Gli zombie hanno rotto i coglioni. Sono dappertutto, tutto quello che c’era da dire su di loro è stato detto, e ogni cosa che li riguarda ormai è il clone di qualcos’altro. Dai romanzi, ai film, alle serie tv.

Claudio Vergnani è, a detta di molti, uno dei migliori talenti della narrativa di genere italiana, autore di una trilogia sui vampiri che, stando all’opinione di tanti blogger letterari, è la cosa migliore di sempre. Io la trilogia non l’ho mai letta, però volevo levarmi lo sfizio di leggere qualcosa di Vergnani. Così, quando ho saputo che il suo nuovo romanzo, I vivi, i morti e gli altri, era un survival horror con gli zombie, mi sono fiondato a comprarlo. In formato cartaceo perché purtroppo la Gargoyle ancora non si è evoluta al formato digitale. L’idea di base era che, se tanti blog letterari hanno osannato Vergnani e questo libro in particolare, nonostante la premessa per cui gli zombie hanno rotto i coglioni, I vivi, i morti e gli altri sarebbe stato lo stesso una lettura interessante.

No?

No.

La scheda del libro

I vivi, i morti e gli altri di Claudio Vergnani
Pubblicato da Gargoyle Books
Anno 2013
Prezzo di copertina 16.50€
Non disponibile in formato ebook
Il libro su Amazon

Che cosa succede

Oprandi è un ex militare, di mezz’età, amante della bottiglia, sarcastico e grezzo. Quello che già è il ritratto perfetto dell’emarginato sociale in una società funzionante, si ritrova essere altrettanto in una società in cui i riferimenti sono saltati a causa di un invasione di morti viventi. Nel nuovo mondo, Oprandi svolge la nobile professione di uccidere definitivamente i resuscitati, nella fattispecie persone già sepolte da tempo ma con un parente in vita disposto a pagare per assicurarsi che il caro estinto non vada a far parte dell’orda dei non morti.

Quando Oprandi viene assoldato dalla facoltosa signora Ursini, il suo contratto si trasforma da prestazione di servizio dietro pagamento a possibilità di scappare in una terra non infestata dagli zombie, ossia la Svizzera. Ciò che Oprandi deve fare, recuperare la bara del dottor Ursini, riportarla alla figlia per far ricevere all’uomo gli estremi riti e poi dargli la morte definitiva, è complicato, ma in palio c’è un lasciapassare per la salvezza, per cui Oprandi accetta.

Solo che le cose prendono una brutta piega e Oprandi si ritrova in una personale odissea in una terra devastata dalla piaga dei non morti, in cui i vivi si sono adattati fino a diventare “altro” rispetto agli esseri umani che erano una volta. Oh, sì. Perché alla fine il succo del romanzo è questo. Critica alla società contemporanea, bitches!

Che cosa ne penso

Guardando le quattro recensioni su Goodreads scopro che sono tutte positive. Due però rimandano a link di blog che ospitano un’intervista con l’autore e quindi, diciamocelo, le quattro stelline mi sanno un po’ di politically correct. Non voglio insinuare che questi blog pubblichino recensioni compiacenti, per carità, sto solo cercando di ragionare sul perché a tutti è piaciuto un romanzo che a me ha fatto schifo senza se e senza ma.

E non uno schifo da, vabbè, ci rido su, tanto è fantasy. No. I vivi, i morti e gli altri mi ha provocato un alternarsi di emozioni che andavano dalla noia soporifera all’esasperazione acuta.

Noia perché la storia è un rigurgito di cose già fatte e già sentite (e meglio). Esasperazione perché si vede lontano un miglio che l’intento di Vergnani non era di raccontare una storia ma di usare tale storia per fare CRITICA SOCIAAAAAAAAALEH!!! Che è la cosa più orribile che uno scrittore possa fare. Incluso ghostwritare per Fabio Volo.

Per la prima metà il romanzo è solo noioso, perché descrive solamente il viaggio del nostro protagonista – e dei suoi accompagnatori, inevitabile carne da macello quando stai leggendo una storia narrata in prima persona al passato e sai che qualcuno in ogni caso deve morire – tra le montagne e il susseguente recupero della bara del dottor Ursini. Poi però il colpo di genio, la seconda parte. Quando cioè Oprandi si imbatte in una serie di casi ai limiti dell’umano che servono a mostrare quanto la società sia definitivamente andata a in malora, abbandonandosi ai suoi istinti primordiali.

Ora, non sto a farvi un elenco di tutti i romanzi/film/altra roba che utilizzando un’apocalisse zombie come modo di analizzare l’alienazione della società contemporanea. Perché potrei stare qui per ore e non ne ho voglia. Gli zombie, dopotutto, rappresentano proprio l’uomo alienato, senza cervello, che va avanti per inerzia. Non serve citarvi Romero, vero? Non c’è bisogno che ricordi che un intero suo film parla di zombie che assaltano un centro commerciale. Critica al consumismo. Ma non martellata in testa. Non è che Romero a un certo punto ha messo in scena Tom Savini truccato da zombie e gli ha chiesto di fare un monologo di venti minuti sui mali della società moderna.

Quando Vergnani inserisce le sue molte riflessioni “colte” su chi siano i vivi, i morti e, soprattutto, gli altri, può sembrare che si rivolga a un pubblico intelligente. In realtà sta trattando i suoi lettori come dei cerebrolesi che non saprebbero distinguere un sottotesto nemmeno se gli stesse mordendo il prepuzio. Sì, Vergnani, sì, l’ho capito dove vuoi andare a parare. Non sono deficiente. Non ho bisogno che me la ficchi in gola, la morale della storia.

Il momento migliore di questo martellamento morale è stato quando, dal niente, viene menzionata la Fornero. Una che è stata ministro per due anni scarsi e di cui non rimarrà presto alcuna traccia nella memoria collettiva. Eppure si becca una menzione. Pensate quando, tra dieci anni, qualcuno scoverà su una bancarella un’edizione tutta spiegazzata di I vivi, i morti e gli altri. Arriverà intorno a pagina trecento e troverà menzionata la Fornero. E si dirà, immancabilmente: “Mo’ questa chi cazzo è?”. Un riferimento davvero senza tempo, non c’è che dire.

Aggiungiamoci anche che l’unico elemento degno di nota, che avrebbe potuto risollevare l’intero romanzo è totalmente sottovalutato e lasciato ai margini, sempre in favore della tanto amata critica sociale. Il personaggio di Lillo è in grado di ridare coscienza agli zombie attraverso un rituale che potremmo definire magico. In questo potrebbe configurarsi come l’esatto opposto di Oprandi, che invece di ridare la vita agli zombie dà loro la morte perpetua. Sembra interessante, no? Qualcosa che potrebbe alterare l’equilibrio stesso di un mondo che sta lentamente soccombendo alla piaga degli zombie, no? LOL, NOPE, ignoriamolo e cicciamoci insieme ancora un po’ di critica sociale. Perché sa iddio se non è quello il succo di un buon romanzo horror.

In conclusione

I vivi, i morti e gli altri è un romanzo banale, paradossalmente. Banale proprio perché cerca di darsi arie di superiorità utilizzando l’apocalisse zombie per parlare di altro – cosa che lo accomuna alla stragrande maggioranza di storie che riguardano gli zombie – e nel contempo fallendo miseramente nel creare una storia originale che giustificasse lo sbrodolamento di pretenziosità.

Sì, Claudio Vergnani scrive bene, non c’è neanche da discuterne. Ma se avesse messo la sua abilità al servizio di una storia che valesse la pena leggere, anziché di insostenibili pipponi radical chic, sarebbe molto, ma molto meglio. Per cui, I vivi, i morti e gli altri è la prova che non basta saper scrivere bene per scrivere un buon romanzo.

Voto finale