I ragazzini che ascoltano musica questionabile, sono preponderanti sui social media e si comportano, in genere, da deficienti si chiamano bimbiminkia.

I deputati del Movimento 5 Stelle che stanno in Parlamento ma non hanno idea di come funzioni la faccenda – o di come si scriva un decreto legge o un emendamento – si chiamano deputatiminkia.

Seguendo la scia, lo steampunkminkia è un genere letterario, di solito opera di giovani autori italiani dal dubbio talento, che in apparenza si rifà allo steampunk vittoriano, senza però di tale sottogenere possedere alcuna conoscenza, né articolata né basilare. Il risultato è quindi un romanzo pastrocchiato la cui lettura causerà più risa isteriche e facepalm che senso di meraviglia.

Se esistesse un canone dello steampunkminkia, Il sogno della Bella Addormentata di Luca Centi sarebbe un romanzo fondamentale, in quanto incarna tutti gli elementi propri del sotto-sottogenere. Ma proprio tutti, eh. Tanto è vero che ho letto da qualche parte l’autore che lo definiva: “un misto tra fantasy, fantascienza e steampunk”. Che è la definizione più figa dell’universo, ammettetelo.

Anyway, se il nome Luca Centi vi fa suonare una campanella è perché, nel 2009 ha pubblicato con Piemme Il silenzio di Lenth (ebbene sì, è munito di pagina su Wikipedia italiana, perché noi non ci facciamo mancare niente), romanzo cardine del fantatrash italiano famoso più che altro per una delle ultime recensioni decenti di Gamberi Fantasy. Nella recensione, che vi invito a recuperare, l’autore veniva accusato di non saper scrivere molto bene e il suo editor di essere un criceto, o qualcosa del genere. Sebbene non abbia personalmente letto il romanzo in questione, posso ugualmente affermare due cose: a) Luca Centa non scrive molto bene e, b) il suo editor è ANCORA un criceto.

La scheda del libro

Il sogno della Bella Addormentata di Luca Centi
Pubblicato da Piemme Freeway
Anno 2013
252 pagine
Prezzo di copertina 16.50€
Prezzo ebook 9.99€
Il libro su Amazon, anche in formato digitale

Che cosa succede

Incontriamo la nostra protagonista, Talia, durante una festa in cui, con somma creatività:

Gli uomini se ne stavano in disparte a discorrere di politica, impettiti e rigidi, con un bicchiere sempre pieno in mano, mentre le donne preferivano parlare del tempo o di come la casa fosse stata addobbata, con tende di velluto, tappeti pregiati e tavoli colmi di vivande

Ma appare subito ovvio che Talia non si trova alla festa di… ehm… Sir Hamilton… Infatti la seguiamo mentre agguanta un tizio a caso dalla folla, ci balla un po’ assieme e poi, attraversata la stanza, lo sbologna, aggiungendo informazioni date alla cazzo di cane:

Ed era certa che quel ragazzo non l’avrebbe seguita per assicurarsi che stesse bene, così come non le aveva chiesto nulla a proposito dei suoi occhi: uno era verde e l’altro color ambra.

Grazie. Sapere della sua eterocromia degli occhi era proprio necessario per immergermi nell’azione. Inoltre, non è che una tizia con gli occhi di due colori diversi veniva additata da tutti e derisa.

Ma, vabbè. Talia si imbosca nelle stanze private di… ehm Sir Hamilton… e gli sottrae un oggetto che si chiama Meriggio di Mercurio, e poi decide di svignarsela, ma senza attirare l’attenzione su di sé. Umh, ma come, mi domando? Scappando dalla finestra. Sì, perché un ospite che si smaterializza nel nulla e non viene più visto dai padroni di casa desterà molta meno attenzione di, chessò, qualcuno che resta alla festa fino a un orario conveniente per poi andare a casa. No, Talia deve avere ragione. D’altra parte lei è una ladra esperta.

Il suo cocchiere, Archie, la riporta a casa, dove ad attenderla c’è anche la governante francese, Madame Vivienne. Che è un’esperta nella gestione della casa. Un po’ come Talia è un’esperta ladra.

«Ha guidato la carrozza per tutta la notte» le spiegò Talia. «È stanco e potrebbe farsi male con i suoi attrezzi.»
Finalmente Madame Vivienne perse la sua solita compostezza.
«Lo pensate davvero?»
«Spesso i domestici si fanno male per il troppo lavoro […]»

“Voglio dire, sono il membro della servitù di livello più alto nella vostra dimora, ma ho davvero bisogno che mi spieghiate come funzionano le cose che dovrebbero essere di mia competenza, Miss Talia!”

Ok, tagliamola corta che non ho voglia di sprecare diecimila parole per ‘sto libraccio. Quelle sono solo per Goodkind. In sostanza, Talia deve recuperare degli artefatti con gli ingranaggi (e quindi chiaramente steampunk), chiamati Peccati, che suo padre, inventore, aveva prima creato e poi, per chissà quale motivo, non distrutto ma dato via. Per fortuna Talia è in possesso di una bussola trova Peccati che a) funziona solo in estrema prossimità al peccato stesso; b) nessuno si degna di spiegare come funziona, e quindi è una puttanata colossale.

Un giorno, Talia riceve una lettera da un certo Cornelius Cobbald che le dice di sapere dove si trova un peccato, ma Madame Vivienne è allarmata (l’unico tratto di personalità di Madame Vivienne è che è SEMPRE preoccupata per qualcosa, qualsiasi cosa) perché circola voce che l’uomo sia un Nubilante. Cosa sono i Nubilanti? Ma ovviamente i membri di una setta segreta che vuole dominare il mondo da dietro le quinte, no?

Così Talia si reca a casa di Cobbald per sentire quello che l’uomo ha da rivelarle.

Superò il cancello, che trovò aperto, e percorse il breve vialetto.

Ma certo! Non lo sapevate che nell’Ottocento le visite sociali funzionavano esattamente come quando vostra nonna viene a trovarvi? Il padrone di casa lasciava l’ospite libero di entrare quando voleva, senza nessuno a riceverlo, e l’ospite, soprattutto se era una giovane donna nubile in visita a un uomo non sposato, era sempre da sola e non si accompagnava mai e poi mai a uno chaperon o a un cicisbeo.

Cobbald rivela a Talia che l’ultimo dei Peccati è nascosto a Londra, recentemente acquistato da una ricca vedova che viene identificata come nobildonna ma mai chiamata con un titolo nobiliare, di nome Irene Cavendish. E allora Talia decide di partire per Londra e recuperare il manufatto. Assieme all’allegra combriccola di governante e cocchiere.

«Madame Vivienne, che avete?» le domandò.
«Io… io non so se me la sento di viaggiare, mademoiselle» confessò l’altra, con voce tremante. «Non ho mai lasciato Windsor […]»

Oh, stronzate. Sei una fottuta cameriera francese che lavora in Inghilterra.

Ma, spezziamo una lancia in favore di Madame Vivienne (che è zitella e che pertanto dovrebbe essere Mademoiselle, ma non stiamo a sottilizzare, magari è vedova): Londra è una città pericolosa. E non per i big alien-gorilla-wolf-motherfuckers, purtroppo, ma perché, nella continuità di questo romanzo, la successione a Guglielmo IV – che nel nostro continuum, come tutte le successioni al trono britannico, è pacificamente regolata dall’Act of Settlement della regina Anna – è piuttosto turbolenta, con due fazioni che si affrontano in una specie di guerra civile tra supporter di Vittoria e di Ernesto Augusto (che nella vita vera divenne re di Hanover). Eppure, nonostante tutto, bisogna partire. All’avventura!

Certo, non prima di essersi assicurati che la casa sia in ordine.

«Spero che Linda abbia compreso bene le mie istruzioni» borbottò Madame Vivienne, dopo neanche due minuti. «Non so se quella ragazza è sorda o se semplicemente non capisce la nostra lingua. Forse è davvero sorda e ha annuito per cortesia. Oh cielo, se così fosse…»

Ancora? Ma santo dio, sei il capo della servitù, Madame Vivienne, che lavoro di merda stai facendo se non sai se una tua sottoposta è sorda o meno?

Ma Talia ha compiti più pressanti da affrontare.

L’ultimo peccato era a portata di mano, e lei non se lo sarebbe lasciato scappare. E questa volta senza sensi di colpa. Da come l’aveva descritta Cornelius Cobbald, Irene Cavendish era tutto fuorché una donna gentile.

Perché, ricordatevi, bambini, rubare è ok se la vostra vittima è antipatica.

A Londra Tlaia & Co. saranno ospiti di… ehm… Sir Lummer, amico di faiglia e tutore di Talia dopo la morte del padre. E, tramite a una visita più o meno programmata con una certa Margot Chantall, amica di famiglia del padre di Talia, la nostra eroina tutta vapore e goggles riesce a intrufolarsi nella cerchia di Irene Cavendish.

Durante l’incontro con Miss Chantall, Talia ci delizia con le sue abilità deduttive:

Talia notò che non portava la fede, il che significava che non si era mai sposata.

Un’affermazione idiota per due motivi: primo perché non indossare la fede non equivale univocamente a non essere sposate; e secondo, se per tutto il capitolo si parla di MISS Chantal significa che la donna in questione è signorina. Miss è una parola con un senso, non un’abbreviazione pucciosa da usare intercambiabilmente con Mrs. e Ms.

Segue chiacchericcio, in cui Talia e Margot Chantal parlando dell’infanzia di Talia e di suo padre. Alla fine, il giudizio che la ragazza ha della donna è categorico:

Una volta fuori, Talia avanzò a passo spedito fino alla carrozza e si lasciò cadere sul sedile, sospirando.
«Cos’è successo?» le chiese Madame Vivienne, mentre bussava sul tettuccio della carrozza per avvertire Archie di partire.
«Quella donna è insopportabile!» esclamò Talia dando finalmente sfogo ai suoi pensieri.
«Chi, Miss Chantall?»
«Chi altri sennò? All’inizio ho creduto che avessimo molto in comune, invece mi sbagliavo. Non c’è da stupirsi se nessuno l’ha voluta per moglie!»

Oh, sì. Miss Chantall è un orribile, orribile essere umano. Rea di aver detto cose tipo:

«Quando ho letto la lettera della vostra governante stentavo a crederle. Siete davvero voi?»

E:

«Oh, ma posso aiutarvi io! Credetemi, non faticherete affatto ad ambientarvi e a entrare nella mia cerchia di amici. Amici importanti, se capite cosa intendo.»

E ancora:

«Sono parecchi! Una volta [il padre di Talia] si è intestardito a volervi costruire un pianoforte speciale. Rammento ancora le sue parole. Quelli in circolazione erano troppo “limitati” per voi.»
«Limitati?»
«Proprio così. Vostro padre voleva a tutti i costi costruirvene uno dotato di tasti speciali, che si potessero riconoscere al solo tocco delle dita. Come se foste cieca e ne aveste bisogno!»

E non è finita qui:

«Cara, state bene?»

L’oltraggio non ha fine:

«Piccola cara, penserò io a voi. Domani pomeriggio verrò a prendervi e vi presenterò alcuni miei amici. Lasciate alla mia governante il vostro indirizzo.»

Insomma, bastano queste poche righe per accorgersi che Miss Chantall è davvero una persona orribile, turpe, oscena, disgustosa, e che l’antipatia che Talia prova nei suoi confronti è saldamente evincibile dall’unica scena di cui la donna è stata protagonista. È, come si dice, sotto gli occhi di tutti.

Also:

Le sue parole vennero inghiottite dal rombo di una carrozza a vapore. Incuriosita da quella strana invenzione, Talia si sporse dal finestrino e la guardò estasiata. Era più alta e più larga di una carrozza normale, con ruote più grandi e una grossa scatola nera sul lato posteriore.
Il rumore proveniva proprio da quella scatola – dove con ogni probabilità si trovavano gli ingranaggi – che era collegata a due tubi da cui sbuffavano bianche nuvolette di vapore.

No, è ok, non devi spiegare come funziona, perché tanto… è STEAMPUNK!

Comunque, la nobildonna chiamata Mrs invita Talia a una mostra d’arte. Che, una volta che Luca Centi ce la descrive, ricorda più una scena moderna presa da Sex and the City che non un’occasione sociale pre-vittoriana.

La sala era enorme e le pareti erano ricoperte dai dipinti in esposizione. Nel mezzo, era stato allestito un buffet, ma erano in pochi quelli che si avvicinavano. Preferivano prendere tartine e champagne dai vassoi che i camerieri porgevano loro. Un altro codice di comportamento che Talia faticava a comprendere. Cercavano forse in quel modo di mostrare la loro superiorità? O forse era solo abitudine?

Questa, nel caso ce ne fosse ulteriore bisogno, è un’altra riconferma del fatto che Luca Centi non ha la più pallida idea di come funzionasse la società che lui stesso ha eletto ad ambientazione del suo romanzo, e che ha preferito lasciarsi guidare dal luogo comune che non fare un minimo di ricerca. E sì che sarebbe bastato, anche solo per far suonare il romanzo un minimo più in sintonia con il tempo storico in cui è ambientato, guardare una puntata di Downton Abbey (che è ambientato cento anni dopo, ma per lo meno chi lo ha sceneggiato aveva idea di come funzionassero i rapporti sociali). E non ditemi che siccome è fantasy le norme culturali pre-vittoriane non si applicano perché è un universo alternativo. Non ditemelo che sennò vi prendo a pizze in faccia.

È una situazione stressante:

Pazienza, devo avere pazienza, si ripromise Talia

Peccato che non ti stai ripromettendo una beata fava. Ripromettere significa fare un patto con sé stessi, non qualsiasi cosa Luca Centi e la sua competente editor pensino significhi.

Ma torniamo alla storia. Alle castronerie grammaticali ho dedicato una sezione alla fine della reccy.

Alla mostra, Talia incontra il tizio con cui aveva ballato durante la festa di… ehm… Sir Hamilton, che qui è l’accompagnatore della figlia di Irene Cavendish, Felicity.

«Lasciate allora che mi presenti di nuovo. Mi chiamo Nicholas Gray. E qual è il vostro nome?»
«Talia Rosamond.»
«Talia. Un nome bizzarro.»
«Mai quanto siete bizzarro voi.»
Il giovane le restituì uno sguardo confuso. «Cosa intendete?»
«La vostra innamorata vi sta aspettando, non vedete?» gli fece notare Talia, indicando la ragazza bionda che non gli staccava gli occhi di dosso.
«Siete forse gelosa?» rise Nicholas, con una punta di malizia.
Al loro primo appuntamento le era parso un ragazzo riservato che detestava i convenevoli dell’alta società tanto quanto lei, ma ora… ora le sembrava perfettamente a suo agio nella parte del giovane bell’imbusto.

Solo due piccole considerazioni. Uno: non c’è stato nessun appuntamento, e trovo assurdo che Talia lo descriva in questo modo solo perché si vede lontano un chilometro che Nicholas è il love interest del romanzo. Due: NON È COSÌ CHE INTERAGIVANO I MEMBRI DELL’ALTA SOCIETÀ. Cazzo.

E, sempre con questo spirito, Felicity invita Nicholas a una festa in casa Cavendish la sera successiva, e Nicholas, di rimando, invita Talia. Un invito così diretto in casa Cavendish è per Talia un’occasione unica di trovare l’ultimo dei Peccati. In più, l’autista Archie le propone di incontrarsi con un ex commilitone, un tipo losco, che ha delle informazioni su Irene Cavendish. E Talia gli risponde:

«Lo raggiungeremo questa sera, dopo la festa a casa Cavendish. Anche se spero che, per allora, avrò recuperato il manufatto».

Già da qui si capisce che Talia non troverà il Peccato in casa Cavendish, e che la scena della festa sarà completamente inutile. Ma anche se fosse: perché incontrare un informatore DOPO aver compiuto l’azione per cui eventuali informazioni sarebbero state utili? «Capitano, ci infiltreremo nel covo dei terroristi paraguayani questa notte a mezzanotte. Domani mattina alle otto terremo un debriefing illustrativo su come strutturare l’assalto. Ci saranno delle ciambelle.»

Comunque, Talia si reca alla festa di Irene Cavendish.

«Miss Rosamond, che piacere vedervi!» esclamò. «La mia adorata Felicity mi aveva informato della vostra presenza, ma non immaginavo che avreste accettato.»
«E perché mai?» chiese Talia, sbottonandosi il soprabito e porgendolo al maggiordomo apparso alle sue spalle.
«Vi credevo impegnata. Sapete, siete così amica di Miss Chantall che già vi vedevo a bere un tè con le sue noiose amiche.»
Talia non annoverava certo Margot Chantall tra le sue conoscenze più interessanti, ma il commento della donna la infastidì comunque. C’era superiorità nella sua voce e una punta di disprezzo.
Dalle parole che aveva usato dedusse inoltre che le due si erano frequentate.

Ehi, Luca Centi, mi sa che la deduzione non funziona nel modo che credi tu. Dedurre arrivare a una conclusione basandosi su fatti e ragionamenti logici, non sparare cose a caso. Per amore di tutto ciò che è coniglioso, non scrivere mai un giallo.

Talia si intrufola nelle stanze private della Cavendish e lì viene sorpresa da Nicholas, i due si scambiano qualche battuta che dovrebbe essere una sorta di battibecco con sottotoni romantici (del tutto inadatto alla situazione e alle tempistiche, ma vabbè, che vi aspettavate), poi Talia se ne va all’appuntamento con la spia. Che, ovviamente, vuole essere pagata per scucire informazioni.

«Avete portato la mia ricompensa?»
«E voi? Avete le informazioni che desidero?»
Una breve pausa. «Sì, ma prima il denaro.»
Talia frugò nella veste e ne estrasse un piccolo sacchetto tintinnante.

Really? Sacchetto tintinnante? Cos’è, Luca Centi cercava un’immagine old fashioned o non sa che le banconote erano già in circolazione da parecchio, nel 1836?

Comunque, la spia la informa che la Cavendish è proprietaria di una villa poco fuori Londra, la Magione di Brunilde. E siccome Talia lo ha saputo per vie traverse, il climax della storia si svolgerà lì.

È ora di interrompere l’incontro, ma la spia è in ansia. Già, perché il coprifuoco a Londra è scattato da un pezzo, e in giro potrebbero esserci gli Epuratori a far sì che l’ordine venga rispettato. E gli Epuratori hanno un’arma cazzutissima:

«Strane pistole a vapore. Un vapore che, a detta di molti, infligge indicibili pene. Ma nessuno è sopravvissuto per testimoniarlo.»

Esatto, pistole a vapore. Pistole. A. Vapore. Vi lascio qualche secondo per far sedimentare l’immagine nella vostra testa. E non osate obiettare: sono a vapore, per cui è steampunk. Anzi, STEAMPUNKMINKIA!!

Bla bla bla, dopo un po’ di scene riempitive in cui Talia esplora i suoi sentimenti per Nicholas (che ha incontrato tre volte e con cui ha scambiato in totale meno di una cinquantina di parole), finalmente ci decidiamo ad andare alla Magione di Brunilde. Una volta lì… OH, NO! Viene sorpresa dagli Epuratori. Dagli Epuratori e dalle loro terribili pistole a vapore.

Perfino più steampunk dell’Alice di Dimitri

Risvegliatasi, Talia scopre di trovarsi… a casa di Nicholas! Dun dun duuuun! Nicholas le rivela di essere un agente di Scotland Yard che sta indagando su una serie di furti (quelli dei Peccati) di cui Talia sembra essere la responsabile. Potrei spezzare il capello in quattro e dire che Scotland Yard è la polizia Metropolitana di Londra e non una sorta di servizio segreto, e pertanto crimini avvenuti fuori Londra (Cambridge, Brighton, ecc.) non ricadrebbero sotto la sua giurisdizione (e lo so perché c’è scritto su Wikipedia, non è un’informazione che ho estorto con la tortura al commissario capo). Potrei, ma a che scopo farlo? Per sottolineare che Luca Centi non ha svolto la minima ricerca sul periodo storico di cui andava scrivendo? A che pro, visto che la testi è già stata ampiamente dimostrata?

Comunque, Talia riesce a intortare Nicholas, e solo allora scopriamo che in realtà Nicholas non sta indagando su un semplice furto, ma sulla cospirazione dei Nubilanti. Ma allora perché sono tre quarti di libro che divaga seguendo Talia, un topo d’appartamento, per mezza Inghilterra? Mistero!

Ed è ora che i nostri eroi si uniscano per sconfiggere la cospirazione dei Nubilanti!

Poi, prima che Talia potesse fare o dire qualcosa, si avvicinò al divano e la liberò dalle manette. La ragazza si massaggiò il polso arrossato e lo osservò imbarazzata.
«Grazie» mormorò, confusa. «Che cosa vi ha fatto cambiare idea?»
«I vostri occhi. Vi ho scorto tristezza.»

Ohibò, Nicholas dev’essere un gran bravo poliziotto. “L’ho rapita, torturata, stuprata e uccisa! Ma ora sono triste.” “Ok, sei libero di andare.”

«Vorrei sapere a cosa servono i Sette Peccati, come mai sono così pericolosi» disse. «Sono sicura che la chiave sia nascosta nel loro funzionamento.»

Io invece vorrei sapere com’è che una potentissima organizzazione criminale con tentacoli ovunque si sia fatta bagnare il naso per ben tre volte da una ladra diciannovenne. Suonano temibilissimi, ‘sti Nubilanti.

Ma siccome siamo quasi vicini alla risoluzione del plot, è bene che ci fermiamo e facciamo un po’ di ricerche. Talia si reca quindi in una piccola biblioteca alla ricerca di un libro sull’alchimia che potrebbe spiegarle che cosa sono i Peccati e a quale scopo suo padre li aveva prima costruiti e poi dati via.

«Desiderate?»
La voce arrivava da qualche centimetro più in giù. Quando Talia abbassò lo sguardo vide un ometto con un paio di occhiali enormi che la fissava perplesso.

WTF? Talia è priva della visione periferica, tanto da non vedere un uomo che si trova qualche centimetro più in basso di lei, o è un T-Rex e la sua visione è basata sul movimento?

Ma ritorniamo all’azione principale. Talia e Nicholas vanno alla ricerca dell’ultimo peccato e Talia origlia per caso una conversazione tra Irene Cavendish e un individuo misteriooooooso. I due stanno parlando di un rito che si officerà la notte successiva. E Talia recupera l’ultimo Peccato.

Fine del romanzo, direte voi. E invece no.

Il giorno successivo, Talia riceve la visita di ehm… Sir Lummer… che all’improvviso si rivela come parte della cospirazione dei Nubilanti e la rapisce. I sette Peccati costruiti dal padre di Talia sono in realtà ingranaggi di una macchina in grado di scambiare le menti dei due individui. I Nubilanti hanno rapito la futura regina Vittoria con l’intenzione di sostituire la sua mente con quella di Felicity, la figlia di Irene Cavendish, che è parte dell’organizzazione e quindi da essa facilmente manovrabile. Si tratta però di un piano inutilmente complicato i cui esiti non sono affatto certi come ehm… Sir Lummer li fa apparire, intanto perché si basa sull’assoluta fedeltà di Felicity. Cosa ne sanno i Nubilanti che Felicity, una volta diventata regina sotto le mentite spoglie di Vittoria, non si farà inebriare dal potere e tradirà la causa? A questo punto, perché non sostituire lo stesso ehm… Sir Lummer con la regina Vittoria? O Irene Cavendish? Anzi, ancora meglio, perché non infiltrare la corte senza ricorrere all’alchimia? Dopotutto Vittoria è salita al potere a diciassette anni, evitando di poco una reggenza, è giovane e tutto sommato inesperta. Perché non piazzare degli uomini fidati nelle posizioni di potere? Perché il romanzo non sarebbe stato abbastanza steampunkminkia, ecco perché.

Tutto va come è lecito immaginarsi, o forse no. Già perché il libro ha un colpo di scena finale che prende tutta un’altra direzione, molto più cupa e matura, rispetto all’andazzo della storia, e che riguarda non la situazione politica britannica, ma la vita della stessa Talia. Si tratta in realtà di un buon colpo di scena, per quanto poco in sintonia con il resto della storia, che si rifà, presumo, alla fiaba che Luca Centi ha più volte individuato come ispirazione principale del suo romanzo. Ho letto molte recensioni che salvavano Il Sogno della Bella Addormentata proprio in virtù di questo colpo di scena. Veniva definito inaspettato, ma inaspettato non è – io l’avevo intuito leggendo gli indizi disseminati nella storia, e i costanti flashback di Talia. Ciò non toglie che non sia male. Ma basta a salvare il resto del romanzo? No, proprio per niente. Intanto perché sono solo due capitoli stiracchiati su ventisette, e poi perché il resto è così pieno di merda e approssimazione che Il Sogno della Bella Addormentata non si sarebbe potuto redimere nemmeno con un editing a cura di H.P. Lovecraft.

Che cosa ne penso

E sa il cristo redentore se chi ha editato questo romanzo non è un incapace totale. È pieno zeppo di errori, schifezze e sciatteria varia. Volete qualche esempio?

In ordine di cose che mi hanno fatto più incazzare.

I pensieri sono scritti in corsivo. Scrivere in corsivo è generalmente accettato in luogo dell’uso delle virgolette. Stephen King scrive i pensieri in corsivo. George R.R. Martin (nell’edizione originale) scrive i pensieri in corsivo. Serve per non avere quindici tipi di virgolette nella pagina. È una convenzione accettata.

Anche Luca Centi scrive i pensieri in corsivo. Ma o lui o il suo editor sono capre. Perché usa i tempi verbali al passato. E la terza persona anziché la prima.

Era come se quella parte della casa non fosse di competenza della servitù, pensò Talia, a giudicare almeno dalla polvere che sollevò al suo passaggio.

“È come”, “non sia”.

Che cosa aveva fatto suo padre di così terribile da arrivare a disfarsi di quei manufatti per poi tornare dalla donna che aveva ferito?

“Mio padre”.

Forse, si disse, avrebbe dovuto mettere da parte la sua ricerca.

“Dovrei”, “la mia ricerca”.

E questi sono solo alcuni esempi. La cosa bella è che, avendo un’edizione digitale, non mi ci vuole molto a evidenziare tutte le volte che ciò accade. E lo sapete quanto è frequente? TUTTI i pensieri sono scritti in corsivo con il tempo verbale al passato. Lo ripeto per l’ultima volta, nella remota ipotesi che Luca Centi o il suo editor leggano questa reccy: il corsivo sostituisce le virgolette, è come un dialogo, solo scritto storto. Quindi il tempo da usare è il presente, non il passato. Uno scrittore con già due libri alle spalle roba del genere non può non saperla. Un editor professionista non può permettersi di non correggerla.

La seconda cosa che mi ha infastidito è l’approssimazione. Come ho già avuto modo di segnalare, Luca Centi ha solo una conoscenza stereotipata dell’universo in cui ha scelto di ambientare la sua storia. E non si è preso la briga di svolgere la minima ricerca. E non sto parlando dello steampunk – per quanto anche quell’elemento sia atroce.

Altrimenti avrebbe scoperto che la sua idea della società pre-vittoriana non funziona proprio per niente come lui se la immagina. E non si tratta soltanto della completa ignoranza delle norme sociali, che potrebbero anche essere state semplificate per venire incontro alle ridotte capacità intellettuali delle lettrici abituali Piemme Freeway, ma anche di elementi più generali. L’inesistente guerra di successione tra Vittoria ed Ernesto Augusto non è un problema, a mio avviso. Si tratta di un elemento di conflitto immaginario, ma la storia si svolge pur sempre in un altro universo. Il problema è che, ad esempio, Luca Centi parla di nobildonne e poi le chiama Miss. Oppure per tutto il romanzo si riferisce a Sir Lummer e Sir Hamilton senza sapere che il titolo Sir (che non è indice di nobiltà – anzi, in Inghilterra si definisce Sir un uomo di rango appena inferiore a un pari del regno, ossia a un nobile) si usa accostato al nome della persona, non al cognome. È Sir Alex, non Sir Ferguson; Sir Paul, non Sir McCartney; Ser Jaime, non Ser Lannister. Ancora una volta, sta tutto su Wikipedia. Che non è propriamente una fonte di informazioni di nicchia.

Scrittore, cazzo, fai le tue ricerche!

Poi ci sono delle gustosissime frasi che sono, semplicemente, sbagliate. Andavano corrette in fase di editing ma qualcuno se ne è dimenticato (o non ne è stato in grado). Una è il già citato “pazienza, devo avere pazienza”. Ecco una manciata di altre.

Al contrario di Sir Hamilton, che aveva cercato in ogni luogo il Meriggio di Mercurio prima di trovarlo – come le aveva confidato – in un piccolo emporio di Dublino.

Questa frase, per come è messa nel testo, è incompleta: se si premette che X ha fatto qualcosa al contrario di Y, devi anche spiegare che cosa ha fatto Y.

«A dire il vero è solo una conoscenza» precisò subito Talia.
«Ma le conoscenze sono intriganti» intervenne Irene Cavendish.
«Si può apprendere moltissimo in poco tempo.»
Un ragionamento razionale, freddo, che lasciò Talia interdetta.

La reazione di Talia è esagerata (interdetta?). E, trattandosi di un botta e risposta tra Talia e la Cavendish che va avanti da un po’, dire che Irene Cavendish interviene è sbagliato. Non può intervenire in qualcosa di cui è già stato stabilito essere parte.

Le stanze erano enormi e dalle volte altissime, con una scalinata di marmo che conduceva ai tre piani superiori, dove si trovavano le camere della servitù e dei padroni di casa.

Dalla descrizione si capisce che c’è una scalinata in ogni stanza. Il che non ha senso e immagino non sia il caso.

Esile ma scattante, a giudicare dai movimenti fluidi.

Movimento scattante e fluido di solito sono mutualmente esclusivi.

Chiudo con alcune frasi non sbagliate, ma che a mio avviso sono tanto banali da essere patetiche.

Talia adorava cavalcare. Sin da bambina, era l’unico momento in cui poteva essere se stessa. Sentire il vento tra i capelli, respirare l’aria fresca del mattino, avere la sensazione di essere forte, e non una bambina gracile e cagionevole.

Stando però alla descrizione che ne aveva avuto da quelle donne, Mrs Cavendish non era di certo un’amabile vedova annoiata.

Fuori dalla finestra poteva scorgere il cielo che a mano a mano si tingeva del colore del sorgere del sole.

Un ultimissima nota: non perdonerò mai a Luca Centi di non aver inserito, in una storia che riguarda una cospirazione ai danni della regina Vittoria, la duchessa di Kent e John Conroy. Ci sarebbero stati a pennello, ma LC non saprà manco chi sono. Cercali su Google, e pentiti.

In conclusione

Romanzi come Il sogno della Bella Addormentata la dicono lunga sullo stato del fantastico in Italia, e soprattutto su cosa pensano del genere gli editori. Qui, la Piemme – non la Sperindio Editore – dimostra di sbattersene allegramente della qualità, perché tanto sa che il prodotto è inserito in una collana per giovani lettori. E quindi per rincoglioniti, per come la vedono loro.

Non ci vuole molto per rendersi conto che il romanzo è un banalissimo collage di schifezze e luoghi comuni, piagato da una prosa sciapa e da svariati errori di forma, contenuto e logica interna. Ma tanto i nostri lettori sono stupidi, vero Piemme? Ci mettiamo una bella copertina e nessuno si accorgerà di niente.

Ebbene, dopo anni Luca Centi ancora scrive maluccio. A onor del vero nel finale si intravede una maturità che potrebbe quasi far sperare per il meglio riguardo alle prospettive future dell’autore. Ma il resto del libro è pura e semplice spazzatura. È mancata la ricerca sul periodo storico o sul genere steampunk. È mancato, fatto gravissimo, un editing consapevole. Insomma, mancano proprio le basi. Probabilmente ai tizi della Piemme non importa, data la bassissima considerazione che hanno dei loro lettori. A me un pochino sì, però.

Voto finale