Era uno di quei giorni in cui il cielo sembrava avere gli umori di una donna. Un attimo prima il sole entrava dalla finestra per scottarti la parte destra del volto, e l’attimo subito dovevi recuperare un ombrello dimenticato da qualche parte, oppure infradiciarti di pioggia sulla via di casa.

Nel suo ufficio, Charles Ardai passò le dita sulla superficie laccata della sua scrivania in mogano e si sfregò i polpastrelli, constatando soddisfatto che la donna delle pulizie, una volta tanto, aveva fatto un buon lavoro. Del resto stava aspettando un cliente importante. Tossicchiò e sistemò la targhetta d’ottone placcato in oro, quella che diceva “Charles Ardai – Direttore editoriale Hard Case Crime”, assicurandosi che fosse perfettamente allineata al bordo della scrivania.

Non appena ebbe finito, il cicalino dell’interfono lo avvisò di una chiamata in ingresso.

«Signor Ardai?» La comunicazione era disturbata, ma voce di Megan McKinnip, la sua segretaria, gli arrivò fresca e squillante, anche attraverso le scariche statiche. Ad Ardai non ci volle molto per immaginarsela, bella e giovane, avvolta in un tailleur grigio chiaro, con le gambe accavallate a nascondere un mistero, proprio come le ragazze delle copertine Hard Case Crime.

«Sì?» rispose.

«È arrivato.»

Il momento che stava aspettando con timore da tutta la settimana.

«Lo faccia entrare.»

Pochi secondi dopo, la maniglia della porta si abbassò e Megan McKinnip fece il suo ingresso. Non indossava il tailleur grigio chiaro della sua fantasia, ma era lo stesso uno spettacolo per gli occhi. Tuttavia, Ardai non ebbe che pochi istanti per rimirarla, perché subito Megan McKinnip si fece da parte con un “Prego”, e lasciò entrare il cliente.

Charles Ardai si alzò in piedi, aggirò la scrivania e raggiunse il nuovo arrivato con il braccio teso. «È un piacere rivederla, signor King» disse stringendogli la mano.

«Il piacere è sempre mio, Ardai.»

«Ci accomodiamo? Posso offrirle un caffè? O preferisce qualcosa di più forte?»

«Un caffè andrà benissimo, grazie.»

«Megan, portaci due caffè, per favore.» La segretaria annuì e si allontanò, chiudendo la porta alle sue spalle.

Charles Ardai ritornò alla scrivania e fece cenno al suo cliente di accomodarsi di fronte a lui. Stephen King si sedette incrociando la gamba destra sul ginocchio e allargò le labbra in un sorriso allegro. Solo allora Ardai realizzò che portava con sé una gonfia busta di carta.

Era fatta, allora.

«Ho sempre detto che mi sarebbe piaciuto pubblicare un altro romanzo per la sua collana, Ardai» cominciò King. «Ma ultimamente ho scritto storie su Kennedy e viaggi nel tempo, uno spin-off della Torre Nera e il sequel di Shining, non esattamente il genere che pubblicate qui, eh?» Ridacchiò, poi picchiettò con le dita sulla busta. «Ma questa volta credo di avere quello che fa al caso suo. È un mystery ambientato negli anni Settanta. C’è un serial Killer e un luna park.»

Charles Ardai aggrottò le sopracciglia. Era meglio di quello che si era aspettato.

«Per cui è… un hard-boiled? Nel vero senso del termine?»

«Oh, sì, sì» si affrettò a rassicurarlo King. «Lo so che l’altro romanzo che ho pubblicato con voi era un po’ strambo…»

«Colorado Kid? Oh, no, niente affatto» rispose Ardai, che tuttavia ancora si svegliava nel cuore della notte e rimaneva a fissare il soffitto del suo appartamento, interrogandosi su quale fosse il senso di quel romanzo.

«Questo nuovo romanzo… come si chiama?»

«Joyland. È il nome del parco dei divertimenti.»

«Joylad. Mi piace, suona bene. Dunque, Joyland ha un delitto? Un mistero da risolvere?»

«Eccome» gongolò King. «Un delitto avvenuto nel passato. All’interno della casa stregata di un vecchio luna park, nientemeno. Il protagonista è un ragazzo ventunenne appena scaricato dalla ragazza, un verginello depresso che decide di passare l’estate a lavorare nel parco. Impara la parlata del giostraio, fa amicizia con lo staff e con gli altri ragazzi che lavorano lì per la stagione, e alla fine della storia è completamente cambiato, arricchito dalle sue esperienze, proprio come in un romanzo di formazione.»

Ardai si sporse in avanti, proteso verso King. Voleva guardarlo per bene negli occhi, mentre rispondeva alla domanda che stava per fargli. Voleva essere certo oltre ogni dubbio che King non lo stesse intortando un’altra volta. Scriverò un hard-boiled per lanciare la tua collana, gli aveva detto anni prima. E poi se nera uscito con Colorado Kid. Colorado Kid, dannazione.

«Ma è un mystery, giusto?»

King allargò ancora di più il suo sorriso. «Certo, certo, assolutamente.»

«Un normale mystery, insomma.»

«Oh, no, no, assolutamente no» rispose King, e il cuore di Ardai smise per un istante di battere, mentre brividi gelidi gli percorrevano le braccia come serpenti di ghiaccio. «Dopotutto io sono Stephen King, ho un marchio da portare avanti.»

«Per cui… non è… un mystery?»

King alzò le mani mostrando i palmi in direzione di Ardai. «No, è un mystery. Ma ci sono anche molte altre cose.»

Ardai aveva quasi terrore a domandarlo, ma sapeva di doverlo fare ugualmente. «Del tipo?»

King rispose con un borbottio incomprensibile.

«Come?»

«Potrebbe esserci un…» Ardai lo vide deglutire con fatica, come se cercasse di mandare giù una manciata di ghiaia. «…un fantasma.»

«Che cosa?!»

«E un bambino con la sclerosi e poteri paranormali.»

«Stephen, dannazione, le avevo chiesto un giallo da pubblicare in una collana di pulp hard-boiled, non una storia di fantasmi e bambini con poteri soprannaturali! Mi sarei accontentato anche di un romanzo simile a Dolores Claiborne, o di Maxicamionista, quello che hai infilato in Notte buia niente stelle.» Trasse un profondo sospiro, cercando di riacquistare la calma. «Se avessi voluto un fantasy, avrei chiesto a mia moglie di scriverlo. Ci sarebbero stati dei fottuti draghi, sa?»

«Ma signor Ardai, questo è un ottimo romanzo!» protestò Stephen King. «Per prima cosa c’è veramente un mistero da risolvere, non come in Colorado Kid, e poi è una storia di formazione, è tutta basata sulla caratterizzazione psicologica del protagonista e dei coprimari. E, senza suonare immodesto, è davvero uno dei migliori set di personaggi che ho caratterizzato negli ultimi anni. Mia moglie dice perfino che i personaggi sono la parte migliore del libro, che sembrano estremamente veri e che non si vede l’ora di trascorrere un po’ di tempo con loro.»

«Sì, ma il bambino… che cos’è questa fissa che ha per gli handicappati con poteri soprannaturali? Non bastavano John Coffey e il ragazzino down di L’acchiappasogni

«L’acchiappache

«È un romanzo. Lo ha scritto lei.»

«Nah!» King fece un gesto con la mano, come per scacciare una mosca. «Impossibile. E poi il bambino è completamente diverso dagli altri handicappati magici, è veramente divertente da leggere, forse uno dei personaggi che rimane più impresso a lettura terminata. E pensare che non lo so vede sino a dopo la metà del libro.»

«Stephen, io non so…»

King scattò in piedi, con le braccia allargate, come un telepredicatore da tv locale. «E poi l’atmosfera, oh, l’atmosfera. È così ben descritta che sembra quasi di esserci per davvero negli anni Settanta, glielo assicuro. Riesce a catturare il lettore fin dalle prime pagine, e non lo molla neanche dopo aver chiuso il romanzo.»

«Bisogna riconoscere che lei sa come si tratteggia un’atmosfera.»

King gli puntò contro un indice. «Ben detto!»

«Ma resta comunque il fatto che non è un romanzo hard-boiled. Stephen, questa volta me lo aveva promesso, niente cazzate alla Colorado Kid, un vero mystery!»

«D’accordo, Ardai, ammetto che non è il giallo migliore che io abbia mai scritto, ma del resto le è mai capitato di leggere Il caso del dottore, uno dei racconti in Incubi e deliri? Non sono molto bravo a scrivere gialli. Ma comunque, anche se Joyland non è un gran giallo, resta una bella esperienza di lettura. È scritto molto bene, la caratterizzazione dei personaggi è come sempre più che azzeccata e l’atmosfera è vibrante e coinvolgente.»

«Ma mi aveva promesso un giallo!» Ardai si accorse con vergogna che stava quasi piagnucolando. «Questo non lo è. O meglio, è un giallo, ma è tanto giallo quanto lo era Le notti di Salem

Stephen King si abbandonò sulla poltrona, in volto una smorfia di sconfitta. «Ebbene» cominciò. «Immagino che potrei scrivere qualcos’altro…»

Mentre parlava, il suo sguardo vagò fino alla lampada da tavolo che illuminava l’angolo della scrivania.

«Non ci pensi neanche!» lo ammonì Ardai. «Piuttosto prendo Joyland

Sul volto di Stephen King si riaccese il sorriso. «Non se ne pentirà, Ardai. Anzi, ci dia un’occhiata, è una lettura che mi sento di consigliare anche ai più scettici.»

In tutta risposta, Ardai sbuffò. «E va bene. Dopotutto, è pur sempre un romanzo di Stephen King.»

THE END