C’è un motivo per cui, nonostante l’abbia aperto il giorno 29 marzo 2013, non ho ancora finito I vivi, i morti e gli altri, il nuovo romanzo di Claudio Vergnani. Ed è che, per quanto sia scritto bene, non aggiunge niente di nuovo a quella che è la classica storia postapocalittica con gli zombie. E, anche se magari l’intento era proprio quello di propinare una storia a suo modo “vintage”, il prodotto finale mi sta fornendo ben poche motivazioni per svoltare le pagine. E vabbè.

Ma non è solo Vergani. Ormai qualsiasi cosa affronti il tema “apocalisse zombie” – romanzi, serie tv, film, videogiochi, costumi di Halloween – mi suona un po’ stantita.

In altre parole, gli zombie hanno rotto i coglioni.

Ma non sempre. A volte basta prendere quello che è già stato fatto milioni di volte e spostare leggermente il focus della narrazione, come in questo cortometraggio australiano. È anche vero che un cambio anche minimo di focus è più facile da attuare in un videogame che non in un film o in un romanzo. Del resto, la stragrande maggioranza di videogiochi a tema zombi sono sparatutto, o comunque survival horror in cui, quando non si spara a degli zombie, si risolvono puzzle. Oppure giochi con le piante, ma questo è un altro discorso.

Ho sentito parlare per la prima volta di State of Decay due giorni fa, quando è uscita la notizia che, nelle prime quarantotto ore dal rilascio su Xbox Live Arcade, ne sono state vendute 250.000 copie, un record secondo solo a quello di Minecraft. Per dire.

Ora, che cosa si suppone abbia in più State of Decay, un prodotto indipendente con un budget ridotto all’ossoe grafiche da scorsa generazione, rispetto a tanti titoli survival horror ben più blasonati? Quello che a me ha colpito, guardando alcune videorecensioni e alcuni let’s play, è che il gioco pone l’enfasi più sul “survival” che sull'”horror”. L’apocalisse zombie di State of Decay non è una scusa per spappolare crani a suon di fucilate ai vari non-morti che ci si parano davanti. Lo scopo del gioco, infatti, è quello sì di sopravvivere, ma come farebbe una persona normale.

Bisognerà quindi convincere altri sopravvissuti a formare un gruppo coeso, giacché l’unione fa la forza, trovare un posto sicuro da adoperare come rifugio, fortificarlo per prevenire gli attacchi, ed esplorare l’area/sandbox circostante, che pullula di zombie, alla ricerca di risorse che serviranno al sostentamento della colonia, e nel mentre tenere alto il morale dei compagni, per evitare che abbandonino il gruppo, rubino le provviste o addirittura commettano suicidio. Il benessere del gruppo è fondamentale anche perché il gioco non ha un protagonista prestabilito, ed è possibile scegliere a quale membro della comunità far assumere la leadership.

In più si possono spatasciare gli zombie aprendo la portiera dell’auto in corsa.

Insomma, State of Decay sulla carta sembra un crossover tra The Sims, Fallout e The Walking Dead. Una cosa da salivazione immediata, insomma. E, se è vero che il gioco presenta qualche incertezza tecnica e qualche glitch di troppo, va anche ribadito che è stato realizzato con un budget di praticamente un pacchetto di noccioline.

L’unico schifoso problema è che io non ho una Xbox. E che la versione per PC è ancora TBD.