Pensavate fosse il recap di Game of Thrones, eh? E invece no, bitches, è la reccy del nuovo romanzo di quello sbarazzino di Dan Brown.

Nel caso abbiate vissuto sotto a una roccia per gli scorsi sei anni, Dan Brown è il peggior scrittore del mondo.

Tutto quello che scrive è orribile, volgare, disgustoso, pressapochista e offensivo. Scrive del papa che si paracaduta giù da un elicottero. Il papa. Si paracaduta. Da un elicottero. Oppure scrive dei simboli fallici nell’iconografia cristiana. Simboli fallici. Iconografia cristiana. Disgustoso.

Non c’è verso che a un lettore colto e superiore quale io sono, spazzatura del genere possa piacere. Se volessi leggere un romanzo in cui il papa si paracaduta da un elicottero, di certo non leggerei Angeli e Demoni. Sapete cosa leggerei? Niente. Perché il papa che si paracaduta da un romanzo è un’idea fottutamente stupida, e tutti noi sappiamo che l’arte della buona scrittura richiede l’assoluta serietà.

E, nonostante tutto, complice una popolazione culturalmente inferiore, plagiata dai mezzi di comunicazione asserviti a una certa parte politica, quell’essere privo di qualsivoglia talento che è Dan Brown ha spopolato e continua a spopolare.

Tanto che, Inferno, il suo ultimo romanzo, è già un successo. O almeno suppongo. Voglio dire, Dan Brown è parte di una ka$ta letteraria, per cui è ovvio che la gente sia corsa a comprare il suo libretto da due soldi. EDIT: sì, è un successo.

Per cui, mosso da pura curiosità intellettuale, ho voluto abbassarmi al livello delle masse acritche e inacculturate e toccare con mano la tragedia che, senza dubbio, Inferno di Dan Brown sarebbe stato. Così mi sono procurato il romanzo e l’ho letto. Dall’inizio alla fine.

Ed è stato meraviglioso.

La scheda del libro

Inferno di Dan Brown
Pubblicato in Italia da Mondadori, in USA da Doubleday
Anno 2013
600 pagine
Prezzo di copertina 25€
Prezzo ebook 9.99€
Il libro su Amazon, anche in edizione digitale

Che cosa succede

Inferno riprende la serie di avventure del professore di simbologia Robert Langdon, già protagonista di Angeli e Demoni, Il codice Da Vinci e Il simbolo perduto. Dopo aver svelato cospirazioni a Roma, Parigi e Washington, questa volta Robert Langdon si trova a Firenze, a fare luce sull’ennesimo intricato mistero.

Langdon si risveglia in un ospedale fiorentino con un’amnesia. Scopre di avere una ferita alla testa e non si ricorda nemmeno cos’è venuto a fare in Italia. Tre secondi dopo, la persona che ha tentato senza successo di farlo fuori torna alla carica, e Langdon, aiutato da una dottoressa inglese, deve scappare per salvarsi la vita, e contemporaneamente fare luce su una cospirazione di portata globale i cui indizi sono nascosti nella vita e nelle opere del più famoso cittadino di Firenze. No, non Matteo Renzi, capre, intendo Dante Alighieri, il tizio della Divina Commedia.

Che cosa ne penso

Inferno è un romanzo spettacolare, se partite dai dovuti presupposti. Intanto dovete accettare il fatto che non leggerete un capolavoro di stile. Dan Brown scrive piuttosto maluccio, in effetti, ma in fin dei conti poco importa. Perché non stai leggendo il romanzo che ti cambierà la vita o ti farà rivedere il modo in cui percepisci il mondo. Stai leggendo un guilty pleasure.

I guilty pleasure sono quei prodotti di intrattenimento che, scadenti come sono, dovrebbero intristirci senza fine, e invece riescono a intrattenere chi ne usufruisce in maniera sorprendente. I libri di Terry Goodkind sarebbero dei guilty pleasure se fossero trecento-quattrocento pagine più corti, mentre quelli di Dan Brown lo sono senza se e senza ma. Sì, mi sento un pochino in colpa quando dico che Angeli e Demoni è uno dei miei romanzi preferiti, lo stesso senso di colpa che mi prenderà quando scriverò la sezione “Voto finale” su questa recensione. Ma alla fine, chissenefrega, perché al di là dello stile e dei personaggi/sagome di cartone sia A&D che questo libro qua si leggono praticamente da soli, sono dei cosiddetti page-turner. Intrattengono e, soprattutto, divertono nel senso più grezzo del termine.

Voglio dire, il papa che si paracaduta da un elicottero, cosa c’è di più epico?

In Inferno, piaccia o meno, ho rivisto gli echi dei feuilleton e dei romanzi d’appendice di fine ottocento, così come dei pulp della prima metà del novecento. C’è azione, più o meno improbabile, più o meno oltraggiosa. C’è ritmo, cadenzato in capitoli brevissimi, ognuno dei quali termina con un colpo di scena o un cliffhanger. Ci sono aneddoti che aiutano a contestualizzare la storia e, nel contempo, a renderla accattivante per il lettore. Avrei pagato per avere Robert Langdon a spiegarmi la Divina Commedia anziché quell’inetta senz’arte né parte della mia prof d’italiano. E, sì, nel romanzo ci sono alcune inesattezze, del tipo che la maschera funeraria di Dante esposta a Firenze non è affatto originale, o che la tomba di Enrico Dandolo a Santa Sofia è solo un cenotafio perché l’originale è stata distrutta da quei puzzoni dei musulmani. Ma, anche qui, sono storture della realtà che servono alla trama, e in più suonano verosimili, quindi, per me, vanno bene. Andrebbero bene in qualsiasi romanzo, figuriamoci in uno che leggo al solo scopo di essere intrattenuto per un paio d’ore.

In conclusione

Non si può giudicare Inferno prescindendo dalla sua esistenza in quanto guilty pleasure. Non ha senso dire “Ah, ma Dan Brown scrive malissimo, le sue storie sono illogiche e irreali” e poi sdegnarsi e dargli un buuuu, zero stelline.

Lo scopo di Dan Brown non è quello di educare il pubblico dei lettori o proporre morale in chiave metaforica. E, sì, non criticare la società contemporanea per certa critica equivale ad aver scritto qualcosa di non degno (io già me lo vedo un certo scrittore e critico letterario che sbuffa sfogliando distrattamente il libro e borbotta: “Non c’è nemmeno una riga sul precariato, il PRECARIATOOOOOOOOH!”). Lo scopo principale di Dan Brown è, invece, quello di scrivere qualcosa che la gente abbia il piacere di leggere in spiaggia o sui mezzi pubblici o prima di andare a dormire. Qualcosa che diverta e intrighi a tal punto, magari, di saltare dieci minuti di bagno, perdere la fermata della metro o andare a letto mezz’ora più tardi perché, diamine, si voleva vedere come andava a finire. Questo era il vero obiettivo di Dan Brown. Obiettivo perfettamente centrato.

Anzi, vi dirò di più, non vedo l’ora che esca il successivo romanzo con Robert Langdon. E non perché frema all’idea di un’avventura ambientata tra le piramidi Maya o, chessò, nel cuore del Sacro Romano Impero alla ricerca delle reliquie di Federico II, ma perché, sul finire di questo romanzo, Dan Brown ha rotto una regola che sembrava essersi autoimposto, ovvero: gli eventi dei romanzi precedenti non hanno effetti su quelli successivi. Nonostante Langdon abbia in pratica rivoluzionato la storia del mondo in Il codice Da Vinci, nei romanzi successivi non se ne fa alcun riferimento diretto. Ebbene, alla fine di Inferno succede qualcosa che non gli sarà possibile non menzionare in un eventuale seguito, e c’è anche quasi il rischio di passare dal thriller cospirazionista alla fantascienza.

Quindi, riassumendo: buon libro, ottimo se non lo si prende troppo sul serio e lo si legge per puro e semplice svago. Non mancano le sbavature, ma, sul serio, passano in secondo piano grazie al ritmo incalzante e all’azione serrata.

Ah, i guilty pleasure, sempre siano lodati.

Voto finale