovviene una perifrasi da utilizzare al suo posto) se fossero utili a uno sviluppo psicologico del personaggio (posto che, comunque, usare lo stupro come strumento di caratterizzazione per i personaggi femminili è qualcosa di non solo becero ma anche, e soprattutto, abusato – ancora una volta, scusate se il termine suona male).

La verità è che Best Served Cold, avendo una trama che non brilla per innovatività e che non definirei esattamente “un viaggio sulle montagne russe”, pone molta enfasi su toni cupi e opprimenti. I personaggi sono sempre in bilico tra l’essere miserevoli e il gratuitamente spietati, le situazioni non sono da meno e, in concordanza con tutto ciò, lo stesso dicasi con il tema generale della storia, ossia che “il sangue chiama a sé altro sangue”.

E non è tutto. Ricordate l’Abercrombie che caratterizzava le nevrosi dei suoi personaggi con una serie di frasi ricorrenti? I Why do I do this di Glokta o i Say one thing di Logen Ninefinger? Ai tempi l’ho trovato un efficace strumento di caratterizzazione, in grado di rendere il personaggio speciale, o per lo meno particolare. In Best Served Cold, invece, suona addirittura ridicolo. Se Friendly, l’ex prigioniero ossessivo compulsivo che trova ordine nel mondo grazie ai suoi dadi, non mi è in effetti dispiaciuto, lo stesso non può dirsi per il vezzo di Nicomo Cosca di ripetere “a drink, a drink, a drink” – vezzo che viene però dimenticato a partire dalla metà del libro.

Inoltre, Monza non è un personaggio così riuscito da poter sostenere sulle sue spalle un intero romanzo. È la sua estrema sgradevolezza a fregarla. E voi direte: è stata massacrata e quasi uccisa assieme al fratello/amante, perché dovrebbe saltellare per i prati intrecciando ghirlande di fiorellini? La risposta è, semplicemente, che dovrebbe risultare per lo meno simpatica perché si suppone che il lettore segua la sua vendetta.

In tanti hanno paragonato Best Served Cold a Kill Bill di Tarantino, ma questo libro non è Kill Bill (o qualsiasi film di vendetta abbia girato Tarantino dopo il 2001 – il che significa TUTTI). Né è simile ai tanto celebri quanto scioccanti rape-and-revenge d’exploitation, uno su tutti I Spit On Your Grave, dove una donzella passa la prima metà del film a essere stuprata e la seconda a lordarsi le mani del sangue dei suoi stupratori. Nelle pellicole citate, così come in Best Served Cold, il focus è su colei che cerca vendetta. La differenza sta nel fatto che la Sposa di Kill Bill o Jennifer di I Spit On Your Grave sono personaggi per i quali è facile provare empatia. Monza Murcatto no. Forse questo è proprio il punto della storia, forse Abercrombie voleva saggiare se fosse possibile scrivere una storia di vendetta avente per protagonista qualcuno di così sgradevole che il lettore sarebbe stato portato a fare il tifo per il suo fallimento. Oppure forse sono io che sto leggendo troppo nelle cose.

In conclusione

Best Served Cold è un romanzo di Joe Abercrombie che, per citare Tenger, sembra scritto dal cugino tredicenne ritardato di Joe Abercrombie, che tenta di emularne le caratteristiche trasformandole però in qualcosa di grottesco.

La storia è ripetitiva e, in ultima analisi, non così interessante. Per di più è guidata da una protagonista disprezzabile. Alcuni dei personaggi di contorno non sono male, ma ben pochi (su tutti, Nicomo Cosca) restano impressi e, anche in questo caso, non sono memorabili come quelli della trilogia precedente. C’è poi un’atmosfera opprimente di miseria non solo fisica ma soprattutto umana che appesantisce la lettura fino quasi al renderla insopportabile.

Ho inoltre appurato oltre ogni ragionevole dubbio che Abercrombie è un altro degli autori fantasy che non sanno scrivere storie d’amore.

Insomma, non è un mostro deforme che ti supplica di essere abbattuto, ma quasi.

Voto finale

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