Al momento sto leggendo due romanzi italiani, l’ultimo di Claudio Vergnani e il secondo tentativo fantatrash/steampunkminkia di Luca Centi, nessuno dei quali mi sta piacendo – ma per entrambi è ancora presto per scrivere una recensione. C’è però da dire che, tra troni di spade, premi letterari e cristoni che si fanno la doccia, è quasi un mese che non posto la recensione di un romanzo. E questo, per un lit-blogger serio, puntuale e rispettoso del proprio pubblico come chiunque ma non me, è davvero inqualificabile.

Per cui, reccy!

L’ultimo romanzo che ho terminato in ordine di tempo è L’occhio del mondo di Robert Jordan, e quindi questo vi beccate.

La scheda del libro

The Eye of the World (The Wheel of Time #1) di Robert Jordan
Pubblicato in Italia da Mondadori e poi da Fanucci, in USA da Tor e in UK da Orbit
Anno 1992
735 pagine
Prezzo di copertina 14.90€
Il libro su Amazon (attualmente non disponibile), non disponibile in formato digitale – tanto di cappello alla Fanucci!

Che cosa succede

L’occhio del mondo è il primo volume dell’epica saga della Ruota del Tempo, cominciata negli anni Novanta da Robert Jordan e terminata, dopo la prematura scomparsa dell’autore, dal prolifico Brandon Sanderson a partire dagli appunti lasciati dallo stesso Jordan. La serie si è ufficialmente conclusa all’inizio di quest’anno con il quattordicesimo volume, A Memory of Light.

La Ruota del Tempo, nel bene o nel male, è da molti ormai considerata un classico del fantasy, quando non una pietra miliare del genere. E, dopo aver letto L’occhio del mondo, pur non considerandolo di certo un capolavoro, mi trovo a concordare con chi ritiene Jordan un passaggio obbligato nella vita del lettore di fantasy. Il romanzo ha in effetti un inizio molto tolkeniano in cui un ambientazione bucolica-idilliaca viene sconvolta dall’arrivo delle forze del Male.

Rand al’Thor, nostro protagonista, Prescelto e POV principale, è l’umile figlio di un contadino.

E, sì, sentitevi liberi di contare i cliché mano a mano che snocciolo la trama. Anzi, per rendere la cosa più interessante, bevete uno shot ogni volta che menziono un cliché. È l’epic fantasy drinking game!

Rand, dicevo, è l’umile figlio di un contadino che vive la sua pacifica esistenza nel villaggio di Emond’s Field. Non fosse che, un giorno, comincia a vedere misteriose figure a cavallo e pare che solo lui e un paio di suoi amici siano in grado di scorgerle. Inoltre, Emond’s Field si sta preparando per la festa che segna la fine dell’inverno. Inverno che, però, nelle terre dei Fiumi Gemelli e non solo, non sembra intenzionato a finire (un po’ come da me mentre leggevo il libro, insomma…). In occasione della fiera, il paesello si è riempito di forestieri: c’è il mercante, il bardo e perfino una Aes Sedai, una potente maga depositaria dell’Unico Potere, con tanto di Custode al seguito. No, niente paura, non è quel Custode.

Insomma, a guastare questo bel incipit tolkeniano ci pensano i kattivi, che la notte prima della festa attaccano il villaggio. Rand e suo padre sono colti di sorpresa nella loro fattoria fuori porta e sono costretti a difendersi e a intraprendere una fuga disperata tra i boschi per raggiungere il villaggio. Una volta raggiunto Emond’s Field, l’Aes Sedai cura il padre di Rand, ferito da un trolloc, e gli rivela una sconcertante verità: i kattivi invasori non hanno attaccato il villaggio a caso, ma sembra che stessero cercando tre persone in particolare, Rand e i suoi due amici Mat e Perrin, ovvero i tre che avevano visto la figura a cavallo. L’Aes Sedai rivela che, in un modo che non è ancora del tutto chiaro, uno di loro tre è importante per il destino del mondo, e le forze del male stanno tentando di eliminarli prima che il loro fato si possa compiere, per cui è di vitale importanza che i tre raggiungano Tar Valon, dove potranno essere protetti dalle Moiraine e dalle altre Aes Sedai. Un viaggio che, ovviamente, sarà lungo e pieno di pericoli.

Che cosa ne penso

Per prima cosa, si vede lontano un miglio che Jordan era partito con l’idea di scrivere qualcosa di molto lungo. E il progetto di fare della Ruota del Tempo una serie molto lunga (Jordan era partito con un contratto per sei romanzi, poi si è dilungato fino a quattordici) è visibile anche in alcuni dettagli della trama di questo primo volume. Ad esempio, che Rand sia il Prescelto destinato a salvare il mondo è chiaro fin dai primissimi capitoli, senza contare che è il narratore principale e unico POV per un buon settanta percento del romanzo. Il lettore avvezzo al fantasy eroico – e anche quello un po’ più distratto – lo sa, perché è ovvio. Ma la storia si svolge in maniera tale che il predestinato, colui che sarà il Drago Rinato, viene rivelato solo nell’ultimissimo capitolo e, anche lì, è solo una supposizione di Moiraine e non una certezza matematica. Non si tratta di un tentativo da parte di Jordan di creare suspense su chi sia in effetti la figura chiave dell’intera storia (se avesse voluto fare così, si sarebbe dovuto servire di più POV e non solo di quello di Rand), né di un becero tentativo di allungare il brodo, per come la vedo io. In realtà consente da una parte di tenere il focus della storia su Rand, ma dall’altra di non relegare Mat e Perrin al ruolo di inutili coprimari. Anzi, nel caso di Perrin è presente anche una sottotrama che fa intuire che anche lui, a suo modo, è dotato di poteri soprannaturali.

Insomma, L’occhio del mondo può considerarsi una sorta di racconto delle origini di quelli che saranno i protagonisti che terranno compagnia al lettore nei romanzi a venire. Jordan mette le carte in tavola e prepara quella che sarà la storia dei volumi successivi.

Il romanzo è ben lontano dall’essere perfetto, in ogni caso. Da un punto di vista narrativo, è un po’ la fiera del cliché. Un po’ perché erano gli anni novanta e determinati temi ricorrenti nell’epic fantasy forse non avevano ancora stancato, un po’ perché Jordan tenta disperatamente di incanalare le atmosfere di Tolkien e Brooks e quindi è logico che debba passare per strade già battute. Ci sono alcuni passaggi che sono veramente imbarazzanti, come quando il padre di Rand, ferito e vaneggiante, tiene un monologo/conferenza su come abbia trovato Rand abbandonato in un campo di battaglia e abbia deciso di adottarlo (uno stratagemma narrativo di una pigrizia sconcertante). Alcuni altri sono semplicemente ridicoli, come – e non vi sto prendendo per il culo – le Mountains of Dhoom.

Dal punto di vista dello stile, va detto che Jordan non è un autore particolarmente virtuoso o impressionante. Ha senza dubbio una grande abilità a congegnare trame e sottotrame che si incastrano quasi alla perfezione. Un talento bilanciato, tuttavia, dall’estrema prolissità della sua prosa, che si sofferma spesso e volentieri a descrivere dettagli, quando non addirittura interi tronconi di scene, non rilevanti dal punto di vista della storia o della caratterizzazione dei personaggi. Il che significa un ritmo narrativo un po’ troppo claudicante. Inoltre, sempre sulla questione ritmo narrativo, ho come l’impressione che Jordan non fosse granché bravo a terminare i capitoli con un cliffhanger. Dei cinquanta e passa capitoli di cui si compone L’occhio del mondo, di cliffhanger ne ho contati un paio ad andar bene, ed è un peccato, perché con una narrativa così focalizzata su Rand e una storia che pone enorme enfasi sulla minaccia che incombe sempre e costantemente sui protagonisti, un paio di cliffhanger non avrebbero che giovato.

In conclusione

Devo dire la verità, nonostante l’abbia trovato un romanzo piuttosto generico, non mi è dispiaciuto averlo letto. Penso che la forza di L’occhio del mondo – e, probabilmente, della Ruota del Tempo in generale – risieda nel suo essere una classica avventura fantasy. Nel leggerla, al di là delle lungaggini e dei cliché, ho incontrato quel senso di meraviglia che dovrebbe essere un caposaldo del genere. Anche se Jordan non mi è sembrato granché come scrittore, leggere L’occhio del mondo mi è bastato per farmi venire voglia di dare un’occhiata per lo meno al seguito, La grande caccia, e vedere come si sviluppano alcune situazioni, come crescono determinati personaggi, e come si modificano le relazioni tra di loro. E questo è senza dubbio un merito.

Probabilmente consiglierei L’occhio del mondo a qualcuno che sia abbastanza digiuno di fantasy e volesse farsi una cultura partendo dai classici (ma senza essere ammorbato dalla prosa-mattone di Tolkien). Per quanto mi riguarda, Jordan, un po’ come Jo Rowling, è un buon autore entry-level per avvicinare al genere. Per lo meno, L’occhio del mondo lo è, per ciò che viene dopo lo vedremo in seguito.

Voto finale

Nota sulla traduzione Ho letto una versione ebook piratata di L’occhio del mondo, ma possiedo anche la versione cartacea della Fanucci. La versione digitale riprende il testo dell’edizione Mondadori del 1992, con la traduzione di G.L. Staffilano, mentre l’edizione Fanucci riprende sì la traduzione Mondadori, ma ne affida la revisione (e la traduzione delle parti mancanti – molto professionale e rispettosa come sempre, Mondy) a Sabrina Galluzzi. Ora, saranno le iniziali GL, ma la traduzione di Staffilano fa schifo al cazzo. Quella della Galluzzi non è perfetta, ma è molto migliore. Comprate l’edizione Fanucci. O, se scaricate, fatelo sapendo a cosa andate in contro.